L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 luglio 2017

La nostra posizione geopolitica è chiara: Mare Nostrum. Dobbiamo costruire una classe dirigente che ha chiara questo presuposto, è una parte fondamentale della visione-paese, del ruolo dell'Italia al servizio del suo Interesse Nazionale

La trappola libica, le ferite che non passano


Perché siamo nei guai? L'Italia in Libia nel 2011 ha dovuto accettare il bombardamento di Gheddafi e sotto la minaccia che venissero colpiti i terminali Eni si è accodata ai raid aerei. Ha perso così il suo più importante alleato nel Mediterraneo con cui aveva firmato un trattato cinquantennale soltanto sei mesi prima, legato dal cordone ombelicale di un gasdotto. Si è trattato della più devastante sconfitta dalla seconda guerra mondiale, inferta da una coalizione franco-anglo-americana, cioè da presunti alleati che hanno poi abbandonato la Libia al suo destino salvo poi flirtare con il generale Khalifa Haftar, con l’Egitto e bombardare l’Isis, senza però dimostrare la minima intenzione di riportare la Libia ai suoi confini originari.

Le frontiere dell’Italia sono affondate sulle coste della Sirte e i confini Schengen si sono dissolti nel Sahel. Adesso l’Unione corre debolmente ai ripari dopo anni di anarchia alle frontiere libiche che sono diventate pure quelle dell’Europa. Per fermare la rotta balcanica dei profughi sono stati promessi 6 miliardi di euro a Erdogan accettando che diventasse una sorta di autocrate mediorientale, non il candidato all’ingresso nell’Unione. E oggi l’Austria, presa a schiaffi da Ankara sul partenariato della Nato, schiera i corazzati al Brennero. L’impressione è che i membri dell’Unione alzino la voce senza esprimere la minima comprensione del problema che va ben oltre i migranti di oggi ma riguarda la stessa possibile disgregazione dell’Europa. L’Italia dopo Gheddafi è stata vista come un Paese sconfitto e che per di più non ha saputo reagire alla frantumazione della Libia puntando sui cavalli sbagliati. La Francia intanto è intervenuta in Africa e in Mali quando i suoi interessi sono stati minacciati.


3 giugno 2017

Non c’è da stupirsi della mancata solidarietà europea: potrebbero i francesi, gli inglesi o gli americani ammettere di essersi sbagliati a eliminare Gheddafi accettandone le conseguenze? Il dittatore libico, come ha detto un rapporto dello stesso Parlamento britannico, non sarebbe mai caduto senza un intervento esterno. Dobbiamo stare molto attenti con alleati del genere perché sono gli stessi secondo i quali Assad era già finito sei anni fa. Abbiamo partecipato a missioni all’estero, dall’Iraq all’Afghanistan, che sono servite a ben poco ma non siamo stati in grado di difendere i confini reali e della nostra geopolitica. Tutto il resto sono chiacchiere. Tocca a noi decidere che cosa vogliamo fare del nostro presente e forse anche del nostro futuro, cosa non facile per un Paese che per 70 anni si è cullato sotto l’ombrello americano e della Nato.

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