L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 agosto 2017

Ernesto Galli della Loggia - Immigrazione di Rimpiazzo - l'accoglienza e l'integrazione a prescindere diventa ideologia da imporre con il ferro e fuoco

POLEMICHE

Migranti, ma schierarsi con la legge è xenofobia?

L’editorialista risponde alle polemiche sorte dopo il suo commento di domenica sul «Corriere della Sera». «Le Ong sono e vogliono essere neutrali tra la legge e l’illegalità?»


Evitare di polemizzare con le idee e gli argomenti altrui — soprattutto gli argomenti! — che non si condividono, bensì polemizzare con i titoli di giornale che in quattro parole cercano di compendiare le idee e gli argomenti suddetti, è da sempre un abusato espediente del giornalismo «alle vongole». Il quale si convince così di riportare la meglio con poca fatica su chi non la pensa come lui. Fa perciò un grave torto alla propria intelligenza e alle proprie capacità l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini ricorrendo a simili mezzi per criticare quanto da me scritto domenica su questo giornale a proposito della difesa fatta da Roberto Saviano di quelle Ong le quali hanno deciso di non far salire agenti delle forze dell’ordine italiane a bordo delle loro navi nel Mediterraneo. 

«È semplicemente intollerabile, — queste le sue parole — come fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, pretendere da quelle organizzazioni di “scegliere tra l’Italia e gli scafisti”». Peccato però che quelle parole messe da Giannini tra virgolette, con relativo «discorso social-xenofobo» e intimazione nazionalistico-ducesca incorporati, io non le abbia mai scritte. Egli le ha per così dire dedotte dal titolo redazionale dato dal Corriere al mio articolo (Quella scelta/ tra l’Italia/e gli scafisti): ma è pensabile polemizzare con qualcuno, mi domando, esclusivamente sulla base di alcune parole dedotte dal titolo dato a un suo articolo ma che nell’articolo stesso non compaiono mai? 

Io infatti ho scritto solamente che avrei voluto capire con precisione in che senso nella situazione reale che esiste nel Mediterraneo «le Ong immaginano la loro come una posizione di terzietà e quindi di necessaria neutralità obbligatoriamente disarmata. Le Ong, ho chiesto, sono e vogliono essere neutrali tra la legge e l’illegalità? tra le organizzazioni criminali nordafricane e le forze italiane di polizia incaricate di contrastare il crimine?» 

Ma perché mai , mi chiedo, questa sarebbe una domanda «insopportabile»? Perché mai, quando — come ha detto proprio ieri Nicola Gratteri, il procuratore capo di Catanzaro intervistato dal Fatto Quotidiano, «qui si tratta della sicurezza nazionale» (saggiamente aggiungendo: «l’ideologia mettiamola da parte») ? O forse dovremmo pensare che preoccuparsi della sicurezza nazionale significhi per ciò stesso sottostare all’«egemonia populista», dar voce al peggiore «sovranismo», addirittura allo «squadrismo grillino-leghista», così come recita il nutrito repertorio deprecatorio di Giannini? 

Il quale — contrariamente all’invito di Gratteri — mi sembra che proprio dell’ideologia invece non riesca a fare a meno. Dell’ideologia del nemico assoluto da cercare di annichilire non importa con quali mezzi, dell’ideologia del disprezzo e della demonizzazione che vieta di discutere ma incita solo a scomunicare. Mi ostino a credere, insieme a questo giornale, che l’Italia di oggi non abbia bisogno di nulla di simile.

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