Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 settembre 2017

Pensioni come il corrotto Pd ruba ancora ai pensionati

Pensioni, sforbiciata del 5% dal 2019

Effetto del sistema contributivo. Ma si uscirà comunque cinque mesi dopo

di CLAUDIA MARIN
Pubblicato il 21 settembre 2017 
Ultimo aggiornamento: 22 settembre 2017 ore 06:28

Pensione (Ansa)

Roma, 22 settembre 2017 - Coloro che vorranno andare in pensione dal 2019 non solo dovranno attendere 5 mesi in più per farlo ma, a parità di età di uscita rispetto a oggi, subiranno un taglio dell’assegno oscillante in media tra il 4 e il 5 per cento: in pratica perderanno 50 euro al mese su una pensione di 1.000 euro, 75 euro su una di 1.500. I cinque mesi in più della speranza di vita, infatti, incideranno sia sull’età pensionabile e sui requisiti contributivi sia sul calcolo del trattamento pensionistico.

Abbiamo anticipato ieri che la lettera del Presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, per i ministeri del Lavoro e dell’Economia è pronta e non ammette deroghe rispetto a quello che viene fuori dalle elaborazioni statistiche sull’aspettativa di vita da prendere in considerazione per l’incremento di età pensionabile e requisiti contributivi. Nel 2016 sul 2015, infatti, tanto per gli uomini quanto per le donne la speranza di vita è cresciuta di 5 mesi. Di conseguenza, dal 2019 l’età pensionabile salirà da 66 anni e sette mesi a 67 anni per la pensione di vecchiaia, mentre la contribuzione richiesta per quella anticipata passerà dagli attuali 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne (di contribuzione) a 43 anni e tre mesi e a 42 anni e tre mesi.

Fin qui l’impatto sulle condizioni di accesso al pensionamento. Ma la speranza di vita inciderà anche sui cosiddetti coefficienti di trasformazione, cioè su quei numeri che servono a trasformare, nel sistema contributivo, l’ammontare dei versamenti effettuati in rendita. I parametri di cui parliamo sono costruiti e modificati periodicamente, dal 2012 ogni tre anni e dal 2019 ogni due anni, tenendo conto di una serie di variabili demografiche (incrementi dell’età media e della speranza di vita, indici di mortalità) ed economiche (in particolare l’andamento del Pil di lungo periodo). Il che conferma che esiste un nesso tra l’andamento generale dell’economia, i fattori demografici e le modalità di trasformazione dei contributi in rendita. Se l’economia tira e tira a lungo, i numeretti saranno più favorevoli. In caso contrario, la loro modifica periodica inciderà nel ridurre i futuri assegni previdenziali. Ora, se consideriamo il trend del Pil degli ultimi anni e insieme l’incremento dell’aspettativa di vita, tutti gli addetti ai lavori stimano che i nuovi coefficienti avranno l’effetto di ridurre gli assegni in liquidazione dal 2019.

D'altra parte se si guarda ai precedenti, si scopre come la riduzione dell’importo dei trattamenti sia cominciata fin dall’adeguamento dei coefficienti avvenuto dal 2013. Per capirci, è sufficiente un esempio pratico. Ipotizzando un ammontare di contributi pari a 270mila euro (in gergo tecnico montante contributivo, pari alla somma di tutti i contributi versati nel corso della carriera lavorativa), per chi è andato via nel 2009 a 65 anni l’importo annuo della pensione è stato pari a 16.500 euro. Nel 2013, però, è avvenuto un primo cambiamento dei coefficienti e la stessa somma di 270 mila euro si è tradotta in un importo annuo di 14.675. Con l’adeguamento dei coefficienti scattato nel 2016, l’importo è sceso a 14.300 euro annui. Dal 2019, secondo tutte le stime, è prevedibile un'ulteriore sforbiciata di almeno il 5 per cento. Dunque, a parità di età di uscita, il meccanismo di adeguamento automatico dei coefficienti ha l’effetto di sterilizzare l’aumento della durata della vita media e del godimento della pensione. Con la conseguenza che l’importo della pensione tenderà a essere più basso. Un effetto poco noto del sistema contributivo, ma che finisce per gravare sugli assegni in maniera progressiva e crescente.

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