L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 luglio 2017

Mauro Bottarelli - le auto non si vendono, le fabbriche lavorano al 60% ,?!?!, delle loro possibilità, la politica monetaria è chiamata di nuovo a stampare denaro, che non può finire ancora una volta alla finanza che troppo ha giocato e gioca sul niente e che ha perso di vista ormai la realtà. Tempesta perfetta

SPY FINANZA/ Usa, la bolla pronta a scoppiare (e a danneggiare Trump)

Nelle minute relative all'ultima riunione del comitato monetario della Fed si possono trovare elementi importanti per capire cosa accadrà ai mercati (e a Trump). MAURO BOTTARELLI

07 LUGLIO 2017 MAURO BOTTARELLI

Janet Yellen (Lapresse)

Tutti ai nastri di partenza, il conto alla rovescia è iniziato. Oscurate dal caso migranti e dal G20 di Amburgo con il suo carico di tensioni legato alla Corea del Nord, le minute dell'ultima riunione del comitato monetario della Fed pubblicate mercoledì sera ci hanno detto chiaramente quale direzione stanno prendendo le scelte economiche globali: le condizioni per uno schianto ormai ci sono tutte, sappiamo quale sarà il detonatore, quindi prepariamoci. E proprio le tensioni geopolitiche, che potrebbe deflagrare oggi al vertice tedesco se permarranno le posizioni divergenti sui test nordcoreani tra Usa da una parte e Cina e Russia dall'altra, potrebbero essere il casus belli necessario a giustificare agli occhi dell'opinione pubblica globale e dei mercati (i quali non aspettano altro), il repentino cambio di direzione: ovvero, la Fed passerà da un processo di normalizzazione del costo del denaro a un atteggiamento prima neutrale e attendista e, poi, apertamente espansivo. Ora, l'importante è frenare le tensioni sul bilancio, ovvero sull'alleggerimento dello stato patrimoniale della Banca centrale americana rispetto alla mole spaventosa di debito acquistato sotto i vari regime di Qe, i tre cicli ufficiali più Operation Twist. 

E cosa ci hanno detto le minute della Fed? Principalmente che la Federal Reserve, in netto contrasto con l'attitudine di soli due mesi fa, nutre timori che potrebbero ostacolare i suoi piani di normalizzazione della politica monetaria. E questi timori si chiamano inflazione, di nuovo troppo debole per essere salutare per l'economia e mercati azionari, forse invece su vette troppo alte, preda di entusiasmi e assuefazione al rischio. La Banca centrale, trapela dai verbali, potrebbe iniziare la riduzione del suo enorme portafoglio di asset, che comprende titoli del Tesoro e garantiti da mutui, «fra due mesi», cioè a settembre. Ma alcuni esponenti del Fomc ritengono tuttora che, nonostante i preparativi - un prudente piano già comunicato che cominci con tagli da 10 miliardi al mese su asset da 4.500 miliardi -, gli investitori possano avere ancora bisogno di maggior tempo per digerire il cambiamento. E che un avvio del genere potrebbe risultare troppo ravvicinato, considerato come un segnale che la Fed intende essere più aggressiva - testualmente «meno graduale» - nel rimuovere stimoli all'economia rispetto al precedente cammino, molto graduale. 

Ora, vi spiego - o almeno, ci provo - perché quella della Fed è una presa in giro, l'ennesimo gioco di specchi per negare la realtà: ovvero che, come ci mostra il proxydel mercato automobilistico, gli Usa stanno già flirtando con la prossima recessione e che i mercati azionari sono ai massimi solo grazie ai soldi delle manovre espansive e delle swap lines, con cui operano buybacks che tengono alte le quotazioni, abbassano il flottante e garantiscono lo stacco di dividendi e bonus. Guardate questi grafici, sono questi la base del ragionamento di alcuni membri del Fomc rispetto a un livello dell'inflazione reale che sarebbe troppo basso per legittimare ulteriori rialzi dei tassi. E che, anzi, dovrebbe far riflettere su un loro congelamento e una politica molto di cautela rispetto ai bond in detenzione a bilancio, pena uno scossone sulla curva dei rendimenti. Ci mostrano la serie storica delle prospettive inflazionistiche fra il 2005 e il 2017 basate su tre parametri di misurazione: annualizzato a 3 mesi, annualizzato a 6 mesi e annualizzato a 12 mesi, il cosiddetto criterio su base annua che è il benchmark per la Fed (e non solo). Bene, la serie attuale ci mostra come il trend delle proiezioni a 3 mesi sia chiaramente di decelerazione dell'aumento dei prezzi, incorporando anche tutte le componenti sensibili, come cibo e petrolio.



Ma perché mettere in campo proprio adesso una ridiscussione dei parametri valutativi? Semplice, perché garantisce una bella pausa da ulteriori magheggi sui tassi: gli Usa ovviamente non sono ancora in dinamica di flirt con la deflazione, ma una recessione che sta montando, vedi anche il dato delle vendite al dettaglio, potrebbe andare a cozzare in maniera spaventosa con una politica monetaria restrittiva, trasformando il bust del ciclo economico in qualcosa di non più controllabile, nemmeno passando a politiche espansive in maniera rapidissima ed emergenziale. Insomma, ciò che fino a ieri era una componente valutativa delle prospettive inflazionistiche ma non certo la metrica principale, ora diventa benchmark: basta cambiare i criteri e il bianco può diventare nero, se serve. E, operando in questo modo, come il gioco delle tre carte, è facile trovare subito dati macro da tramutare in alleati della propria narrativa. 

Ad esempio, la componente "prezzo pagato" nel dato manifatturiero Ism, quella relativa al settore dei servizi Ism, e, addirittura, l'ultimo report dell'Ocse, pubblicato il 4 luglio, in base al quale il tasso di inflazione è in calo per il quarto mese consecutivo in tutte le economie del G20. E sapete perché si è ricorsi, in fretta e furia rispetto ai toni tranquillizzanti di sole poche settimane fa, a questi mezzucci tecnici? Ce lo spiega questo grafico, il quale ci mostra come il livello di open interest sulle opzioni put (ribassiste) del Nasdaq sia arrivato ai livelli del 2007, anno che dovrebbe ricordarvi qualcosa. Per questo a inizio articolo vi ho detto che la Fed ha capito quale sia il detonatore del botto, finalmente ha dovuto prendere atto che l'espansione dei multipli di utile per azione del settore tech è andata fuori controllo, proprio grazie alla politica monetaria. E ora tocca occuparsene. 


Quindi, il Deep State opera lavorando ai fianchi l'amministrazione Trump, la quale mercoledì ha attaccato frontalmente Pechino sul fronte nordcoreano e ieri, alla vigilia del G20, ha visto Donald Trump sferrare un gancio al mento alla Russia, parlando in Polonia: «Mosca si comporta in maniera aggressiva e destabilizzante, insieme alla Polonia stiamo elaborando il modo per reagire». Reazione a quanto detto, sempre ieri, dal ministero degli Esteri russo, il quale ha denunciato i preparativi avanzati di una false flag con agenti chimici da parte di elementi del fronte di Al-Nusra nell'area di confine - e contesissima tra Usa da un lato e Russia e Iran dall'altro - di Deir Ezzor? Come sia, come non sia, partire da presupposti simili per affrontare un dialogo edificante, appare impossibile. 

E se il portavoce del Cremlino ha sottolineato il «più completo disaccordo con le parole di Trump», auspicando però che l'incontro a due fra il presidente Usa e Vladimir Putin «possa servire a far conoscere e capire il reale approccio reciproco», la questione è ormai palese, le carte sono sul tavolo: la Fed deve trovare un modo per riattivare la stamperia, magari con gradualità che porterà con sé qualche ferito grave sul campo, ma, comunque, va fatto. Prima che si arrivi alla vera e propria strage. E sempre le minute del Fomc fanno capire chiaramente che un prossimo rialzo potrebbe arrivare non prima di dicembre, anziché a settembre com'era stato ipotizzato in passato. I mercati futures, dal canto loro, riflettono una simile prospettiva dando probabilità del 60% a un intervento a dicembre e solo del 19% a un'azione a due mesi. La stessa creazione di posti di lavoro negli Usa, poi, ha rallentato il passo, pur rimanendo in media vicina ai 120mila al mese e quindi sufficiente ad assorbire la nuova forza lavoro. Ma la Fed, nel suo dibattito interno, ha anche sollevato apertamente un nuovo spauracchio che alimenta il suo nervosismo: le condizioni e la futura stabilità dei mercati finanziari, appunto. 

Alcuni esponenti del board della Banca centrale, nell'ultimo vertice, hanno espresso timori sui livelli raggiunti dai prezzi azionari, considerati superiori ad alcune tradizionali misure di titoli in salute: per capire, lo Shiller Cape è al 182%, sopra la media degli ultimi 137 anni. Volete sapere come andrà a finire? Lasciate stare il Wall Street Journal o il Financial Times e guardate alle dichiarazioni che rilascerà Donald Trump oggi dopo il vertice bilaterale con Vladimir Putin: capirete subito come, quando e perché scoppierà la bolla. E come posizionarsi. 

Finalmente Wall Street pagherà per i suoi eccessi criminali? No, pagherà solo Donald Trump, politicamente e come capro espiatorio. D'altronde, lo hanno eletto apposta.

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