L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 luglio 2017

Marine le Pen, la strada è costellata dai falsi ideologici, Tsipras insegna la francese segue, come tradire il proprio popolo

Dopo la batosta alle urne Le Pen si converte all'euro

La leader del Fn sembra convinta che la campagna contro la moneta abbia causato la disfatta

Livio Caputo - Ven, 07/07/2017 - 09:31

Sembra che quando ieri mattina ha visto su Le Figaro il titolo «Uscita dall'Euro: il Fronte nazionale pronto a una svolta spettacolare», uno dei più ortodossi degli otto deputati del partito eletti a Palazzo Borbone abbia esclamato sgomento: «È some se il Papa si preparasse ad annunciare che non crede più nell'esistenza di Dio».


Si tratta naturalmente di un'esagerazione, ma se davvero il partito di Marine Le Pen rinunciasse a uno dei pilastri su cui poggia il suo programma, e a cascata la sua decisione influenzasse i sovranisti di tutta Europa di cui è l'indiscussa guida, saremmo davvero di fronte a una rivoluzione copernicana.

Secondo il quotidiano parigino, il dibattito tra gli strateghi del partito sull'opportunità di un cambiamento di rotta sarebbe già in una fase molto avanzata e la stessa Marine si starebbe convincendo che la virulenta campagna contro l'appartenenza alla moneta unica sia una delle ragioni per cui il Fronte non riesce a conquistare il potere. Da un sondaggio, risulta anche che una buona fetta di militanti è favorevole a un cambiamento. Del resto, in una recente intervista, la stessa leader è stata abbastanza esplicita: «Credo che bisogni veramente mettere tutto sul tavolo se vogliamo ripartire con una grande forza capace di attirare gente nuova». Dichiarazioni simili sono state fatte anche dal numero 2 del partito, Philippot (peraltro sconfitto nel su collegio e rimasto fuori da Palazzo Borbone). Ma non basta. Della rivoluzione, potrebbe fare parte integrante anche un cambiamento di nome, di cui del resto si parla già da due anni cioè dal deludente risultato delle elezioni amministrative in cui il Fronte nazionale non aveva conquistato neppure una regione - e che era stato accantonato soltanto per l'opposizione del vecchio Jean Marie (nel frattempo espulso dalla figlia) e dei suoi residui seguaci.

Sebbene i francesi non siano mai stati entusiasti della moneta unica, tant'è vero che il trattato di Maastricht fu approvato a suo tempo in un referendum con una maggioranza risicatissima, sembra che i dirigenti del Fronte siano arrivati alla conclusione che l'impegno a uscire dall'euro sia diventato l'impedimento principale nella scalata del partito al potere. Tutto sommato, non si può dire che il Fronte nazionale sia uscito male dall'ultima tornata elettorale, perché solo la peculiarità della legge lo ha ridotto a un ruolo marginale: Marine ha ottenuto 10,6 milioni di voti al ballottaggio delle presidenziali, il partito è risultato in termini di voti il terzo della Repubblica nelle legislative ed è riuscito a passare da due deputati a otto anche se nessuno ha voluto allearsi con lui al secondo turno. Ma per progredire ulteriormente, ha bisogno di conquistare una buona fetta dell'elettorato del Partito repubblicano (in questo momento in preda a feroci rese dei conti interne) che invece ritiene che, uscendo dall'euro, la Francia potrebbe andare incontro a una catastrofe finanziaria.

Inutile dire che la rinuncia del Fronte nazionale all'uscita dalla moneta unica avrebbe vaste ripercussioni in tutta l'Eurozona, dove i partiti sovranisti e populisti ne avevano fatto una bandiera, anche se ultimamente, almeno in Italia, avevano cominciato a loro volta a sfumare le proprie posizioni. Un po' ovunque si comincia cioè a prendere atto che abbandonare l'euro comporta anche, in base ai trattati, uscire dall'Ue, perdendo non solo i benefici del mercato unico (?!?!) ma, nel caso della Francia, anche i massicci sussidi all'agricoltura essenziali per il suo buon funzionamento.

In parallelo, la virata del Fronte sarebbe di grande aiuto a chi sostiene che l'euro, pur con tutti i suoi difetti, rimane un collante indispensabile e, una volta dotato dei meccanismi politici rivelatisi indispensabili per la sua gestione e su cui Macron e la Merkel sembrano d'accordo, sarà per i futuro dell'Unione la carta vincente.

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