L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 23 giugno 2017

2 - La terra a chi lavora dovunque, in Brasile è acclarato

BRASILE: CRISI E MOVIMENTI SOCIALI / seconda parte

Pubblicato il 22 giugno 2017 · in America Latina ·
di Alessandro Mantovani

Não vai ter copa!

Scemando, il movimento si diede appuntamento ai mondiali di calcio del 2014 con la parola d’ordine Não vai ter copa!; ma, quando fu il momento, si vide che non si era trattato semplicemente di una pausa. Nel frattempo ben nove capitali di Stato brasiliane avevano aumentato di nuovo i prezzi dei biglietti degli autobus e le promesse del governo federale si erano insabbiate.

Le cose cominciarono male subito, con la sostanziale sconfitta dello sciopero dei lavoratori della metropolitana di San Paolo, che per cinque giorni avevano messo in ginocchio la città: non tanto per aver ottenuto un aumento salariale inferiore a quello richiesto, quanto per la debolezza emersa non appena lo sciopero fu dichiarato “illegale” dal Tribunale del Lavoro, con la conseguente perdita del salario e con una pesantissima multa al sindacato organizzatore.1 A quel punto, complice probabilmente la direzione sindacale, l’astensione dal lavoro cessò malgrado l’azienda avesse rifiutato una delle rivendicazioni più qualificanti, ossia la riassunzione dei 42 lavoratori licenziati per aver partecipato a picchetti. Una pagina da cancellare.

L’altro colpo venne dal fatto che, a due giorni dall’apertura della “Copa”, sempre a San Paolo, la maggiore metropoli brasiliana, il Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MLST), dopo aver ricevuto “promesse” di costruzione e assegnazione di alloggi da parte governo, proclamò la fine della mobilitazione.

D’altra parte la Presidentessa Dilma, schierati 57.000 soldati a presidiare gli stadi, in aggiunta alle già cospicue forze di polizia, lo aveva detto con deliberata durezza: non saranno tollerati attentati al “diritto” ad assistere alle partite. E mentre le sue parole erano trasmesse dalle emittenti, un’ondata di fermi, identificazioni e perquisizioni veniva attuata in tutto il paese.


Il potere politico palesò in quest’occasione la sua sudditanza alla FIFA e ai “poteri forti” che manovravano gli appalti miliardari, ottenuti as usual – come mostrato da recenti casi giudiziari – a suon di tangenti.
Le manifestazioni, che pur ci furono, non raggiunsero mai i numeri sperati: poche centinaia di militanti a San Paolo, un migliaio a Belo Horizonte e Fortaleza, due migliaia a Porto Alegre, stessi numeri a Rio.

Cos’era successo? Un elemento va sottolineato: dopo le grandi lotte contro la dittatura, a cui avevano partecipato la borghesia democratica e gli intellettuali, tra cui scrittori e musicisti brasiliani noti in tutto il mondo, il movimento del 2013 aveva mostrato una composizione di classe diversa, più marcatamente popolare. Assente appunto la borghesia, ivi compresa la neo-borghesia lulista, ormai tutt’uno con il capitalismo brasiliano. La piccola borghesia, le cui generiche proteste contro la “corruzione” si erano confuse con le rivendicazioni proletarie e popolari, era però scesa in piazza in massa. Nel movimento Não vai ter Copa!, al contrario, i proletari, i senza tetto, gli indios, i lavoratori, rimasero soli, assente anche l’aristocrazia operaia inquadrata dai sindacati legati al PT.

La fine di Dilma Roussef e i rumor di “golpe”
Ma Dilma aveva ormai i giorni contati.
La sua proposta di un “plebiscito” in vista di una riforma politica che concedesse al PT maggiori margini di manovra, segnò l’inizio della sua fine. Il maldestro tentativo allarmò gli alleati, che cominciarono a tramare contro la Presidentessa mentre l’opposizione ne chiedeva l’impeachment.

Dopo un lungo braccio di ferro, la Roussef venne prima sospesa, poi destituita il 31 agosto scorso. L’incarico ad interim fu assunto dal Vicepresidente Temer, che riuscì nell’intento di ottenere – sulla base di un programma neo liberista di attacco alla legislazione sul lavoro e di tagli al sistema pensionistico – un largo appoggio parlamentare, tra cui quello del principale partito di opposizione, PSDB (che di social-democratico ha solo il nome, essendo in effetti una formazione di destra).

Nel disperato tentativo di rimanere in sella, il PT gridò al “golpe”, parola grossa la quale richiama ai brasiliani l’epoca della dittatura militare che essi pensavano di essersi lasciati per sempre alle spalle. In realtà il potere borghese non aveva alcuna vitale necessità di disfarsi del “lulismo” per affermare i propri interessi. Pur non aggressivo quanto quello di Temer, anche il programma della Presidentessa prevedeva i necessari “sacrifici” di fronte alla crisi. Si è trattato piuttosto di un regolamento di conti interno alla classe politica dominante, un putsch istituzionale, nel corso del quale i partiti minori che costituivano la coalizione governativa, dopo essersi venduti al PT, hanno cambiato alleati e pagatori di mazzette. Basti pensare che il successore di Dilma, il tanto oggi inviso Temer, altri non è che colui il quale fu da lei scelto come Vice tanto nel primo quanto nel secondo mandato. Il suo partito, il PMDB, è un classico partito centrista “democristiano”, lobbystico e clientelare, che fino a ieri governava col PT. O basti pensare che il potente ministro dell’Industria e della Previdenza sociale, H. Mireilles, fu posto da Lula a capo del Banco Central do Brasil, da Dilma alla guida della preparazione dei Giochi Olimpici, e proposto da Lula a Dilma nell’incarico che Temer gli ha poi conferito. Ma il richiamo al golpe ha avuto l’innegabile effetto di ridare appeal al “lulismo”, facendovi ricadere molti che nel giugno 2013 avevano partecipato alle manifestazioni anti-governative.

Tentativo di valutazione 
Possiamo ora finalmente tentare una valutazione del recente sciopero generale del 28 aprile. Al di là dei numeri, sicuramente importanti, degli aderenti, è il significato politico ad essere in questione: è vero che a lanciare la parola d’ordine dello sciopero generale erano state dapprima le forze a sinistra del PT, come il movimento dei senza tetto ed alcuni gruppi e sindacati di estrema sinistra (il “Fronte di Sinistra Socialista – RJ”, il MRT il PSTU, “CSP-Conlutas”, “Intersindical”, ecc.). Tuttavia esso è riuscito perché ha avuto l’appoggio, sia pur riluttante, delle grandi centrali sindacali legate al PT, che lo avevano invece negato nel 2013. Non a caso Dilma stessa ne ha cantato le lodi, incitando a continuare la lotta.

Nell’ottica del PT si è trattato dunque di uno sciopero funzionale al lancio, già annunciato, di un’ulteriore candidatura di Lula alle prossime elezioni presidenziali. Con il rischio di uno sbocco piattamente parlamentare e di una banale ricomposizione “lulista” della classe dominante. Anche perché appare l’unica carta in mano ad un potere che si sta decomponendo in una guerra per bande a suon di processi, per riprendere il controllo di una situazione che rischia di sfuggire di mano.

Siamo ora in grado di meglio comprendere perché l'”occupazione di Brasilia” del 24 maggio, fortemente voluta dall’estrema sinistra ma sostanzialmente non appoggiata dal PT, sia riuscita solo in parte. Vero è che la violenta reazione di Temer ha avuto l’effetto di farne un capitolo drammatico che potrebbe aprire nuove prospettive di radicalizzazione.


Il Brasile di oggi è un pullulare di movimenti sociali variegati, complessi, con nuovi dinamismi. Oltre alle associazioni di moradores che rivendicano servizi sociali e la fine della brutalità poliziesca, studenti che – come nel 2015 in un ampio movimento – lottano contro i tagli all’istruzione, indios che difendono le loro terre e la loro cultura e si spingono fino a Brasilia per sostenere i propri diritti, i sem terra che a loro volta le terre le occupano, squatter che occupano aree abitative, movimenti di difesa del territorio e dell’ambiente, e infine, scioperi, scioperi e scioperi, che investono perfino (per dire quanto profondo sia il malessere) i corpi di polizia.

Le stesse favela non sono più solo l’orizzonte dell’emarginazione: una gran parte dei suoi abitanti appartiene oggi in realtà allo strato inferiore di quella che la statistica brasiliana chiama “classe-media”:2 sono cioè proletari. Ed è per questo che proprio nelle favela i movimenti sopra descritti si incrociano e intersecano, e che esse non sono pericolose per il potere in quanto paradisi della criminalità e dello spaccio, (in realtà controllati proprio dagli “squadroni della morte” resi popolari dal film Tropa de Elite) ma piuttosto come zone franche in cui si attivano forme inedite di solidarietà, di associazioni di quartiere, di iniziative culturali. Anche se non siamo certo alla vigilia di una rivoluzione, come qualcuno pretende, la riedizione del “patto sociale” lulista non è dunque scontata. La temperatura sociale è ovunque alta. Si pensi, ad es., che lo stesso giorno dei disordini di Brasilia, il 24 maggio, i lavoratori pubblici di Rio si scontravano violentemente con le forze dell’ordine, pure lì attaccando l’Assemblea Legislativa ed altri edifici pubblici.

La maggioranza del movimento del 2017 – riunita intorno al Frente Brasil Popular, legato al PT, ed al Frente Povo Sem Medo, più vicino ai movimenti, ecc. – ha sinora trovato un collante nella parola d’ordine “Fora Temer!” e nella richiesta di elezioni dirette anticipate. Il rischio di uno sbocco puramente istituzionale e schedaiolo è dunque molto alto.

L’estrema sinistra è riuscita tuttavia ad ottenere, proprio mentre scriviamo, un nuovo sciopero generale per il 30 di giugno, il quale, dopo gli scontri di Brasilia, potrebbe pur sempre andare molto al di là delle attese degli apprendisti stregoni che si propongono solo la spallata a Temer, e al limite determinare un salto di qualità.
Ciò avverrebbe in un momento in cui anche in Argentina, Cile, Bolivia, Venezuela, Perù, si assiste ad un acuirsi delle lotte sociali.

(Fine)

N.B.
Si allega qui di seguito il link di un’intervista tenuta da Radio Onda Rossa all’autore dell’articolo nel 2014: https://www.ondarossa.info/newsredazione/2014/06/brasile-dalle-favelas-lotta-classe

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