L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 5 giugno 2017

L'Arabia Saudita si scaglia contro il Qatar che ha una politica diversa dal wahabismo salafita, autonomamente ed indipendentemente tiene le fila della rete della Fratellanza Musulmana che non è succube degli Stati Uniti e che progetta l'occupazione dell'Europa, praticando la dissimulazione. L'Arabia Saudita è il genitore dell'Isis/al Qaeda che fa il gioco della Strategia della Paura voluta dall'èlite finanziaria statunitense. Trump ha fatto da catalizzatore, accelerando il processo in vista dello scontro all'ultimo sangue che gli ha dichiarato in patria la medesima èlite che ha progettato la Strategia del Caos


Monarchie del petrolio contro il Qatar, ecco perché e cosa rischia l'emirato

Qatar isolato nel mondo arabo. Le monarchie del Golfo Persico e l'Egitto comminano sanzioni contro l'emirato, dando origine alla più grave crisi diplomatica dai tempi di Saddam Hussein.

Giuseppe Timpone
Oggi - 05 Giugno 2017, ore 16:59


E’ appena scoppiata la più grande crisi geo-politica nel Golfo Persico dal 1990, quando l’Iraq di Saddam Hussein occupò il Kuwait. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno interrotto i legami diplomatici ed economici con il Qatar, l’emirato sito nel nord-est della Penisola Araba, accusandolo di fomentare il terrorismo jihadista dell’ISIS e di Al Qaeda, nonché di tenere legami con l’Iran. Il passo è stato annunciato a sole due settimane dalla visita del presidente Donald Trump a Riad, dove ha incontrato i rappresentanti delle monarchie del golfo, compresi quelli del Qatar, ma anche leaders a capo di repubbliche, come nel caso di Al Sisi per l’Egitto. In quell’occasione è sorta una cosiddetta NATO araba, con l’obiettivo di combattere il terrorismo e di isolare politicamente Teheran, acerrima nemica dei sauditi. (Leggi anche: Mondo islamico accoglie Trump con mega-accordi miliardari)

Gli ambasciatori dei quattro suddetti paesi hanno tempo 48 ore per lasciare l’emirato. Sono interrotti i rapporti aerei, marittimi e stradali con il Qatar, i cui cittadini dovranno lasciare i quattro paesi entro un paio di settimane, così come dovranno lasciare l’emirato i cittadini sauditi, degli Emirati Arabi e del Bahrein, mentre non siamo ancora se una simile disposizione verrà impartita da Il Cairo. Si stima che 180.000 egiziani risiederebbero nel Qatar, molti dei quali sarebbero essenziali alla sua economia, trattandosi di ingegneri, medici e legali, coinvolti in progetti infrastrutturali. L’inimicizia dell’Egitto nasce dal sostegno qatarino al presidente Mohammad Morsi, quando nel 2011 vinse le elezioni, dando vita a una repubblica di natura filo-islamica, rovesciata due anni più tardi da manifestazioni imponenti di piazza e da un colpo di stato militare.

Qatar è un gigante economico nel mondo arabo

In effetti, stamattina il prezzo del petrolio è salito di circa l’1,5% sulla notizia della rottura dei rapporti diplomatici, essendo il Qatar un membro dell’OPEC, seppure con una produzione tra le più basse del cartello, ovvero pari a 600.000 barili al giorno. A metà seduta, però, le quotazioni hanno iniziato a ripiegare e al momento sostano sotto i 50 dollari per il Brent e a 47 per il Wti americano, essendo svanite le preoccupazioni su un’interruzione delle forniture di greggio da parte dell’emirato e tornando il mercato a concentrarsi sull’eccesso di offerta, come evidenzierebbe l’ennesimo aumento dei siti estrattivi negli USA. (Leggi anche: Golfo Persico, petrolio fino a 95 dollari per evitare crisi fiscale)

Ma il caso Qatar è tutt’altro che insignificante sul piano economico, oltre che geo-politico. Anzitutto, a differenza delle tradizionali divisioni tra sunniti e sciiti, qui si ha un’azione ritorsiva nei confronti di uno stato wahabita, ovvero appartenente alla stessa cultura religiosa ultra-conservatrice dei sauditi. Lo stato da 2,7 milioni di abitanti dispone di uno dei fondi sovrani più grandi al mondo, il Qatar Investment Authority, dotato di 335 miliardi di dollari di risorse, investite parzialmente anche in Italia. Si pensi a Unicredit. E sempre il Qatar ospita Al Jazeera, il primo network in lingua araba, accusato sin dall’inizio del Millennio di fomentare l’estremismo islamico e di attentare alla sicurezza delle altre monarche del golfo. E che dire di Qatar Airways, prestigiosa compagnia aerea nazionale?

A rischio le importazioni di cibo

L’emirato è diventato di tale importanza nel panorama economico mondiale, che si è aggiudicato l’organizzazione dei mondiali di calcio per il 2022, quando per le condizioni climatiche particolari, è probabile che il torneo si disputerà non più in estate, ma alla fine dell’anno. Per l’evento, Doha ha in programma di spendere 200 miliardi di dollari in infrastrutture, necessitando, però, della tenuta del mercato dei titoli di stato nazionali, il quale ad oggi gode di ottima salute, se è vero che i bond a 10 anni rendono solo il 3,1%.

Le sanzioni del quartetto appaiono rischiose per l’economia qatarina. Si consideri che il territorio dell’emirato è desertico, per cui non è grado di assicurare l’indipendenza alimentare alla popolazione locale. Per questo, solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi rappresentano il 30% delle importazioni di cibo del Qatar e pare che il 40% di queste avvenga attraverso il confine proprio con la frontiera saudita, che verrà allo scopo chiusa.

Il tonfo delle importazioni alimentari e la necessaria ricerca di vie alternative, quanto più dispendiose, potrebbe fare impennare l’inflazione nel paese, con conseguenze potenzialmente drammatiche per i suoi abitanti, i quali potrebbero accrescere così la pressione sulla famiglia regnante, affinché ceda alle richieste dei paesi del Golfo per tagliare i rapporti con il jihadismo e l’Iran. Ed è molto probabile che punti proprio a questo la coalizione guidata da Riad.

Il Qatar Stock Exchange, principale indice della borsa locale, ha ceduto oggi il 7,3%, anche se sul fronte finanziario le preoccupazioni potrebbero risultare esagerate, disponendo Doha di un grande fondo sovrano contro i rischi e ammontando al 5-10% la quota di azioni detenuta dagli investitori residenti nei paesi da cui sono scattate le sanzioni.

OPEC sempre più in frantumi

Attenzione, infine, a non sottovalutare l’impatto che lo scontro in atto avrà sull’OPEC. Il cartello appare già molto diviso al suo interno e il caso in corso non potrà che indebolire l’impegno che esso ha assunto per tagliare l’eccesso di offerta di petrolio sul mercato mondiale, estendendo alla fine del mese scorso di nove mesi l’accordo siglato a novembre.

Tra Qatar e Iran, sono in ballo quasi 5 milioni di barili al giorno, a cui se ne aggiungono altri 2,3 da Nigeria e Libia, altri due stati esentati dal taglio, avendo subito nel corso degli ultimi tempi contraccolpi notevoli alle rispettive produzioni. Senza parlare del Venezuela, che con altri 2,2 milioni di barili al giorno estratti sfugge a ogni controllo, essendo il paese in pieno tracollo economico e avendo la necessità di incassare quanti più dollari possibili dalla vendita di greggio. In altre parole, oltre un quarto della produzione OPEC avverrebbe in paesi non controllabili dalla leadership di Riad, riducendo la credibilità dell’impegno dell’organizzazione e il potere di mercato dei sauditi, secondo produttori e primi esportatori al mondo, ma con una quota in calo per sostenere i prezzi. (Leggi anche: Petrolio, OPEC condannata a fare un altro passo indietro)

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