Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 giugno 2017

Pierlugi Fagan - siamo obbligati a rinascere scrollandoci di dosso la presunzione dei pochi, insieme siamo umanità accettando i nostri illimitati limiti



Il presente scritto dialoga con un capitolo de “L’archeologia della mente” di Jaak Panksepp (il capitolo 2), il fondatore delle neuroscienze affettive morto lo scorso Aprile. Il dialogo a distanza, verte sulla mentalità, l’immagine di mondo, il sistema del nostro pensare, un oggetto immateriale poco indagato ma fondamentale viepiù oggi che sembra necessario riformarne la sua longeva struttura che mostra diffusi segnali di disadattamento al mondo in cui ci è toccato in sorte di vivere.


Nel recente “La storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia” (Bollati Boringhieri, 2017) il professore di Harvard Daniel Lord Smail presenta un nuovo paradigma per la ricerca storica. Da una parte l’estensione temporale, già allungata da F. Braduel nel continuum della lunga durata[1], dovrebbe a questo punto riconoscere il tempo precedente l’ingiustificato taglio che fa iniziare la storia appena cinque-tremila anni fa. Biologia evoluzionistica, paleoantropologia, archeologia chiamano lo storico a superare gli autoimposti confini dello sguardo che osservando solo il recente, non vede che la fine convulsa di processi molto più lunghi. Dall’altra, unendo scienze dure, scienze umane e storia, si va al superamento del confine immaginario tra culture: “se avete a cuore il superamento delle due culture, quello proposto dal buon Charlie Snow, leggete -Storia profonda-“ come recita un post della pagina facebook del traduttore italiano dell’opera[2]. Altresì, questo richiamo alla lunga sequenza temporale in cui si sono formate le cose, riguarda da vicino anche l’organo che pensa, il CervelloMente, un richiamo che ha mosso tutta la vita di Jaak Panksepp, uno scienziato estone migrato in America, di recente scomparso al termine di una lunga e solitaria battaglia per sovvertire alcuni paradigmi non meno recentisti e riduzionisti, dell’indagine pischico-biologica.

Il punto di partenza, per Panksepp, è considerare la “Mente” il prodotto di ciò che fa il Cervello, non c’è alcuna entità terza tra le due e, in termini di sostanza, non ci sono neanche due entità ma una sola che a volte descriviamo solo per il come è composta e funziona (Cervello) ed altre volte, osservando il risultato del suo funzionamento (Mente). Tutto parte da qui, da una Teoria della mente che ci dia una immagine di uomo da cui ripartire per la revisione dell’immagine di mondo. Se non si segue questa via, ecco apparire mille contraddizioni della nostra immagine di mondo che inventa non solo entità immaginarie ma deve poi architettare impossibili contorsioni per tenerle assieme nelle descrizioni esplicative e causali. Cosa motiva questa nostra ostinata negazione dell’evidenza empirica che esiste una sola cosa-funzione ovvero la MenteCervello?

Noi esseri umani riteniamo di essere Mente. La nostra Mente è ciò che ci identifica,



















qualifica e distingue dal resto del vivente, è la nostra “specialità”. Nel corso del tempo, specificatamente noi occidentali, abbiamo costruito un impero di discorsi su questa specialità, l’abbiamo staccata dalla sua base biologica e l’abbiamo attribuita ad improbabili entità di livello trascendentale che giustificassero ancora di più il nostro sentimento di unicità e specialità. In effetti, il senso di “specialità” potrebbe esser tranquillamente coltivato ed anche con buone ragioni data l’evidenza della nostra storia di specie ma a noi non basta che esso sia relativo alla comparazione con altre specie viventi, esso deve essere assoluto e quindi la specialità che è l’estremo comunque di un continuo (differenza di grado), deve diventare “unicità” ovvero differenza di tipo. Noi siamo cosa a sé.

L’idea della separazione tra Spirito e Materia è molto antica. Prima ancora che da condizioni culturali quali poi esamineremo, essa deriva internamente alla nostra stessa condizione bio-psichica. Il nostro bio è un sistema a tempo che si forma dall’incontro tra due cellule gametiche, cresce e vive per un certo periodo, poi comincia a disfarsi nella sua organizzazione e funzionalità fino a cessare di essere, si scompone e gli ingredienti rientrano nella danza atomica del Tutto. Questo sistema organizzato a tempo, produce attività psichica, cioè mentale. Questa attività ha la facoltà di pensare tutto, anche se stessa. Accortasi presto che la propria potenza era limitata dalla permanenza a tempo del fisico sottostante, ha pensato di svincolarsi dal dolore del pensare la propria fine. La fine dell’essere altrui, secondo i vari gradi dei nostri affetti verso terzi, è dolorosa, massimamente lo è la nostra stessa fine ma più che dolorosa, essa è inaccettabile. Nulla, sia della nostre costituzione fisica che di quella mentale, prevede la fine (tranne quando sta per arrivare) anzi, tutto della costituzione di entrambe le funzionalità si è evoluto per farci essere il più a lungo ed al meglio possibile. E’ quindi normale che entità che tendono con ostinazione cieca ad essere, non abbiano confidenza col concetto del proprio non essere, fino ad arrivare alla sua negazione.

Sebbene faccia parte della nostra infantile tendenza a ritenerci unici, una tendenza che per ragioni storico-culturali noi occidentali abbiamo portato a livelli assai elevati, l’idea che


esista un “noi” immateriale che sopravvive alla fine della nostra forma materiale sembra comparire nel registro paleoantropologico già dai Neanderthal (sepolture di Shanidar) ma non è affatto detto fosse ben molto precedente. Diventa comunque fatto culturale complesso con le più antiche civiltà e giunge nell’Antica Grecia dall’Oriente, sotto forma del concetto di metempsicosi ovvero reincarnazione dell’anima in diversi corpi successivi, fino alla “liberazione” dalla materia. Avendo, noi occidentali, applicato alla nostra storia culturale lo stesso schema della specialità-unicità prima descritto, ci è piaciuto pensare che la nostra civiltà-culla, quella Greca, fosse a sua volta nata dal nulla, non avesse avuto prestiti, influenze, cause antecedenti. Così per lungo tempo, abbiamo ad esempio creduto che la religione degli antichi fosse la mitologia mentre invece la loro religione intima e popolare era una serie di ancora non ben conosciute pratiche e credenze che passiamo sotto il nome rivelatore di “Misteri”. Dei “Misteri” faceva parte la reincarnazione sulla quale già da tempo stavano speculando ad oriente e da lì arrivò nella costa anatolica che era un lato, il più evoluto, della ancora nascente grecità. Un recettore di queste concezioni, Pitagora, portò la narrazione ed il correlato suo sciame di concetti dentro un alveo di pensiero tipicamente greco, l’autoriflessione che chiamiamo “razionale”, conosciuta anche come “filosofia”.

Abbiamo virgolettato “razionale” perché anch’esso fa parte del problema della specialità-unicità. Come poi vedremo, la razionalità è un prodotto di una parte specifica del cervello, la neocorteccia, un foglio di neuroni collegati tra loro in colonne dello spessore circa di 4 mm, questa è la mente terziaria. Alle sue spalle ed entrando nel cervello in direzione del suo centro spaziale c’è la corteccia che dovrebbe essere quella parte del CervelloMente atto ad interagire ed assumere informazioni da e con ciò che è fuori di noi, questa è la mente secondaria. Al centro, il nucleo primario del cervello e della mente, è dato da una serie di sistemi molto antichi dato che il cervello si è evoluto come rivelano gli alberi quando li tagliamo orizzontalmente, partendo da cerchi più antichi al centro e cerchi progressivamente più recenti andando verso l’esterno. Secondo Panksepp, questa parte del cervello (da qui in poi usiamo cervello e mente come sinonimi anche quando usiamo un solo dei due) l’abbiamo in comune con gli animali ed è la sede propria delle emozioni primarie. Questo cervello primario, è collegato a due vie con quello secondario ed entrambi con quello terziario, quella neocorteccia che è la sede delle facoltà più esclusivamente umane (sebbene anche altri animali abbiano neocorteccia altresì meno sviluppata e spessa della nostra). Razionale quindi l’abbiamo virgolettato per ricordarci che in questo schema, il razionale è una parte di un sistema ben più complesso da cui riceve influenze e che influenza e non un mondo a sé distaccato dal resto del cervello, quindi dal corpo.

In breve, anche la filosofia che nasce razionale è il tentativo di leggere riflessivamente se stessa esaltando la propria specialità rispetto ai meandri confusivi dell’emotività primaria o animale, ma spesso sino al punto di ritenersi una unicità scollegata dal resto. Questo sforzo di emancipazione del mentale, dal fisico di cui è espressione, potrebbe essere esso stesso il portato di una emozione, non solo il rifiuto della caducità corporea ma anche il bisogno di perfetto ordine mentale come riflesso di quello che riteniamo l’ordine spaziale ed ambientale, una sorta di senso del controllo della

 

situazione ovvero della relazione tra sistemi, il nostro, quello in cui siamo immersi, la relazione tra i due. Senso di controllo che proviene dal senso di ordine, stante che le emozioni tutto sono tranne che ordinate ed ordinanti. Le neuroscienze affettive, hanno chiaramente osservato la problematica dialettica tra questi due mondi che poi sono un mondo solo con diverse polarità. Quando funziona e domina la neocorteccia, funziona a molto più basso regime la mente primaria emotiva e sono più attive le afferenze top-down e così il contrario com’è evidente quando piangiamo, godiamo, tremiamo, soffriamo, desideriamo, giochiamo, al punto che “… l’attività del cervello superiore tende ad inibire la risalita dei sentimenti dalle regioni cerebrali inferiori” (p.55). La parte della mente che dovrebbe osservare l’altra sua parte, tende a disattivarla, quindi renderla amorfa, per il solo fatto di reclamare a sé il primato di funzione, una sorta di principio di indeterminazione cognitiva.

L’astinenza dalle emozioni, il loro ripudio, un intenso sforzo ritenuto “emancipativo” dalla nostra origine mammifera (ed anche un po’ rettile), hanno una lunghissima storia riflessa nei comportamenti umani più estremi quali quelli di molti religiosi, mistici, razionalisti e financo filosofi, quasi sempre maschi. Sono stati i maschi, nella divisione del lavoro esistenziale umano, ad essersi maggiormente dedicati alla gestione del fuori di noi più che altro riferito al mondo delle cose mentre le femmine si sono più dedicate alla gestione delle relazione inter-umane con alti condimenti di emotività. E’ quindi conseguente che le nostre immagini di mondo, essendo l’ordine pensato del mondo delle cose e degli esseri umani ridotti a cose, ed essendo prerogativa della funzione maschile il pensarle-tornirle-imporle, abbiano estremizzato il senso del razionale, sino al punto da ritenerlo antagonista dell’emotivo. Questa scotomizzazione figlia di una ancora ampia elementarità con la quale


viviamo la difficoltà di tenere assieme pezzi così eterogenei del nostro CervelloMente[3], la saniamo in quelle isole comportamentali che ci concediamo con voluttà facendo guerre, tifando negli sport, accoppiandoci in privato nei modi più passionali e fantasiosi, drogandoci di farmaci e non solo, prendendoci cura di animaletti o talvolta figlioli, vecchie mamme o impegnandoci in giochi di vario tipo, alcuni che si presentano in modo faceto altri che si presentano in modo molto più serio ma la cui dinamica rimane intrinsecamente di “gioco”, ovvero relazione codificata con variazioni. Questo abbandono emotivo è concesso ma non è concesso farlo oggetto di riflessione anche perché così, la riflessione prenderebbe atto del fatto che tutto ciò non è “altro” da noi ma parte del noi stessi integrale.

Oggi , in quella megagabbia di Skinner che è facebook, abbiamo anche i pulsantini emotivi, che servono a profilare la nostra psiche per sviluppare marketing commerciale e politico sempre più sofisticato, sofisticato almeno al livello dei piccioni danzanti di Skinner. L’enorme successo dei social network la cui compulsiva e continua frequentazione rasenta il comportamento di dipendenza chimica, effettivamente potrebbero basarsi su una continua eccitazione del più importante dei sette sistemi individuati da Panksepp, quello della RICERCA. Nel famoso esperimento Olds/Milner del 1953, topini da laboratorio finivano col morire dal piacere dimenticandosi di mangiare e dormire pur di procurarsi continuamente, azionando furiosamente con le zampette una leva, piccole scosse elettriche che attivavano la neurochimica di questa zona del cervello. Una forma di masturbazione mentale a base di dopamina. Questo sistema (tecnicamente detto MFB-LH) è alla base dell’espressione artistica e di tutti i tipi di dipendenza, dalle droghe pesanti al sesso.

Torniamo allora a Pitagora che credeva nella metempsicosi come recitano i manuali di filosofia. Quando un filosofo crede in qualcosa, essendo la sua come qualsiasi altra mente un tutto integrato con bisogno di quella coerenza che altrove chiamiamo “logica”, quella credenza non è una cosa a sé ma un pezzo che condiziona tutti gli altri. Ne consegue che per avere reincarnazione ci vuole uno spirito, un’anima e da qui discende tutto un modo di separare mondo materiale ed mondo ideale che porta dritti a Platone, certificato allievo spirituale ed intellettuale del primo pitagorismo e di Parmenide. Platone, fonda

 

così l’idealismo occidentale, quella ostinata convinzione che ritiene esserci un mondo immateriale fatto di idee, spirito, anima, che è staccato, quindi gerarchicamente dominante la realtà materiale e fattuale o solo sopra e non staccato ma pur sempre dominante. Questo è il mondo del soprasensibile, del divino, dell’umano che ne è riflesso, del mentale puro, del razionale ma anche del mistico, dell’eterno, dell’incondizionato, quindi dell’assoluto. Foreste e foreste sono state abbattute per ricavare la carta sulla quale abbiamo scritto pagine e pagine di descrizioni, deduzioni, induzioni, esplicazioni, indagini, narrazioni, deliri su questo mondo del quale non abbiamo avuto mai alcuna conferma sensibile ma pari incrollabile certezze di esistenza. Avendolo poi riempito di presupposti, assiomi, teoremi, idee, logiche, postulati che abbiamo condiviso tra noi ovvero nella nostra materiale e fattiva vita associata, non occasionalmente ma stratificandone le tracce nel tempo lungo, gli abbiamo in un certo senso dato quel “corpo” che questo mondo non ha. Condividendo tra noi il presupposto d’esistenza, questo mondo immaginario in un certo senso esiste davvero, un ampiamente diffuso e condiviso soggettivo diventa di per sé oggettivo, anche se è un oggettivo per noi e non un oggettivo in se per sé.

Aristotele non condivideva in toto l’intera struttura dell’immagine di mondo del Maestro ma come altresì si verificherà tante altre volte nella storia del pensiero, ad esempio Marx con Hegel, l’allievo cambia alcuni fattori e/o qualche relazione tra essi, “evolve” il sistema di pensiero ma non produce veri salti discontinui nella struttura profonda. Così, Aristotele ci parla di una’anima come forza impersonale ed immateriale di tutta la natura[4]. Tra l’anima dei filosofi e l’anima dei religiosi cambiano gli accenti e le origini, a volte il ruolo ma l’idea è quella, così dalla Patristica alla Scolastica e quindi anche per i mille anni “medioevali” del nostro pensare, scrivere, dibattere, formare menti ed immagini di mondo, sa va sans dire che il mentale

 

umano ma anche divino, razionale ma anche spirituale, ha avuto l’impianto dualistico idea-materia.

Capita spesso verificare che chi ascolta queste ricostruzioni abbia un moto di dubbio sul fatto che questa storia dei pensieri abbia una qualche attinenza con il ciò che lui stesso pensa “oggi”. Convocare nell’analisi Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso e poi il grande imputato del moderno, Cartesio, sembra un gratuito ed esibitivo sfoggio di nozionismo intellettuale. Ciò deriva dal fatto che noi accettiamo la storia dei pensieri ma non abbiamo confidenza con una storia del pensare. Se avessimo confidenza ovvero se avessimo sviluppato una storia del pensare, ci apparirebbe un ente ai più ancora sconosciuto: l’immagine di mondo. Da ciò la sua logica, le sue persistenze di lunga durata necessarie, le sue leggi di coerenza interna, il rapporto tra quella individuale e quella sociale e collettiva che si condivide in un dato tempo e luogo, il ruolo degli intellettuali e dei chierici, la sua storia connessa con quella di una civiltà, di un particolare modo di stare la mondo con la sua costellazione di valori, l’intricata relazione tra il pensare mitico, quello religioso, quello razionale ideale ed empirico, quello scientifico, quello artistico-estetico, tra il pensare ed il fare, le sue tracce di memoria e molto altro. In questa entità, il pensiero ha i suoi limiti e le sue possibilità nell’offerta della sua genetica culturale e la genetica è data da forme stabilite molto ma molto tempo fa e mantenute, anche se sotto diverse apparenze, per lungo tempo. Questo sistema del pensiero ricorre a concetti che hanno una loro genetica di lunga durata e i concetti più generali, quelli che condizionano lo sviluppo in un

 

senso o nell’altro del’intero sistema, hanno origini storiche molto lontane. E’ una evoluzione condizionata o molto influita dai punti di partenza e questi sono stati definiti da chi è arrivato prima di noi al pensiero fondamentale.

Nessuno di noi si meraviglia di pensare che se la divinità esiste davvero essa debba essere “una” ma questo concetto del Dio-padre è storico, non pare esistesse da nessuna parte ed in nessun luogo tremila anni fa. Al pari del dio-Uno, essere e divenire, la contraddizione, l’idea e la materia, il senso di giustizia, i temi dell’etica relazionale, l’uno e di molteplice, sono concetti di lunga durata la cui definizione persiste e condiziona ancora oggi il nostro pensare contemporaneo, ma lo è anche la dicotomia, la relazione antitetica tra due concetti che Hegel si sforzò di indicare “dialettica” mentre i cinesi da sempre li ritengono complementari. Oggi il nostro mondo sociale è governato da una immagine di mondo ordinata da teorie di uno specifico argomento che è quello derivato dal paradigma ordinatore delle nostre società: l’economico. Questo ordinatore tanto materiale che mentale ha nel mentale fortissimi elementi di platonismo. Poiché facciamo storia dei pensieri ma non del pensare, c’è chi crede addirittura che Platone nella sua svalutazione del commerciante e del vile denaro, dell’appetizione materiale, fosse senz’altro un “anticapitalista” ma non so se chiamandolo “capitalismo” ma chiamandolo società regolata dall’attività economica riflessa in teorie anti-empiriche ordinate dal calcolo astratto, da irrealistici presupposti di razionalità assoluta e da idee a priori non ricavate, né verificate estensivamente dall’esperienza concreta, apparirebbe chiaro che il nostro imperversante idealismo economico è senz’altro appoggiato su un platonismo di fondo che struttura la nostra mentalità occidentale. Così, non è che il fondo della credenza nella “mano invisibile” sia poi molto più razionale di quella che ha in oggetto le mani del Signore e la Provvidenza, la credenza negli “uomini del destino” sia poi lontana da quella negli “eroi” mitologici, le nostre gif animate siano molto lontane dalle pitture rupestri che sembravano


muoversi tremolando alla luce incerta delle torce infuocate trentamila anni fa. Ma torniamo alla storia del pensare.

Cartesio è il massimo imputato della separazione mente-corpo con la sua dicotomia tra “res cogitans e res extensa” ma giustamente nota Pankspepp, Cartesio molto probabilmente concesse questa separazione per salvarsi il corpo dalle minacce che già aveva visto all’opera con Galileo, si hanno corrispondenze private con padre Mersenne che lo provano. Di nuovo, una storia del pensare renderebbe subito chiaro che nel contesto del tempo, se volevi intellettualmente e fisicamente sopravvivere eppur cercare di portare il pensiero da qualche nuova parte, dovevi lasciar in concessione ai religiosi ancora forti e dominanti, il presupposto del triangolo anima-uomo-Dio. E di nuovo, non ha senso domandarsi cosa realmente pensasse Cartesio perché nei fatti e nella complessità sistemica dell’immagine di mondo, una volta che hai accettato un dato postulato, hai deciso di muoverti solo nello spazio cognitivo coerente con quel presupposto.

Tutta la tradizione di pensiero che va da Pitagora a Cartesio, è stata accompagnata da convinzioni mediche già definite da Ippocrate, il vitalismo era la controparte medica dell’anima. Quando la medicina comincia ad emanciparsi dall’immagine di mondo condivisa da filosofia e religione, quando secessiona apertamente in favore della “scienza”, ecco il club dei biofisici di Berlino, XIX secolo. Ma cosa fanno gli scienziati del tempo, un tempo in cui ancora Darwin doveva lottare strenuamente per non soccombere nell’arena del pubblico dibattito al potere ostracizzante della Chiesa anglicana? Decidono che le forze non fisiche non possono ovviamente essere oggetto d’indagine scientifica ma non avendo il potere epistemico sull’immagine di mondo complessiva, non dicono con ciò che questo mondo sopra il naturale non esistesse, dicono solo che loro si occupano di quello che si può vedere e toccare. Similmente oggi, la “scienza economica” può pesare, misurare e dando numero “oggettivare” solo alcune cose e quindi a ritroso deve postulare che il comportamento economico umano che è l’oggetto della disciplina, è dato da un singolo individuo che agisce mosso da unilaterale egoismo potenziato da facoltà di calcolo costi/benefici, cioè razionale. Questo individuo de-socializzato, de-storicizzato, de-emotivizzato ovviamente è una pura e pure un po’ sciocca astrazione ma essendo necessaria, diventa convinzione condivisa ed incrollabile. Complice la gerarchia delle


immagini di mondo che mette quella economica sopra quella psicologica o sociologica o antropologica e complice la rigida separazione delle discipline con interdizione rigida delle reciproche intromissioni in campi del sapere separati, gli economisti imperversano nel campo narrativo con questi loro modelli astrusi senza che vi sia una pesante e definitiva censura epistemica sulla loro insopportabile favolistica. Tanto meno nessuno si premura di avvertirli che un riduzionismo così infantile tra micro a base del macro, non si contempla più in alcuna provincia dell’ indagine scientifica[5]. Se c’è la fede c’è l’ordine e del resto la tua cattedra deve sfornare individui utili al gioco che ordina l’intera società quindi non è proprio il caso di dire che il re è nudo o che la Terra gira intorno al Sole, siamo sempre nell’era della fede ma adesso è “scientifica”.

Arriviamo così a quella che Panksepp chiama la “dittatura comportamentista”. In pratica, il principio è ancora quello dei biofisici berlinesi, la scienza tratta ciò che può trattare ed ad esempio, è certo condizionata dal parallelo sviluppo tecnologico, non c’è il microscopio sei convinto di certe cose, arriva i microscopio ti convinci di altre, così con telescopi ed acceleratori. I comportamentisti hanno così postulato che osservabile e misurabile oggettivamente è il comportamento, ciò da cui proviene è una “scatola nera”. Come funziona la “scatola nera” non possiamo saperlo quindi, scientificamente, non esiste, è sospeso, possiamo solo impegnarci sul suo prodotto evidente e ciò che era evidente era che il comportamento è appreso in base ad una somministrazione meccanica di premi e punizioni. Siamo sempre all’hypotheses non fingo (non faccio ipotesi) di Newton il che non è un principio in sé sbagliato, semmai lo è il come noi cancelliamo a priori -visto che non possiamo conoscerlo con certezza- quello che indubbiamente c’è anche se sopra vi campeggia l’etichetta dell’enigma. Inoltre, non è che questa autolimitazione all’osservabile e misurabile sia poi così neutrale, da questa grammatica dell’azione-reazione si proietta poi una immagine per dire che la “scatola nera” è un cablaggio sofisticato di imput-output 


di azione e reazione. Si deduce dall’effetto la struttura della causa, per lo più in maniera lineare, il che, col CervelloMente è sicuramente una di quelle cose che non vanno fatte per via del primo principio di complessità.

Negli anni ’70-’80 iniziò la rivoluzione cognitivista che si sovrappose al dominio comportamentista, l’uomo divenne un computer che calcola processando informazioni, massimizzando il piacere (premi) e rifuggendo dai dispiaceri (punizioni)[6]. Ecco così mostrarsi per intero il dominio esteso della nostra immagine di mondo: nel mondo domina l’economia, la società è una composizione di individui in cerca di utilità (utilitarismo), l’utilità è oggettiva se misurabile, la ricchezza è misurabile, ottenere ricchezza è premio, non ottenerla punizione di comportamenti che si possono apprendere e gestire secondo il nostro elaboratore mentale a base di informazione e di programmi logico-linguistici. Condite con un po’ di darwinismo spenceriano ovvero competitività e lotta di tutti contro tutti ed individualismo proprietario, a loro volta derivati da Hobbes e Locke, un po’ di weberiano Beruf, di dover esser e voler/dover mostrare i segni del nostro esser stati scelti dal Dio protestante, uno spruzzo di positivismo logico ed ecco l’immagine di mondo anglosassone che domina la loro società che domina l’occidente che domina(va) il mondo. La società è fatta di tanti aspetti, ognuno è oggetto di una disciplina separata ma poi tutto si tiene coerentemente assieme nella realtà (mondo) e nel suo riflesso (immagine) che -anche se non ne siamo pienamente consapevoli- è una unica e coerente se non col mondo, almeno in se stessa. Proprio per tenere le immagini di mondo massimamente logiche e coerenti in sé stesse, meglio staccarle progressivamente dal mondo disordinato. Nei rapporti col

 

mondo, basta che siano “utili” e quella anglosassone, ai fini di adattamento ad una società governata da fatti riflessi seppur idealmente in questa immagine, indubbiamente lo è.

Quando i cognitivisti portarono sulla scena la mente terziaria, quella distintivamente umana, le emozioni divennero un riflesso confuso che proveniva da qualche indistinta parte della mente (comunque al massimo la mente secondaria, quella corticale, non certo quella primaria, quella emotiva) ma che prendeva spessore e tridimensionalità cosciente solo quando vi veniva posta l’etichetta linguistica “soffro perché so di soffrire perché mi sono detto che provo -sofferenza-“. Panksepp è uno scienziato non un filosofo della conoscenza quindi è molto stretto nelle sue spiegazioni e nei giudizi, anche quelli che si sentono “polemici” ma più e più volte si meraviglia di come stimati scienziati possano diventare ciechi davanti all’evidenza dei fatti. Gli animali decorticati, privi quindi di neocorteccia non solo continuano imperterriti ad avere emozioni ma ne sono praticamente totalizzati. T. Kuhn il cui seminale “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” spesso citiamo nei nostri articoli sull’immagine di mondo, ha ben descritto l’inesauribile resistenza che le immagini di mondo fanno quando ancora riconoscono il dominio del loro paradigma fondante. La nostra razionalità è tutta mobilitata a tenere assieme e coerente in sé per sé, un costrutto cognitivo ormai bombardato da fatti contrari, ma non lo molla fino a che non ha una funzionale alternativa. La funzionale alternativa fu -ad esempio- la relatività che finalmente riuscì a spiegare i dati del perielio di Mercurio che non tornavano con la meccanica newtoniana, con la relatività si spiegava tutto quello che già spiegava Newton ma anche quella piccola cosa che Newton non spiegava. E comunque, questo subentro paradigmatico, avviene molto lentamente e con dinamiche molto più complesse di quelle messe in evidenza da Kuhn che a sua volte indugia -a volte- in un certo idealismo razionalista.

Uno dei vantaggi perversi della nostra immagine di mondo la cui unitarietà agisce ma all’ombra della nostra piena consapevolezza, si rivela anche nel come gli scienziati stessi trattano il binomio emozioni-animali. Gli scienziati si dichiarano tutti allineati ad una certa interpretazione di Darwin ma il vantaggio delle interpretazioni è quello che si permettono delle libertà nel mentre si dichiarano ortodosse. Così, Darwin certo riteneva le emozioni lo stadio dell’evoluzione che abbiamo in comune con gli animali mentre i darwinisti non conseguono da questo l’ovvia credenza che Panksepp ha in comune a McLean a proposito dei vari step dell’evoluzione cerebrale. Questa credenza pensa che il cervello o mente primari, quello che abbiamo in comune con gli animali è la sede delle emozioni primigenie mentre il nostro specifico viene in parte dalla secondaria 


(apprendimento ed azione dal e sul mondo) e soprattutto dalla terziaria, la neocorteccia. Noi stessi nell’infanzia, mostriamo un dominio della mente affettiva e solo dopo la comparsa di quella comportamentale e cognitiva secondo lo schema dell’ipotesi euristica per la quale l’ontogenesi ripercorre la filogenesi. Tutto ciò è conseguente la concezione progressiva e continuista dell’evoluzione che aveva Darwin mentre molti neo-darwinisti, pensano che ci sia stata una discontinuità tale da creare ex-novo l’umano sapiens già tutto comportamentale-cognitivo-linguistico, da cui molte farneticazioni della prima sociobiologia e della psicobiologia à la Pinker, appoggiate al paradigma linguistico che è l’unica vera specialità concettuale del Novecento, da Wittgenstein a tutta la “filosofia” analitica. Dai “neo” darwinisti ai “neo” liberali si dimostra che la novità non è sempre garanzia di progresso. In questo senso, le immagini di mondo, mostrano una volta di più, la loro tendenza a controllare la coerenza dei loro assunti generali che sono definiti ex ante ed emotivamente. Per non parlare del’innamoramento frutto del puro senso estetico (una emozione) per la “bellezza delle teorie”, soprattutto quelle controintuitive e per quell’imbarazzante fenomeno che sono le eiaculazioni matematiche che come nella prova ontologica di Anselmo danno per dato quello che debbono dimostrare e poi s’infiammano perché l’hanno logicamente dimostrato come se il logicamente vero producesse l’ontologicamente vero. Il “sonno della ragione genera mostri” ma qualche volta, anche la ragione accusa qualche gravidanza indesiderata.

“Sembra così che la mente cognitiva superiore non voglia spesso riconoscere, né rileggere in modo accurato, ciò che accade nella mente affettiva inferiore” sottolinea


Panksepp. La “grande intuizione” del filosofo morale Adam Smith, fu quella che incanalando le passioni del dominio, dell’accumulazione egoista, del guadagno tesaurizzato in un sistema di cosa da fare, si poteva rendere la società funzionale e progressiva, potente ed ordinata. Ma il tumultuoso disordine delle passioni ha continuato ad affliggere tutto il razionalismo moderno tanto che quando le si sono aperti spiragli di libera uscita, ecco che sono state presentate come prorompere liberatorio del dionisiaco, dell’irrazionale, della passionale ed animale volontà di potenza, dell’inconscio insondabile. Certo così si manifestano le emozioni se vengono segregate nelle prigioni cieche del silenzio ma se le si approccia come parte della mente unitaria, di una mente “naturalizzata” e non idealizzata, integrata e non scotomizzata, se la mente terziaria le leggesse non come altro da sé ma come parte dello stesso sé, forse l’autocomprensione dell’umano farebbe un bel salto in avanti. Ad esempio verso un razionalismo emotivo consapevole di se stesso.

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Il lavoro scientifico di Panksepp, dettaglia per esteso i sette sistemi delle emozioni di base, ne rivela il funzionamento chimico, strutturale e funzionale, tra topi che ridono a ultrasuoni e gamberetti tossicodipendenti, mostra l’evidenza senza appello del trionfo del cervello emotivo negli animali privati chirurgicamente della neocorteccia, mostra per

 

comparazione l’ostinata rimozione dell’evidenza dei fatti da parte degli scienziati prigionieri della doppia carcerazione in strutture sociali (università, cattedre, pubblicazioni) e di pensiero (l’immagine di mondo scientifica auto reclusa nel recinto del “ciò di cui si può parlare può esser detto e su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere”). Ripetuto l’appello a prender atto dell’evidenza biologica avversata da grande parte della letteratura teorica anglosassone che, coerente con le preferenze individualiste competitive ed egoiste che fanno da triste modello alla “scienza triste”, nega che “uno sviluppo emotivo sano si basa fortemente sul mantenimento di interazioni umane solidali”. Da parte del suo interesse scientifico, l’orgoglio della neuroscienza affettiva a presentarsi come terzo incluso nel dialogo con le neuroscienze comportamentali e cognitive al fine di costruire una teoria della mente davvero umana e davvero realistica.

A noi interessava soprattutto convocarlo al tribunale della ragione per giudicare la stessa storia della nostra ragione. Una storia monopolizzata da maschi bianchi per lo più anziani, mobilitati per secoli ad evitare in ogni modo noi sia apra la scatola magica per vedere


davvero come funziona al suo livello materiale stante che certo questo non determina tutto ma molto, sì. L’interdizione allo studio del CervelloMente ha funzionato fino a solo pochi decenni fa, è da molto poco tempo che studiamo ciò che ci fa essere ciò che siamo e pur avendo superato questo primo tabù, siamo solo ai primi passi. Passi resi ancora difficili dall’ingerenza silenziosa di presupposti epistemici-normativi invisibili ma sul piano del pensare non meno decisivi. Condizionati da finanziamenti che chiedono solo come intervenire sul comportamento e la cognizione al fine di dilatare i profitti di Big Pharma, dell’industria militare, del controllo digitale e del neuro-marketing. Da assetti dominanti la professione del pensatore sia esso teorico o empirico, da immagini di mondo che governano il nostro mondo pratico e sociale e non possono esser falsificate senza che crolli l’ordine sociale che ne consegue. Da credenze ritenute fatti sulle quali prosperano i confini disciplinari che segnano il proprio di intere categorie professionali che campano su conoscenze parziali e chissà quanto realistiche.

L’audizione del testimone Panksepp, ci dice una volta di più che oggi, il problema centrale del pensiero occidentale è rivedere a fondo come e cosa pensiamo, visto che si notano


allarmanti segnali di disadattamento tra la nostra mentalità e il mondo a cui dobbiamo adattarci dopo averlo cambiato così velocemente e profondamente, l’auto-analisi del pensare e dei pensieri è compito prioritario. Mente, Natura e Storia, questo il triangolo (a proposito delle persistenze pitagorico-platoniche) che dobbiamo approfondire, il sempre attuale da dove veniamo, chi siamo e dove stiamo andando. Formuletta usata con intenzioni ironiche spesso, svilimento e ridicolizzazione di una importanza auto-evidente a cui si vuole interdire l’accesso. C’è una lotta di classe anche nel campo del pensiero, i dominati ascoltino, preghino, lavorino, ripetano a pappagallo ed apportino qualche inessenziale nota aggiuntiva all’impianto che domina, applaudano, deleghino i dominanti che tali sono e sono stati nei secoli anche perché essi solo in possesso delle risposte giuste alle tre domande aperte proprie di ogni singola esistenza pensante.

E’ invece ora di tornare al “conosci te stesso” in una democrazia della ricerca e della conoscenza.

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[1] L’autore del testo è professore di Storia del Mediterraneo ad Harvard ed è stato quindi fortemente influenzato dal concetto braudeliano di longue durée.


[3] A cui si aggiungono quelle a suo tempo già segnalate da Freud nel “disagio della civiltà”, stante che grande parte della nostra complessione è stata adattativa ad un mondo molto diverso da quello in cui viviamo solo da cinquemila anni, un tempo ridicolo per immaginare serie riconfigurazioni adattative del CervelloMente.

[4] Panksepp però si rivolge spesso nel testo al concetti aristotelico di phronesis, accettazione e gestione saggia delle emozioni. Non è che Epicuro fosse poi molto distante sebbene ci sia stato tramandato in modo distorto.


[6] Val la pena di ricordare l’abusata notazione di tanti storici delle idee su questa mancanza di fantasia dell’analogia per la quale la metafora guida nel XVI secolo era l’orologio, poi il mulino, poi nel XIX secolo la macchina a vapore e di recente, il computer. Ora ci possiamo aspettare qualche brillante articolo sul fatto che il mondo è un fidget spinner o una criptovaluta?

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