L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 25 giugno 2017

Salvini ha ragione

Salvini ha ragione su tasse e disoccupazione, tra le più alte d’Europa

La Pagella Politica di Agi

Ospite a La Gabbia su La7 lo scorso 21 giugno, il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha attaccato la maggioranza sostenendo che si voglia occupare di ius soli per non affrontare “i veri problemi dell’Italia, che sono l’immigrazione fuori controllo, la disoccupazione e la tassazione ai massimi europei”.
L’immigrazione

Sul tema dell’immigrazione quello di Salvini è una valutazione politica, condivisibile o meno, che difficilmente si presta al fact-checking. Il Ministero dell’Interno ha predisposto un piano di accoglienza per 200 mila migranti aventi diritto alla protezione internazionale, di comune accordo con i comuni italiani (Anci), e l’apertura di diversi Centri per il rimpatrio (Cpr) per i migranti irregolari.

Ma secondo la Lega Nord, e qui sta la legittima critica politica, non sarebbero misure efficaci a fronte dell’eccezionale ondata migratoria, che nel 2017 dovrebbe battere il precedente record del 2016: a giugno siamo infatti già a +27,66% di sbarchi rispetto allo scorso anno (da gennaio a giugno quasi 72mila, contro i 56.382 dello stesso periodo del 2016).
La disoccupazione

Per quanto riguarda la disoccupazione, come abbiamo già scritto, il tasso percentuale negli ultimi anni è in calo costante: dal 12,7% del 2014 (record dal 1977), all’11,9% del 2015 e all’11,7% del 2016. Ad aprile 2017 secondo l’Istat era ulteriormente sceso all’11,1%.

Il dato sulla disoccupazione del 2016, secondo Eurostat, ci colloca comunque tra i Paesi con una delle situazioni peggiori in Europa. Maggiore disoccupazione, in percentuale, si trova solo a Cipro (12,5%), in Spagna (18,2%) e in Grecia (23,5%).

Degli altri grandi Paesi Ue solo la Francia è relativamente vicina, col 10,1%, mentre la Germania (3,9%) e il Regno Unito (4,5%) hanno percentuali nettamente migliori. La media Ue è dell’8% e quella dell’area euro del 9,5%.

Al di sopra della media dell’area euro, oltre a Grecia, Spagna, Cipro, Italia e Francia, ci sono anche Croazia e Portogallo.
La tassazione

Il voluminoso rapporto della Commissione europea “Taxation Trends in the European Union” del 2016 riporta la classifica degli Stati membri in base alla pressione fiscale complessiva.

La “pressione fiscale”, vale la pena ricordarlo, è il totale delle entrate statali che provengono dalle tasse in percentuale sul Pil, includendo anche i contributi sociali obbligatori.

L’Italia, con una pressione fiscale pari al 43,4% del Pil, si colloca quinta. Davanti a lei ci sono la Danimarca, prima col 49,9%, la Francia (45,9%), il Belgio (45,3%) e la Finlandia (43,8%). Ci seguono da vicino l’Austria, sesta col 43,1%, e la Svezia, settima col 42,8%. Decisamente lontana l’Ungheria, ottava col 38,3%.

La media, nel 2014, dell’Europa a 28 è del 38,8% mentre quella dell’area euro è del 40,2%.

Il dato dell’Italia sarebbe oltretutto migliorato di recente. Dopo essere passato al 43,3% nel 2015, secondo l’Istat è sceso al 42,9% nel 2016.
Conclusioni

Sia nella classifica sul tasso di disoccupazione che in quella sulla pressione fiscale, l’Italia è al di sopra della media dei Paesi dell’area euro, e fa parte del quarto dell’Unione europea (7 Stati su 28) che si trova al di sopra di questa asticella. Nella prima classifica ha il quarto dato più alto, nella seconda è invece al quinto posto, secondo i confronti più recenti disponibili. Non è proprio ai “massimi europei”, perché dal “massimo” ci separano 12 punti nella prima classifica e più di 5 punti nella seconda, ma Salvini ha in sostanza ragione.

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