L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 3 luglio 2017

Disoccupazione ed estensione del precariato a tutti, banche fallite perchè hanno regalato soldi agli amici degli amici, distruzione cercata e voluta del tessuto industriale e la volontà pervicace di rottura del tessuto agricolo anche con l'approvazione del Ceta, Immigrazione di Rimpiazzo con l'accoglienza diffusa ed un'integrazione impossibile, distruzione della scuola pubblica, redditi fermi, sud abbandonato, questo è il corrotto traditore euroimbecille Pd che ha dimenticato l'Interesse Nazionale

ANALISI

Il voto ha punito il pd
come classe dirigente


Le scorse elezioni amministrative hanno visto l’affermazione decisa di quei partiti e movimenti che hanno saputo proporsi come forze di opposizione e antisistema e che sono stati capaci di intercettare il voto di protesta. Il centro-destra, e soprattutto la Lega, che ha quasi raddoppiato i suoi voti, ha saputo interpretare, in questa occasione meglio del M5S, la rabbia e le paure dei tanti che subiscono direttamente sulla loro pelle gli effetti di otto anni di crisi economica e vivono una costante insicurezza (che sia reale o solo percepita, poco importa) non solo per quanto riguarda le loro condizioni economiche e lavorative, ma anche per quanto concerne il futuro dei loro figli, la possibilità di vivere al sicuro dalle minacce alla loro incolumità fisica, di poter contare su una solida rete di welfare in caso di malattia o peggioramento improvviso delle condizioni di vita.

Mi sembra che la paura e la reazione rabbiosa alla sensazione di insicurezza si confermino gli elementi principali alla luce dei quali interpretare i risultati di alcuni appuntamenti elettorali recenti, dall’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti all’esito del voto della Brexit. I cittadini hanno quindi punito il Partito democratico, percepito come forza «di governo» nell’accezione non positiva che questa espressione può assumere: logorato dalla scarsa rilevanza dei risultati della sua azione e impegnato più a gestire le proprie vicende interne che a tentare di amministrare la cosa pubblica e risolvere i problemi delle persone. Quest’onda di protesta ai danni del Pd ha toccato in maniera omogenea tutto il Paese: Genova e L’Aquila sono forse casi emblematici di reazione all’azione amministrativa che lì è stata condotta. Il Pd sembra pagare il fatto di aver perso quella spinta riformista e innovativa che ne ha caratterizzato la nascita e, soprattutto, il suo apparire ormai lontano dal suo popolo e dai loro problemi, distante dalle moltissime donne e dai moltissimi uomini che credevano in un progetto di cambiamento che hanno visto tradito, dal mondo dell’associazionismo civile, dalle nuove generazioni. Paga la sua incapacità di ascoltare, di condividere il disagio sociale, di affrontare le diseguaglianze, l’assenza di un progetto vero per il futuro del Paese, l’incapacità di avere visione. Il linguaggio, le parole sono così lontane dai bisogni reali dei cittadini, dalle attese delle giovani donne e dei nostri figli, dal valore dei beni comuni. C’è tanta disillusione nel dato allarmante dell’astensione (40% al primo turno; 54% ai ballottaggi).
Quello dell’altra domenica è allora, ancora una volta, un voto contro le classi dirigenti, contro un modo personalistico di intendere la gestione del potere, contro l’incapacità di tornare a dialogare e costruire un rapporto di fiducia con i cittadini. Non so se anche questa volta si invocherà lo spettro del populismo, ma se si leggesse in questo modo ciò che è accaduto, si perderebbe l’ennesima occasione per capire cosa stia accadendo nel nostro Paese. Un’ultima annotazione: quando, dopo la cerimonia laica di addio a Stefano Rodotà, gli studenti e i cittadini presenti hanno salutato con un lungo e caloroso applauso il grande giurista, hanno testimoniato bene quanto siano importanti e apprezzate l’autorevolezza pacata e la vicinanza alle loro attese. Al contempo, forse, hanno sottolineato la lontananza e l’incapacità di ascolto di una parte della classe politica.

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