L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 5 luglio 2017

Immigrazione di Rimpiazzo - Solo degli euroimbecilli potevano pensare che nel medesimo territorio ci potevano convivere culture diverse e non il dominio di una sulle altre

Apocalittici e (mal)integrati La fine del modello francese

Parlare delle conseguenze disastrose dell'immigrazione selvaggia non è più un tabù. Neppure per il capo dell'Eliseo

Sebastiano Caputo - Mar, 04/07/2017 - 08:18

Ora è legittimo parlare delle conseguenze disastrose legate ad un'immigrazione incontrollata. Persino il nuovo capo dell'Eliseo, Emmanuel Macron, ha osato rompere il tabù dei tabù durante l'ultimo vertice di Berlino.


«Come spieghiamo ai nostri cittadini, alla nostra classe media, che all'improvviso non c'è più un limite?», ha detto. Eppure c'è chi da tempo in Francia, solo contro tutti, aveva diffuso analisi autorevoli e controcorrente per mettere in guardia le cancellerie europee.

Régis Debray, Eric Zemmour, Alain De Benoist, ma anche Michèle Tribalat, direttrice dell'Istituto Nazionale degli Studi Demografici e nemica della «statistica ufficiale», che di recente ha ripubblicato un libro intitolato Assimilation: la fin du modèle français (Le Toucan) dove traccia un parallelismo quasi apocalittico tra l'esplosione dei flussi migratori e il fallimento dell'integrazione. Non è il racconto di un complotto contro l'Europa per annetterla ad un altro continente attraverso la demografia, né una lunga tesi a supporto della teoria della «grande sostituzione» di Renaud Camus, ma uno studio laico che desacralizza - dati alla mano - l'ideologia senza-frontierista delle élite mondializzate.

Il modello assimilativo à la française, appunto - che si differenzia dal multiculturalismo anglosassone e dal melting pot statunitense - si traduce nell'accettazione incondizionata ai cosiddetti valori della République: tutti i nuovi arrivati, che siano cristiani, musulmani o ebrei, devono mettere in secondo piano le proprie origini, tradizioni, leggi e usanze. Non rinunciandovi, ma gerarchizzandole. Se questo sistema asimmetrico aveva funzionato fino all'inizio degli anni Settanta, si è poi disintegrato progressivamente di fronte ad un'immigrazione massiva, incontrollata e prevalentemente di fede musulmana. Le conclusioni di Michèle Tribalat, che ha lavorato in particolar modo sulla concentrazione dei giovani (0-17 anni) di origine straniera e sulla loro evoluzione nel corso degli ultimi quarant'anni, dimostrando il loro accentramento nelle zone urbane di più di 10mila abitanti (ad esempio nel dipartimento di Seine-Saint-Denis, proprio accanto di Parigi, la proporzione dei giovani di origine straniera è ormai vicina al 60 per cento), si inseriscono de facto nella storia politico-urbanistica e demografica fallimentare cominciata poco dopo le dimissioni di Charles de Gaulle.

Questo lungo processo inizia proprio nel 1975 con la legge sul «ricongiungimento familiare» (possibilità per gli immigrati di far venire i loro parenti da fuori) fortemente voluta da Valéry Giscard d'Estaing e sostenuto da una larga parte degli industriali francesi che avevano bisogno di mano d'opera a basso costo in un periodo di forte crescita economica. Di fronte all'arrivo di queste nuove popolazioni si avviò un grande progetto residenziale a basso costo e, sebbene le banlieue nascessero come residenze provvisorie per gli immigrati, si sono velocemente trasformate dopo gli anni Ottanta in dimore fisse fino a diventare veri e propri ghetti etnico-confessionali staccati dal resto della comunità. Fu il governo del presidente François Mitterrand (1981-1995) a vedere in queste sacche urbanistiche abitate in maggioranza da stranieri (africani e arabi) la futura nuova base elettorale del Partito Socialista. La stessa Tribalat nel capitolo sull'«abbandono degli autoctoni» spiega come questa strategia fosse stata teorizzata dal think tank Terra Nova che considerava i ceti popolari meno aperti ai valori progressisti a differenza delle minoranze. E accanto nascevano associazioni come SOS racisme e Touche pas mon pote (nei loro direttori non c'era nemmeno un immigrato) che operavano nelle banlieue per tutelare i «migranti», sebbene col tempo diventeranno gli incubatori del diritto alla diversità in contrapposizione al modello assimilativo francese.

Così è dilagata la figura del racaille o del banlieusard, giovane di quartiere connesso alla delinquenza, culturalmente sradicato, parassitario, iper-consumatore, in bilico tra re-islamizzazione radicale e riproduzione della cultura gangster bling-bling americana. Le stesse caratteristiche che avevano in fondo quegli attentatori stranieri naturalizzati francesi - da Mohamed Merah fino ai fratelli Kouachi - incapaci di integrarsi socialmente e professionalmente. «L'immigrazione non è solo il nostro passato ma anche il nostro presente e il nostro futuro», scrive Tribalat nella conclusione del libro, intravedendo all'orizzonte un modello multiculturale mescolato ai grandi principî repubblicani ancora più conflittuale. E a pagarne le conseguenze sono proprio le classi popolari, accusate di qualsiasi forma di discriminazione e costrette a trasferirsi nei piccoli comuni poco toccati dalle concentrazioni etniche.

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