L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 agosto 2017

Mauro Bottarelli - guerra valutaria in atto, l'Euro si rafforza e la Germania piange

SPY FINANZA/ Euro, dollaro e sterlina: gli indizi della guerra valutaria in corso

Per MAURO BOTTARELLI ci sono prove di un guerra valutaria in piena regola in corso, una sorta di frenetica corsa alla svalutazione nella quale l'Europa sembra essere ostaggio

05 AGOSTO 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Ogni tanto fa piacere essere in buona compagnia. Questo è l'editoriale di prima pagina che campeggiava ieri su La Stampa, quotidiano parecchio conservativo e non certamente avvezzo agli allarmismi. Eppure la situazione è arrivata a un livello tale da non poter essere più ignorata: giovedì in giornata la divisa comune europea è arrivata a 1,1910 e anche ieri è rimasta stabilmente sopra l'area 1,1870. E lo stesso quotidiano torinese sottolineava nel suo editoriale le criticità che da giorni continuo a ribadirvi, immagino annoiandovi a morte: prima fra tutte, la natura esogena del rafforzamento, visto che con la Bce in regime di politica espansiva - ribadita a ogni piè sospinto dai suoi massimi vertici, l'ultima volta giovedì nel Bollettino mensile - e la Fed formalmente impegnata in una normalizzazione del costo del denaro Usa, la dinamica dovrebbe essere esattamente inversa. Quindi, l'unica spiegazione rimane quella che vi offro da giorni: l'instabilità politica Usa sta forzando la mano agli investitori. I quali, mossi anche dai continui report positivi sullo stato di salute dell'eurozona, spostano inflows di capitali verso il mercato europeo. E, formalmente, fanno bene: con lo scudo della Bce, infatti, non esiste porto più sereno. 

Per capire meglio la dinamica in atto, a livello globale, occorre però fare un passo indietro a giovedì, quando la Banca d'Inghilterra ha deciso di mantenere i tassi di interesse fermi allo 0,25% e gli acquisti di titoli invariati a 435 miliardi di sterline. L'istituto centrale, nella riunione del suo Comitato di politica monetaria, ha anche deciso di peggiorare le stime sulla crescita economica della Gran Bretagna a 1,7% quest'anno (da 1,9%) e 1,6% il prossimo (da 1,7%). Tagliate anche le previsioni di crescita dei salari, con un +3% per il 2018 contro il +3,5% indicato a maggio. Inoltre, la decisione sui tassi è stata votata da sei consiglieri a favore e due contrari, quella sugli acquisti di titoli all'unanimità da tutti e otto i membri: punto, quest'ultimo, di fondamentale importanza. Inoltre, l'incertezza prodotta dal Brexit sta già pesando sull'economia britannica: lo ha detto il governatore della Bank of England, Mark Carney, commentando le previsioni di crescita del Pil nel Regno Unito, riviste appunto al ribasso per l'anno in corso e il 2018. 

L'incertezza causata dalle trattative sull'uscita dall'Ue, sempre stando a Carney (ex Goldman Sachs come Draghi), sta rallentando gli investimenti delle società che aspettano di vedere cosa accadrà col divorzio di Londra da Bruxelles. Non solo, c'è anche una tendenza a tenere i salari più bassi rispetto a quanto si farebbe se non ci fossero gli interrogativi rappresentati dall'uscita dall'Ue. Reazione del mercato? La sterlina ha toccato i minimi da nove mesi nel cross con l'euro, scivolando a 0,9042 pence per euro, il livello più basso da novembre del 2016. Stessa dinamica sul dollaro, con la divisa britannica a 1,3113. Non vi pare che vi sia in atto una guerra valutaria in piena regola, una corsa alla svalutazione da cui l'Europa sembra essersi chiamata fuori? Anzi, della quale l'Europa è ostaggio?

E qui si aprono tre scenari di interesse. Primo, le parole di Mark Carney non sono soltanto la chiara ammissione di una difficoltà, sono un mezzo di pressione politica. Se infatti da un lato nessuno si aspettava un atteggiamento così da colomba e, soprattutto, l'unanimità sul pacchetto di acquisti, viste le risicate maggioranza delle ultime riunioni che indicavano un percorso più da falchi, è il peso specifico addossato al Brexit nelle revisioni di crescita (anche salariale) a dire chiaro e tondo che la Bank of England sta mettendo una pressione sempre crescente sulla premier Theresa May, non a caso sempre più isolata e debole nel suo partito. La sua sortita contro i cittadini stranieri di questa settimana riguardo i "diritti automatici" per chi lavora nel Regno Unito, soprattutto la categoria sensibile di professori e ricercatori universitari, infatti, è apparsa a molti un'uscita disperata per garantirsi l'appoggio dell'ala più oltranzista e anti-europeista del partito conservatore. Non a caso, a bacchettare più duramente l'inquilino del 10 di Downing Street al riguardo sono state proprio due delle istituzioni più rispettate del Regno, la Bank of England appunto e l'associazione che riunisce le 24 università più prestigiose del Paese, il cosiddetto "Russell Group". Il sentore è chiaro, la vita politica di Theresa May non mangerà il Christmas pudding e anche il cammino del Brexit pare destinato a un netto deragliamento. 

Secondo, l'America continua a esportare instabilità politica. E non può fare altrimenti. La Fed, infatti, da ieri ha un problema in più, in vista della riunione del Fomc di settembre: i nuovi posti di lavoro non agricoli creati a luglio sono stati 209mila contro le attese di 180mila, un dato che parla la lingua di un'impossibilità formale nel continuare a rimandare un rialzo dei tassi. Certo, di contro c'è questo dato (rappresentato nel grafico), ovvero che al netto di anni e anni di Qe, oggi il livello dell'inflazione globale è ai minimi dal 2009. Ma non basta: Donald Trump continua a vendere il suo miracolo economico a colpi di tweet, gli indici di Wall Street sfondano un record al giorno e non pare molto rituale che sia la Fed a mostrare al mondo che il Re è nudo, ovvero che quei posti di lavoro continuano a essere concentrati in settori di salario minimo e poche garanzie. 


L'altro giorno Amazon ha dato vita a colloqui per 50mila posti di lavoro full e part-time in diverse città d'America, occupazioni nei magazzini non certamente a condizioni d'oro: le file erano letteralmente chilometriche, soprattutto di over-50 pronti a tutti per maturare ciò che manca all'agognata pensione minima. Detto fatto, il super-procuratore del caso Russiagate decide di creare dal nulla, con largo anticipo e non si sa su che base giuridica, il Grand Jury sul caso: come dire, siamo pronti al primo passo per l'incriminazione. Di più, il Congresso - con mossa ancora bipartisan - dopo le sanzioni contro la Russia sta lavorando a due norme che rendano pressoché impossibile al presidente far fuori proprio il super-procuratore, Mueller. Cosa dite, il dollaro farà i salti di gioia a queste notizie o si affloscerà, con enorme soddisfazione dell'export Usa? 

Terzo e ultimo, guardate questi grafici, relativi all'ultimo report di Bank of America-Merrill Lynch sul sentiment di chi investe professionalmente, nella fattispecie su quali rischi si ritengano più probabili e pericolosi per il mercato a breve. Come vedete, ovunque campeggiano in prima fila l'euro e il rischio del fallimento quantitativo della Bce. Vi pare un segnale d'allarme degno di nota oppure no? 



Chissà, se dopo La Stampa qualche altro autorevole quotidiano comincerà a porsi la domanda, forse allora non sono proprio un catastrofista senza redenzione.

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