L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 agosto 2017

Italia prossimo presente - ci hanno deindustrializzato non completamente, abbiamo resistito grazie al tessuto delle piccole e medie aziende e a tutt'oggi gli euroimbecilli vogliono accorpamenti per completare l'opera e disintegrarci

PARADOSSI ITALIANI

04 agosto 2017 


L’Italia è uno dei Paesi più noti al mondo per la sua ricchezza artistica e culturale, la sua bellezza paesaggistica e le sue opere di ingegno. Non c’è persona sulla terra che non abbia sentito parlare del Colosseo, della Cappella Sistina, della Ferrari, della pizza o degli spaghetti. Senza considerare che è il Paese che ha dato i natali a Dante Alighieri e a Leonardo da Vinci, “la persona dai talenti più diversi mai esistita”. Certo, c’è anche l’altra faccia della medaglia e oltre ad essere considerati “la culla dell’arte” siamo anche la patria della corruzione e dell’evasione fiscale. Insomma, un Paese inaffidabile e questo non giova alla nostra immagine e tantomeno alla nostra economia. Ma possiamo essere certi che ci vengano riconosciuti tutti i nostri meriti e, soprattutto, gli sforzi finanziari di questi ultimi anni? Giorno dopo giorno, l’Italia viene declassata dall’Unione europea perdendo posizioni nella competizione internazionale e ritrovandosi in coda alle classifiche. Siamo poco competitivi e le nostre specializzazioni sono demodé, superate. Questo è quello che ci dicono… fino a prova contraria. E la prova, finalmente, è arrivata. Il merito va ad un gruppo di studiosi, primo fra tutti il professor Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, che hanno voluto vederci chiaro approfondendo lo stato di salute del nostro Paese nel contesto europeo e internazionale. La diagnosi che ne è emersa è, a dir poco, inaspettata: “l’Italia non è la malata d’Europa”.

La Commissione europea tende a dipingerci come un Paese dalla “limitata capacità competitiva”, ma la causa di questa lettura distorta, secondo gli studiosi, sta nella difficoltà degli indicatori economici tradizionali a cogliere i mutamenti in atto nel nostro Paese. Ed ecco, quindi, che con indicatori più attuali, elaborati dalla stessa Fondazione Edison, oggi possiamo conoscere un aspetto dell’Italia tenuto in ombra. In questa situazione di stallo, dove l’economia è allo stremo, qualcosa si muove. C’è un’Italia che avanza, nel silenzio più totale dei mass media, e che non solo tiene testa alla crisi ma grazie alle sue performance eccellenti ci rende protagonisti nel mercato mondiale. Proprio nel commercio con l’estero, l’Italia vanta primati importanti. La crisi finanziaria non ha compromesso la sua posizione di supremazia nei tradizionali settori dell’arte e della cultura, della moda e del design. Sono numerosi i prodotti dove mantiene il più alto surplus in Europa con i Paesi extra-europei. Tra questi figurano i beni del tessile-abbigliamento, della pelletteria, delle calzature, dell’oreficeria, dell’occhialeria e dei relativi macchinari industriali.

Dinanzi alle nuove richieste del mercato globale l’Italia non è rimasta a guardare, ma ha saputo rispondere prontamente diversificando e modernizzando la propria specializzazione e dando vita, addirittura, a un nuovo made in Italy su comparti come la meccanica, la metallurgia, i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, la carta. A questi si aggiungono i settori ad alto contenuto tecnologico come le auto di lusso, le navi da crociera, l’elicotteristica e l’industria aerospaziale, le specialità chimiche e farmaceutiche, la diagnostica biomedicale. A collocarci in una posizione di primato e di eccellenza non è certo il caso o la fortuna, ma ciò che più ci contraddistingue nel mondo: la nostra vocazione per la qualità, il gusto, il design. Caratteristiche molto ambite ma ancora irraggiungibili per i nostri concorrenti. Ed è proprio in virtù di queste prerogative che siamo tra i Paesi che meno hanno sofferto l’irruzione delle economie emergenti dei cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Ancora una volta, abbiamo dimostrato che è la qualità la nostra arma vincente, ma questa competitività non ci viene riconosciuta in modo adeguato e continuiamo ad essere considerati il fanalino di coda dell’Europa.

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