L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 luglio 2017

Mauro Bottarelli - il petrolio deve aumentare e per farlo serve una bella guerra

SPY FINANZA/ I guai di cui il G20 non ha parlato

Nei grandi consessi come il G20 non si affrontano mai i veri problemi dei paesi partecipanti. E gli Usa, dice MAURO BOTTARELLI, a livello economico non vanno benissimo

10 LUGLIO 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Sapete perché i grandi meeting internazionali non raggiungono mai risultati soddisfacenti? Perché non hanno il coraggio di discutere pubblicamente i problemi reali, essendo i Paesi partecipanti troppo preoccupati di svelare le proprie agende. Il G20 conclusosi sabato ad Amburgo non ha fatto differenza: zero ricucitura sul clima con gli Usa, un mezzo accordo al ribasso sul commercio, nulla di fatto nel contrasto ai trafficanti di uomini e rivendicazione del diritto a proteggere i confini in fatto di migranti, quindi un altro colpo all’Italia in attesa del vertice Frontex di domani a Varsavia. Due soli, i passi avanti: il primo incontro faccia a faccia fra Donald Trump e Vladimir Putin e la decisione, sempre russo-americana, di tregua nella zona sud-ovest della Siria a partire da ieri. Nel primo caso, un formale successone, visto che l’incontro doveva durare al massimo 45 minuti e ha superato le due ore: ora saranno i fatti a dirci se sarà vero riavvicinamento, dopo le dure parole contro Mosca pronunciate dal presidente USA solo 24 ore prima di incontrare il titolare del Cremlino. Nel secondo caso, si è trattato solo di un annuncio formale, tenuto debitamente in serbo per la stampa: la decisione sulla Siria era infatti stata già presa dai titolari degli Esteri dei due Paesi, Lavrov e Tillerson, quindi nulla che sia maturato realmente nell’assise anseatica.

Ma proprio venerdì, mentre il vertice entrava nel vivo e in Italia erano le 14:30, ecco che una notizia - attesa - irrompeva sugli schermi delle agenzie: a giugno negli Usa sono stati creati 220mila nuovi posti di lavoro non agricoli, contro le attese di 190mila. Revisione al rialzo - tanto per cambiare - anche per i dati di aprile e maggio e tasso di disoccupazione salito dal 4,3% al 4,4%, questa volta però per una buona ragione: l’aumento della composizione della forza lavoro. Insomma, tutto bene. No. E ce lo mostra questa tabella, la quale ci fa vedere come la parte dei leone sia toccata alle assunzioni nelle amministrazioni locali, che hanno segnato +35mila posti a giugno, certamente un dato legato al fatto che quel mese segni la fine dell’anno fiscale per molti Stati Usa, ma anche la cartina di tornasole di una mano pubblica che continua a intervenire per tamponare, sia in fatto di posti di lavoro che di incentivi o acquisti diretti di autoveicoli. Per il resto, tutti posti di lavoro a salario minimo e bassissime garanzie: stranamente, al netto di chiusure stile bagno di sangue per le maggiori catene, il dato delle vendite al dettaglio ha segnato un +8mila posti. Pochini, comunque, trattandosi di consumi diretti e, quindi, di una voce che pesa per il 40% del Personal Consumption Expenditures (Pce), il quale a sua volta pesa per il 70% del Pil statunitense.


E cosa sottende questo dato? Semplice, che non solo il mercato azionario - di cui parleremo a seguire - è in piena bolla da espansione artificiale degli utili, ma anche il Pil statunitense. Il dato delle vendite retail calcolato dal sondaggio Bloomberg Intelligence, ci dice chiaramente che nel secondo trimestre non si è sostanziata la tanto sbandierata apertura indiscriminata dei portafogli e, anche dove si è visto un dato di crescita, questo si è concentrato quasi unicamente nel commercio digitale, colpendo di fatto altri settori come i viaggi, pranzi e cene fuori e, in generale, le attività ricreative fuori di casa. Insomma, in questo contesto l’America si ritrova con l’avere un problema di Pil nominale. Se infatti la crescita reale è solo del 2% e le prospettive inflazionistiche stanno calando, questo significa che la crescita nominale sarà solo del 3%, un dato che accomuna anche la crescita degli utili. Peccato che le stime per l’anno prossimo relative a quest’ultima voce volano attorno a un fantascientifico 12%: quindi, se la crescita reale e l’inflazione non salgono - e di molto - ci troviamo di fronte a un miss-match devastante tra realtà e prospettive del mercato drogato. In parole povere, negli Usa, la crescita del mercato è ben al di sopra di quella del Pil. Ed è un problema. Serio.

E ne abbiamo uno ulteriore, del quale vi parlo ormai da mesi e che ha ricadute dirette sul primo. Perché storicamente, sono due le aree del mercato che vengono attenzionate come buoni indicatori della forza, o della debolezza, di un’economia e delle equities: retail, appunto e petrolio. Se la prima area abbiamo appena visto che non offre grosse speranze, questa seconda tabella ci dice che qualcun’altro con le speranze ha davvero ecceduto. Il prezzo del greggio, infatti, è letteralmente crollato in area 20 a partire dal 2014, ma poi ha vissuto un fisiologico rimbalzo, cui era associato anche il rimbalzo degli utili del settore. Peccato che le dimensioni dei due rimbalzi siano state lievemente diverse e adesso che il recupero delle valutazioni è sparito di nuovo, ci troviamo con un settore energia che ha postato un 396% di aumento su base annua, al netto di un barile in area 45-50 dollari e destinato a non schiodarsi troppo, salvo eventi geopolitici sconvolgenti.


Il problema è direttamente legato alla tenuta del comparto, il quale è l’architrave dell’indice S&P 500: gli analisti, infatti, non ha esorbitato soltanto con le previsioni relative al secondo trimestre di quest’anno ma per l’intero 2017. La valutazione media vede infatti il prezzo del barile a 51,96 dollari nel secondo trimestre, 54,29 nel terzo trimestre e 55,72 nell’ultimo trimestre dell’anno. Ad oggi, ripeto, siano più in area 45 dollari che 50 e senza un driver all’orizzonte, almeno se guardiamo ai fondamentali macro e non alle scappatoie geopolitiche o ai mondi degli unicorni dei futures.

Al G20 di queste cose non si parla, perché è sconveniente dire al mondo quali sono i guai sistemici che dovremo prima o poi affrontare: se la Cina è in piena bolla creditizia e pare non poter più espandere e l’Europa vive unicamente perché “attaccata alle macchine” della Bce, la quale prima o poi dovrà dire la verità sul Qe, ecco che abbiamo un’America che aveva campato per almeno un biennio sul rally artificiale di Wall Street come proxy dell’economia reale e, quando la realtà stava testardamente cercando di riportare tutti con i piedi per terra, si ritrova con alla Casa Bianca un uomo che promette la più grande rivoluzione fiscale di sempre, al fine di dispiegare un stimolo senza precedenti per l’economia. Chi stava per rivedere le sue posizioni, di fronte all’uragano ottimistico della Trumpnomics, ha cambito idea e puntato ancora al rialzo.

Gli hedge funds, nel frattempo, furbescamente vendono con il badile ciò che l’entusiasmo generale vuole acquistare: e puliscono i bilanci. Il problema è che presto toccherà farlo anche alle banche e agli Stati e allora sì che saremo nei guai. A meno che la tregua in Siria sancita da americani e russi non sia propedeutica proprio a trovare una soluzione al problema. Perché il vertice davvero importante non è stato il G20 di Amburgo, bensì quello iniziato ieri a Istanbul, il World Petroleum Congress (Wpc), il congresso mondiale del petrolio, che quest’anno avrà al centro delle discussioni - guarda caso - proprio l’attuale fase dei prezzi. Tra i partecipanti previsti, il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, il segretario generale dell’Opec, Mohammad Barkindo, il direttore esecutivo dell’Iea (International Energy agency) Fatih Birol e il presidente e ceo di Saudi Aramco, Amin Nasser. Aziende e rappresentanti dei governi da ieri e fino a giovedì analizzeranno la situazione del mercato alla luce dell’intesa tra i Paesi Opec e non Opec e cercheranno nuove strategie per far risalire i prezzi, ancora sotto i 50 dollari al barile.

Tre anni fa, quando si tenne la precedente edizione del Wpc, le quotazioni erano a 100 dollari al barile. Occorre fare qualcosa. E si farà, tranquilli. Avete notato che in rappresentanza degli Usa non ci sia il ministro per l’Energia, ma quello degli Esteri? Pensate che la ragione sia da ricercarsi nel fatto che si trovasse già in Europa, essendo fresco reduce dal G20? No, a Washington non spaventano i costi per le trasferte ufficiali. È lì per un altro motivo: perché è l’ex ceo della ExxonMobil. E, si sa, i privati sono molto più pragmatici nel trovare soluzione del pubblico, quando si tratta di soldi.

Petrolio e retail, la chiave di tutto. Petrolio e retail, l’unica via d’uscita per l’economia americana. E temo che sarà il primo a fornire la scorciatoia.

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