L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 luglio 2017

Dall'agricoltura, l'amore per la terra, che osserva e da le soluzioni alle farneticazioni siderali della politica incapace di calarsi nella realtà e che sa seguire solo i sogni di autoreferenzialità

Yacouba Sawadogo, l’uomo che ha ridato vita al deserto


Trasformare delle aree desertiche in terre fertili, da coltivare: c’è riuscito Yacouba Sawadogo nel Sahara, agricoltore africano, utilizzando solo le sue mani e la sua zappa. Per questo ha vinto il Farmers’ Friend 2017. Questa è la sua storia straordinaria

Quando non piove per mesi, il suolo si compatta e diventa duro e secco. Impossibile coltivare, perché le radici dei germogli non riescono a perforare quella materia ormai solida come roccia. Eppure, in Burkina Faso, la terra arida è tornata a vivere. Merito di Yacouba Sawadogo, un uomo che ha creduto nell’impossibile, fermare l’avanzata del deserto, e ha lottato contro le persone e le istituzioni, che lo credevano un folle. La sua è una storia incredibile, di buon auspicio in tempi come questi di cambiamenti climatici, ed è raccontata nel film documentario The Man Who Stopped the Desert, di Mark Dodd, vincitore di tantissimi premi internazionali.

GLI EFFETTI DEVASTANTI DELLA SICCITA’
Figlio di contadini, Sawadogo è nato nel 1946 a Gourga, un villaggio del Sahel, una regione semi-arida stretta tra il deserto del Sahara a nord e la savana subtropicale a sud. Una zona colpita da frequenti siccità, che rendono difficile la vita degli agricoltori. L’episodio più grave fu quello che si protrasse per circa 10 anni, dagli anni ’70 agli ’80 circa.

Fu un evento climatico disastroso per l’intera area, che causò una lunga carestia e la morte di tante persone. Chi non morì, se ne andò. Non Sawadogo, che decise di restare e provare a lottare, contro qualcosa che sembrava impossibile combattere.

«Quando la terra è distrutta, sono distrutte anche le vite delle persone che dipendono da essa. Con la siccità, le persone sono spinte a limiti estremi. Molti scelgono di andarsene, io ho scelto di rimanere per cercare di capire come rendere la terra nuovamente produttiva», ha dichiarato Yacouba Sawadogo, in Italia a giugno per ricevere il premio Farmers’ Friend 2017, promosso dalla Cooperativa Girolomoni, un riconoscimento che valorizza l’attività contadina in Italia e nel mondo.

UN’OASI GREEN NEL DESERTO
Sawadogo ebbe l’intuizione di recuperare e perfezionare una tecnica agricola tradizionale, chiamata Zaï, che consisteva nello scavare delle fosse durante la stagione secca per raccogliere l’acqua piovana dei mesi successivi. Nessuna tecnologia all’avanguardia, quindi, solo delle buche del terreno, le sue mani e la sua zappa, che mostra tuttora con orgoglio.

L’esperimento riuscì: l’agricoltore africano cominciò a coltivare graminacee adatte a climi secchi, come il miglio e il sorgo. Per contrastare l’avanzata del deserto, che minacciavano le giovani colture, avviò una vera e propria riforestazione della zona. Piantò tamarindo, karité, acacie, baobab, erbe medicinali, rendendo stabile la fertilità della terra e creando un’oasi di biodiversità unica nel Sahel. Albero dopo albero, Sawadogo ha ridato vita alla terra desolata.

Nessun commento:

Posta un commento