L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 giugno 2017

Giulio Sapelli ingrossa la fila delle teste pensanti che vede la democrazia che muore in Francia, l'anima dell'Europa

J'ACCUSE/ Sapelli: i pericoli per la democrazia arrivano dalla Francia

Il voto francese di domenica scorsa, dice GIULIO SAPELLI, nasconde interessanti dati e fa anche capire come ormai la ricerca del potere passi sopra il popolo e i suoi bisogni

15 GIUGNO 2017 GIULIO SAPELLI

Emmanuel Macron (Lapresse)

Catherine Barbaroux, Presidente ad interim de La Republique en marche!, ha pronunciato un discorso altamente significativo, la sera di domenica 11 giugno 2017, comunicando al popolo francese che “ le President” era molto preoccupato del livello eccezionalmente alto degli astenuti al voto, e chiamava tutti al lavoro politico per superare questa situazione. Madame Barbaroux, stupefacentemente dimessa come abbigliamento, come modo di fare, impacciata nell’allocuzione e nella prossemica, non sapendo dove collocare nello spazio il suo pesante corpo (così facendo cercando di attrarre i mancati elettori di umili origini), dimenticava però di comunicare la questione essenziale: i numeri. E qui la questione diventa altamente significativa: gli astenuti erano stati 24.401.132 milioni, ossia il 51,29 % degli iscritti al voto. I votanti erano stati 23.170.218, ossia il 48,71% degli iscritti al voto. Una cifra sbalorditiva che non si è mai vista in Europa e soprattutto in Francia, nazione in cui, com’è noto, la partecipazione elettorale è sempre stata molto alta.

Sulla base di questi dati sono andato immediatamente a verificare i risultati elettorali che sarebbero scaturiti in forma di seggi parlamentari ottenuti secondo l’attuale sistema maggioritario, facendo riferimento anche agli exit poll che già anticipavano i probabili risultati del secondo turno. Si parla dunque di proiezioni. Ebbene, i deputati sono 577 e secondo le proiezioni si dovrebbero così distribuire: da 400 a 440 alla Republique en Marche! (Macron e MoDem di Bayrou), dai 15 ai 25 al Partito socialista e alle liste a esso legate da un patto di desistenza, dai 13 ai 23 seggi alla France Insoumis di Melenchon apparentata al Partito comunista francese; e dall’altra parte dell’emiciclo dai 95 ai 132 seggi si prevede che siano assegnati ai gaullisti nelle loro diverse articolazioni, per finire, infine, dai 2 ai 5 seggi prevedibilmente assegnati al Front National e a Debout La France.

Di sconcerto in sconcerto procediamo per sottolineare che, secondo le più accreditate ricerche, pressoché nessun operaio pare abbia partecipato al voto tranne che in alcuni settori della regione parigina; che la stragrande maggioranza dei cittadini francesi sotto i 35 anni non abbia partecipato al voto, che nessun disoccupato l’abbia fatto; che non ci sia stata rilevante differenziazione tra votanti bianchi o non bianchi, cattolici o musulmani , ecc. Una delle voci più importanti, acute e indipendenti della politologia applicata, ossia Jerome Sainte-Marie, Presidente della società di consulenza di mercato Polling Vox, ha rilasciato una dichiarazione impressionante per lucidità e capacità di sintesi che mi sento di condividere e quindi riproduco in parte: “Non può dirsi che il nuovo potere politico goda di un favore popolare. Si tratta invece di un messaggio politico che viene dal Paese che sarà difficile gestire per il nuovo governo: una parte della popolazione francese guarda a ciò che sta accadendo con circospezione, con rifiuto. Si tratta di una demoralizazione politica “de la France d’en bas” (ossia, dico io, perché questa frase è intraducibile, della Francia profonda, ossia di quello che io definisco il popolo degli abissi). È l’elettorato precarizzato e popolare che si è astenuto.

La situazione fa pensare a una sorta di suffragio censitario o, per essere più precisi, a un fenomeno di autoesclusione volontaria, che va ben al di là di quello che i numeri della partecipazione lasciano intravedere. Perché, se a questi numeri si aggiungono quelli dei voti nulli o bianchi, ma anche di tutti i francesi che non si sono iscritti alle liste elettorali, siamo dinanzi al fatto che la maggioranza del corpo elettorale potenziale non ha partecipato a queste elezioni. Riassumo di seguito le considerazioni di Jerome Sainte-Marie, che condivido totalmente. Ossia che al malcontento così diffuso mancherà una sponda politica, ossia una rappresentanza. In poche parole, si uniranno due problemi il cui intreccio potrà rivelarsi foriero di gravissime conseguenze.

Da un lato, una tensione extraparlamentare sempre più dura, tanto di sinistra quanto di destra, unitamene a un’anomia, ossia a una marginalizzazione emotiva e a una crescente disgregazione dello spirito di cittadinanza tra i ceti e le classi che a maggioranza non hanno partecipato al voto. Dall’altro lato, all’interno degli eletti che Sainte-Marie definisce “macronisti”, le inevitabili tendenze individualiste e centrifughe per il fatto che costoro, piuttosto che entrare a far parte della politica e della società politica, sono entrate a far parte della rappresentanza parlamentare passando direttamene a essa dalla società civile e sarà ben difficile tener unito un gregge eterogeneo per provenienza geografica ma compatto per estrazione sociografica: tutti ricchi o quasi ricchi, tutti con alti studi e grandi ambizioni, tutti convinti di essere appunto en marche, come si addice a una plutocrazia che si disvela.

Già Aristotele e Montesquieu segnalavano il fatto che le plutocrazie sono più resistenti, che le democrazie integrali, alla disciplina di partito o di setta. Naturalmente le democrazie integrali sono quelle fondate, da un lato sul ruffiniano principio di maggioranza e, dall’altro lato, sull’assenza di limiti censitari alla partecipazione elettorale. Ma questo è proprio quello che è successo in Francia che si disvela aver costruito, nel cuore stesso dell’Europa, una democrazia dimidiata, ossia, come ha coraggiosamente ricordato Sainte-Marie, censitaria. Ed è significativo che si cominci a discettare su una cosiddetta inevitabilità del ritorno a un ormai inesorabile suffragio censitario. Vedi a proposito su Le Figaro del 13 Giugno 2017 l’analisi di Jean-Pierre Robin: “La France est-elle en train de reinventer le suffrage censitaire?”, dove si pone in risalto il fatto che chi non paga le tasse, perché troppo povero, o chi ne paga troppo poche, perché abbastanza povero, non vota…

Sottolineo timidamente che quello che succede nella Francia del trentanovenne Macron, che pronuncia il suo discorso di insediamento con alle spalle la piramide massonica del Louvre (sottolineo che, come si può verificare nella documentazione contenuta nel sito En Marche a tutti disponibile in internet, non si tratta della massoneria del Grande Oriente di Francia, ma piuttosto di quella di un grado iniziatico ben superiore, ossia internazionale che ha appunto grandi Maestri tanto francesi quanto cinesi), è tutto diverso da quanto è accaduto negli Usa. Lì è successo esattamente il contrario di quanto abbiamo testé ricordato. Sono stati i poveri, i diseredati, gli operai bianchi e neri a votare in massa e per Trump. La differenza è che in Francia la decisione di far vincere Macron è stata assunta dai più alti vertici dello Stato francese, unitamente alla cuspide tecnocratica e oligarchica dell’Unione europea, che non può permettersi che la Francia oscilli tra la crisi sociale ed economica interna e l’emergere, in forma nuova, del solito spirito antitedesco che potrebbe mettere in pericolo l’esistenza stessa della cuspide oligarchica tecnocratica.

Il che sarebbe rovinoso per codesta cuspide anche perché, se dovesse franare la Francia metropolitana, franerebbe anche la Francia africana con i suoi stati subsahariani che adottano la moneta unica del franco africano che, come dimostrano le grandi manovre in atto da parte tedesca nella stessa Africa (mascherate da ricerca sulle nuove politiche di immigrazione), non possono essere messe in discussione così come non può essere messo in discussione il sogno che sta risorgendo di quell’Africa teutonica di cui si sta di nuovo insistentemente parlando nei circoli tedeschi, rievocando il sogno del Tanzanica.

Come si vede c’è da meditare, e profondamente. E la meditazione si fa ancora più interessante e drammatica se ci si esercita in un’operazione matematica che nessuno osa ancora fare in forma dispiegata, che usa gli stessi risultati elettorali, prima citati in merito agli scrutini maggioritari, per ipotizzare come sarebbe composta l’assemblea legislativa francese con lo stesso numero di seggi (577) e gli stessi risultati elettorali, se fosse applicata la regola del cosiddetto proporzionale integrale. E qui c’è da sbalordire veramente. Ai macronisti si assegnerebbero solo 186 seggi, a fronte degli 80 che si attribuirebbero al partito socialista e alleati, e ai 79 che andrebbero a Melenchon e ai comunisti, mentre di converso ben 124 sarebbero attribuiti all’universo gaullista e ben 83 al Front National e a Debout la France, con una spruzzatina di 25 seggi distribuiti a moltissime altre formazioni politiche. Dove si noterebbe che, grazie al prevalere del principio della rappresentatività su quello della governabilità, neppure la fantastica forza dello Stato francese sarebbe in grado di annichilire ogni forma di opposizione parlamentare.

È interessante comunque fare questo esercizio, perché dimostra che società stratificate, differenziate, in cui la divisione durkeimiana del lavoro è così elaborata e consolidata, ebbene in queste società nessun potere tecnocratico od occulto può uccidere la vita sociale. Può solo cacciarla nella rassegnazione, nell’anomia, in quel nesso tra angoscia e politica che Franz Neumann, nell’inferno degli anni Trenta, descrisse mirabilmente nel suo capolavoro “Behemoth”, con implacabile analisi del nazismo. Ma oggi, in democrazia, soprattutto se essa è dimidiata, un cittadino anomico che cammina solitario per strada, con in mano una copia di “Behemoth”, è sempre sulla soglia di trasformarsi nel vivente fantasma di quel terrorista che può essere sempre dietro a noi, con una bomba a mano nella borsa della spesa.

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