L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 agosto 2017

Mauro Bottarelli - Alzare l'Iva e tassare le case questo è l'ordine degli euroimbecilli della Bce a quelli italiani

SPY FINANZA/ La Bce "chiama" il patto del Nazareno 2.0

Ieri è stato diffuso il bollettino economico della Bce, che contiene parole e indicazioni che sembrano un programma politico per l'Italia, dice MAURO BOTTARELLI

04 AGOSTO 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

«Le informazioni acquisite, e in particolare i risultati delle indagini congiunturali, continuano a segnalare una crescita robusta e generalizzata nell'area dell'euro nel breve periodo. Resta, comunque, la necessità di un grado molto elevato di accomodamento monetario con il Quantitative easing, fino a quando non si riscontrerà un aggiustamento durevole dell'evoluzione dei prezzi coerente con il proprio obiettivo di inflazione». Come dire, fa caldo, ma, in effetti, fa anche un po' freschino. Peccato che questa palese contraddizione non sia presente in un dotto editoriale di quotidiano, ma nel Bollettino economico della Bce pubblicato ieri mattina. Come dire, l'Europa è una bellezza, non fosse per quel paio di anomalie da mettere a posto: euro che continua a salire e crescita nominale che dipende quasi interamente dagli acquisti di bond corporate. 

Detto fatto, proviamo a prendere due piccioni con una fava: ribadire la bontà della nostra ricetta e, contestualmente, mandare un messaggio ulteriormente espansivo e di lungo periodo, sperando che il cross euro/dollaro inverta la tendenza, sempre più indirizzata verso quota psicologica di 1,20. Nella nota, l'Eurotower sottolinea che «la trasmissione delle misure di politica monetaria sta sostenendo la domanda interna e ha facilitato il processo di riduzione della leva finanziaria» e che la ripresa degli investimenti «continua a essere sospinta da condizioni di finanziamento molto favorevoli e da miglioramenti nella redditività delle imprese». 

Certo, il problema è che, come dicevo poco fa, tutto dipende dagli acquisti di bond corporate della Bce, i quali intervengono in quello che è il vero e proprio cuneo della dinamica di finanziarizzazione, quindi di leva: bypassano infatti l'approdo delle aziende sui mercati di capitale per il finanziamento, avendo eliminato il concetto stesso di emissione. Qualsiasi cosa finisca sul mercato primario o secondario da parte delle aziende Ue (e non solo, anche svizzere o americane attraverso le sussidiarie), qualsiasi rating abbiano, la Bce la ingloba, accettando il prezzo implicito che viene standardizzato dalle aziende stesse e da traders che ormai non hanno più alcun appiglio al concetto di mark-to-market o fair value. Di più, così facendo si ottiene un altro risultato, ovvero evitare alle aziende di trattare finanziamenti con le banche, le quali a loro volta beneficiano dall'assenza di domanda di capitale e riescono a tamponare le mille falle presenti nei bilanci, basti vedere la proposta estone in seno all'Ue di congelamento dei prelevanti in caso di criticità, anche nelle fasi primarie. 

Insomma, la Bce consente di raggranellare denaro a costo zero con cui imbellettare i bilanci, acquistare titoli, fare operazioni finanziarie: tutto, fuorché assumere o investire in ricerca e sviluppo. Facile fare l'imprenditore, così. E ancora più facile spacciare dati di crescita. A meno che in cuor suo, Draghi non sappia che quel programma di acquisto corporate non vada avanti ancora ben oltre il limite ufficiale, allora è tutta un'altra faccenda. Per la Bce, poi, anche i consumi aumentano «sostenuti dagli incrementi dell'occupazione, per le riforme del mercato del lavoro e l'aumento della ricchezza delle famiglie. Tuttavia, le prospettive di crescita economica continuano a essere frenate dalla lenta attuazione delle riforme strutturali, in particolare nei mercati dei beni e servizi, e dalla necessità di effettuare ulteriori aggiustamenti di bilancio in numerosi settori, nonostante i miglioramenti in atto». 

La Bce ritiene che i rischi per le prospettive di crescita nell'area dell'euro «rimangono sostanzialmente bilanciati. Da un lato, l'attuale congiuntura positiva potrebbe dare luogo a una ripresa economica più vigorosa rispetto alle attese. Dall'altro, persistono rischi al ribasso, riconducibili prevalentemente a fattori di carattere globale», scrive ancora la Banca centrale europea. Insomma, la solita minestra per cercare di non dare troppo nell'occhio: perché il richiamo al Qe necessario e che continuerà questa volta è stato davvero macroscopico. 

C'è poi una seconda parte del Bollettino che appare molto interessante, non tanto per contingenza quanto per il futuro prossimo. Dell'Italia, anche se ovviamente non viene specificato. «Riallocare i fondi pubblici da voci di spesa meno produttive verso istruzione e infrastrutture, spostando, nel contempo, l'onere fiscale da imposte distorsive, in particolare quelle sui redditi da lavoro, verso altre meno distorsive come le imposte sui consumi e sulla proprietà immobiliare», ecco quanto suggerisce l'analisi sulla composizione delle finanze pubbliche nell'area euro contenuta nel bollettino mensile. 

Ma non basta: «Le imposte sul reddito - si legge nell'articolo - sono ritenute più dannose per la crescita rispetto alle imposte su consumi e proprietà. Secondo la letteratura, le imposte sul reddito da lavoro sono particolarmente dannose per la crescita, poiché alterano le decisioni in merito all'offerta di lavoro degli individui e gli incentivi alle imprese affinché assumano personale. Le imposte sul reddito delle imprese tendono a ridurre gli incentivi a investire e possono portare a deflussi di capitale. Di contro, le imposte sui consumi sono considerate, in termini relativi, meno distorsive poiché non incidono sulle decisioni intertemporali di consumo (ad esempio, i consumi attuali e i consumi futuri sono tassati alla stessa maniera). Infine, si presume che le imposte sui beni immobili, quali le imposte sulla proprietà, abbiano effetti meno distorsivi». 

Analisi empiriche recenti, si conclude, «hanno riscontrato che gli aumenti delle imposte sul reddito delle persone fisiche e sui profitti delle imprese hanno un effetto negativo sulla crescita a lungo termine, mentre l'aumento delle aliquote fiscali sui consumi non incide significativamente sul tasso di crescita». Non vi pare il programma economico di una campagna elettorale? Di più, la ricetta di un governo di larghe intese con mandato riformista all'ennesima potenza? Tanto più che, guarda caso, il tasto su cui si batte di più è quello della casa, di fatto un invito nemmeno troppo velato a rivedere la tassazione sugli immobili, liberandola dall'impianto populista di cui l'hanno ammantata prima Berlusconi e poi Renzi e dirottare le risorse introitate in una politica di crescita "non distorsiva". Ma agire sui consumi, così significa? Che la Bce, in parole povere, sta imponendo fin da ora al prossimo governo italiano di rimettere l'Imu e di alzare l'Iva: chiaro e tondo, ancorché spacciato come analisi generale all'interno del Bollettino mensile. 

Qualcuno, tra Francoforte e Bruxelles, sta già lavorando al Def italiano, per caso? Per l'ennesima volta sarà l'Europa a dettare le regole e l'agenda del nostro esecutivo? Si arriverà, di fatto, a una forzatura delle tempistiche e a un ricatto bipartisan del Parlamento? Insomma, parliamoci chiaro: il Bollettino della Bce ci dice chiaramente due cose: per l'eurozona e l'euro sono tornati i guai, quindi il Qe resta l'unica difesa. Secondo, il Patto del Nazareno 2.0 nasca e nasca in fretta, perché è propedeutico a ciò che l'Europa vuole per Roma. Chiaro e semplice. Anche perché questi grafici, ci mostrano come ormai la soglia dello stop-loss nelle scommesse euro/dollaro sia a 1,19 e si rischi di frantumarla in fretta: un trader, interpellato ieri da Bloomberg, non ha fatto mistero della situazione che stiamo vivendo: «Non è più una questione legata all'economia, ora dipende tutto dall'euro». 





Da inizio anno il dollaro sta inanellando la peggior performance da 32 anni a questa parte e, caso strano, negli ultimi due giorni Washington ha varato ufficialmente le sanzioni contro Mosca, definite non a caso dal premier Medvedev «una dichiarazione di guerra commerciale in piena regola» e ha ricominciato a parlare di dazi contro la Cina, il tutto utilizzando l'alibi del poco impegno di Pechino nella risoluzione della crisi nordcoreana: proprio per oggi, è atteso che la Casa Bianca lanci sanzioni contro Pechino per violazione della proprietà intellettuale e pratiche distorsive di commercio. 

È tutto attorno all'euro e ai destini d'Europa: e l'Italia, come dimostrato dalla Bce, è al centro dell'operazione. O pensate che l'alzata di orgoglio francese, repentina e così sprezzante, sia solo casuale?

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