L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 23 giugno 2017

l'Arabia Saudita va alla guerra insieme agli ebrei

ARABIA SAUDITA - 22 June 2017 - 15:00

Mohammed Bin Salman successore al trono saudita: si rafforza l’asse Riad-Washington

La nomina del figlio di re Salman a futuro monarca non deve sorprendere. Nella manovra di accerchiamento dell’Iran potrà contare sulla collaborazione di Stati Uniti e Israele


di Alfredo Mantici

Il 21 giugno con una mossa a sorpresa il re dell’Arabia Saudita, Salman Bin Abdulaziz, ha nominato suo figlio Mohammed Bin Salman, attuale ministro della Difesa, “principe della corona”. Sarà dunque lui il successore il trono al posto di Mohammed Bin Nayef, 57 anni, nipote del re e ministro dell’Interno.

La nomina del principe trentunenne ha ricevuto l’appoggio dell’Allegiance Council, il Consiglio dei saggi formato da 34 membri della famiglia reale che ha approvato la decisione di re Salman con 31 voti a favore e solo 3 contrari. Per tradizione in Arabia Saudita il re sale al trono sempre in tarda età. Oggi Salman ha 81 anni ed è in pessime condizioni di salute, motivo per cui si fa concreta la prospettiva di una non lontana successione alla guida della monarchia con al potere un giovane e dinamico re che potrebbe governare l’Arabia Saudita per i prossimi decenni.

(Mohammed Bin Nayef, nipote del re Salman Bin Abdulaziz)

Come detto, la scelta di Mohammed Bin Salman, noto anche come “MbS”, è caduta come un fulmine a ciel sereno nel palazzo reale di Riad, sconvolgendo i delicati equilibri interni della numerosa e turbolenta famiglia reale: 7mila membri che occupano tutti i posti di potere politici e amministrativi. I componenti più influenti di Casa Saud erano in gran parte schierati a favore dell’ex principe della corona, Mohammed Bin Najef, che negli ultimi anni si era segnalato come efficiente e spietato capo dell’antiterrorismo saudita, ritenuto più idoneo per una successione in linea con la tradizione anche perché, essendo gravemente ammalato di diabete e sofferente per i postumi di un attentato subito nel 2009, difficilmente avrebbe potuto regnare a lungo.

Cosa centra Trump con la scelta di re Salman

La mossa di re Salman non può non essere messa in relazione con il cambio di strategia saudita innescato dalla visita a Riad di Donald Trump dello scorso maggio, da cui è scaturita la successiva rottura delle relazioni diplomatiche ed economiche dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e degli Stati del Golfo con il Qatar.

Durante la sua visita il presidente americano, oltre a concordare proprio con il principe Mohammed Bin Salman una gigantesca fornitura di materiale bellico e di alta tecnologia ai sauditi per la cifra astronomica di 350 miliardi di dollari, aveva ottenuto da re Salman non soltanto la promessa di un appoggio totale nella guerra contro il Califfato e il terrorismo jihadista, ma anche il sostegno del mondo sunnita contro il regime sciita degli Ayatollah iraniani.

(Riad, maggio 2017: Trump insieme al re dell’Arabia Saudita Salman Bin Abdulaziz)

Il risultato immediato di questi accordi si era visto a pochi giorni dalla conclusione della visita di Trump in Arabia, quando il Qatar – accusato di finanziare i Fratelli Musulmani e i jihadisti in tutto il mondo arabo e di intrattenere relazioni di “amicizia” con Teheran – si è trovato improvvisamente isolato e sottoposto a un durissimo blocco commerciale, al punto che per i suoi rifornimenti alimentari oggi Doha sopravvive grazie al soccorso della Turchia.

L’accerchiamento dell’Iran 

Nonostante la giovane età, Mohammed Bin Salman ricopre già da anni incarichi di vertice. Come ministro della Difesa dirige le operazioni militari che nel vicino Yemen vedono le forze saudite schierate in campo da oltre due anni contro i ribelli Houthi. Quella yemenita si sta rivelando una campagna fallimentare per Riad considerato che i secessionisti sciiti, con il sostegno di Teheran e delle milizie fedeli all’ex presidente Saleh, si sono impadroniti della capitale Saana e stanno tentando di staccare lo Yemen dall’orbita sunnita.

(Mohammed Bin Salman, successore al trono del re Salman Bin Abdulaziz)

Mohammed Bin Salman non è però assolutamente intenzionato a mollare la presa sugli Houthi e, soprattutto, sull’Iran. Durante i colloqui di Riad con Donald Trump, il principe non ha fatto mistero della sua ostilità nei confronti dell’Iran e della sua politica di espansione e di sostegno a tutte le minoranze sciite nella regione del Golfo e in Medio Oriente. Nell’occasione, ha espresso una valutazione totalmente negativa della “non politica” di Barack Obama in Medio Oriente e dell’accordo sul nucleare iraniano fortemente voluto dall’ex presidente americano.

Già nel corso del loro primo incontro a Washington nel marzo scorso, Trump ed “MbS” si erano accordati su una comune strategia in grado – come recitava il comunicato congiunto diffuso al termine dei colloqui – di «arginare le attività destabilizzanti dell’Iran nella regione».

Le scelte economiche

Mohammed Bin Salman è molto popolare in Arabia Saudita soprattutto per il suo progetto di modernizzazione del Paese Saudi Vision 2030. Tra le riforme economiche e sociali del programma, illustrato in un saggio a sua firma, primeggia il progetto di affrancare il regno saudita dalla dipendenza dal petrolio partendo dalla privatizzazione del gigante petrolifero di stato Aramco.

Una sintesi del pensiero di Mohammed Bin Salman è contenuta in un’intervista che aveva rilasciato lo scorso anno al settimanale inglese The Economist, nella quale il principe definiva il suo progetto per la costruzione di una nuova Arabia. «Il Paese in cui spero – affermava – è un Paese non dipendente dal petrolio, con un’economia dinamica e leggi trasparenti; un’Arabia Saudita con una forte posizione nel mondo, in grado di soddisfare i sogni di ogni suo cittadino; un’Arabia Saudita che garantisca la partecipazione di tutti i suoi cittadini al processo decisionale: Il mio sogno di giovane uomo saudita e quello di creare un Paese migliore».



Un programma politico ambizioso che il principe della corona dovrà impegnarsi a mettere in pratica il giorno in cui salirà al trono, quando avrà la prospettiva teorica di poter regnare a lungo, a differenza di tutti i suoi predecessori.

Al momento la sua nomina segna comunque il successo delle correnti più progressiste del regno e anche del suo sponsor internazionale, Donald Trump. È innegabile, infatti, che la decisione di re Salman di scegliere come suo successore il giovane “MbS” si inquadri perfettamente nella strategia concordata con il presidente americano fin dallo scorso marzo, mirata all’accerchiamento strategico dell’Iran, alla neutralizzazione del Qatar e all’eliminazione della minaccia jihadista. Una strategia che il prossimo re potrà sviluppare con l’energia della sua giovane età e con l’esperienza maturata come ministro della Difesa del regno. Nel suo mandato “MbS” potrà contare non solo sul sostegno americano ma anche sulla “non ostilità” di Israele. Come già avvenuto nel 1991 durante il confronto con Saddam Hussein, per tutelare i propri interessi nazionali Tel Aviv non si farà problemi a schierarsi al fianco del fronte arabo moderato.

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