L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 30 giugno 2017

Il fantoccio Macron deve dimostrare ai suoi padroni di meritare la fiducia che gli hanno accordato, primo atto politico eliminare le 35 ore, precarizzare il lavoro, svuotare lentamente la sanità pubblica la

PRIMO TEST POLITICO E SOCIALE
Riforma del lavoro in Francia: Macron all’attacco delle 35 ore

29 giugno 2017

Al via la stagione delle proteste: sindacati in manifestazione contro il precariato a Parigi

PARIGI - Il primo cantiere aperto da Emmanuel Macron – subito dopo quello relativo alla moralizzazione della politica, con una proposta di legge già varata dal Consiglio dei ministri – riguarda il diritto del lavoro. Si tratta anche del primo vero test politico e sociale del nuovo inquilino dell’Eliseo. 

Il presidente intende riprendere in particolare due punti che erano presenti nella prima versione della cosiddetta “legge El Khomri” (dal nome del ministro del Lavoro del Governo Valls) e che in realtà era stata largamente ispirata dall’allora ministro dell’Economia, poi escluso dall’operazione in parte perché l’ex premier aveva voluto limitarne la visibilità e in parte perché si riteneva che Macron suscitasse un’eccessiva ostilità dalle organizzazioni sindacali. 


16 aprile 2017

I due aspetti – stralciati nella versione finale del provvedimento – riguardano d’un lato la fissazione di tetti alle indennità di licenziamento, il cui ammontare è oggi lasciato alla discrezionalità dei giudici del lavoro (con quel che ne consegue in termini di incertezza per le imprese, poco propense quindi a stipulare contratti a tempo indeterminato), e dall’altro la questione degli accordi aziendali in tema di organizzazione e orario di lavoro. Attualmente – come appunto previsto dalla “legge El Khomri” – questi accordi devono ottenere il via libera della maggioranza delle sigle sindacali. In caso contrario, queste ultime hanno la possibilità di porre un veto. Com’è successo per esempio nel caso della Smart di Hambach, dove la direzione aziendale – al termine di un lungo e complesso iter – è riuscita a concretizzare un’intesa sulla salvaguardia del sito produttivo (che prevede sostanzialmente un aumento dell’orario settimanale senza un pari aumento delle retribuzioni) soltanto grazie all’escamotage di una variante ai contratti dei singoli dipendenti (soluzione peraltro approvata per referendum dal 96% degli addetti).

La legge alla quale pensa Macron – sulla quale è in corso il confronto con le parti sociali e che sarà oggetto di una serie di decreti a settembre, come previsto dalla legge autorizzativa varata due giorni fa dal Governo – dovrebbe prevedere la possibilità, anche per il datore di lavoro, di sottoporre a un referendum dall’esito vincolante un accordo che ha ottenuto almeno il 30% dei consensi da parte delle organizzazioni sindacali aziendali. Scomparirebbe insomma l’obbligo dell'accordo “maggioritario”. E anche se non venisse modificata la durata legale dell’orario di lavoro, si tratterebbe di un nuovo colpo, l’ennesimo, alla legge sulle 35 ore. La cui definitiva entrata in vigore (2002) ha appena compiuto 15 anni e che continua a rappresentare una sorta di tabù, di inviolabile mito della sinistra che neppure la destra ha mai osato abbattere. 

Per varie ragioni. Perché le 35 ore – con il loro corollario di ulteriori giorni di “vacanza” – sono ormai saldamente radicate nelle abitudini, anche familiari, dei francesi. Perché, quindi, la loro scomparsa avrebbe un impatto economico non irrilevante sull’industria del turismo. Perché nel settore privato l’orario effettivo di lavoro è rimasto sostanzialmente inalterato e quindi consente a gran parte dei dipendenti di incassare le maggiorazioni previste dagli straordinari (che scattano ovviamente dalla 36ma ora). Perché le imprese, soprattutto le grandi, si sono da tempo organizzate sulla base dell’orario ridotto e cambiare nuovamente questa organizzazione comporterebbe costi e complessità che preferiscono non affrontare. Perché, infine, le aziende ricevono dallo Stato circa 12 miliardi all’anno (in media, dal 2002 a oggi) sotto forma di alleggerimenti contributivi, decisi a suo tempo per attenuare l’impatto delle 35 ore sul costo del lavoro. E a quei 12 miliardi non vogliono rinunciare.

Se insomma sono in molti – a parole – a criticare le 35 ore, nei fatti la loro cancellazione raccoglierebbe ben pochi consensi. La destra, ma anche la sinistra e ora il “nuovo centro” di Macron preferiscono quindi aggirare l’ostacolo con misure che consentano maggiore flessibilità reale per le imprese, senza toccare il tabù. Così è d’altronde sempre andata in questi 15 anni. Come emerge da questa, seppure sommaria, ricostruzione.

I 20 anni che hanno cambiato la vita dei francesi 

1997 – Il presidente Jacques Chirac scioglie a sorpresa il Parlamento e chiama i francesi al voto. Il partito socialista, preso alla sprovvista, mette a punto precipitosamente un programma in cui inserisce la riduzione dell’orario di lavoro da 39 a 35 ore a retribuzione invariata. Riprendendo peraltro una delle “110 proposte” del progetto del 1981 di Mitterrand, che si era però fermato a 39 ore (da 40). I socialisti vincono e in ottobre inizia il confronto con le parti sociali. Al Cnpf (il nome di allora della Confindustria francese, poi cambiato in Medef), il Governo guidato da Lionel Jospin – che affida la gestione del dossier al ministro del Lavoro Martine Aubry, la quale inizialmente non era proprio convinta – fa capire che la questione sarà in qualche modo lasciata alla negoziazione tra organizzazioni imprenditoriali e sindacali, preferibilmente a livello aziendale (o di categoria). In realtà il Governo pensa a una legge. E legge sarà, con conseguenti dimissioni del presidente del Cnpf, Jean Gandois, che si sente preso in giro.

Il provvedimento – votato dal Parlamento a larga maggioranza il 13 giugno del 1998 – prevede il passaggio a 35 ore dal 1° gennaio 2000. E due anni più tardi per le imprese con meno di 20 dipendenti. Lasciando comunque del tempo alle aziende per stipulare eventuali accordi. In questo caso, le imprese avranno diritto a un alleggerimento degli oneri contributivi sulle ore di straordinario, per le quali viene fissato un tetto annuo pari a 130. In alternativa alla maggiorazione salariale delle ore di straordinario, le aziende possono optare – previo accordo sindacale maggioritario – per un aumento dei giorni di riposo. Nasce la sigla Rtt, che identifica appunto i giorni di “vacanza” aggiuntivi.

Poiché le intese aziendali stentano a decollare, un anno e mezzo più tardi il Governo vara una seconda legge che impone a tutte le imprese il passaggio alle 35 ore a partire dal gennaio 2002. Il provvedimento prevede la generalizzazione delle agevolazioni contributive e crea il cosiddetto “forfait giornaliero”. Riservato ai quadri, consente all'impresa di calcolare l'orario per giornata di lavoro e non per ore settimanali, consentendo una certa flessibilità (comunque nel tetto massimo di 218 giorni lavorati all'anno). La maggiorazione per le ore di straordinario viene fissata al 25% per le prime otto (dopo la 35ma) e al 50% per le successive. Le imprese con meno di 20 addetti possono pagare le ore di straordinario con una maggiorazione del 10% (deroga che sarà sempre prorogata ed è tutt’ora in vigore).

Eliseo, 22 giugno: il governo apre la discussione sulla riforma del lavoro

2002 – Dopo la vittoria di Chirac alle presidenziali, la destra torna a guidare il Paese. Non modifica la durata legale ma già il 15 ottobre prevede con decreto l’aumento a 180 del tetto annuo delle ore di straordinario. E la cosiddetta “legge Fillon” – gennaio 2003, dal nome dell’allora ministro degli Affari sociali – consente accordi aziendali che riducano al 10% la maggiorazione delle prime quattro ore di straordinario. 

2005 – Nuovo ritocco. La legge “Novelli” consente di estendere la flessibilità dei “forfait giornalieri” anche ad alcuni dipendenti non quadri e la possibilità di stipulare accordi aziendali che consentano di avere delle settimane lavorative fino a 48 ore. Purché ovviamente la media annua finale rispetti il vincolo delle 35 ore più le 180 di straordinario.

2007 –Nicolas Sarkozy incentra la propria campagna presidenziale sullo slogan “lavorare di più per guadagnare di più”. È lo spirito della cosiddetta “legge Tepa”. Neppure lui, nonostante le dichiarazioni fracassanti, abbatte il tabù. Ma defiscalizza da subito le ore di straordinario. Per il dipendente che le fa (quasi tutti, nel privato, perché nel pubblico le amministrazioni sono di fatto obbligate a “pagare” in Rtt, per evitare un aumento dei costi) le maggiorazioni sono esentasse. Nell’agosto 2008 il Governo guidato da Fillon vara poi una legge in base alla quale il volume delle ore di straordinario non è più deciso a livello di categoria ma di singola impresa (sempre con accordi maggioritari). Il tetto viene portato a 220 ore annue e non è più soggetto a previa autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. I giorni di Rtt non sono più automatici ma concordati. E soprattutto viene stabilita la possibilità di una flessibilità annuale per tutti i dipendenti, cioè di un calcolo delle ore di lavoro su base annuale.

2012 – All’Eliseo tornano i socialisti, con François Hollande. Viene immediatamente abolita la defiscalizzazione delle ore di straordinario (il cui costo, sottoforma di mancate entrate, è di circa 4,5 miliardi all'anno). Ma è evidente che con il perdurare della crisi le imprese, come i dipendenti, hanno bisogno di flessibilità. Nel 2013 il Governo vara una legge che prevede la possibilità di “accordi difensivi” a livello aziendale in caso di “gravi difficoltà congiunturali”. Le imprese possono cioè stipulare degli accordi (sempre maggioritari) che in cambio dell’impegno a garantire l’occupazione per la durata di validità delle intese, consentono di modificare orari e organizzazione del lavoro. Anche con interventi peggiorativi rispetto a quanto previsto dalle norme nazionali e dai contratti di categoria. In concreto, si possono firmare intese che consentano una maggiore flessibilità, anche pluriennale, nella gestione degli orari. E la possibilità, sia pure per un periodo di tempo limitato, di chiedere ai dipendenti di lavorare di più guadagnando di meno. È sempre necessario un accordo maggioritario. Ma se c’è, i singoli dipendenti sono costretti a rispettarlo. In caso contrario possono essere licenziati per giusta causa.

2016 – È l’anno della battaglia sulla legge El Khomri. Con mesi di manifestazioni e guerriglia urbana. Alla fine – pur con la rinuncia ad alcuni aspetti caratterizzanti che ne hanno parzialmente svuotato la forza e dopo il ricorso a tre voti di fiducia – il provvedimento viene approvato ed entra in vigore ad agosto. Lo stesso mese in cui Macron si dimette da ministro dell’Economia per lanciarsi nella corsa all’Eliseo. Sono due i punti di maggior rilevanza della legge. Il primo prevede la possibilità per tutte le imprese di pagare tutte le ore di straordinario con una maggiorazione del 10 per cento. Il secondo, più importante, estende le flessibilità già possibili con accordi “difensivi” a intese “offensive”. Per negoziare trattamenti contrattuali peggiorativi sull’organizzazione dell’orario e sulla retribuzione (il caso Smart, per capirci) non è più indispensabile che l’impresa debba affrontare “gravi difficoltà congiunturali”. Lo può fare anche per cogliere opportunità di sviluppo e di crescita, conquistare nuove commesse e nuovi mercati. Anche se non ci sono ricadute occupazionali. Resta però il vincolo dell'accordo maggioritario (cioè approvato da almeno il 50,1% delle sigle sindacali), altrimenti una delle organizzazioni sindacali può porre il veto. Ed è questo il nuovo ostacolo che Macron vuol far cadere. 

Al più presto. Perché lo scontro sulla legge El Khomri ha dimostrato come simili misure possano essere prese solo all'inizio del mandato, quando si può contare sullo “stato di grazia” dell’elezione, e non alla fine, magari quando si è largamente impopolari. Com’è accaduto con Hollande. Il quale non aveva neppure inserito questa riforma nel programma sul quale era stato eletto. Cosa che Macron ha avuto l’accortezza di fare. 

Quanto, per concludere, all’impatto che le 35 ore hanno avuto sull’economia francese, ci sono evidentemente diverse scuole di pensiero. Ma il giudizio non può che essere pesantemente negativo. Persino sul fronte dell’occupazione, la motivazione “forte” dei socialisti nel 1998. L’obiettivo era creare almeno 700mila posti di lavoro, mentre quelli più o meno direttamente imputabili alla riduzione dell'orario sarebbero 350mila, meno della metà. Nel frattempo lo Stato ha sborsato – meglio, non ha incassato – circa 180 miliardi in agevolazioni fiscali e contributive.

A causa di un maggior costo del lavoro (solo parzialmente compensato dalle agevolazioni) la Francia ha perso competitività – come dimostrano tutti i dati, a partire da quello sulle quote di export francese nell’Eurozona e tra i Paesi della zona euro verso l’estero – proprio quando la Germania stava riorganizzando la propria. Le conseguenze sono state devastanti in alcuni comparti dell'amministrazione pubblica, in particolare la sanità. La spesa in personale degli enti locali, che hanno assunto alla grande, è esplosa. I margini delle imprese si sono ridotti (e stanno risalendo solo ora grazie ai 40 miliardi di “sostegno” pubblico). E poi ci sono i danni immateriali e non misurabili: il fatto che nella testa della gente (in un Paese dove a 30 anni già si inizia a vedere la pensione come una liberazione) si sia installata l’idea che lavorare meno è bello; il clima di sfiducia, di sospetto, di diffidenza, infine, che contraddistingue da allora i rapporti tra imprese e Stato.

Nessun commento:

Posta un commento