L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 agosto 2017

Fuori i francesi dalle nostre terre - gli euroimbecilli del Pd sono traditori della Patria

Italia, colonia di Francia e Germania. La lezione è una sola: non contare sull’Europa


di Enrico Grazzini | 4 agosto 2017

Gli ideali europeisti mascherano gli interessi nazionalistici. Il presidente francese Emmanuel Macron con grande tempestività ha deciso di nazionalizzare Stx, il maggiore cantiere navale francese, pur di non farlo cadere in mano italiana, invocando (forse giustamente) gli interessi strategici della Francia in campo industriale e militare. In Libia Macron gioca senza l’Europa e contro l’Italia su petrolio e immigrazione: l’obiettivo è di conquistare l’oro nero a favore della francese Total. La Francia fa come sempre i suoi interessi e, proprio come la Germania, se ne frega dell’Europa quando è in ballo il suo tornaconto. La lezione è chiara: anche l’Italia deve finalmente difendere la sua sovranità e i suoi interessi nazionali proteggendo con forza e intelligenza i suoi asset strategici e introducendo una moneta parallela.

L’Italia al contrario si sta sottomettendo ai partner (?) europei. Lo spregiudicato finanziere francese Vincent Bolloré, socio di Mediobanca, la principale banca d’affari italiana che controlla le Assicurazioni Generali, ha già acquisito il controllo di Telecom Italia, cioè addirittura le nostre comunicazioni, minacciando direttamente gli interessi dell’Italia non solo nel campo industriale ma in quello della sicurezza nazionale. In nome del liberismo e dell’europeismo, governi irresponsabili hanno ceduto la rete su cui passano tutte le informazioni più segrete e riservate.

Bollorè, appoggiato dal governo francese, forse farà di Telecom uno spezzatino: probabilmente venderà Tim Brasil, e poi anche la Tim italiana a un operatore francese o tedesco. Ma non basta: Bolloré punta a prendere il controllo di Mediaset, cioè di un pezzo molto rilevante del sistema italiano dell’informazione (o disinformazione?).

Dopo la tragedia greca imposta da Berlino e da Parigi per favorire le loro grandi banche, dopo la svendita di molte aziende elleniche a favore della Germania e di altri paesi stranieri, le mosse di Macron dimostrano che questa Unione Europea, fondata sul libero movimento dei capitali e sulla competizione, è diventata un sistema di dominio tra i sistemi finanziari più forti e quelli più deboli, tra i paesi creditori e debitori.

La diarchia tedesco-francese utilizza le istituzioni europee per esercitare l’egemonia sull’Europa. L’Italia rischia di rimanere schiacciata come un vaso di coccio tra due vasi di ferro. I prossimi obiettivi del capitale finanziario francese potrebbero essere Mediobanca, Unicredit, le Assicurazioni Generali. Occorre difendersi: se cederemo le poche imprese strategiche che ci rimangono non ci sarà futuro per gli italiani. La lezione è una sola: non bisogna contare sull’Europa. Occorre invece recuperare sovranità nazionale perché senza potere decisionale non ci possono essere né prospettive di sviluppo né democrazia. Occorre cambiare decisamente direzione.

Il Pd europeista si accorge solo ora con Matteo Renzi che il fiscal compact ridurrebbe l’Italia in macerie, e che senza politiche espansive è impossibile governare. Troppo poco e troppo tardi. Anche il Movimento 5 Stelle oscilla incerto se puntare a riformare le politiche dell’Eurozona, o se invece contrastare coraggiosamente l’euro e riprendere sovranità.

Ma l’europeismo ideologico non è una malattia che colpisce solo i governi. Quasi tutta la sinistra è affetta da cecità a causa del suo europeismo dogmatico. In nome dell’Europa e degli ideali di Altiero Spinelli la sinistra si è resa complice ideologica delle feroci politiche di austerità che hanno colpito tutte le classi sociali, i ceti popolari, il ceto medio, e i piccoli e medi imprenditori, e che hanno impoverito tutta la nazione. Una volta la sinistra si vantava di avere una funzione nazionale e di difendere non solo gli interessi proletari ma quelli della nazione intera. Oggi ha abbandonato gli interessi nazionali (e anche il popolo) in nome dell’internazionalismo del capitale. Così la destra estrema di Matteo Salvini può spacciarsi per difensore degli italiani sulla pelle di profughi innocenti che sfidano la morte per avere lavoro e pace.

Con la fuga e la svendita delle grandi industrie italiane – vedi i casi di Fiat, Pirelli, Ansaldo, Alitalia, ecc – con l’introduzione massiccia dei grandi fondi finanziari europei, anglosassoni, arabi nel sistema bancario italiano, l’Italia sta diventando una colonia. Il grande capitale finanziario usa il ricatto speculativo sul nostro debito pubblico per imporci una politica depressiva che ci rovina. Una nuova classe dirigente è indispensabile per contrastare la disgregazione. Ma per finanziare una nuova politica di sviluppo occorre innanzitutto che lo Stato trovi le risorse necessarie. Da tempo un gruppo di studiosi – tra cui il compianto Luciano Gallino – ha lanciato su Micromega la proposta che lo Stato emetta una sua moneta fiscale. Questa moneta ci permetterebbe di rilanciare l’economia, i consumi delle famiglie e gli investimenti pubblici e privati senza creare nuove debito e senza possibilmente uscire dall’Eurozona; cioè senza incorrere nei rischi e nelle incertezze di una nuova grave crisi.

Nessun commento:

Posta un commento