L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 4 luglio 2017

che Calenda e Boccia siano venditori di fumo è indiscutibile, il lavoro dobbiamo e possiamo crearlo

LAVORO & PRECARI
Lavoro, la tecnologia non ci aiuterà. Ma Calenda e Confindustria continuano a imbrogliarci


di Pierfranco Pellizzetti | 3 luglio 2017

Tra le tante trappole comunicative di questo ceto politico a danno del proprio elettorato, se ne annida una che indossa la maschera rassicurante dell’arrivano i nostri. La promessa che qualcuno lavora concretamente per risolvere i nostri guai, da quando la crisi economica ha trascinato nel baratro quella che era una delle prime nazioni industriali del mondo. Il numero magico tipo abrakadabra è4.0; con cui il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda (l’Emmanuel Macron de’ noantri) e la Confindustria di Vincenzo Boccia (il tipografo salernitano ingrigito nel deambulare per anni lungo i corridoi del palazzo di viale dell’Astronomia all’Eur. Quello che aveva annunciato catastrofi inimmaginabili se il 4 dicembre non avesse prevalso il Sì al referendum costituzionale voluto da Renzi&Boschi) si atteggiano a modernizzatori benevoli. La cui promessa è quella di una generica iniezione di tecnologia per rivitalizzare un tessuto produttivo in deliquio, creare occupazione attraverso la competitività e renderci tutti felici.

Il dramma è che dietro questa esposizione di buoni sentimenti si nasconde un equivoco mortale, malcelato con l’uso improprio delle sigle numeriche in questo gioco del Lotto della tecnologia un tanto al chilo. Per ignoranza, superficialità, malizia? Comunque un confusionismo sperduto tra le ben diverse prospettive simboleggiate dall’apparente intercambiabilità tra 2.0 e 4.0.

“Web 2.0” è un’espressione ormai diventata di uso corrente per indicare la nuova fase nell’evoluzione del World Wide Web, caratterizzata dal passaggio da una posizione statica (o monodirezionale) a una interattiva. Infatti, ci si riferisce all’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono feedback permanenti tra il sito web e l’utente. Uno sviluppo che coincide con l’estensione della capacità di comunicare con le cose e tra le cose: la cosiddetta “Internet of Things” (Iot), che osservatori qualificati considerano la nuova rivoluzione industriale prossima futura.

Il tecno-entusiasta Paul Mason, autorevole firma dell’emittente britannica Channel 4, ci spiega che “il progresso tecnologico di inizio XXI secolo non consiste in nuovi oggetti, ma nell’aver reso intelligenti quelli vecchi. La conoscenza contenuta nei prodotti sta diventando più preziosa degli elementi fisici usati per produrli”.

Appunto, ben diverso – o meglio, antitetico – rispetto a quanto in realtà prefigura la mela avvelenata 4.0. La cui natura tossica retrostante si inizia a scoprire proprio uscendo dalla trappola del determinismo tecnologico e rendendosi conto che qui si ipotizza di sostituire l’agire umano con quello dei robot. Ossia il raggiungimento dell’obiettivo che il Capitale si prefigge nella sua secolare contrapposizione con il Lavoro: spazzare via il soggetto organizzato interno, che ne contrasta i disegni e le logiche accaparrative; una volta crollato il contraltare esterno, insieme al muro di Berlino: la pur orrida Unione Sovietica.

Il fatto nuovo (che né Calenda né Boccia e tutta la pletora di tecno-entusiasti sembrano percepire) è che non funziona più la vecchia idea di una sequenza virtuosa “inserimento di nuove tecnologie – momentanea disoccupazione – nuova occupazione migliorata dalle opportunità produttive conseguenti all’innovazione”. Qui siamo all’espulsione definitiva di forza lavoro, visto che la rivoluzione dell’Information Technology segue logiche prettamente sostitutive. E non solo di occupazioni dequalificate e ripetitive, ma anche ad alto tasso di specializzazione, come ad esempio il lavoro dei radiologi, i para-legali o il controllo di qualità. “In attesa del giorno – ha scritto il softwarista di Silicon Valley Martin Ford – in cui farà la sua comparsa un algoritmo intelligente di apprendimento automatico che inizierà a istruirsi da solo esplorando la documentazione lasciata dai suoi predecessori umani”. D’altro canto perché stupirsi, visto che i propugnatori a propria insaputa (?) di questa catastrofe sociale, a fronte di un ipotetico abbattimento di costi, sono i rappresentanti di questo ceto imprenditoriale e il ministro loro beniamino. E né gli uni né l’altro sembrano rendersi conto che l’industria 4.0 corrisponde alla vecchia metafora di quello che segava lo stesso ramo su cui era appollaiato: chi comprerà i prodotti della mega-fabbrica robotizzata se si sarà impoverita l’area centrale della società, azzerandone i redditi tramite l’espulsione dei lavoratori?

Del resto una vecchia storia, se Henry Ford Sr. amava dire che del lavoratore a lui interessavano le braccia, mentre la testa che sta in mezzo era solo un ingombrante accessorio.

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