L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 agosto 2017

Francia - Il fantoccio Macron uomo dei Rothschield ha avuto la sua vittoria di Pirro

I CENTO GIORNI

Tra Macron e la Francia
la luna di miele è finita

Il calo di popolarità del neopresidente, al di là dei tagli alla spesa, è legato alla classe dirigente inesperta e eterogenea. E a un largo elettorato ostile


(Disegno di Fabio Sironi)

La destra divisa fra euroscettici e liberali, la sinistra lacerata da risse ideologiche e personali, con contorno di populismi e antipolitica, possono produrre un movimento pigliatutto. I partiti implodono, la società civile esulta. Non è l’Italia futura dei grillini, ma la Francia di oggi, dopo lo straordinario successo di En Marche!, il movimento che ha portato Emmanuel Macron all’Eliseo e ottenuto una schiacciante maggioranza all’Assemblea. Eppure, cento giorni dopo il trionfo, i conti non tornano. Il giovane presidente, paragonato a Napoleone per la sua fulminea ascesa, paga un forte calo di popolarità, scioccante se si considera che i predecessori Sarkozy e Hollande, almeno a questo punto del cammino, raccoglievano più consensi. Non è la Beresina, ma i francesi hanno smesso in anticipo di sognare Austerlitz. Macron, presentatosi con un programma di trasformazione della Francia, paga i primi provvedimenti di natura economica e fiscale e annunci di riforme (lavoro, tassazione sulle case, tagli della spesa pubblica) che scontentano a turno categorie sociali e sensibilità politiche diverse, anche all’interno di En Marche!, essendo molte e variegate le anime del movimento.

Analisi ovvia, che si riproduce da decenni quando in Francia si tenta di mettere mano alla spesa pubblica e allo Stato sociale, ma non sufficiente a spiegare un calo di popolarità così repentino, se messo in relazione con il grosso capitale di immagine, simpatia e credibilità che Macron ha ancora da spendere per stare in sella. Nella realtà quotidiana, pesano fattori che il successo sul campo aveva messo fra parentesi. In primo luogo, la distanza fra potere conquistato e rappresentanza reale del Paese. Milioni di voti andati al Front National, oltre ai voti dell’estrema sinistra e socialisti e all’altissima percentuale di astensioni (57 per cento), sono una minaccia costante. L’altra faccia della Francia, povera e delusa, non si riconosce nel nuovo blocco sociale che sostiene il presidente. In secondo luogo, la difficoltà di rendere efficace l’azione di un gruppo parlamentare formato in larga parte da neofiti della politica. La società civile, a torto o a ragione considerata antidoto dell’antipolitica, è stata esaltata da En Marche!. Giovani, donne (che però intervengono pochissimo in aula), insegnanti, infermieri, impiegati, artigiani, una nota torera: bastava l’etichetta del movimento per conquistare il seggio e scalzare deputati di lungo corso. Ai neofiti, si sommano fuoriusciti degli altri partiti, nel mirino di ex compagni a seconda delle posizioni che prendono. L’orchestra stona.

L’improvvisazione ha segnato anche i primi passi di qualche ministro, tanto che lo stesso primo ministro ha chiesto comprensione per il tasso d’inesperienza. Per sormontare oggettive debolezze, Macron ha dato qualche colpo di freno sui temi più sensibili, anche per evitare un autunno caldo, con mobilitazioni di piazza peraltro già annunciate. E ha accentuato, con piglio manageriale, la centralità di decisioni e iniziative su vari fronti. La costituzione assegna ampi poteri al presidente, ma non prevede che ministri e premier siano anche contenti di ricevere sms nel cuore della notte e direttive di comportamento, interviste comprese. Riserve e frizioni sono state avvertite su dossier di maggiore attualità: lo scontro con l’Italia per i cantieri di Saint-Nazaire, la polemica con il capo di stato maggiore, generale de Villiers (poi costretto alle dimissioni) per i tagli al budget della difesa. Tra parentesi, il 41 per cento dei francesi hanno parteggiato per il generale e il 18 per Macron.

Macron, Jupiter o Bonaparte secondo molti commentatori, si rivela un onnipotente generale senza eserciti, costretto a fare affidamento sul cerchio magico dei «grognard», pochi fedelissimi da cui dipendono le decisioni che contano. Ma l’opinione pubblica è spietata e non perdona nulla e quel che resta delle opposizioni tiene il fucile puntato sul minimo errore. Persino la favola stendhaliana della moglie Brigitte, consigliera discreta e preziosa, sembra appannata. Più di duecentomila francesi hanno firmato contro l’ipotesi di appannaggio e statuto di Première dame. Ma forse la spiegazione di questa luna di miele già finita è nella maledizione che accompagna tutti i presidenti. Vogliono o sognano di cambiare la Francia. Ma è più complicato cambiare i francesi.
11 agosto 2017

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