L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 30 giugno 2017

Renzi è uno zombi che cammina, la politica ha delle leggi e non rispettarle costa caro

LONTANO DALLE TELECAMERE

Pd, la scissione silenziosa: numeri da brivido, Renzi fatto fuori

29 Giugno 2017


Un uomo solo e forse nemmeno più al comando. In queste ore Matteo Renzi sta vivendo un dramma politico: la batosta elettorale sta sgretolando più del previsto la leadership del segretario Pd e lo sta facendo alla luce del sole, attraverso i giornali e le tv. Non solo Andrea Orlando e la sinistra dem sta spingendo per rimettere in discussione la linea renziana del "niente coalizioni", avvicinandosi anche fisicamente agli ex scissionisti di Mdp e a Giuliano Pisapia (sabato saranno tutti insieme, a Roma, per far nascere la nuova "cosa rossa"). Non solo Romano Prodi e Walter Veltroni, che temono una perdita d'identità del partito e presi a male parole da Matteo. Anche un insospettabile democristiano come il potentissimo Dario Franceschini ha osato mettere in dubbio Renzi, provocando per la prima volta le ire di Luca Lotti, Matteo Orfini ed Ettore Rosato, ormai tra i pochissimi renziani (veri o acquisiti) che hanno ancora il coraggio di difendere il capo pubblicamente. Una slavina elettorale e umana, ma a monte la situazione è ben peggiore. 

Come spiega bene anche il Quotidiano nazionale, nel Pd sta avvenendo una "scissione silenziosa", lontano dalle telecamere. È nelle segreterie locali, nelle sezioni di provincia che sta succedendo l'impensabile: decine di amministratori locali, funzionari storici del Pd e semplici attivisti e iscritti che stanno decidendo di lasciare i dem e approdare proprio a Mdp-Articolo 1, in aperto strappo con Renzi. Molto conta l'atteggiamento iper-critico di "ras" del territorio come i governatori Bonaccini (Emilia Romagna) e Zingaretti (Lazio), il renziano per opportunità De Luca (Campania) che in realtà si muove da battitore libero così come Oliverio (Calabria) e D'Alfonso (Abruzzo), senza citare l'anti-renziano Emiliano in Puglia. La base risponde di conseguenza: negli ultimi giorni, nota QN, hanno lasciato il Pd 104 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e quadri della provincia di Lecce, 300 giovani dem a Reggio Calabria, il segretario cittadino di Modena Filippo Calcagno, il consigliere regionale lombardo Onorio Rosati, l'assessore regionale abruzzese Marinella Scrocco. Altri, come il candidato sindaco del Pd a Frosinone o il sindaco di Latina, si sono avvicinati a Pisapia. Anche loro saranno in piazza con l'ex sindaco di Milano, Bersani, Rossi, Speranza, Bassolino. Tutti nel nome di un Pd de-renzizzato. La polemica sulle primarie di coalizioni e le alleanze a sinistra che pare solo l'ultimo pretesto per farlo fuori.

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