L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 4 luglio 2017

Si ognuno che vuole l'accoglienza e l'integrazione deve avere nella propria casa un'immigrato, e trarre forza e insegnamento dal nostro passato è sempre un bene da non dimenticare

Siamo stati dai ‘cattivi’ di Lealtà Azione, alla festa del Sole. E ve la raccontiamo, ‘oltre’ la retorica del cattiverio democratico e antifascista

Ecco cosa c’era alla tanto contestata Festa del Sole di Lealtà Azione: il nostro racconto

“In una democrazia che sia veramente tale tutte le idee, anche quelle che ci paiono più aberranti, hanno diritto di cittadinanza purché, giuste o sbagliate che siano, rinuncino a farsi valere con la violenza. Questo è il prezzo che una democrazia paga a se stessa, altrimenti si trasforma in qualcosa di diverso, in una sorta di teocrazia laica. Al Parlamento di Teheran, all’epoca di Khomeini, ho assistito a dibattiti accesissimi fra le diverse fazioni, ma dovevano sempre rimanere all’interno dell’ideologia islamica. Lo stesso accadrebbe se in una democrazia si pretendesse che tutte le idee devono stare all’interno dell’ideologia democratica. Invece una democrazia deve accettare anche idee non democratiche o antidemocratiche.

Sono stato alla festa nazionale di CasaPound che si è tenuta nei giorni scorsi a Revine Lago, per presentare il mio libro ‘La guerra democratica’, un po’ datato ma, vedi Siria, ancora drammaticamente attuale. Per la verità avevo voglia di declinare l’invito dei ragazzi di CasaPound, non per motivi ideologici ma perché farsi da Milano, anda e rianda, 700 chilometri era un po’ faticoso. Ma sono stato costretto a cambiare idea quando ho saputo che l’Anpi e il Pd locali si erano rivolti al prefetto e addirittura al ministro degli Interni perché vietassero la manifestazione:”E’ grave che a un movimento di chiara ispirazione neofascista, portatore di messaggi razzisti e xenofobi, sia consentito di poter diffondere l’ideologia fascista in violazione della Costituzione” aveva scritto Simonetta Rubinato nell’interrogazione ad Alfano. Ci sono andato quindi per difendere un principio”

Massimo Fini

BUBBIANO – Forse varrebbe la pena di chiuderla qui, con le parole di uno dei più importanti saggisti dell’ultimo (mezzo) secolo o quasi, Massimo Fini, che da giovane si è costruito la propria autorevolezza all’Europeo di Tommaso Giglio, assieme a Oriana Fallaci ed altri giornalisti entrato di diritto nel pantheon delle idee.

Ma siamo certi che a nulla, per l’ennesima volta, varrà il richiamo elementare al principio per cui Fini combatte da decenni. La libera circolazione delle idee, specie se non conformi, fa ancora paura in Italia. 

E allora venerdì scorso, profittando di una bella serata, abbiamo ‘inforcato’ lo scooter e andati a Bubbiano, piccolo centro dell’Abbiatense assurto a fama nazionale per aver ospitato la Festa del Sole, che il gruppo di Lealtà Azione tiene da anni nel mese di giugno. Vi partecipiamo dal 2015, quando si tenne a Rosate. Conosciamo piuttosto bene i ragazzi di Lealtà Azione, da Emanuele Bisogni a Stefano Del Miglio, il loro carismatico leader. Chi scrive ha moderato un paio degli incontri da loro organizzati. Ammirandone sempre la compostezza, l’educazione, la cortesia, il rispetto ANCHE per chi ha idee diverse. Sappiamo che alcuni militanti di LA vengono dalle frange dell’estremismo. E qui avanziamo la prima obiezione: a cos’è servita la lezione degli anni Settanta, quando generazioni furono spinte a forza verso la lotta armata nel nome della retorica da arco costituzionale ben delimitato? Perché vi piaccia o no, signore e signori, Lealtà e Azione partecipa appieno alle regole del gioco (democratico): ha contribuito ad eleggere Stefano Pavesi a Milano ed ora Andrea Arbizzoni a Monza.

A suon di voti, centinaia di voti. E dove sarebbe, lo scandalo?

Ma torniamo alla Festa del Sole, autentica ossessione di Repubblica (e Paolo Berizzi). Bubbiano è un piccolo ed ordinato centro ai margini di Bià, come ce ne sono parecchi. Ville a schiera ordinate, telecamere, strade pulite. Sindaco e giunta, su cui si sono accesi i riflettori dei media nazionali, paiono non aver gradito la festa di Lealtà Azione. Che si è svolta nel centro sportivo del paese, curato e manutenuto con ammirevole rigore (da un gestore privato, convenzionato col Comune che è proprietario dell’area).

Entriamo e notiamo il primo divertente ossimoro: a giorni ci sarà la festa di Rifondazione Comunista, lo annuncia un manifesto con l’effigie del Che. Nessun ‘lealista’ l’ha anche solo sfiorato. C’è un bar dove si svolge una festa, privata. Facciamo il nostro ingresso, salutando- ricambiati- i 4 ragazzi che regolano l’accesso alla struttura dove venerdì sera si tiene una conferenza sul tema dell’immigrazione.


La modera Stefano Pavesi (consigliere comunale di zona a Milano), assieme a Francesco Borgonovo (giornalista di Libero) e il già Sottosegretario di Stato agli Esteri, il senatore Alfredo Mantica, eletto (popolarmente) più volte con Msi, An e Pdl. Un uomo che ha rappresentato l’Italia nel mondo, per anni, tanto per intenderci.

Comincia la conferenza, il servizio bar viene chiuso. Durante i lavori, infatti, non si beve. Ci sono circa 250 persone, prevalentemente uomini, ma non mancano parecchie ragazze. Che tesi sostengono, i relatori? Eversione? Chiamata alle armi? Ritorno immediato al fascismo? Chi riempie d’inchiostro pagine e pagine non lo sa neppure, perché non viene mai ad ascoltare. Fa più presa la speciosa abitudine al conformismo delle idee.

Borgonovo tratta l’immigrazione da un punto di vista generale e filosofico, criticando aspramente i pasdaran dell’accoglienza. Alfredo Mantica, politico di robustissimo spessore storico, tratta il tema della dissoluzione degli Imperi nel Novecento, la transizione libica, la guerra in Iran, il tema cruciale del rapporto Usa-Europa, il ruolo dell’Inghilterra. Nel 2015, a Rosate, Lealtà Azione mise a confronto Giulio Gallera (un liberale di Forza Italia), Carlo Fidanza (dirigente nazionale di FDI), Igor Iezzi (Lega) e Simone Di Stefano di Casa Pound.

Ma nessuno spese un rigo per riportare i loro interventi: tutti accaniti a parlare di orbace, trame nere ed oscure, tetri rituali. Niente di tutto questo: si tratta di libera circolazione di idee. Non conformi, ma pur sempre idee.

Prima di uscire, andiamo al banchetto di libri e magliette, dove ci sono un ragazzo e una ragazza. Ci sono libri di Filippo Corridoni, Gianfranco De Turris, Ernst Junger, la storia del povero Sergio Ramelli. Bisognerebbe averli letti,prima di cantarne lo spregio. Ma tant’è. Compriamo l’ultima opera di Mario Vattani, un appartenente al Corpo Diplomatico del Ministero degli Esteri della Repubblica Italiana, per anni di servizio in Giappone. E’ dedicato alla mistica dei combattenti giapponesi, al bushido e allo spirito del Samurai. Idrovolante edizioni. Una buona lettura, consigliabile.


Salutiamo e ce ne andiamo. I ragazzi ascoltano, in un silenzio quasi irreale, le tesi dei propri ospiti. Come si conviene quando s’accoglie qualcuno a casa propria. Non ci sono camicie brune, orbace o fasci littori. Ci sono ragazzi e ragazze nei cui occhi arde un fuoco antico, pre-moderno, diremmo ancestrale. Ragazzi in cui brucia una passione ideale che stride fortemente col ‘cazzeggio’ dominante poco più fuori dal centro sportivo di Bubbiano, dove discretamente stazionano alcuni funzionari della Digos.

Il cattiverio democratico, d’altro canto, ha rivolto appelli melodrammatici a Carabinieri, Prefetto e Polizia. Non sappiamo di eventuali richiami alla Delta Force o al servizio segreto di Sua Maestà. Da qualche parte, insomma, potrebbe esserci persino un collega di James Bond.

Risaliamo in scooter e andiamo a combattere il caldo bevendo gin tonic con amici e amiche, guardando belle ragazze che il caldo di fine giugno (finalmente) scopre. Pensiamo a questi ragazzi e queste ragazze, così simili (in parte) a chi scrive e alla sua sensibilità, eppure così diversi. Capaci di scegliere una direzione ‘forzatamente ostinata e contraria’, avrebbe detto un grande poeta anarchico come Fabrizio De Andrè. Un manipolo di 200, 300 giovani che dà scandalo. Ma che in realtà è uno dei patrimoni inaspettatamente più preziosi che abbiamo, giacché (re)spinge verso la militanza attiva la tentazione di percorrere strade estreme (e magari violente). 

In una democrazia che sia veramente tale tutte le idee, anche quelle che ci paiono più aberranti, hanno diritto di cittadinanza purché, giuste o sbagliate che siano, rinuncino a farsi valere con la violenza.

Niente da fare, non l’hanno ancora capito. Neppure nella piccola Bubbiano, dove qualcuno pensava fossero sbarcati i nazisti dell’Illinois. Peccato non aver visto Jake ed Elwood. Blues Brothers è un grande film. Molto più divertente, del broncio che segna da sempre la faccia più deteriore del cattiverio democratico e antifascista.

Fabrizio Provera


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