L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 agosto 2017

Immigrazione di Rimpiazzo - la conferma che i militari italiani sono più avanti del Sistema massonico mafioso politico

“Modello Albania per la Libia. E missioni italiane anche a terra”

8 agosto 2017 


Intervista all’ammiraglio Fabio Caffio di Beppe Boni da Quotidiano Nazionale del 7 agosto

Esperto di diritto internazionale marittimo, autore di numerose pubblicazioni e collaboratore di Analisi Difesa, sito web specializzato in questioni militari, l’ammiraglio Fabio Caffio (nella foto sotto) ha le idee molto chiare su come bisogna comportarsi nella incerta e difficoltosa missione libica di Mare Nostrum, costretta a vedersela anche con le tempeste politiche di Tripoli e Tobruk.

Ammiraglio, ritiene efficace la missione della Marina italiana in acque libiche così come è stata concepita?

Diciano che ci sono molte limitazioni di partenza che non consentono di andare oltre ciò che stiamo facendo. Abbiamo i mezzi e le capacità per agire con maggiore incisività. Il braccio di ferro fra Tripoli e Tobruk e l’instabile situazione libica rischiano di attenuare gli effetti della missione.


Un modello possibile di missione?

Il modello ideale sarebbe quello adottato in Albania fino ai primi anni Duemila. Servirebbe quindi un pattugliamento di mezzi italiani con personale della Marina Militare, pur in presenza di equipaggi misti, che si assuma le responsabilità di intervento.

Regole d’ingaggio troppo rigide?

Dipende come si osserva la questione. Secondo il diritto internazionale non lo sono. Dal punto di vista operativo possiamo rispondere solo in caso di eventuali attacchi.

L’accordo si potrebbe rendere più agile?

Il consenso si può modulare come si vuole entro certi limiti. In Albania ci fu anche un accordo di garanzia funzionale che fra le altre cose prevedeva che eventuali reati o situazioni di irregolarità da parte dei nostri militari sarebbero stati di competenza italiana.

Un allargamento della missione italiana a terra sarebbe utile?

Certo ma in Libia si pone una questione di sovranità molto delicata. Se abbiamo già problemi in mare figuriamoci in una azione sul terreno. Ciò comporterebbe una militarizzazione del territorio. Laggiù sono molto orgogliosi. Bisognerebbe concentrarsi sui confini sud per controllare i flussi in arrivo utilizzando meglio radar e droni.


Dobbiamo spaventarci delle minacce del generale Khalifa Haftar?

Direi di no. Le affermazioni dell’uomo forte di Tobruk anche contro l’Italia rispondono soprattutto a dinamiche interne della Libia. E per ora le nostre navi operano nella zona ovest quindi vicino a Tripoli.

Il governo di Tobruk va considerato un nemico?

Direi di no. E’ in corso un confronto politico, questo sì. Ma l’Italia deve incrementare i contatti con il generale Haftar anche se la comunità internazionale riconosce come legittimo il governo tripolino. Da parte nostra serve un atto di realpolitik. Bisogna lavorare per una evoluzione politica fra i due poli.

C’è la sensazione che sia la Francia a soffiare sul fuoco in funzione anti italiana?

La posizione dell’Italia nello scenario libico dà fastidio a molti, Francia compresa, la quale è molto interessata ad affermarsi in quel territorio. E non è l’unica. Anche la Spagna aspira ad aumentare i propri interessi petroliferi.


In questi giorni si sono risvegliati sentimenti anti italiani anche a Tripoli.

Esistono ancora risentimenti legati all’epoca coloniale, ma non è un pensiero univoco e sono fiducioso che l’ostacolo sarà superato.

Muammar Gheddafi ha tenuto unito il Paese unito per decenni

E’ vero. Infatti è stato un azzardo destituirlo senza considerare gli effetti successivi.

Un suggerimento all’Onu.

Esistono già risoluzioni Onu che contemplano la lotta agli schiavisti. Vanno applicate più energicamente, non è solo un problema italiano.

All’Europa.

La Ue deve porsi il problema di armonizzare il metodo con cui combattere l’immigrazione illegale e farne un tema comune a tutti gli Stati membri. Ora gli scafisti arrestati vengono portati solo in Italia.

La Ue deve chiedere a tutti i membri di criminalizzare l’attività degli schiavisti con un’opera comune. Non deve essere solo un affare italiano. Ma su questa strada non tutti gli Stati ci seguono.

E’ giusto il controllo sulle Ong appena attivato?

E’ sacrosanto. L’Italia ha il diritto di sottoporre le navi Ong alle proprie prescrizioni quando entrano nelle nostre acque territoriali o se si trovano in un ambito controllato da nostre unità operative.

Ci sono ombre nelle attività Ong?

Hanno creato un corridoio umanitario alternativo che va monitorato. Le indagini delle Procure diranno se ci sono reati.

Foto: Marina Militare, Reuters e Guardia Costiera Libica

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