L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 luglio 2017

Mauro Bottarelli - 2017 crisi economica, i conti si pagano

SPY FINANZA/ La "valanga" pronta per i mercati

Negli ultimi giorni non sono mancate le vendite sui mercati azionari e obbligazionari di Europa e Usa. Ma qualcosa di peggio succede a Oriente, spiega MAURO BOTTARELLI

08 LUGLIO 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

«Stanno vendendo tutto!». Questa la dichiarazione di un trader a Cnbc, quando Wall Street stava chiudendo pesantemente negativa, con il Nasdaq a guidare i cali. E, attenzione, non fosse stato per il vertice di Tallinn e il G20 ieri i tonfi che hanno interessato Borse e mercati obbligazionari globali avrebbero avuto l'onore delle prime pagine sui giornali, perché quanto accaduto giovedì non si può definire una "giornata nera", bensì l'inizio vero e proprio del reset. Per tutti. A partire dai forti movimenti al rialzo sui rendimenti dei titoli di Stato, dalla Germania alla Spagna passando per l'Italia e gli Stati Uniti vissuti ieri mattina. 

Perché mentre i mercati azionari tradavano deboli, su quelli obbligazionari si consolidavano i recenti atteggiamenti degli investitori, determinati a prendere posizione in vista di una - seppur graduale - normalizzazione delle politiche monetarie delle Banche centrali. Al netto delle criticità di cui vi ho parlato ieri, la volontà formale della Fed di iniziare a ridurre un bilancio gonfiato fino a 4.500 miliardi (mentre sono già partite le strette sui tassi) e la possibile fine del Quantitative easing della Bce, passando per il rialzo del costo del denaro in Gran Bretagna, fanno paura. Nonostante i governatori predichino cautela e si dicano più concentrati che mai a non spingere la ripresa, ci sono ormai troppe spie sui mercati che indicano un cambio nel clima globale. 

In un'analisi pubblicata da Abn Amro e rilanciata da Repubblica, si ricorda che il Bund decennale ha superato la soglia psicologica di un rendimento dello 0,5%, toccando il livello massimo dal gennaio 2016 e in un trend ascendente ininterrotto per otto sedute. Soltanto giovedì, il rendimento tedesco è salito di 10 punti base e ancora più marcato è stato l'aumento dei tassi sul debito italiano e spagnolo, con la curva delle diverse scadenze che si è fatta più ripida. A spingere il calo dei titoli di Stato - quindi l'opposto rialzo dei rendimenti - sono state per prime le parole di Mario Draghi da Sintra, ancora a giugno, interpretate come un cambio di passo della Bce verso una fine del Qe. Altri segnali si sono colti sui mercati nelle ultime ore: un'asta di titoli francesi con domanda molto bassa; un discorso inusitatamente "da colomba" del capo-economista della Bce, Peter Praet, che ha provato a placare i mercati; l'emergere dalle minute della Bce di una discussione in seno al Direttorio sull'opportunità di rimuovere dal comunicato finale delle riunioni la frase con la quale la Banca centrale si impegna ad «aumentare l'ammontare o la durata degli acquisti se si rendesse necessario». Insomma, vari indizi che fanno una prova: il Qe ha un orizzonte che si approssima e dalla banca olandese si aspettano che il rendimento del decennale tedesco salga fino allo 0,8% per la fine dell'anno. 

E il nostro spread? Anch'esso si muove in rialzo: ieri mattina in apertura di contrattazioni, il differenziale segnava 172 punti contro i 169 della chiusura di giovedì, portando il rendimento del titolo decennale italiano verso il 2,3%. Ma c'è dell'altro a fare paura. Ad esempio, il fatto che sempre ieri lo Shanghai Composite sia andato pesantemente sotto pressione dopo un'ondata di vendite sulle società a larga capitalizzazione per timori legati a un credit crunch: ieri, infatti, la Banca centrale cinese ha saltato le consuete operazioni di open-market che consistono nel pompare liquidità sul mercato. Ed è l'11ma giornata consecutiva che la Pboc non agisce. Cosa vi avevo detto settimane fa di tenere sott'occhio la Cina? 

Anche perché questo grafico ci dimostra come il problema italiano legato alle sofferenze bancarie sia una passeggiata nel parco, se paragonato a quello cinese: perché la Pboc non agisce? Perché in questo momento non può. Ulteriore credito, infatti, farebbe gonfiare la bolla ben oltre il livello di guardia, facendo accendere a quel punto sirene d'allarme di segno opposto a quelle sostanziatesi l'altro ieri sui mercati: ovvero, la vendetta della realtà macro. La quale, una volta disvelatasi, è destinata a diventare una valanga in tempi rapidissimi, pur apparendo sulla scena sotto le rassicuranti fattezze della palla di neve. 


E se volete sapere davvero cosa spaventa i mercati, al netto delle prospettive d'azione poco chiare di Bce e Fed, occorre guardare proprio a Oriente ma in Giappone, dove ieri è accaduto qualcosa di assolutamente senza precedenti, destinato a svelare a tutti il mondo in cui stiamo vivendo. Spaventatasi per la sell-off obbligazionaria globale in atto, la Bank of Japan non solo ha voluto ricordare ai mercati la sua presenza, ma lo ha fatto nel modo più drammatico possibile: ha aumentato l'ammontare di acquisti di bond sovrani nella scadenza 5-10 anni da 450 a 500 miliardi di yen e, contemporaneamente, ha sfoderato quello che in gergo viene definito il QQEWYC bazooka, ovvero ha annunciato l'acquisto di un ammontare illimitato di titoli di Stato giapponesi a 10 anni allo 0,11% di rendimento, solo una frazione di yield al di sopra della cosiddetta line in the sand tracciata dalla BoJ a 0,10%, livello varcato già una volta dallo scorso febbraio. Questo grafico ci mostra la dinamica, tanto che immediatamente dopo l'annuncio della Banca centrale nipponica, il benchmark TSY, il quale stava tradando in area 0,105% e flirtando con il livello 0,11%, ha immediatamente ritracciato a 0,095%: insomma, le Banche centrali governano il mondo. Non a caso, subito dopo l'indice Topix ha pareggiato le perdite e il Nikkei, che scendeva fino al -0,7%, le ha dimezzate, consentendo anche allo yen di indebolirsi addirittura di 25 pips, arrivando a 113,50. 


Insomma, la BoJ ha salvato il mercato globale un'altra volta, ma, facendolo, ha anche mostrato la vera faccia di quanto sta accadendo dietro le quinte. Ovvero, che non solo la Banca centrale nipponica è detentrice del 100% del Pil giapponese in termini di bond sovrani, ma che, soprattutto, Tokyo vive ormai in un mondo in cui non sono tollerate variazioni al rialzo del rendimenti, nemmeno quelle apparentemente più impercettibili e innocue. Perché? Perché verrebbe giù, in un colpo solo, l'intero castello di sabbia messo in piedi dal 2009 in poi dalle Banche centrali di tutto il mondo, Tokyo in testa. 

Pensate che si potranno sopprimere artificialmente le dinamiche reali di mercato per sempre? No, non si può. E quanto accaduto giovedì, pur nel suo piccolo, è lì a ricordarcelo.

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