L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 luglio 2017

Roma, se ci sei, batti un colpo! e allora fuori dalla Nato una cappa che ci impedisce di fare gli Interessi Nazionali, la strategia del Mare Nostrum

SCENARI/ Russia, Cina e Egitto, sfida all'Italia nel Mediterraneo

L'Italia sembra poco interessata all'importante ruolo strategico che potrebbe svolgere nel Mediterraneo, a differenza di Russia e Cina molto attive nell'area. CALEB J. WULFF

16 LUGLIO 2017 CALEB J. WULFF

LaPresse

In un recente articolo sul sussidiario, Giulio Sapelli delinea una possibile evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti, Germania e Francia che aggiungerebbe nuove tensioni nell'Unione Europea a quelle già derivanti dal Brexit. L'articolo ipotizza che il neo eletto presidente Emmanuel Macron, definito giustamente neogollista, voglia approfittare delle tensioni tra Donald Trump e Angela Merkel per riproporre la Francia come leader europeo. Un recupero, cioè, di quella grandeurdecisamente offuscata proprio dall'ascesa della Germania riunificata; recupero che sarebbe facilitato, aggiungerei, dall'attuale situazione di incertezza del Regno Unito.

Da apparentemente calmo Mare Nostrum di Usa ed Europa, l'Atlantico sembrerebbe quindi in procinto di diventare agitato, benché in misura minore, si spera, dell'Oceano Pacifico, teatro del confronto/scontro con la Cina. E proprio la Cina, con la Russia, è dietro le quinte di questo nuovo scenario che, come descritto in un precedente articolo, fa intravedere un recupero di importanza strategica dell'originario Mare Nostrum, il Mediterraneo. 

A differenza di Cina e Russia, però, Stati Uniti, Germania e Francia sembrano avere un interesse solo tattico nei confronti del Mediterraneo e dei Paesi che lo circondano. La Francia continua ad esercitare il suo ruolo di potenza coloniale in Africa, ma non si perita di gettare la Libia nel caos pur di danneggiare l'Italia, sua alleata Ue e Nato. La Germania, in funzione anti-Trump, applaude a un improbabile Xi Jinping autoproclamatosi campione del liberismo e del libero commercio. Berlino si dimostra implacabile nel porre sanzioni contro Mosca in appoggio dell'Ucraina, ma poi continua a fare affari con la Russia, come nel caso del raddoppio del Nord Stream. Un grosso aiuto alla russa Gazprom (forse non trascurabile la presenza del predecessore della Merkel, Schroeder, ai vertici della società) e un danno all'Ucraina, finora importante canale per le esportazioni di gas russo in Europa.

Sembrerebbe quindi lasciato agli Stati del Sud Europa, Spagna, Grecia e Italia, il compito di sfruttare la posizione strategica del Mediterraneo. La Spagna, tuttavia, sembra ormai inserita nella sfera di influenza tedesca e ha risolto con la forza i suoi problemi di immigrazione, costruendo muri piuttosto che ponti con l'altra sponda mediterranea. La Grecia, sotto costante pressione tedesca, è in condizioni di sopravvivenza e tende a diventare una base della Cina per espandersi nel Mediterraneo: si veda l'acquisizione del Pireo. Resta l'Italia, che ha tutte le caratteristiche per un ruolo determinante nella questione, tranne, almeno finora, un governo che le sappia sfruttare.

L'Italia è un membro fondatore dell'Europa unita, ne è ancora uno dei componenti principali, sia per contributi finanziari, sia per popolazione e, malgrado la crisi, per peso economico. Ha una posizione geografica strategica nel Mediterraneo, crocevia delle rotte nord-sud ed est-ovest. Ha significativi rapporti economici sia con la Cina che con la Russia ed è uno degli Stati più danneggiati dalle sanzioni contro Mosca. A differenza, come visto, della Germania. Ha anche rapporti storici con l'altra sponda del Mediterraneo e la sciagurata avventura franco-anglo-americana non è riuscita a cancellarne la presenza in Libia, pur con gli errori fatti dai vari governi italiani. Importante in questo caso la presenza dell'Eni, punto importante anche nell'essenziale ripresa dei rapporti con l'Egitto, interrotti a seguito della dolorosa vicenda dell'omicidio Regeni. Una "decisione affrettata" quella del ritiro del nostro ambasciatore al Cairo, come sostiene Sherif el Sebaie nella sua intervista al sussidiario. L'Egitto sta acquistando un ruolo sempre più importante per il Nord Africa e il Medio Oriente e il raddoppio due anni fa del Canale di Suez ne rafforza l'importanza strategica. Una nota: in occasione dell'inaugurazione del raddoppio è stata eseguita l'Aida di Verdi, a quasi un secolo e mezzo dalla sua prima mondiale al Cairo, ma l'Italia era rappresentata solo dal ministro della Difesa. Eppure, se vi è un Paese che può trarre vantaggio da questo raddoppio è proprio l'Italia, per le ragioni già dette.

Roma per riaffermare la propria centralità nel Mediterraneo può agire anche sul versante Nato, data l'appartenenza ormai poco più che nominale della Turchia all'Alleanza. Sotto il laico e autoritario regime dei militari la Turchia era realmente il bastione della Nato contro l'influenza sovietica in Medio Oriente. Dopo la caduta del Muro e, soprattutto, l'arrivo al governo del sempre meno "moderato" Erdogan, Ankara si presenta sempre più estranea, o addirittura contraria, agli interessi europei. Né si può pensare che il problema possa essere risolto con l'entrata della Macedonia nella Nato, più che altro un "dispetto" a Putin.

La Nato in un certo senso sta sopravvivendo a se stessa ed è nella necessità di trovare un nemico, oscillando tra la Russia e il terrorismo islamico per questo ruolo. Ma in entrambi i casi non può più contare sulla Turchia e la Grecia è comunque troppo debole. Anche nell'ipotesi, per ora piuttosto lontana, di una forza armata comune europea, possibile sostituto dell'attuale Nato, l'Italia continuerebbe a rappresentare il suo cardine a sud. Roma, se ci sei, batti un colpo!

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