Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 settembre 2017

Calcio un affare per molti sulle spalle dei moltissimi

Calcio, finanza, potere. Il pallone è una bolla gonfia da scoppiare.

Maurizio Blondet 15 settembre 2017 
di Roberto PECCHIOLI

Qualche volta si ha bisogno di parlare o scrivere di questioni leggere, pensare senza impegno, allontanare dalla testa il plumbeo orizzonte circostante, dimenticare il deserto che avanza. Avevamo deciso di scegliere come argomento lieve, se non spensierato, il calcio, passione nazionale italiana e primo sport mondiale per diffusione ed interesse popolare. Pensavamo di rimpiangere moderatamente il buon tempo antico, il Totocalcio che manteneva l’intero circo sportivo nazionale, Tutto il Calcio Minuto per Minuto , “scusa Ciotti, clamoroso al Cibali” dire male del cosiddetto calcio moderno, della dittatura degli interessi televisivi che svuota le tribune e impone orari scellerati, della difficoltà per i tifosi di recarsi allo stadio, tra tessere del tifoso, prevendite, biglietterie introvabili, perquisizioni da parte di ragazzotti /e con pettorina gialla , percorsi di guerra per chi deve raggiungere la zona degli stadi e poi il posto prescelto per tifare.

Tutt’al più, ci saremmo lamentati dell’eccesso di calciatori stranieri, della girandola di cambi di casacca, della progressiva indifferenza degli appassionati per le piccole squadre, le cento e cento bandiere sportive della vecchia, cara provincia italiana a favore dei grandi club metropolitani. Una squadra a cui vogliamo bene, il Savona Fbc, che milita ahimè in serie D, non raduna più di qualche centinaio di persone al cadente campo intitolato a Valerio Bacigalupo, il portiere del Grande Torino deceduto nella tragedia di Superga. Vent’anni fa, presenze inferiori alle duemila avrebbero gettato nella costernazione il cassiere di lungo corso, il compianto ragionier Chiarenza.

Poi abbiamo fatto un breve giro in libreria, scoprendo un agguerrito scaffale di titoli dedicati ai mali dello sport più amato, e nel battere alla tastiera la parola sport ci rendiamo conto della sua inadeguatezza, giacché il risultato del campo è l’ultima delle questioni di interesse. Una sommaria ricognizione in rete per verifica delle sensazioni e dei convincimenti che ci eravamo fatti in decenni di passione ci è bastata per capire che il tema calcio è tra i più seri, pericolosi e mistificanti dell’universo mondo, collegato contemporaneamente al potere politico ed economico, alla corruzione, alla finanza padrona, al malaffare, a gigantesche evasioni ed elusioni fiscali, persino ad aspetti, marginali ma non troppo, dell’immigrazione, dello sfruttamento del lavoro minorile, del caporalato. Delinquenza non in pantaloncini e scarpette bullonate, ma in felpa griffata, giacca, cravatta e computer portatile, un mondo ed un sottobosco che non è secondo a nessuno per assenza di scrupoli e quantità di pelo sullo stomaco dei protagonisti, quelli noti e soprattutto quelli che stanno dietro le quinte e tirano i fili.

Vittoria o sconfitta della nostra squadra del cuore contano meno di nulla, le partite non sono più il centro dell’affare, sostituite dagli interessi per organizzare e sfruttare grandi eventi , costruire impianti, vendere prodotti e gadgets, trattare pacchetti di partite e singole gare con imprese televisive, fare affari con sponsor sempre più grandi e potenti, alimentare un moto perpetuo di trasferimenti di calciatori che nasconde un giro ancora più vorticoso di somme ingenti attraverso società di comodo, fondi di investimento, paradisi fiscali, somme che spariscono e ricompaiono altrove: tutto è denaro, potere, mercato, esattamente come nel resto di questo mondo impazzito.

Partiamo dai vertici, poiché, come si dice, il pesce puzza dalla testa. I grandi capi della Fifa – la confederazione mondiale del calcio – e dell’UEFA (la potente unione del football europeo), Sepp Blatter e Michel Platini, grande ex calciatore francese, sono stati accusati di corruzione e abuso, e condannati a lunghe squalifiche. Dal punto di vista penale, se la sono finora cavata. Tutti i libri che si occupano delle vicende del calcio come struttura e macchina per fare denaro sono concordi nell’affermare che le scelte per organizzare le varie manifestazioni internazionali (campionati mondiali e continentali, coppe e simili) sono caratterizzate da votazioni truccate, tangenti, corruzione, come le trattative con le reti televisive ed i grandi sponsor. Gli interessi sono tanto consistenti, cosicché si può affermare senza esagerare che nell’era della globalizzazione il football è diventato elemento essenziale della politica e per molti aspetti è un’ideologia.

Marco Bellinazzo, autore del best seller “I veri padroni del calcio” può scrivere addirittura, esagerando, che “il calcio è la nazione più potente che sia mai apparsa nella storia ed è un elemento essenziale della geopolitica, al pari di religione, petrolio, tecnologia e business finanziario.” Per alcuni Stati, come quelli petroliferi del Golfo Persico è senza dubbio un elemento del soft power, ovvero dell’influenza e del potere acquisito senza violenza diretta o apparente costrizione. Secondo Bellinazzo, e prima di lui Andrew Jennings, un giornalista investigativo scozzese che sostenne le medesime tesi già nel 2006 in un libro assai tradotto, la stessa Fifa, vertice del potere-calcio è ormai in sottordine rispetto ai nuovi padroni del vapore.

I giochi di potere e i flussi di denaro, un mercato variegato e senza confini territoriali coinvolgono le potenze politiche ed economiche del pianeta. Dagli oligarchi russi agli sceicchi degli Emirati arabi, dalle maggiori corporazioni americane e cinesi ai grandi fondi di investimento, il legame che unisce gli interessi di governi e multinazionali a questo sport è sempre più saldo e, spesso, torbido. Il governo del calcio ormai non riguarda soltanto l’amministrazione di uno sport e dei suoi campionati, ma è soprattutto fonte di ricavi miliardari e di legittimazione politica. Perché il calcio trascina le masse, crea consenso sociale e, prima ancora, è un teatro che ospita giochi di potere e guerre finanziarie di portata globale, tanto pervasivi quanto invisibili agli occhi degli spettatori. “Se il governo del calcio è sempre più nevralgico per i proventi miliardari che gestisce, è diventato altrettanto cruciale sul piano politico”, conclude Bellinazzo.

In Spagna, sede di due delle società calcistiche più grandi e potenti al mondo, Real Madrid e Barcellona, è stato arrestato per corruzione il presidente della Reale Federazione di Calcio, Angel Marìa Villar. La società catalana, vetrina e simbolo dell’orgoglio locale, ha come sponsor principale nientemeno che il Qatar. Il denaro degli Emirati Arabi, attraverso fondi sovrani ed altri strumenti finanziari, è padrone di fatto del Barcellona, come altri magnati ed entità arabe legate al petrolio hanno acquisito le principali società inglesi, cambiando perfino il nome agli storici stadi di casa. Arabo è anche il Paris Saint Germain protagonista questa estate di operazioni di mercato assolutamente impressionanti, arrivando a spendere 225 milioni di euro – sono molto più di 400 miliardi delle vecchie lire- per il cartellino del giovane talento brasiliano Neymar, sottratto proprio al Barcellona.

L’aspetto morale è ormai del tutto dimenticato, ma crediamo che non sia demagogia spicciola o populismo, come oggi si bolla ogni voce dissonante, ricordare quanti problemi drammatici si possono risolvere con cifre di tale rilevanza. Sempre che non si tratti di bolle, di denaro virtuale, impulsi elettronici all’interno di un sistema malato e francamente criminale. I meno giovani ricorderanno quale polverone moralistico sollevò, negli anni 70 del secolo scorso, l’acquisizione del centravanti del Bologna Beppe Savoldi da parte del Napoli per due miliardi di lire, poco più di un milione di euro. Il rapporto con l’affare Neymar è di uno a duecento. In quegli anni lo stipendio di un impiegato apicale era, più o meno, di 400 mila lire mensili. Moltiplicate per duecento, cambiate le lire in euro: il reddito mensile della stessa figura professionale, rispettando la proporzione calcistica, dovrebbe aggirarsi sui 40.000 euro. C’è evidentemente un cancro, una metastasi generale che ha raggiunto il calcio dal resto della società.

In Italia, le principali società calcistiche sono in mano di gruppi stranieri, in alcuni casi assai opachi. Cinese (!!!) la proprietà di Milan e Inter, non a caso protagoniste di acquisti sontuosi e multimilionari, americana quella della Roma e del Bologna, mentre spiace dover considerare straniera la stessa Juventus, che è della Fiat da novant’anni, impresa che oggi si chiama FCA, ha sede principale negli Usa e alcuni suoi marchi (pensiamo alla Ferrari) sono di diritto olandese. Una polemica estiva tra l’azionista americano della Roma mister Pallotta ed il Milan ha rivelato che il gruppo cinese che ha acquisito da Berlusconi la società rossonera è indebitato per almeno 300 milioni con un fondo di investimento britannico, Elliott, che attende un copioso interesse a breve termine. Non ci arrischiamo a pronunciare la parola usura, ma la perplessità è enorme.

Ai piani intermedi del sistema, ogni anno falliscono diverse società professionistiche. Le ultime in ordine di tempo sono state il Messina, il Como, in mano ad una simpatica ragazza di colore rappresentante di chissà chi e alcune altre. Nel recente passato, è toccato al Parma che fu del bancarottiere Tanzi (Parmalat), alla Triestina e ad altri club prestigiosi ed amatissimi. Non sfuggirono al fallimento, per andare a periodi meno recenti, giganti come Napoli e Fiorentina, mentre fu difficilissimo e circondato da molte ombre- finanziarie e politiche- il salvataggio di Roma e Lazio. Dunque, il sistema, almeno da noi, non funziona, genera costi e debiti. Perché, dunque, continua a macinare milioni, anzi miliardi, ed attirare l’interesse dei giganti? La spiegazione è complessa, gli stessi autori di libri critici non lo spiegano sino in fondo, ma una cosa è certa: il calcio è potere – perciò gode, come dire, di un occhio di riguardo da parte della politica e dei signori del denaro – e soprattutto è un ottimo veicolo per drenare somme importanti e trasferirle in ambiti, luoghi, attività di altro genere. Tutto ciò all’ombra della passione popolare, ovvero del consenso che essa genera, e dell’interesse di chi dispone di denaro liquido (tra questi, la criminalità) e di chi lo può creare dal nulla con un clic dal sistema informatico centrale della banca.

Tutto poi concorre a creare la stessa logica del monopolio e dell’oligopolio di tutto il sistema-mondo. Il pesce grande divora quello più piccolo, per cui a contendersi i trofei possono essere pochissime squadre, guarda caso quelle in mano ai potentati economici, finanziari. Sussiste, a dire il vero, una possibile eccezione, ma è il rimedio peggiore del male, spiegato con dovizia di particolari ed esempi da un altro libro illuminante, “Gol di rapina. Il lato oscuro del calcio globale” del sociologo siciliano Pippo Russo. Gran parte delle società di calcio sono infatti controllate, o finanziate a strozzo da fondi speculativi che praticano il sistema TPO o TPI (Third Part Ownership o Investment.). I due misteriosi acronimi in anglo tecnocratese significano rispettivamente Proprietà o Investimento di una Terza Parte, ovvero che un calciatore è in multiproprietà, non tra due società di calcio, ma con terzi, ovvero gli investitori del fondo. La Fifa ha vietato il primo sistema, ma il secondo non ne è che una variante. In sostanza, è passato, nonostante le contorsioni giuridiche e verbali in cui il diritto civile e commerciale è maestro, il principio che i servizi di un calciatore, cioè il cosiddetto cartellino che ne autorizza l’attività sia divisibile in quote in possesso di più soggetti, un po’ come i carati delle navi.

Anche escludendo dal giudizio il risvolto etico, non si può non vedere lo sfruttamento del lavoro altrui, l’ingresso a piedi uniti (nel calcio giocato si dice tackle) del denaro come potere, cioè della finanza speculativa, delle banche d’affari e, sicuramente, del livello più riservato, sotterraneo e indicibile del casinò finanziario. Due importanti club spagnoli, il Siviglia e l’Atlético Madrid sono riusciti a contrastare in patria il duopolio Real Madrid – Barcellona e conseguire trofei internazionali agendo in sinergia con i fondi, ossia, per parlare chiaro, divenendo strumenti nelle loro mani, cedendo i debiti in cambio di quote societarie, diritti televisivi, introiti pubblicitari, ipotecando beni immobili e stadi. Si realizzano addirittura triangolazioni e scatole cinesi di compravendite più o meno fittizie con club compiacenti dove “parcheggiare” la proprietà di calciatori per aggirare normative fiscali più severe ed agire più liberamente.

Un caso di scuola è quello del Locarno, minuscola società semi dilettantistica di un campionato minore come quello svizzero, che fu titolare del cartellino di Gonzalo Higuaìn adolescente, prima che l’argentino, oggetto nel 2016 di un trasferimento multimilionario e molto chiacchierato dal Napoli all’arcirivale Juventus, approdasse in Europa. Un calciatore minorenne cresciuto nel piccolo Paços Ferreira, Portogallo, Diego Jota, è stato ceduto per 7 milioni all’Atlético Madrid, ma solo il 40 per cento della somma è finita nelle casse del cedente. Addirittura il 20 per cento sembra essere stato intascato dall’agente intermediario (altra nuova e potentissima figura mutuata dalla peggiore finanza), mentre il restante 40 per cento ha arricchito un aggressivo fondo speculativo dietro il quale agisce tale Jorge Mendes, un faccendiere che Pippo Russo ritiene uno dei grandi manovratori del calcio internazionale.

Dove c’è miele abbondano le api, ovviamente, che, eufemisticamente, qualcuno chiama “aggregatori e generatori di affari calcistici”. Esattamente come la finanza vive di bolle, azioni vorticose e spericolate, coazioni a ripetere, il mercato calcistico è aperto in permanenza, le squadre, non soltanto quelle di vertice, cambiano continuamente i loro effettivi, per cui non possono più esistere le “bandiere”, quei giocatori che trascorrevano in un’unica squadra l’intera carriera, come Gigi Riva a Cagliari, Francesco Totti nella Roma , Giorgio Ferrini nel Torino. Da quando le gambe dei calciatori sono veri e propri asset frazionabili e commerciabili a piacimento, sembra che qualche fondo abbia la proprietà di mille o più atleti, controllando non di rado anche le carriere degli allenatori.

Si affida l’organizzazione di eventi di portata planetaria, come il campionato mondiale per squadre nazionali al Bahrein, segno che il potere si è spostato ad Est come i flussi di denaro, e si ipotizza addirittura, per coinvolgere i giganti asiatici, la partecipazione di ben 48 squadre. Fino a poche edizioni fa i partecipanti erano 16, scelti attraverso selezioni successive, poi sono diventati 24 per le pressioni delle televisioni e dei grandi sponsor tecnici, cioè le multinazionali dell’abbigliamento sportivo e delle calzature (Nike, Adidas, Puma). Un mondiale a 48 squadre avrebbe una durata interminabile, danneggerebbe probabilmente in modo decisivo gli interessi dei grandi club europei e sudamericani, che, in fin dei conti, sono quelli che pagano gli stipendi ai calciatori, ma gli sportivi si sono abituati ed adeguati ad ogni forzatura. Le partite si disputano alle ore e nei luoghi più strani (alcune finali avvengono a migliaia di chilometri dalle sedi delle squadre interessate), i costi sono tanti elevati che la stagione viene allungata a dodici mesi l’anno, con grave pregiudizio per la salute degli atleti, soggetti ad infortuni sempre più numerosi e seri, anche in considerazione del ritmo crescente impresso ad uno sport che ha bisogno anche di pause e fasi di lentezza.

I tifosi, cioè coloro che con il loro interesse e portafogli tengono in piedi il sistema, sono trattati come polli da spennare , imbecilli da rieducare. Il grave è che l’operazione riesca sempre. A margine dell’affare monstre da 225 milioni di Neymar al PSG, il club francese ha fatto sapere che in pochi giorni è andato esaurito un primo stock di trentamila magliette con il nome dell’asso brasiliano, prodotte a tamburo battente, sicuramente in paesi a bassissimo costo del lavoro. Chi entri nei negozi delle società di calcio – tutte ne hanno uno, ormai, oltre all’immancabile vendita online – osserva con stupore prezzi esagerati per qualsiasi prodotto, dai profumi alle penne agli accappatoi e persino alla biancheria intima, su cui sono riprodotti i colori sociali, i loghi delle squadre (il diavolo per il Milan, l’asinello del Napoli, l’aquila laziale ecc.). Quanto alle maglie, cambiano tutti gli anni, hanno il nome ed il numero, anch’esso cangiante, dei calciatori preferiti e, naturalmente, sono complete del nome in grande formato degli sponsor principali. I gonzi spendono moltissimo per un prodotto in genere di bassa qualità che durerà meno di un campionato e dovrà essere subito sostituito come le collezioni di moda, in più porteranno in giro la pubblicità di qualcuno che paga la società per azioni, magari quotata in Borsa, che continuiamo a chiamare squadra del cuore. Il banco vince sempre, con l’attiva complicità della stupidità di massa

Un effetto collaterale del calcio-finanza è l’esistenza di un fiorente mercato di giovanissimi calciatori, specie provenienti dal Terzo Mondo, che vengono trasferiti nei settori giovanili di società europee, con la mediazione o complicità di procacciatori d’affari travestiti da scopritori di talenti, pagando un tozzo di pane a genitori poverissimi attraverso mediatori locali senza scrupoli. Il risultato sportivo è l’inaridimento dei vivai italiani ed europei, poiché i calciatori arrivano già formati, consentendo di alimentare e riprodurre il sistema. Un’altra forma di immigrazione non necessaria… Sotto l’aspetto morale, potremmo parlare di sfruttamento del lavoro minorile e di autentico caporalato. Intanto, chi assista alle partite delle categorie giovanili, resterà interdetto dalla quantità di giocatori provenienti da ogni parte del mondo, spesso ospitati in veri e propri pensionati/collegi legati alle società calcistiche.

Affari, solo affari, lo sport, l’agonismo, la sana rivalità non contano più nulla. Anzi, si formano veri e propri gruppi con al vertice agenti di calciatori, o procuratori sportivi che rappresentano centinaia di atleti e decine di allenatori e persino dirigenti sportivi, pilotando quindi il mercato del lavoro – sono tutti professionisti- con forti sospetti di conflitto di interesse e manipolazione. Nell’ombra, poi, agisce anche il sistema delle scommesse, che ha completamente stravolto il panorama di ciò che gravita attorno al calcio. In ogni città, quartiere, paese e centro commerciale si può scommettere legalmente su risultati, reti, punteggi delle gare, rigori segnati o parati, ma la fetta maggiore è sicuramente gestita dalla criminalità. Scandali ne sono stati scoperti diversi, di altre situazioni si sussurra, così come si mormora che l’irruzione dei fondi d’investimento celi il riciclaggio di danaro sporco, faciliti le combine tra i soggetti manipolabili – o ricattati-, gli scambi di favori illeciti sul campo tra chi dipende, in fondo, dagli stessi padroni, nonché la tratta vergognosa di tanti giovanissimi.

Per quanto riguarda i ricavi, conta sempre meno l’apporto degli spettatori allo stadio, trattati come ospiti sgraditi, i parenti poveri del grande circo Barnum. Anzi, schedatura per tutti con la tessera del tifoso, che è poi una carta di credito per consumare prodotti nei circuiti convenzionati. Chi non ce l’ha, non può seguire la squadra e nei casi di partite segnalate come pericolose dalla questura, neppure recarsi nel campo di casa se non abita in zona. Infatti, è spesso operante la limitazione della vendita di biglietti ai soli residenti in provincia. Un esempio: un tifoso del Genoa o della Sampdoria privo di tessera del tifoso residente nelle cittadine di Varazze (Savona) o Ovada (Alessandria), vicinissime a Genova, non ha diritto al prezioso (e costoso…) tagliando per assistere alla partita. Questa è la libertà ed il rispetto del cittadino-tifoso-cliente, ed è evidentemente voluta dai padroni del vapore, che intendono trasformare le manifestazioni sportive in eventi esclusivamente televisivi.

Chi paga i suonatori, è noto, decide la musica, e senza i denari di Sky il sistema non consentirebbe i cospicui stipendi e le percentuali dei tanti che vivono di calcio. Nella lingua di legno iniziatica degli economisti, è la tipica situazione monopsonia, o oligopsonia, cioè con un unico compratore, o un cartello, a fronte di molti venditori del prodotto. Il risultato è che comandano le TV, i tifosi più appassionati a casa o criminalizzati, milioni di commissari tecnici confinati al bar o sul divano del salotto, denaro distribuito in modo diseguale ai bilanci ballerini delle società, e destinazione finale del bottino a vantaggio di fondi d’investimento, procuratori, intermediari vari, oltre, naturalmente, all’ampia fetta destinata al fisco.

Non resta che la secessione. Chi scrive, frequentatore sin da bambino dello stadio, ha rinunciato alla faticosa abitudine, alle continue grottesche perquisizioni, alle file ai tornelli, a cancelli dovunque, come in carcere. Poiché Rupert Murdoch e Berlusconi non hanno bisogno dei nostri soldi, evitiamo accuratamente di comprare abbonamenti e pacchetti televisivi, ed il giornale sportivo lo sfogliamo velocemente al bar. Non possediamo, naturalmente, le maglie ufficiali della squadra preferita e possiamo fare a meno senz’altro delle pantofole o delle tazzine da caffè con i colori sociali. Però ci hanno defraudato di una passione bella e genuina, riducendo tutto a commercio, praticando comportamenti che consideriamo immorali e ripugnanti, schedandoci come pregiudicati perché ci piace andare allo stadio, convincendoci oltretutto che il risultato del campo non sempre è frutto del gioco espresso dalle squadre.

Peccato davvero, perché continuiamo, tutto sommato, ad amare quel gioco imprevedibile, quei ragazzi ad inseguire un pallone; le maglie senza scritte e prive di loghi erano i simboli, modesti ma positivi, di un’identità forte, i segni di un’appartenenza alla propria città o regione, i colori di un amore sincero, generoso, disinteressato. Sincero, disinteressato, generoso o gratuito, appunto, nulla è più così nel paradiso del Mercato, ma noi non possiamo tifare per un marchio o per un titolo quotato a Piazza Affari, né riusciamo a riconoscerci in quei giovanotti multietnici che cambiano di continuo, vanno e vengono come in un aeroporto, cambiano maglia e palcoscenico come Fregoli cambiava il costume di scena.

Se lo godano i devoti del mercato misura di tutte le cose, lo sport contraffatto dei fondi d’investimento, dei calciatori in multiproprietà, dei milioni che volano chissà dove e chissà perché, dei tifosi in divisa ufficiale a “soli” euro 99,95 con marchio registrato.

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