L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 luglio 2017

Sistema Bancario italiano continua a fare acqua da tutte le parti

Banche, dall’Etruria alle due popolari venete il conto per l’Italia arriva a 68 miliardi

E' questa la somma del valore di azioni e obbligazioni vaporizzate, aumenti di capitale di Mps bruciati, interventi dello Stato e contributo del sistema bancario, che comprende anche parti di denaro pubblico come i 500 milioni immolati dalla Cassa Depositi e Prestiti



Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco sono molto contenti. Il crac della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, lasciate marcire per anni da una Vigilanza bancaria distratta se non complice, è stato risolto impegnando 17 miliardi dei contribuenti, ma era “l’unica soluzione, comunque la migliore”. E adesso, soprattutto, ci assicurano che la crisi bancaria è finita, che è tutto a posto, non ci sono altre minacce in vista. È vero, lo avevano già detto il 22 novembre 2015, dopo il come sempre frettoloso e sgarruppato bail-inall’italiana di Banca Marche, Etruria, Cassa Ferrara e Carichieti.Assicurarono che, in mezzo a tanti strepiti populisti su quattro banchette di infima dimensione, loro avevano, in silenzio, messo in sicurezza il Monte dei Paschi e le due banche venete. Non era vero, ma chi non fa non falla.

Quindi adesso ci fidiamo. La crisi bancaria è finita ed è tempo di bilanci. Quanto è costata al Paese? A oggi, primo provvisorio bilancio, 68 miliardi.Prese le sette banche “salvate”, è questa la somma del valore delle azioni e delle obbligazioni vaporizzate, degli aumenti di capitale di Mps bruciati, degli interventi dello Stato e del contributo del sistema bancario, che comprende anche parti di denaro pubblico come i 500 milioni immolati dalla Cassa Depositi e Prestiti o i 260 milioni offerti da Poste Vita. È doveroso chiarire che i 68 miliardi non sono stati “bruciati”, come amano dire gli analisti compiacenti che trattano queste vicende alla stregua di catastrofi naturali. Il denaro non si crea e non si distrugge, ma passa da una tasca all’altra. In questa storia c’è gente rovinata mentre qualcuno si è molto arricchito, per esempio alcuni furbacchioni che sono riusciti a farsi comprare da Popolare di Vicenza e Veneto Banca le azioni a prezzo pieno un attimo prima della catastrofe. Nella migliore delle ipotesi il denaro è passato in modo quasi indolore da quella destra a quella sinistra del medesimo soggetto.

Intesa Sanpaolo per esempio ha buttato 1,5 miliardi nel fondo Atlante che doveva salvare le due banche venete ma se li è ripresi con gli interessi grazie al generoso contributo statale per risalvare le due banche venete; e lo stesso fondo Atlante, dopo aver buttato 3,5 miliardi affidatigli dalle banche per ricapitalizzare le venete, adesso cercherà di rifarsi speculando sui crediti inesigibili (sofferenze) di Mps, comprati al 21 per cento contro il 27 per cento già pattuito un anno fa, cioè con uno sconto, tanto per cominciare bene, di 1,5 miliardi. Se rivende le sofferenze al 35 per cento il conto è pari.


Il conto lasciato dal grande Mussari – Esattamente dieci anni fa il presidente di Mps Giuseppe Mussari ebbe l’idea meravigliosa di comprare per 9 miliardi la Banca Antonveneta che ne valeva forse 3, forse 5. Lo sapevano tutti, Bankitalia compresa, meno lui. L’obiettivo era di rendere Rocca Salimbeni non scalabile. Centrato in pieno: chi se la poteva comprare una schifezza del genere? Solo lo Stato, e infatti. Nel 2007 Mps valeva in Borsa oltre 6 miliardi: ai possessori di quelle azioni, in primo luogo la Fondazione Mps, non è rimasto niente. Ma per finanziare l’Antonveneta Mussari chiese 5 miliardi di aumento di capitale: visti e persi. Poi fece una montagna di debiti assurdi, con la Banca d’Italia che, a guardia della sana e prudente gestione, benediceva.

Nel 2012 sono stati mandati Fabrizio Viola e Alessandro Profumo a cercare di metterci una pezza. Viola ha fatto due aumenti di capitale: 5 miliardi nel 2014, 3 miliardi nel 2015. Non sono bastati: visti e persi anche gli 8 miliardi. Mentre Matteo Renzi giurava che Mps era una banca fichissima su cui quelli furbi come lui avrebbero investito di corsa, la Bce un anno fa ha chiesto altri 5 miliardi di capitale. Renzi ha detto: “No problem, ci pensa il mio amico Jamie Dimon di Jp Morgan con il suo plenipotenziario per l’Italia Vittorio Grilli”. Non ci sono riusciti e allora la Bce ha detto: “Visto che il mitico mercato non vi dà 5 miliardi, adesso trovatene 9”. Ed è subito salvataggio statale, con azzeramento delle obbligazioni subordinate. L’impresa di Mussari e della Banca d’Italia che fingeva di vigilare è finita per costare 27 miliardi.

Il conto lasciato dal grande Zonin – Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono due storie parallele. Nel 2015 le azioni della prima valevano in tutto 6,2 miliardi, quelle della seconda 5 miliardi. Vaporizzate alla velocità della luce. Nel 2015 la Vigilanza Bce-Bankitalia stabilisce che Zonin ha lasciato un buchetto da 1,5 miliardi, da coprire con apposito aumento di capitale. Tutto questo con Zonin ancora sul trono, indiscusso e indiscutibile, affiancato dall’amministratore delegato Francesco Iorio, passato alla storia per essere stato cacciato dopo meno di un anno e mezzo avere incassando non solo la buonuscita milionaria ma anche la buonentrata. Unicredit si presta come garante dell’aumento, ma poi scopre che nessuno sottoscrive e il miliardo e mezzo ce lo deve mettere lei. Panico. Nasce il fondo Atlante che raccoglie 4,2 miliardi tra le banche e le Fondazioni per andare in soccorso delle due venete. Mette 1,5 miliardi su Vicenza e 1 miliardo su Veneto Banca a giugno 2016. Subito dopo scopre che il buco è ben maggiore e il presidente della Fondazioni Giuseppe Guzzetti denuncia che i prospetti dei due aumenti di capitale erano falsi. Bce e Bankitalia fischiettano. A fine 2016 Atlante deve mettere un altro miliardo per non far chiudere le due banche. Inizia la trattativa infinita con Bruxelles per l’intervento statale. Solo a giugno Padoan, dopo mesi di studio, scopre che le due banche non hanno i requisiti per la “ricapitalizzazione precauzionale”, ed è subito liquidazione coatta amministrativa, con Intesa Sanpaolo che si prende tutta la polpa con tanto di contributo miliardario e garanzie dello Stato. Il conto finale sfiora i 33 miliardi di euro.

Il conto lasciato da Etruria & C. – In confronto a Mps e alle venete il caso appare di modesta entità. Però anche qui, degli 8,4 miliardi di costo totale del disastro, 5,8 ce li ha messi il sistema bancario. Ma il denaro non si crea e non si distrugge. Le banche si stanno già rivalendo sui correntisti aumentando i costi di tenuta dei conti.

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