L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 5 giugno 2017

Mauro Bottarelli - La Strategia della Paura da oggi in poi, anche se non invitata, interverrà in tutte le elezioni, è il partito più forte in circolazione, alimentato dalla manovalanza degli islamici, dalla copertura dell'hollywoodista Isis, dalla propaganda di Rita Katz, dal concerto dei servizi segreti, dalla morte sempre certa degli attentatori, dalla gran cassa di risonanza del Circo Mediatico che di anno in anno frequenta con suoi rappresentanti a turno il Bilderberg annuale, dall’Immigrazione di Rimpiazzo, dal lavorio delle Ong sovvenzionate dall’élite globale. Obiettivo destabilizzare il poco che resta degli Stati e creare il Caos Permante

SPY FINANZA/ Gli interessi economici dietro la strategia del terrore

Dopo gli attacchi di Londra sembra confermarsi l’instaurazione di un clima di paura e terrore. Che, dice MAURO BOTTARELLI, potrebbe servire a qualcuno a livello economico 

04 GIUGNO 2017 MAURO BOTTARELLI


Lapresse

Più che imporre il Califfato islamico, vogliono imporre quello della paura. Permanente. Ubiqua. E, purtroppo, questa agenda vede collidere interessi diversi. Inconfessati e inconfessabili. Quanto accaduto a Londra mostra la faccia impaurita dell’Occidente e la sua incapacità di controllore il caos, da qualsiasi sorgente esso sgorghi: il Regno Unito ha mostrato la sua faccia più determinata ed efficiente a Cardiff, in occasione della finale di Champions League, ma, contemporaneamente al deflusso dei tifosi, Londra veniva colpita al cuore, Tower Bridge, un simbolo, quello che nella canzoncina delle scuole medie is falling down. Ma questa non è una filastrocca, è una litania di morte. La quale arriva a pochi giorni dal voto di giovedì prossimo proprio nel Regno Unito, dove il governo di Theresa May si trova alle prese con il meteoritico recupero dei laburisti nei sondaggi e, da ieri notte, con una grana in più da affrontare: l’emergenza sicurezza.

La quale, fino all’ultimo sondaggio compiuto da YouGov, non rientrava nelle prime tre priorità degli elettori britannici, i quali infatti avevano il focus su Brexit, immigrazione e sanità. Ora, questa emergenza è stata spinta a forza dentro il dibattito elettorale da un van che si lancia sulla folla e tre uomini che menano fendenti con coltellaci da cucina. Un dibattito elettorale, giova ricordarlo, che sarà monco negli ultimi giorni, quelli più importanti: a livello nazionale, infatti, la campagna elettorale è sospesa. Sì al porta a porta e ai comizi nei comuni, ma nulla a livello di grande copertura mediatica: l’ultima immagine che gli elettori si porteranno negli occhi, andando alle urne, sarà quella di Tower Bridge.

E, infatti, ieri Theresa May ha scoperchiato il vaso di Pandora neo-con, parlando chiaramente di «tre attentati di matrice islamica nelle ultime settimane, ora basta. Servono pene più severe». L’understatement britannico ha ceduto alla legge dell’emergenza, il Londonistan ha prevalso sulla ragione, la pancia sul cervello. La dinamica dell’attentato rientra nell’ottica di quanto comunicato dall’Isis ai suoi miliziani in Occidente, qualche mese fa: colpite usando camion, auto e coltelli. Colpite i cosiddetti soft targets, i bar come le piazze, gli stadi come le vie dello shopping. La morte dei tre terroristi, certo non aiuterà le indagini e non ci dirà se dietro al gesto ci sia una rete organizzata o il delirio di uomini animati da volontà di sangue: ma, in realtà, forse poco ci importa di tutto questo. Siamo nella rete di un ragno che si nutre generando paura e ci siamo precipitati nell’arco di poche settimane, quasi l’attentato di Manchester fosse il colpo di pistola dello starter in una gara di atletica: da quel momento, il manto dell’insicurezza doveva coprire le nostre spalle. E quante cose sono successe da allora, tutte coperte dal rumore del “terrorismo”.

Il presidente egiziano Al-Sisi, accostato da George Soros a Vladimir Putin e Recep Erdogan come minacce per l’Ue nel suo discorso di giovedì a Bruxelles, ha promulgato la legge che limita l’operato delle Ong estere nel Paese, quasi un portarsi avanti con il lavoro di prevenzione rispetto a nuove primavere arabe. In tal senso, poi, il New York Times dedicava un lungo reportage ai giovani disoccupati tunisini, parlando chiaramente di una seconda stagione di proteste ormai alle porte nel Paese. E mentre noi ci occupavamo del no di Trump agli Accordi Parigi sui cambiamenti climatici, nel mondo succedeva dell’altro. Ad esempio, questo. Al netto del nulla di fatto emerso dal vertice Opec di due settimane fa sul congelamento della produzione di petrolio a livello globale, la Banca centrale saudita a metà della scorsa settimana rendeva noto che in aprile gli assets stranieri del Regno, leggi riserve, sono scesi sotto quota 500 miliardi per la prima volta dal 2011 e questo nonostante i 9 miliardi introitati attraverso l’emissione di bond sovrani a marzo. Il calo su base mensile è stato di 8,5 miliardi e oggi il livello delle riserve è a 493 miliardi di dollari, meno 36 miliardi da inizio anno: nel 2014 quel livello era a 730miliardi di dollari, quindi parliamo di un crollo di un terzo dal picco di tre anni fa. Non a caso, il Fmi avvisò Ryad che, avanti di quel passo, avrebbe terminato il backstop di assets esteri necessario per supportare la spesa pubblica nell’arco di 5 anni.


Com’è possibile quel calo, al netto delle misure di austerity e dei tagli imposti dal governo saudita all’economia per tamponare il deficit di budget, innescato dal crollo del prezzo del petrolio? Interpellato da Bloomberg, Mohamed Abu Basha, economista della Efg-Hermes con base al Cairo, ha dichiarato che «non vedo alcun driver principale che giustifichi un tale calo delle riserve, specialmente se fattorizziamo anche l’emissione obbligazionaria sovrana di questa primavera». Cosa potrebbe essere, quindi? Due ipotesi: o fughe di capitali in grande stile o il prezzo della guerra in Yemen che sta salendo oltre ogni previsione. E come avrebbe fatto Ryad, non più tardi di due settimane fa, a staccare un assegno da 110 miliardi a Donald Trump per comprare armamenti, al netto di queste cifre? Quale grado di spregiudicatezza di bilancio e accountability fiscale può portare a una mossa tale, calcolando che gli investimenti con gli Usa dovrebbero arrivare in totale a circa 350 miliardi di dollari? Forse la certezza di un rimbalzo netto del prezzo del petrolio.

Possibile? Non certo per le condizioni macro reali, ovvero la saturazione raggiunta dal lato dell’offerta globale. Ma si sa, nulla come un conflitto in una zona ad alta produzione può far scattare i riflessi pavloviani sui futures: sono profezie e dinamiche auto-alimentanti e auto-avveranti, è così da sempre. E siccome è noto ormai a tutti, per bocca dello stesso Trump, che nel mirino della coalizione anti-Isis a guida Usa - di cui ora fanno parte anche Ryad e gli altri Stati del Golfo, oltre alla Nato - ci sia anche l’Iran che toglie quote di produzione all’Arabia e, soprattutto, sostiene i ribelli Houthi in Yemen, a pensar male si farà anche peccato, ma si rischia di azzeccarci. Soprattutto quando un alleato di Teheran come la Russia, impegnata in Siria al fianco di soldati iraniani ed Hezbollah, alla vigilia dell’attentato di Londra, lancia un segnale chiarissimo proprio all’ultra-strategico mercato del petrolio.

Parlando della politica petrolifera del suo Paese al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il ministro dell’Economia russo, Maxim Oreshkin, ha lanciato una vera e propria bomba nello stagno: «Attualmente, noi siamo già pronti a vivere per sempre con il barile del petrolio a 40 dollari o anche meno». Impossibile per Ryad restare in piedi a cifre simili, soprattutto al netto del deficit di budget che lo scorso anno ha sfiorato il 21% del Pil. E se Ryad si indebolisce e vacilla, Usa e Israele rischiano di perdere il loro architrave in Medio Oriente. Occorre fare qualcosa e quel qualcosa può passare anche attraverso una strategia della tensione che induca la gente in Europa, il ventre molle e ancora titubante della santa alleanza contro il terrore globale, a chiedere maggiore interventismo all’estero, pur di garantire la sicurezza in casa.

E a proposito di architravi sistemici che traballano, guardate questi due grafici: dopo otto anni di amministrazione Obama, la libera impresa negli Usa a pezzi. Il Paese dell’american dream, dell’uomo che si fa da sé, dei sogni che nascono nei garage e divengono impero, ora è divenuto un luogo nemico del libero mercato, totalmente incentrato sul circolo vizioso Fed-spesa governativa-Wall Street, oltretutto in piena bolla azionaria e di leverage. Oggi, il numero di imprenditori americani è ai livelli del 1990, quando si registravano 8,7 milioni di lavoratori autonomi contro gli attuali 8,4 milioni. Peccato che nel frattempo, la popolazione Usa sia passata da 249 milioni agli attuali 321 milioni. Un’ecatombe. È su queste basi che si può rendere America great again, al netto oltretutto del rischio di correzione dei mercati, se la Fed non invertirà rotta in fretta?



Troppi i rischi sistemici per i manovratori del mondo, occorre instaurare un nuovo clima e un nuovo ordine: quello dello paura. Permanente e ubiqua. A sapete a cosa andiamo incontro, con questo clima negli occhi, nel cuore e nella mente? Giovedì voto in Gran Bretagna e board della Bce, domenica elezioni amministrative in Italia e legislative in Francia, mentre lunedì festa nazionale in Russia con proteste già annunciate da parte dell’opposizione al governo, quella sobillata e finanziata da George Soros tramite Andrei Navalny, l’eroe di Repubblica, Corriere e Stampa. Tutte coincidenze? Credeteci pure. Ma chiedetevi anche, cui prodest?

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