L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 agosto 2017

Immigrazione di Rimpiazzo - Tratta degli schiavi - Protagonista Soros e le Ong che fanno a gara per ottenere più schiavi da traghettare

UN AMICO ERITREO: IL BUSINESS DEI PROFUGHI GESTITO DA SOROS

Maurizio Blondet 9 agosto 2017 

(MB. L’autore di questo testo, Daniel Wedi Korbaria, è un autore e sceneggiatore eritreo; vive a Roma dal 1995, ha pubblicato diversi articoli scritti in italiano e tradotti in inglese, francese e norvegese. Scrive per la Comunità Eritrea, la più esemplarmente civile, integrata e dignitosa che sia fra noi. Ripubblico qui un suo articolo di eccezionale qualità che dice alcune verità scomode sul business del profughi)


Premessa

“Negli ultimi dieci anni l’Eritrea è stata un obiettivo di pratiche dannose e concertate di traffico di esseri umani” scrive il Presidente eritreo Isaias Afwerki al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. “Gli architetti di questo flagello hanno ricorso a ulteriori schemi creando apposite etichette per mascherare il reato e nascondere la loro vera identità.” E conclude la sua lettera dicendo: “Il governo dell’Eritrea chiede con fermezza alle Nazioni Unite di avviare un’indagine indipendente e trasparente di questa situazione abominevole in modo da portare alla giustizia i colpevoli.”

Isia Afwerki, il presidente eriitreo.

Era il febbraio 2013.

Ovviamente, le Nazioni Unite non hanno mai avviato questa indagine indipendente per scoprire chi fossero tali “architetti”. Per gli eritrei è stato fin troppo facile arrivarci dal momento che il Presidente Obama al Clinton Global Initiative aveva confessato nel 2012: “Recentemente ho rinnovato le sanzioni su alcuni dei paesi più tirannici tra cui (…) l’Eritrea, collaboriamo con i gruppi che aiutano le donne e i bambini a scappare dalle mani dei loro aguzzini, stiamo aiutando altri paesi ad intensificare i loro sforzi e vediamo già dei risultati.”

Mi chiedo perché un leader africano, al quale i mainstream media occidentali si rivolgono usando i peggiori epiteti, decida di chiedere un’indagine indipendente a chi dovrebbe essere super partes.

E perché poi, quando tutti lo accusano di essere il responsabile numero uno della fuga dei giovani dall’Eritrea, dovrebbe auto crocifiggersi con questa richiesta? Se è davvero colpa sua perché voler aprire un’indagine?

È proprio per indagare su questo che sono partito dal Corno d’Africa, ho attraversato deserto e mare fino a sbarcare nel Bel Paese dove mi sono imbattuto, o per meglio dire scontrato, nel muro della OSF, Open Society Foundations di George Soros. Mi son chiesto che diavolo ci facesse una fondazione americana sul suolo italiano e ho iniziato ad indagare per trovare la risposta.

Un vero banchetto umanitario nel Mediterraneo

Sono rimasto solo in Piazza San Giovanni, non c’è anima viva , (…) Rifletto e mi dico: “Accidenti, c’erano molte cose che ci accomunavano, tutti eravamo dei piccoli Che Guevara, chi più chi meno. Quante volte in quella piazza abbiamo cantato: “Bandiera rossa la trionferà” oppure “Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor, O bella ciao, bella ciao…” Poi è successo qualcosa. Un misterioso spirito è calato sopra le nostre teste, ora respiriamo aria di terrorismo, islam vs cristianesimo, i media che diffondono notizie e immagini cruente come le teste tagliate dell’Isis o la devastazione di un quartiere nel medio oriente bombardato e la gente che disperatamente accorre per scavare e tirare fuori i corpi dei bambini.

Oramai sono rimasto solo a Piazza San Giovanni indossando la mia maglietta rossa con il volto sbiadito del Che.

(…) Compagni chiamatemi pure come vi pare, extracomunitario, immigrato clandestino, migrante, rifugiato, profugo o richiedente asilo, non ha più importanza. Io sono quello che, sordo ai clacson di San Giovanni, è la voce narrante di questa storia che rasenta il fantastico.

Dove siete finiti compagni? Dove siete voi che a squarciagola dicevate: “No alla guerra”? (…) .

In Italia la sinistra italiana al pari di Dorian Gray ha venduto l’anima al peggior diavolo. E se vedesse ora il suo ritratto in soffitta scoprirebbe di essersi così tanto imbruttita da far schifo ai creatori de La cosa. Requiem immonda! Solo che questo diavolo di un Soros è come il cancro che lentamente allarga le sue metastasi dentro il corpo che lo ospita.

Quella sinistra ha riscoperto i valori dell’Umanitario d’oltreoceano e si è data al volontariato per campare, la filosofia del magna magna ha preso il sopravvento. “Umanitaria” è una malattia che ha colpito i miei ex compagni della piazza e, in un contagio irreversibile, ha trasformato tutta la sinistra italiana in paladini dei diritti umani che li vede oggi impegnati ciecamente, proprio in nome di questi rinnovati valori, El Pueblo Unido Jamás Será Vencido si è trasformato in: Accogliamoli tutti perché li amiamo! E questa loro bontà si dipana ovunque, terra, cielo e mare.

Così i miei ex compagni progressisti, indossando scudi da umanitari e spade da paladini dei diritti umani, sono andati a combattere una guerra in quel mare santo che è il Mediterraneo, dove si dovrà imbandire il banchetto della morte per annegamento di molti disgraziati. Il Mar Mediterraneo è diventato l’ambientazione perfetta, la scenografia ideale per combattere la guerra santa dei migranti.

E proprio in quel mare dove a migliaia moriranno annegati, qualcun altro è destinato invece a concludere affari d’oro trasformando il Mediterraneo in una location hollywoodiana per chi cerca soldi, fama e gloria. La stagione della pesca è aperta! I miei ex compagni progressisti, i miei ex compagni di tante battaglie progressiste mascherati da giornalisti, fotografi, capitani coraggiosi, dottori e attivisti ONG armati di telefoni satellitari sperano nella complicità dei trafficanti e degli scafisti, dei beduini ruba-reni e dei tagliatori di teste perché gliene mandino in abbondanza. Tutti aspettano impazienti con coltello e forchetta in mano pronti ad addentare il prelibato pasto di immigrati naufraghi, l’abbuffata di un pescato che vale milioni di dollari.

A vederli sudati, affamati e con la bava alla bocca mi sembrano i dannati dell’inferno dantesco. “Perché non gli disobbedite?” “È fuori di testa, non lo vedete anche voi?” chiedo. “Eh, io non posso rifiutare perché ho una famiglia da mantenere” mi dice il più coraggioso di loro. Un altro mi sussurra guardandosi intorno: “Se rinunciassi che altro lavoro troverei dopo?”. “Eccolo, un barcone!” grida il fotoreporter zoomando con l’obiettivo gigante della sua macchina fotografica.

“Finalmente se magna!” dicono i compagni necrofili in coro. Ed io vomito.

Una tragedia per fare business

..Quella del 3 ottobre era stata una notte apparentemente tranquilla, tranquilla come la quiete prima della tempesta. Tutto sembrava presagire una disgrazia. I poveretti a bordo furono costretti ad accendere un fuoco per attirare l’attenzione di qualcuno che li ignorò e continuò a navigare. Il barcone si rovesciò e successe l’inevitabile. Sembrava che quella maledetta notte non aspettasse altro che un ennesimo naufragio poiché, proprio quella notte, non funzionarono nemmeno i satellitari delle solite ONG a salvare quei disgraziati. Sembrava che fossero destinati a finire così. Le istituzioni italiane si mostrarono del tutto assenti ed impreparate a gestire quell’emergenza perché i soccorsi furono lasciati all’iniziativa di pescherecci privati.

La tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 ha stroncato la vita e la speranza di oltre trecento persone. La maggior parte di esse erano di nazionalità eritrea. In poco tempo quella tragedia, sebbene precedentemente ce ne fossero state delle altre, fu un punto di svolta mediatico a livello internazionale. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la definì “una strage di innocenti”. “Ho visto i corpi, una scena raccapricciante, che offende l’Occidente e l’Europa” dichiarò il Ministro dell’Interno Angelino Alfano. “L’Europa con i suoi egoismi e le sue politiche proibizioniste sta trasformando il Mediterraneo in un cimitero a cielo aperto” disse il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Mentre Nichi Vendola, Matteo Renzi, Cécile Kyenge e tutto il PD chiesero di cambiare subito la legge Bossi-Fini contro il reato di clandestinità. La Lega Nord addebitò la “responsabilità morale” della strage alla stessa Laura Boldrini e al ministro Cécile Kyenge.

La Comunità eritrea in Italia si chiuse nel suo lutto silenzioso mentre entravano in azione gli attivisti del regime-change eritreo, proprietari di ONG e di telefoni satellitari, come Don Mussie Zeray dell’Agenzia Habeshia, Alganesh Fessiha di “Gandhi” e Meron Estifanos di Radio Erena. Questi da subito puntarono il dito contro il governo eritreo ritenuto responsabile di aver stipato quei poveretti su un’imbarcazione fatiscente e con scarsa benzina. Tutti gli eritrei che non condividevano le loro accuse furono allontanati dal luogo della tragedia e gli fu impedito di piangere i loro morti. Era una situazione surreale: i non eritrei soffrivano più degli eritrei.

La tragedia avrebbe dovuto fermare altri viaggi, avrebbe dovuto servire da monito ai trafficanti facendogli pesare tutti quei morti sulla coscienza, invece, si continuò a caricare più e più persone sui barconi. Per non parlare di tutte le ONG nate come funghi dopo quella tragedia con lo scopo di aiutare i rifugiati. Prima d’allora Lampedusa non era mai stata così in fermento.

Dopo la tragedia l’isola non sarebbe più stata la stessa per colpa o merito della OSF, la fondazione “filantropica” di George Soros che ha coinvolto varie ONG, istituzioni internazionali ed italiane per movimentare ulteriormente la vita isolana. Ogni giorno c’era una novità. Uno dei primi è stato il Comitato 3 Ottobre creato da preti, giornalisti e qualche sopravvissuto alla tragedia usato come prestanome per per difendere i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo con tanto di flash-mob. “Proteggere le persone non i confini” è il loro motto. Persino il cantante Caparezza ha indossato la loro maglietta.

OSF scrive nel suo sito: “Lavoriamo con gruppi di attivisti, come il Comitato 3 Ottobre-Accoglienza istituito da rifugiati e giornalisti a seguito della tragedia di Lampedusa nel 2013 per difendere i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo. Sosteniamo progetti giornalistici come la produzione di sei film della redazione italiana Internazionale per documentare i pericolosi viaggi dei migranti alle frontiere dell’Europa.”

Uno dei padri fondatori del Comitato 3Ottobre è stato Don Mussie Zerai, sacerdote e proprietario della Ong Agenzia Habeshia, da un decennio impegnato col suo telefono satellitare ad allertare la guardia costiera sui naufragi che avvengono nel Mediterraneo. Si è anche più volte battuto per chiedere al Governo Italiano e all’Europa l’Open Corridor, ossia dei corridoi umanitari per facilitare l’arrivo dei migranti. “Open, aperto” è il marchio di Soros, è la sua filosofia di vita.

La Carta di Lampedusa è un’idea nata proprio nelle ore successive al naufragio del 3 ottobre: (…) Scrive il Fatto Quotidiano: “Con una delibera del 25 agosto scorso, la giunta guidata dalla Nicolini (sindaco di Lampedusa nda) ha firmato un protocollo d’intesa che fa arrivare sull’isola i soldi di George Soros, il magnate ungherese naturalizzato americano a capo della Open Society Foundation.” Ma non tutti volevano quei soldi.

“Non abbiamo sottoscritto la Carta di Lampedusa (…) In particolare, alcune associazioni firmatarie della carta ricevono finanziamenti da fondazioni che riteniamo nemiche, una su tutte l’Open Society di Soros che ha contribuito a destabilizzare l’est Europa e a promuovere il capitalismo attraverso la retorica dei diritti umani e della democrazia” scrive Askavusa, un’associazione culturale del luogo.

E così, il 09 settembre 2014 “La Open Society di George Soros piazza la bandierina al centro del Mediterraneo e punta a diventare la struttura protagonista per la gestione delle politiche migratorie che passano da e per Lampedusa” scrive Piero Messina su l’Espresso: “Il progetto di Soros per l’isola dei migranti. Open Society, la fondazione creata dal mecenate americano si impegna a creare a costo zero nuove opportunità di sviluppo del territorio diventato simbolo delle rotte migratorie tra l’Africa e l’Europa. Il primo step? Il festival internazionale Sabir (…) festival che coinciderà con l’anniversario della strage di migranti del 3 ottobre 2013, quando persero la vita 366 viaggiatori della speranza”.

Con il festival internazionale Sabir si inscenano ogni anno sull’isola apprezzabili spettacoli, che coinvolgono personaggi della musica come Fiorella Mannoia, Caparezza, Frankie Hi-Nrg, ma per i lampedusani è soltanto uno showbiz ed una passarella per politici come Laura Boldrini e Cécile Kyenge.

(Fine prima puntata – la prossima:

Il network dei telefoni satellitari)

Daniel Wedi Korbaria

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