L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 giugno 2017

Libia - abbiamo permesso agli Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia di bombardare un popolo amico, anzi siamo stato parte attiva, Il nostro popolo ha abbandonato il popolo libico siamo dei traditori

ABBIAMO PERSO LA LIBIA!


(di Andrea Cucco)
13/06/17 

Ricordate il 2003? Il ministro dell'informazione iracheno Al Sahaf - con gli americani oramai a pochi chilometri – continuava a negare la realtà sul campo e annunciava caparbiamente la loro sconfitta... Se paragonato a ciò che si (o “non si”) racconta sulla Libia odierna lo potremmo definire un realista.

Pochi giorni fa è avvenuto un episodio che cambia radicalmente le carte in tavola nel Paese nordafricano. È stato liberato dopo quasi sei anni di reclusione Saif al-Islam Mu'ammar Gheddafi, il secondogenito del deposto (e assassinato) raìs.

La notizia, ufficialmente, non ha turbato nessuno. Sulla stampa si sono sottolineate le imputazioni nei suoi confronti da parte della Corte Penale Internazionale per crimini contro l'umanità commessi nel 2011. Tali accuse non hanno portato ad alcun processo, se non in contumacia - con tanto di sentenza di morte nel 2015. Dal momento che Tripoli già allora non aveva l'autorità e la forza nemmeno per verbalizzare un divieto di sosta, Saif Gheddafi è stato tenuto in naftalina a Zintan, da una fazione rivale di Tripoli ed amica di Tobruk, attendendo tempi migliori.

Probabilmente non avranno destato attenzione le manifestazioni di giubilo innescate dalla liberazione tra il nostro personale diplomatico. Vivere strapagati in un compound blindato senza contatti attendibili con il Paese in cui si presta servizio, è una tradizione per gli italiani. Lo abbiamo verificato anche in altri Paesi. Peccato che poi tra le fonti della nostra intelligence quelle diplomatiche abbiano un peso privilegiato...

Euforia per la liberazione di Gheddafi junior ci è stata testimoniata in quasi tutto il Paese. Sicuramente sarebbe stata impossibile o comunque più circoscritta per un familiare del raìs nel 2011, ma dopo sei anni è tutto diverso. Lo è perché – come testimoniano nostre fonti in Libia – ogni promessa di pace prosperità e sviluppo è stata disattesa. Il “bel suol d'amore” si è tramutato in una nazione fallita:
sul piano politico, perché dopo sei anni non è riuscita ancora a darsi un governo unitario;
sul piano economico, perché è crollato il potere d'acquisto di una popolazione che accoglieva lavoratori da tutto il continente e che ora li vede ammassarsi anche solo per la semplice impossibilità di ritornare a casa (800.000 potenziali profughi in attesa di essere imbarcati);
sul piano sociale, perché le nuove generazioni non hanno prospettive e sono sempre più ostaggio di violenza e droga (“cosa impensabile ai tempi di Gheddafi”, ci viene testimoniato).

Una novità preoccupante, inedita ma eloquente, è la propensione degli stessi libici a lasciare la madrepatria.

Tutto questo è il risultato della politica “corretta” di chi ha rovesciato un regime per consegnare un popolo che - senza un feroce dittatore – è tornato ad essere un'accozzaglia di tribù.

Odio e rancore sono i sentimenti nei confronti di chi ha illuso e poi tradito. Disprezzo e delusione verso l’Europa e l’Occidente in genere, sono ormai sentimenti più che striscianti.

Débâcle generale? Tutt'altro.

Paesi che come la Francia hanno giocato in Libia una partita accorta e hanno scelto il giusto player, guadagneranno molto da quanto seminato.

Gli unici a metterci e rimetterci la faccia siamo stati noi. Per l'Italia le cose (o affari che dir si voglia) sarebbero potuti e dovuti andare meglio.

L'unica cosa che ci avevano pregato di non fare era di essere passacarte di interessi altrui (v.articolo) .

Detto fatto.

In una Libia divisa tra centinaia di fazioni e nessun governo, siamo riusciti a trasformate il generale Haftar, unico uomo capace di realizzare l'unità nazonale, in un rivale.

La metà del Paese che lo appoggia ha appena fatto una mossa risolutiva: raccogliere il consenso della Libia delusa che si guarda alle spalle con rimpianto.

“È stato cercato un accordo per elezioni”. Questa il risultato e la sola strategia che la nostra “intellighenzia democratica” è stata capace di partorire.

Gli altri però non sono stati a guardare: Haftar più Gheddafi fanno il 90% dei voti.

Abbiamo perso. 

(foto: ICC)

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