L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 giugno 2017

Mauro Bottarelli - Il sistema bancario spagnolo ci rivela lo stato dell'arte del sistema bancario italiano ed europeo tutto

SPY FINANZA/ Da Spagna e Fed i nuovi pericoli per l'Italia

Non arrivano buone notizie per i mercati e per l'Italia. Converrebbe, spiega MAURO BOTTARELLI, che oggi la Federal Reserve non alzasse i tassi di interesse Usa

14 GIUGNO 2017 MAURO BOTTARELLI

Janet Yellen (Lapresse)

Come volevasi dimostrare, è cominciata la tarantella dell'irresponsabilità. Nemmeno 24 ore dalla chiusura dei seggi per le amministrative e la guerra dei numeri, in vista dei ballottaggi, ha già catapultato l'intera scena politica italiana in campagna elettorale permanente. Il Paese? Chissenefrega, qui parliamo di poltrone. Il centrodestra, quello unito che dovrebbe fare faville alle prossime legislative, non ha perso nemmeno un secondo nel lanciarsi in una patetica disputa aritmetica su chi conti di più tra Forza Italia e Lega Nord, con gli esponenti dei due partiti che dai salotti dei talk-show snocciolano percentuali dell'ultimo comune del rodigino per dimostrare di avere lo zero virgola in più: ricordano i bambini piccoli, peccato dovrebbero formalmente occuparsi del bene comune e del governo della nazione. Il centrosinistra non sta meglio, visto che se Matteo Renzi ha preferito travestirsi da premier responsabile, andando tra i terremotati a constatare come non una delle sue promesse sia stata mantenuta, gli esponenti delle varie forze d'area hanno cominciato fin da subito a punzecchiarsi: non ci può essere coalizione con Matteo Renzi premier e senza primarie. Sui grillini e il loro dibattito, mi appello al silenzio per carità di patria del defunto Francesco Cossiga, salvo segnalare la furbata fuori tempo massimo dal sindaco Raggi rispetto allo stop all'arrivo di migranti nella capitale. Mi chiedo una cosa: sanno cosa sta accadendo e fingono di ignorarlo o lo ignorano davvero, cosa ancor più grave? 

Perché nel silenzio generale dei media italiani, troppo occupati a chiedere la revoca dello status di essere umano per Vladimir Putin, lunedì l'autorità di Borsa spagnola (Cnmv) ha imposto il bando sulle vendite allo scoperto sui titoli di un'altra banca in crisi, LiberBank. Insomma, a pochi giorni dal "salvataggio" di Banco Popular da parte di Santander, con pesanti perdite subordinate per gli obbligazionisti e i creditori, ecco che un altro istituto accende la sirena dell'allarme per necessità di capitale. Et voilà, Cnmv ed European Securities and Markets Authority (Esma) impongono il divieto di short-selling per un mese: «La fiducia del mercato è deteriorata in relazione a parte del settore bancario locale», scriveva laconico l'ente di vigilanza iberico in un comunicato. Di fatto, da ieri è proibito agli investitori aprire o aggiungere posizioni nette corte a quelle esistenti: al 26 maggio scorso, ultimo dato disponibile, l'1,4% di titoli di LiberBank era in prestito per attività speculative ribassiste. Detto fatto, dopo essere crollato venerdì, il titolo lunedì ha guadagnato il 30% e anche il bond ha visto la propria valutazione salire del 4,6%. 

Ecco le parole del Ceo della banca, Manuel Menendez in una lettera inviata domenica agli investitori: «LiberBank è un istituto solido e le sue ratio di solvibilità eccedono i requisiti regolatori. A oggi, abbiamo una posizione di liquidità tra le migliori della banche spagnole quotate. La recente volatilità sui titoli è stata causata da elementi esterni di natura speculativa, visto che non sono occorsi fatti in grado di spiegare il brutale scostamento di prezzo dei titoli che si è registrato». Insomma, tutto bene? Mica tanto, per due motivi. Primo, se la speculazione si muove è perché sa qualcosa. E trattandosi di soggetti che rischiano di loro, senza salvagente statale, difficilmente azzardano. Secondo, nel suo comunicato l'Esma rendeva noto che «il bail-in di Banco Popular ha enormemente aumentato la sensibilità del mercato spagnolo e degli investitori esteri. C'è il rischio che possibili casi simili emergano in futuro». 

Insomma, il sistema bancario spagnolo è tutt'altro che sano e cominciano a cadere istituti come pere mature: loro, almeno, intervengono. Noi stiamo ancora trattando sulle due banche venete, mentre l'ambiente sottostante viene minato dalla crisi, per ora ancora sottotraccia, della banche iberiche: siamo pronti all'evenienza peggiore, ovvero bail-in brutale sui due istituti in crisi? Magari con un precipitare della situazione in estate piena, quando i regolatori e i governi hanno la guardia abbassata e i bassi volumi di Borsa rischiano di trasformare in tsunami anche un piccolo attacco speculativo? E non basta. Anzi, la questione spagnola è - paradossalmente - una goccia nel mare di guai globali all'orizzonte. Questo grafico ci mostra come venerdì scorso il timore di esplosione della bolla tecnologica sull'indice Nasdaq abbia portato chi investe a comprare protezione da crolli attraverso opzioni put sull'Etf dell'indice al massimo livello dal settembre 2008, ovvero dalla crisi Lehman Brothers. Insomma, si cerca di tamponare il tonfo delle mitiche Fang (Facebook, Amazon, Netflix e Google), le azioni che da sole pesano per oltre il 60% dell'indice tech di New York. 


Oggi la tempesta registrata sul finire della scorsa settimana pare del tutto placata: come mai? I soliti gufi? Il Nasdaq sta benissimo, non è in bolla e anzi è più che sostenibile nel suo rally a doppia cifra? Questo grafico ci mostra in effetti come venerdì le Fang (di fatto un proxy della crescita Usa molto più serio e preciso del Pil) abbiano vissuto un andamento strano, tale da far salire l'indice a dispetto di tutte le peggiori previsioni. Come mai? Semplice, in vista della decisione odierna della Fed sui tassi di interesse, una notizia aveva sparso il buonumore: le aspettative inflazionistiche sui consumatori Usa erano calate il mese di maggio al livello più basso da quattro anni, stando a uno studio condotto proprio dalla Fed di New York. La risposta media al sondaggio ha visto il livello di aumento dei prezzi fissarsi al 2,47%, in calo dal 2,9% di aprile e appena al di sopra del 2,45% di gennaio 2016, tasso più basso da quando è iniziata la serie di tracciature nel 2013. Insomma, inflazione in calo. 


E questo cosa significa? Che la Fed, formalmente, ci penserà due volte prima di alzare i tassi, vista anche la tensione che attanaglia l'indice più esposto al leverage di Wall Street. Boom! Senza costo del denaro in rialzo - e, quindi, con i buybacks a garantire ancora aumento delle valutazioni, visto che coi tassi a zero si emette debito a valanga per poi comprare propri titoli -, le Fang festeggiano. Ma durerà questo sollievo? Questi due grafici mettono perfettamente in prospettiva la situazione: Usa sta per United States of Amazon! Al netto del gigante dello shopping on-line, le aziende americane che dipendono dal cosiddetto discretionary income dei consumatori, oggi hanno la lettura più debole dal crollo Lehman. E se il primo grafico ci mostra come la rottura del pattern sia occorsa con la fine del Q3, il secondo rende meno granitica la posizione di Amazon, visto che la sua crescita ha avuto lo stesso driver degli altri titoli azionari cosiddetti Fang. Insomma, onnipotenza delle Banche centrali. Almeno finché dura. 



E da chi dipende? Dalla Fed, la quale questa sera - attorno alle 20 ora italiana - potrebbe dirci di più rispetto a cosa ci attende. Nel frattempo, sono stati i report di due banche d'affari a spalancare il vaso di Pandora. Nel primo, Goldman Sachs ha esplicitamente parlato di air pocket, bolla d'aria per i titoli tecnologici, ricordando come Amazon stia viaggiando a un rapporto prezzo-utili di 89 contro una media di 58 ai tempi dei picchi della bolla tecnologica di fine millennio, con i ritorni sul capitale al 10% contro il 16% del 2000. Valutazioni eccessive, appunto. Il tutto mentre un altro report, stavolta di Bank of America Merrill Lynch, avvertiva di come i grandi fondi d'investimento abbiano raggiunto il record storico di esposizione sui titoli tech, superando i livelli del 2000. I mercati - inquieti per l'indebolimento di Trump e della relativa ambiziosissima agenda, ma anche per l'incertezza sulle mosse della Fed - hanno tirato le somme, vendendo tech (settore che da inizio anno ha guadagnato circa il 19%) e acquistando energetici (che in sei mesi sono scesi del 20% circa). 

Insomma, siamo ai prodromi della tempesta perfetta, sperando che oggi Janet Yellen si metta una mano sulla coscienza e calci ancora un po' in avanti la lattina del redde rationem per gli indici. Sicuri di poterci permettere discussioni su chi ha preso più voti a Monza tra Forza Italia e Lega Nord o sul progetto federativo di Giuliano Pisapia, in un ambiente simile? Attenti alle banche spagnole, il nostro canarino nella miniera di carbone solo loro, non lo spread.

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