L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 giugno 2017

L'Arabia Saudita ha morso la Fratellanza Musulmana, e ha addentato l'Iran, ci saranno ripercussioni

Perchè gli USA non possono perdere il Qatar

Il Paese ospita la base militare americana più grande del Medioriente
di REDAZIONE 6 giugno 2017 12:00


Si parla di un ‘effetto Trump’ sulla decisione dei tre Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati e Bahrein) più l’Egitto e lo Yemen di rompere le relazioni diplomatiche con il Qatar, ma parrebbe che gli americani non si aspettassero una mossa di tale portata. Secondo molti analisti e diplomatici occidentali il timing di questa crisi nel Golfo va oltre il Qatar, e oltre l’accusa ‘formale’ che sta alla base, quella del sostegno al terrorismo.

Alla rottura è stato dato una sorta di via libera con la visita del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Riyad, improntata all’attacco dell’Iran, i leader del Golfo si sono sentiti legittimati a muovere contro Doha, il battitore libero del Golfo, l’Emirato da sempre recalcitrante alla leadership dell’Arabia Saudita. La rottura sembra, dunque, un atto che va oltre le intenzioni di Washington. Adesso gli americani, in testa il Segretario di Stato, Rex Tillerson, stanno cercando di contenere il danno. «Dovremmo certamente incoraggiare le parti a sedersi al tavolo e a risolvere le loro differenze», ha detto Rex Tillerson. Russia e Turchia stanno cercando di mediare, presumibilmente tenendosi in stretto contatto con l’Amministrazione Trump.

Dopo il viaggio di Trump a Riyad del ​​20 e il 21 maggio, la leadership dell’Arabia Saudita nel Golfo si rapidamente rafforzata, ed è diventato evidente lo schema: Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti da un lato, Qatar dall’altro. L’Arabia Saudita ha guadagno posizioni, ma non può questo avvenire al prezzo della perdita del Qatar, come sottolinea Lori Plotkin Boghardt del Washington Institute, in una composita analisi dello scorso 1° giugno sulla centralità dell’area per la politica americana nell’area. 

Secondo Boghardt, l’Amministrazione Trump non si aspettava ripercussioni così importanti e impreviste dopo la sua visita. Tuttavia, alcune di queste ‘conseguenze impreviste’ potrebbero essere accolte con piacere da Washington. Era da tempo che le posizioni ambivalenti del Qatar nei confronti del più grande concorrente per il primato di prima potenza regionale – l’Iran – risultavano scomode alla ‘coalizione’ filo-sunnita guidata dai Sauditi e appoggiata dagli Stati Uniti: «L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sembrano ansiosi di persuadere Doha ad alterare la sua politica con Teheran, gruppi islamisti e altre forze destabilizzatrici in modo che le politiche del Qatar siano in linea con quelle degli altri Paesi del Golfo», si legge nel report del Washington Institute. Già dal 2014 i rapporti si erano incrinati. In quella occasione i Paesi vicini avevano ritirato i loro ambasciatori da Doha per otto mesi.

Ma quella con l’Iran non è più l’unica battaglia e ora l’Amministrazione Trump deve risolvere questa grana proprio per poter raggiungere i suoi più ambiziosi obiettivi: lotta al terrorismo e all’ISIS. Innanzitutto per motivi di ‘facciata’: i numerosi incontri tra gli americani e i diplomatici del Qatar hanno sempre fatto pensare a una coalizione di ferro nella penisola arabica, con Trump che aveva commentato le relazioni tra i due Paesi come «estremamente buone». Inoltre, il Qatar è – militarmente – di estrema importanza per Washington, così tanto che sono forti le pressioni all’interno della Casa Bianca per non ritirare nessuna truppo dal Paese: Il Qatar ospita, infatti, la più grande base militare americana del Medio Oriente, centrale per le operazioni aeree contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria. La decisione di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto di rompere ogni rapporto con il Qatar, pone dunque un problema per gli Stati Uniti, tanto più che gli aerei di Arabia Saudita Bahrein ed Emirati partecipano alle operazioni contro l’Is. Inoltre in Bahrein vi è la base della Quinta flotta americana e negli Emirati si trovano basi aeree utilizzate dalla coalizione anti Is guidata da Washington. E ora come si farà a coordinare le operazioni se i rappresentanti militari di Riad, Manama e Abu Dhabi non potranno più risiedere nella base di al Udeid o visitarla?

Situata ad una trentina di chilometri a sud ovest di Doha, la base di Al Udeid (nota anche come aeroporto Abu Nakhlah) ospita il personale dell’aeronautica del Qatar, le forze americane e il quartier generale britannico per le operazioni contro l’Is. Nella base si trovano circa 11mila militari americani e l’Us Combined Air Operations Center (Caoc), quartier generale avanzato del Central Command americano che guida e controlla l’azione dell’aviazione americana nei cieli di Iraq, Siria, Afghanistan e altre 17 nazioni. In pratica qui vi è il centro per il comando, la logistica e la base di partenza per le operazioni militari dell’aviazione americana in Medio Oriente. Dotata di una delle piste di atterraggio più lunghe del Golfo Persico (3,81 km), la base americana può ospitare fino a 120 aerei, riferisce la ‘Cnn’. Nel 2016 è stata usata come base per i bombardieri B52 che compiono raid aerei contro l’Is in Iraq e Siria. Al momento vi sono un centinaio di velivoli statunitensi, compresi bombardieri B1, aerei da trasporto, rifornimento in volo e ricognizione. In passato vi erano dispiegati i caccia F-16 e gli aerei da ricognizione E-8C Joint Stars impiegati in Afghanistan.
La presenza militare americana è legata all’Accordo di Cooperazione per la Difesa firmato dai due Paesi dopo l’operazione Desert Storm (la prima guerra contro l’Iraq) nel 1991. Il Qatar ha investito oltre un miliardo di dollari per costruire la base negli anni novanta. Gli americani hanno trasferito qui le loro operazioni nel 2003, lasciando la base aerea saudita di Prince Sultan. Washington ha investito 60 milioni di dollari per la costruzione degli impianti del Caoc.

E’ evidente che ora per il sistema militare USA l’isolamento del Qatar è un problema, e non da poco. Ma è probabilmente il prezzo da pagare per la strategia Trump in fatto di contrasto al sistema di finanziamento al terrorismo. Lori Plotkin Boghardt sottolinea come molto si sia discusso nel contesto della nuova Amministrazione su come Doha stesse impegnandosi sul contrasto del finanziamento al terrorismo. “Molto lenti” sono stati considerati, per esempio, i progressi per rendere il Qatar un ambiente ostile alle attività terroristiche.

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