L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 giugno 2017

Ungheria - Gli euroimbecilli schiumano rabbia contro Orban che tutela gli interessi del suo paese

ESTERI

08/06/2017 19:44
Soros e l'Europa contro Orban

L'Ungheria ancora al centro di polemiche



L'Ungheria di Viktor Orban si è trovata, negli ultimi mesi, al centro di più o meno motivate polemiche, in primis per quanto riguarda i diversi aspetti di un argomento che, in tutta Europa (e non solo) è o dovrebbe essere tra i primi posti nell'elenco delle priorità dei governi quanto a pianificazione di programmi e soluzioni. Si tratta dell'immigrazione, che il battagliero politico magiaro ha affrontato e sta affrontando a modo suo, con una politica prevalentemente centrata su quelli che ritiene essere interessi del suo Paese. Ovvero la limitazione degli ingressi di rifugiati dalla frontiera con la Serbia, attuata mediante il rafforzamento delle barriere e dei controlli ai confini.

C'è poi la questione relativa all'approvazione, da parte del Parlamento magiaro, di una legge volta a limitare l'influenza in Ungheria delle Ong che ricevono finanziamenti dall'estero. Dello stesso tipo le regole relative al settore universitario, che colpiscono in particolare il Central European University, fondato e gestito da George Soros, il miliardario americano di origini ungheresi da più parti accusato di manipolare, proprio attraverso i giovani di varia nazionalità formati nei suoi centri accademici, le politiche interne di diversi Paesi. Oltretutto il "filantropo" è uno dei principali finanziatori delle organizzazioni che si occupano di migranti.

Leggi, queste volute da Orban, che porteranno molto probabilmente alla chiusura del Ceu. E che, unite alle sue politiche già piuttosto rigide quanto alla prevalenza degli interessi nazionali su quelli stranieri, hanno fruttato al leader di Budapest non solo l'antipatia di molti che hanno manifestato "per la libertà di insegnamento universitario" e contro "le politiche intimidatorie nei confronti delle organizzazioni non governative" ma anche le espresse critiche dell'Unione Europea (già dal 2014 in pessimi rapporti con l'Ungheria in seguito alla rigidità di Budapest nella gestione della crisi dei rifugiati).

Prima la Commissione e poi il Parlamento europeo si sono infatti recentemente pronunciati contro il governo ungherese. In particolare l’assemblea di Strasburgo ha espresso "crescenti inquietudini" riguardo al rispetto delle libertà civili in Ungheria, in forza delle quali ha deciso l'avvio di una procedura di sanzionamento del Paese magiaro (la relativa risoluzione è stata approvata nelle scorse settimane con 393 voti a favore, 221 contro e 64 astensioni) per "rischio chiaro di grave violazione” dei valori fondamentali dell’Ue ed un "un grave deterioramento dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti fondamentali" in particolare per quanto concerne “la libertà d’espressione, l’indipendenza del potere giudiziario e i diritti fondamentali dei migranti”.

La risposta di Orban è stata molto decisa. Dopo aver definito "sbagliata" la strategia dell'Ue consistente nell'agitare lo spettro delle sanzioni (fatto questo che a suo dire è la prova che "tutta la politica europea è viziata"), il capo del governo ungherese ha sottolineato che "l'Europa non è Bruxelles, ma gli Stati nazionali. E se essi non sono rispettati dalle istituzioni, questo è scoraggiante. Loro (le istituzioni europee) dipendono da noi e non viceversa".

Viktor Orban e il suo governo non hanno quindi nessuna intenzione di fare passi indietro. Ed il fatto che abbiano rotto le uova nel paniere a più di qualcuno è dimostrato dalla reazione piuttosto scomposta di George Soros. Che – riferisce il New York Times - parlando giovedì scorso dal palco del Brusselles Economic Forum, ha citato "l'inganno e la corruzione dello stato mafioso instaurato dal regime di Orban, che mantiene una facciata di democrazia ma in realtà controlla mezzi di comunicazione e magistratura. E li usa per arricchirsi e mantenere il potere", aggiungendo che a suo dire il premier di Budapest "ha impostato la sua politica come un conflitto personale", ritagliandosi "il ruolo di difensore della sovranità ungherese" e riservando al suo avversario, bersaglio della sua campagna di propaganda, quello di "speculatore che con i suoi soldi tenta di inondare l'Europa – ed in particolare l'Ungheria – con immigrati clandestini, come parte di un vago ma nefasto complotto". Parole queste che Orban ha detto di considerare come una "dichiarazione di guerra", definendo Soros come “uno speculatore che ha distrutto le vite di milioni di persone”.

Da registrare, infine, un ulteriore recente argomento di discussione, che pone Viktor Orban di nuovo al centro di polemiche e critiche. Ovvero il piano da lui proposto per risolvere il problema del calo delle nascite (e tutto ciò che tale dato comporta). Una questione, quella della crisi demografica, che qualcuno – non solo in Ungheria - vorrebbe affrontare aumentando il numero di immigrati. L'idea del premier magiaro è però un'altra. E consiste in un piano per incrementare la natalità, consistente nell'adozione di una serie di misure di sostegno alle famiglie (sgravi fiscali, riduzione del costo dei mutui per nuclei con tre o più figli, investimenti in asili nido e taglio degli interessi per i prestiti studenteschi dovuti da donne con due o più bambini). Un programma questo attraverso il quale il Paese magiaro si pone l'obiettivo, entro il 2030, di aumentare la media del numero di nati per donna dall'1,5 odierno al 2,1%.

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