Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 gennaio 2017

Siamo in Guerra

Decadentismo degli Stati Uniti - la meccanica è chiara, il Globalismo Capitalistico detta la sua linea e a cascata tutti gli apparati, dalle Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche, dalla Strategia della Paura, dall'invenzione di attentati tipo 11 settembre 2001, dal perdurare del Pensiero Unico, dalla riaffermazione del Politicamente Corretto, dalla persistenza ad esaltare i diritti individuali (nichilismo/individualismo), dal diffondere massivamente l’ideologia Gender, si mettono/sono in movimento. Eppure nonostante ciò i popoli, le comunità istintivamente, a macchia di leopardo consapevolmente, respingono con diverse modalità questo ciarpame che gli si vuole imprimere nella pelle e insieme cercano affannosamente di uscire dalle caverne, è una lotta impari ma con l’ottimismo della mente ci accingiamo alla guerra. martelun

Godiamoci quel che Trump ci dà. Perché sappiamo cosa non darà.

E’ stato già  impagabile sentire il sibilo con cui Marco Taradash,  soffocando di rabbia, commentava il discorso di Trump: “…Fascista…”.  Ma ilpiù articolato nell’esprimere la rabbia della setta è Charles Krauthammer,  il  principale commentatore J del Washington Post: un fanatico di tutte le guerre  che i precedenti presidenti americani hanno fatto per il (presunto) bene di Sion. Questo  super-Israel First ha colto nello slogan trumpiano  “America First”  il  nome “del partito isolazionista degli anni ’30  che si batté per tener gli Usa fuori dalla seconda guerra mondiale,   guidato da Charles Lindberg , che fu smantellato una settimana dopo Pearl Harbor”.


Già. Charles Lindberg  (1902-1974), il popolarissimo trasvolatore atlantico,   fondò nel 1940  un  movimento per contrastare la politica interventista di Roosevelt: si chiamava  ‘America First Committee .  “In  ottobre Lindbergh, a Yale, parlò a tremila persone chiedendo che l’America  riconoscesse “le nuove potenze europee” [Germania e Italia]  e dichiarando che “la razza ebraica” era tra coloro che con più forza ed efficacia spingevano gli Stati Uniti, “per ragioni che non sono americane“, verso l’intervento nella guerra”  (Wikipedia )
Krauthammer  ha colto  un’allusione sgradevole nella frase di Trump: “…essi  ci hanno derubato, la nostra corrotta classe dirigente ha preso il denaro della classe media e l’ha  sparsa  in giro per il mondo”.  Commenta   Kraut:  “Per molti nel mondo, specie i britannici, è una frase che lascia un’eco risonante; essa dice a loro e al   mondo libero,   per la prima volta dai tempi di Truman e Eisenhower: ‘Noi abbiamo costruito un mondo in cui abbiamo dato moltissimo a voi, economicamente, militarmente, eccetera. Questo gioco è finito, ora siete per conto vostro”.

Schiumano di rabbia

Non sono i britannici quelli per cui si preoccupa  Krauthammer, il vociferante portavoce della nota  lobby.  Trump ha detto “agli alleati”; da adesso siete “per conto vostro”…”E  chi è più ‘miglior alleato’ che  Israele?”,  mi dice l’amico americano: “E’ chiaro di chi si preoccupa l’Israel-First”.   E spiega:  “La lobby sionista a Washington è, in realtà, il Partito  Imperialista (‘Saccheggiare il mondo”) e il Partito “Saccheggia l’America”  mascherato da  difensori di Israele.  E nonostante tutta la sua retorica filo-israeliana, Trump  è uno dei pochissimi presidenti (da Eisenhower  almeno)  che  non deve niente alla nota lobby. Non denaro  (l’hanno dato ad Hillary). Non appoggio politico (il grosso del voto ebraico è andato a Hillary, e Israele ha puntato  su di lei).  Oggi  i due uomini più potenti del mondo, Trump e Putin, sono entrambi quasi-indipendenti, e (speriamo) dediti al benessere dei loro popoli. Immagina  dove ciò lascia i cultori del Regno Immaginario di Israele”.
Se  la fanno  sotto nelle capitali straniere”, ha poi aggiunto Kraut parlando alla Fox News.   Specialmente in una? “Il trucco di Pearl Harbor (che liquidò il movimento di Lindberg)  l’hanno già provato, purtroppo per loro”,  ridacchia l’amico americano. Hanno anche fatto l’11 Settembre, non sarà facile ripetere il false flag senza un presidente complice.  Inoltre, un altro commentatore  ha notato: “Quel discorso non ha niente a che vedere con quel che dicono i repubblicani. Poteva essere il discorso di un Bernie Sanders  presidente. Non c’è differenza tra loro”.  Bernie Sanders  era presente all’inauguration, non si è unito al boicottaggio del democratici.  Ombre di socialismo  nazionale.


Secondo Snopes,  dal sito web della Casa Bianca sono già stati rimosse  alcune parole: “Climate Change” e “LGBT”.   Altri siti attribuiscono a Trump la prima decisione (“da domenica”):  togliere i fondi pubblici a Planned Parenthood,   l’organizzazione   promotrice dell’aborto legale, che si è scoperto fare  spaccio e commercio degli organi dei feti.
Sia vero o no, godiamoci questi momenti, perché poi   l’altra realtà si impone:
“BETLEMME  – 2700 nuove unità coloniali israeliane sono state approvate venerdì mattina nella colonia illegale di Gush Etzion, poche ore prima della cerimonia di insediamento di Trump.
Le bandiere USA sono state innalzate in tutta la colonia per festeggiare l’insediamento e la presidenza di Donald Trump.
Le unità abitative appena approvate erano state bloccate a causa delle critiche internazionali circa le attività coloniali degli ultimi tre anni.
Tuttavia, le autorità israeliane hanno deciso di accelerare le costruzioni dopo l’elezione di Trump. Nel frattempo, a quanto riportato, gruppi di coloni israeliani hanno ricevuto l’invito a prendere parte alla cerimonia di insediamento di Trump.”   (Pars Today).
Ci sono cose che Trump non farà, per ovvi limiti culturali e antropologici. Fra queste, la messa in disciplina della finanza speculativa:  è evidente, ha riempito i posti-chiave della sua Amministrazione   di gente di Goldman Sachs.  Dei responsabili cioè di quella disparità sociale intollerabile, che ha portato milioni di americani “perdenti della globalizzazione” a votare per Donald.  Forse anche se volesse, se capisse, non saprebbe come fare.

L’invincibile potere occulto dei plutocrati

Il punto difficile da capire è che “Goldman Sachs” (e complici transnazionali) si sono impossessati   delle banche centrali.   Si  osservi questa tabella:

Qui si vede che la crescita delle “riserve cartacee” è esponenziale: segno sempre di una patologia (le cellule cancerose crescono  a ritmo esponenziale).
Le riserve internazionali delle banche centrali sono costituite,  tradizionalmente, da buoni del Tesoro, titoli di debito dello Stato: la banca centrale crea moneta di cui lo stato ha bisogno indebitando lo Stato.   Ma dalla crisi del 2008, per far continuare  il gioco dei “mercati” (il casinò),  hanno fatto politiche accomodanti,  “stampato” denaro, “quantitative easing”,  lo si chiami  come si vuole.   Tradotto: le banche centrali non si sono solo riempite di titoli di debito pubblico; hanno anche comprato obbligazioni e  azioni di grandi aziende private, banche e non solo.  Per fornire loro liquidità  illimitata.
Di fatto,  i  giganti privati  si sono visti scendere dal cielo (della BCE, della Federal Reserve)  una manna di denaro a prestito sì, ma a tasso zero o addirittura sottozero;  una massa di denaro con cui hanno arraffato,   delocalizzato,  “acquistato” imprese concorrenti ed azioni proprie,  saccheggiato  il saccheggiabile , a interessi zero. WE’ esattamente per questo che  dal 2008,  dalla crisi dei subprime, mentre le popolazioni lavoratrici occidentali scendevano nella depressione economica perdendo  salari e status sociale, i ricchi diventavano sempre più   ricchi. Come ha scoperto recentemente (o meraviglia!)   Oxfam.



Il numero dei miliardari continua a crescere  (in verde  anno   per anno; il loro numero totale in  giallo), mentre i lavoratori si impoveriscono
Salari in USA
I  banchieri centrali non  si sono limitati a finanziare i debiti pubblici (e l’hanno fatto con avarizia, imponendo condizioni e intimidazioni, facendo pagare interessi comunque alti); hanno  partecipato attivamente, prestando a tasso zero e senza limiti, a far arricchire le multinazionali “preferite” – essenzialmente le banche d’affari,  le hi-tech, le telecomunicazioni “avanzate”. Il che è logico, dato che la banche centrali non sono pubbliche ma private, e appartengono al   collettivo di azionisti ” Goldman Sachs & Compari”  che chiamiamo”finanza internazionale”.   Non operano per lo stato (Quale?)  ma per i loro azionisti. Gli speculatori.  Detti anche “i mercati internazionali” finanziari a cui noi dobbiamo chiedere prestiti col cappello in mano, subendo il loro giudizio e il loro rating. Ma il rating di Apple è  altissimo…
Trump non può capirlo.  Se lo capisse, avrebbe contro i suoi ministri Goldman Sachs. Dunque probabilmente non saprà dare al suo elettorato quello che gli ha promesso.

Il “loro” presidente già scalda i muscoli

I suoi nemici  hanno già in riserva un successore secondo il loro cuore. Un miliardario della fuffa: Mark Zuckerberg (j)  inventore di Facebook, la cui ricchezza è totalmente dovuta al meccanismo occultato di cui sopra.    E’ già cominciata la sua promozione “Mark Zuckerberg  occhieggia alla Casa Bianca?”, si domanda Newsweek. “Zuckerberg sarà il prossimo presidente?”, s’interroga Vanity Fair. “E’ uno che certo può presentarsi alla elezione presidenziale”, lo incoraggia Wired.  Insomma i media l’hanno già adottato e gli preparano il terreno.  Intanto, Mark  il genietto  ha già assunto nella sua “fondazione caritativa”  (sic:  come Bill Gates) David Plouffe, che è stato il responsabile della campagna presidenziale di Obama nel 2008: perché è chiaro, sarà un candidato presidente “democratico”, mica alla Lindbergh. Sarà salutato dalle sinistre del mondo come  il salvatore dall’isolazionismo,  protezionismo e populismo di Trump.
Con la sua proprietà hawaiana
Intanto si sta facendo la  mano nello stile presidenziale  preferito dalla finanza: ha comprato  una mega  proprietà  (700 acri)   sul mare  per le sue vacanze alle Hawaii, per 100  milioni di dollari,  e  sta  “intentando cause a raffica contro gli abitanti dell’isola che hanno un diritto ancestrale sulle particelle di terreno”.

http://www.maurizioblondet.it/godiamoci-quel-trump-ci-perche-sappiamo-cosa-non-dara/

Siria - possiamo e dobbiamo dirlo gli ebrei hanno sostenuto i mercenari tagliagola della Rivoluzione a Pagamento

Netanyahu: La caduta di Aleppo grave pericolo per Israele

(21 Gennaio 2017)
Netanyahu

É passato poco più di un mese dalla caduta di Aleppo e dal ritiro delle milizie “ribelli”legate al Fronte Jabhat Fatah Al Sham (ex Al Nusra) ed alla galassia dei gruppi salafiti ad esso affiliati. Rimane, però, ancora vivo il dibattito in Israele riguardo la sconfitta dell’”opposizione jihadista moderata” al regime di Bashar Al Assad.

Israele nutre forti preoccupazioni dopo Aleppo, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza dei suoi confini con la Siria lungo le alture occupate del Golan. La preoccupazione ed il dibattito è talmente vivo da aver fatto affermare al premier Netanyahu che “la caduta di Aleppo mette in serio pericolo la sicurezza di Israele”. Un recente studio del Centro Dayan per gli studi sul Medio Oriente e l’Africa afferma: “quello che è avvenuto ad Aleppo pone delle solide basi circa la possibilità del regime per restaurare l’autorità di Assad al periodo precedente la guerra civile”. L’analisi, pubblicata sul quotidiano Yediot Ahronot, prosegue indicando le prossime tappe e prevede la rapida disfatta di tutti quei gruppi nella zona di Deraa, precedentemente sostenuti da Tel Aviv per supporto logistico, militare e infermieristico, che “sono destinati ad essere sconfitti”. “Senza nessuna ingerenza o intervento esterno”- afferma lo studio - “questi gruppi saranno sostituiti nel territorio del Golan dalle truppe lealiste siriane, dai Pasdaran iraniani e da Hezbollah”.

Gli stessi apparati militari israeliani hanno più volte dichiarato il rischio di un riavvicinamento delle truppe di Hezbollah lungo la linea di confine tra le Alture del Golan e le Fattorie di Shebaa (territori occupati illegalmente, secondo numerose risoluzioni dell’ONU, da Tel Aviv e richiesti rispettivamente dalla Siria e dal Libano, ndr), visto che l’area del “Monte Hermon forma una zona strategica predominante su tutto il territorio sottostante in maniera da mettere in difficoltà il sistema difensivo israeliano”. Gli stessi media filo-governativi “rimpiangono” apertamente i sei anni di guerra civile in Siria “perché dal 2011 ad oggi hanno tenuto lontano dai propri confini le truppe sciite iraniane e libanesi” creando una situazione di totale sicurezza lungo la zona di confine.

Proprio da questo timore nascono le reazioni e le provocazione da parte di Tsahal (esercito israliano) con i recenti bombardamenti dell’aeroporto di Mazzeh, vicino a Damasco, avvenuto la settimana ed il mese scorso. L’obiettivo dichiarato, secondo il quotidiano Ray al Youm, è stato ufficialmente la distruzione di missili Fateh-1 che hanno una gittata di oltre 300 km e possono portare testate da circa 400 kg di esplosivo. Secondo l’editorialista, Abdel Bari Atwan, sono comunque due i punti di analisi e di interesse da analizzare circa i fatti di Mazzeh.
“Quello che colpisce l’opinione pubblica internazionale non è il fatto che Tel Aviv abbia colpito per l’ennesima volta la Siria – afferma il giornalista – ma che piuttosto nessuno stato o capitale araba (riferendosi agli stati del Golfo o alla Giordania, ndr) e occidentale abbia protestato contro l’aggressione ad uno stato sovrano come la Siria, colpita da anni di guerra”.
La seconda considerazione è, invece, legata al fatto che l’esercito israeliano ha colpito Mazzeh con un bombardamento missilistico e non, come ha sempre fatto in passato, con i suoi caccia militari. Questa scelta deriverebbe dal recente abbattimento di un velivolo israeliano, mai confermato da Tel Aviv, e dalla paura circa l’efficacia e la capacità di risposta missilistica delle truppe siriane e delle milizie di Hezbollah con le nuove batterie S-300 di produzione russa.

I bombardamenti israeliani mirano di sicuro a verificare anche il livello di capacità difensiva lungo il confine siro-libanese, come dimostrato dall’abbattimento di alcuni droni spia israeliani in questi ultimi giorni (fonte Al Manar). Provocazioni che potrebbero portare ad una risposta o ad una escalation preoccupante, anche grazie al clima favorevole, a livello internazionale, con l’insediamento del neo-presidente americano Donald Trump ed al suo incondizionato appoggio politico nei confronti del governo di Netanyahu.

Dei primi segni di risposta potrebbero essere già stati lanciati. Diverse fonti interne riportano la notizia di “sospette esplosioni” il 16 Gennaio nella base aerea di Hatzor nella sud di Israele. Il governo ha, però, stranamente sigillato tutto il perimento alla stampa, dichiarando che “le detonazioni sono state causate da un problema tecnico che ha fatto esplodere un deposito di carburante”. Al contrario, secondo alcuni media indipendenti, le esplosioni sarebbero state una risposta di Hezbollah per l’attacco a Mazzeh, magari con i nuovi missili Fateh -1 che Israele pensava di aver distrutto. 

Il Porcellum bis ricalca il Porcellum e se all'interno della Corte Costituzionale prevalgono i Costituzionalisti mettendo in minoranza il Partito dei Giudici per le medesimi ragioni sarà rigettato e riscritto i principi costituenti della prossima legge elettorale. Nel frattempo dalle ore 10.00 alle 18.00 al Centro Congressi Cavour via Cavour 50/a, 00184 Roma, convegno su Come Attuare la Costituzione

LEGGE ELETTORALE/ Italicum, sentenza Consulta: YouTrend, "con il Mattarellum nessuno ha la maggioranza" (Oggi, 21 gennaio 2017)

Pubblicazione: sabato 21 gennaio 2017
Redazione


Paolo Gentiloni e Matteo Renzi (LaPresse)

LEGGE ELETTORALE, SENTENZA CONSULTA SU ITALICUM: YOUTREND, CON IL MATTARELLUM NESSUNA MAGGIORANZA (ULTIME NOTIZIE OGGI, 21 GENNAIO 2017) -La discussione sulla legge elettorale con cui gli italiani saranno chiamati probabilmente a rinnovare il Parlamento non è ancora entrata nel vivo. Si attende probabilmente la sentenza della Consulta, che il 24 gennaio dovrà dire se l'Italicum rappresenta un sistema di voto legittimo o meno. Ma se si votasse con il Mattarellum, la legge elettorale che al momento sembra essere preferita da Pd e Lega Nord, come andrebbe a finire? Ha provato a rispondere Lorenzo Pregliasco di YouTrend, intervenuto al TgLa7, prendendo come base per la sua analisi la media degli ultimi sondaggi e i collegi del Mattarellum originale. Quel che ne viene fuori è che conteggiando i collegi contendibili tra diversi partiti, nessuna tra le forze principali (Pd, M5s e centrodestra) arriverebbe alla maggioranza. La forza politica più vicina ad ottenerla sarebbe però il Partito Democratico, che nella migliore delle ipotesi arriverebbe a 305 seggi quando la maggioranza è fissata a 316.

LEGGE ELETTORALE, SENTENZA CONSULTA SU ITALICUM: DOVE HA SBAGLIATO IL GOVERNO RENZI? (ULTIME NOTIZIE OGGI, 21 GENNAIO 2017) - Mancano solo tre giorni alla riunione della Consulta per emettere la sentenza sulla legge elettorale attesa da tutti i partiti politici: senza il giudizio della Corte lo stesso Governo Gentiloni, come fatto finora, ha le mani legate per provare a trovar un accorso su un nuovo testo che superi l’Italicum in poco, molto e del tutto, proprio a seconda di quanto verrà deciso sul testo approvato dal governo Renzi. In una intervista rilasciata al Sussidiario, il professore costituzionalista Mario Esposito ha esposto secondo il suo illustre parere dove sarebbe rinvenuti i veri errori del governo Renzi riguardo la legge elettorale approvata prima del referendum costituzionale. «Anche se per ovvi motivi l'Italicum non replica in modo pedissequo le disposizioni del Porcellum espunte nel 2014 dalla Corte, tuttavia in diversi punti fa trasparire lo stesso disegno distorsivo che si trova in quest'ultimo. Da una parte determina la soglia di accesso al premio di maggioranza secondo quanto stabilito dalla Consulta, ma la calcola percentualmente sui voti validi anziché sugli aventi diritto al voto, riducendo in questo modo l'effetto contenitivo della soglia medesima. Dall'altra attribuisce il premio — qualora nessuna lista raggiunga la percentuale suddetta — a quella che risulti vincitrice in un successivo turno di ballottaggio». In sostanza il parere del costituzionalista esprime come i problemi evidenziati dalla Consulta nel 2014 fa sul Porcellum non sono stati del tutto superati neanche dall’Italicum, e per questo rischia ancora lo stesso trattamento ricevuto dal sistema elettorale prodotto dal Governo Berlusconi.

LEGGE ELETTORALE, SENTENZA CONSULTA SU ITALICUM: IL COMITATO DEL NO SI RIUNISCE (ULTIME NOTIZIE OGGI, 21 GENNAIO 2017) - Una sorta di partito che dopo la decisione della Consulta sulla legge elettorale potrebbe intervenire attivamente anche alla (ri)scrittura dell’Italicum, per come ovviamente uscirà dal parere della Corte Costituzionale. Sono i professori, costituzionalisti e operatori della società civile che hanno creato il Comitato del No al referendum costituzionale, (quel testo base su cui sorgeva e si sorreggeva tutto il governo Renzi, sciolto dopo la sconfitta e la vittoria conseguente del No). Oggi il Comitato dopo oltre un mese dalla vittoria nel referendum si ritrova a Roma, prima addirittura del risultato della sentenza, questo “perché la Consulta è solo uno dei modi in cui si affronta il problema, ma non l’unico”. I “professori” che hanno animato il comitato per il No al referendum costituzionale tornano in campo per dare il via a una nuova mobilitazione: quella contro l’Italicum. Un’assemblea aperta, che si terrà a Roma a partire dalle 10, per dare il via a nuove iniziative; la principale, la presenta Huffington Post che ha raccolto le tesi del Comitato. «una petizione, una campagna di adesioni ad un documento che mette nero su bianco quei capisaldi da cui – a loro dire – la prossima legge elettorale non potrà prescindere. L’obiettivo non è solo quello di continuare sul territorio quella attività partita proprio con la campagna contro il ddl Boschi. L’idea è quella di riuscire così a farsi sentire, anzi di più, sedersi al tavolo delle trattative». Il documento che verrà redatto e presentato all’assemblea oggi è moto chiaro e tenterà di arrivare anche sui banchi del Parlamento quando effettivamente si dovrà trattare i termini della nuova legge elettorale; «Deve essere respinta la pretesa, alla base dell’Italicum e del Porcellum di ricavare direttamente dal voto popolare un vincitore e una maggioranza parlamentare, trasformando le elezioni in una mera procedura per l’investitura di fatto del capo del governo». “E’ importante – spiega Domenico Gallo che svolgerà l’introduzione al dibattito - lottare per una legge elettorale coerente con la Costituzione, che restituisca il diritto a essere rappresentati e l’uguaglianza nell’esercizio del diritto».

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2017/1/21/Legge-Elettorale-Italicum-sentenza-Consulta-gli-errori-fatti-del-governo-Renzi-e-il-Comitato-del-No-Oggi-21-gennaio-2017-/743621/

PTV news 20 Gennaio 2017 - Contro i social networks "che aiuterebbero il...

Mosler Economics - il 25 gennaio a Madrid

Pavlina Tcherneva durante il seminario "Eurozone in Crisis" all’Università di Bergamo
Pavlina Tcherneva sarà la protagonista di MMT Disoccupazione 0% il prossimo 25 gennaio a Madrid.
La presentiamo ripubblicando due suoi interventi:
  • Oggi “L’Eurozona è un passo indietro nell’evoluzione della macroeconomia”, sintesi dell’intervento tenuto all’Università di Bergamo nell’ottobre del 2015.
  • Domani “16 motivi per cui Matt Yglesias sbaglia quando compara il lavoro garantito con il reddito di base garantito”, articolo pubblicato il 16 gennaio 2014 su neweconomicperspectives.org
(La Redazione)

L’Eurozona è un passo indietro nell’evoluzione della macroeconomia

Giornata intensa oggi per la Prof.ssa Pavlina Tcherneva all’Università degli studi di Bergamo.
Partendo dalla situazione economica dei Paesi dell’eurozona, ne ha ripercorso i passaggi fondamentali, evidenziando quanto la struttura dell’eurozona e l’austerità rappresentino un passo indietro nell’evoluzione delle politiche macroeconomiche:
Non si lascia che un Paese perda il 25% del Pil per una recessione, queste cose succedevano prima del 1929. Sappiamo come evitare questi disastri!
La professoressa continua illustrando i Cattivi dell’Europa: la Grecia è, infatti, il cattivo nella narrazione dei media. Infatti il suo deficit importante nella bilancia commerciale è considerato un “peccato capitale” dall’ideologia neomercantilista europea.
Ma se la Grecia è il cattivo, necessariamente ha un cattivo complementare che è la Germania: per poter esserci un Paese esportatore netto, necessariamente deve esistere un altro importatore netto.
La ricercatrice del Levy Institute rimarca:
L’Eurozona non solo non ha lasciato che gli stabilizzatori automatici tamponassero la mancanza di domanda aggregata, ma addirittura ha peggiorato la situazione con l’austerità!
La spiegazione agli studenti dei saldi settoriali si è alternata alla lettura dei rapporti di forza interni all’UE e ad un confronto costruttivo con i professori Variato e Lucarelli.
La settimana prossima Rete MMT pubblicherà le slide della relazione, con il relativo commento tradotto in italiano.
Prossima tappa: Università Cattolica di Milano.

http://www.retemmt.it/verso-madrid-speciale-pavlina-tcherneva-1-parte/?utm_source=Rete+MMT+%2F+newsletter&utm_campaign=4f8652f819-EMAIL_CAMPAIGN_2017_21gen&utm_medium=email&utm_term=0_3f5e3cbc6f-4f8652f819-117474089&ct=t(Articoli_della_settimana_21gen)&mc_cid=4f8652f819&mc_eid=5e0b182926

Implosione europea - solo uno stato euroimbecille, con la crisi economica in cui viviamo, può continuare ad usare per i bisogni delle sue comunità una moneta straniera, l'Euro, comprata dai privati della Bce

Zingales: «Padoan teme la tenuta
dell'Italia nell'euro»

di Nando Santonastaso

Le parole del ministro Padoan a Davos non lo hanno sorpreso. Anzi. «Ha perfettamente ragione», dice Luigi Zingales, economista, docente presso la University of Chicago Booth School of Business. E spiega: «Quello che ha detto a proposito della mancanza di una visione dell’Europa lo avevo già sostenuto in un libro del 2014. È vero, bisogna avere una nuova visione dell’Europa anche perché ormai ci sono molte contraddizioni che stanno esplodendo ed è possibile che l’idea che ha guidato l’Europa si stia dissolvendo. Padoan teme, ancora una volta a ragione, che l’Italia non ce la faccia a restare in Europa».

Vuol dire che bisogna prendere decisioni drastiche in tempi anche brevi?
«Voglio dire che non ci sono molte alternative: o bisogna cambiare radicalmente alcune delle istituzioni che sostengono la moneta comune o dobbiamo trovare un percorso di separazione consensuale».
Italia fuori dall’euro?
«È una possibilità, certo. Sarebbe ottimale che fosse la Germania ad uscire ma è difficile costringerla. L’alternativa positiva che ho cercato di descrivere nel mio ultimo libro, “Europa o no” è dare vita finalmente ad un sistema in cui esista una fiscalità comune che aiuti i Paesi nei momenti di crisi e una vera Unione bancaria che oggi c’è solo a metà».
C’entrano per caso in questo ragionamento la spinta della Brexit e l’annuncio di Trump per un ripristino del protezionismo americano?
«Non so fino che punto i piani di Trump si tradurranno in un vero protezionismo. Lo dirà solo il tempo. Oggi possiamo solo constatare che la Brexit non ha avuto conseguenze disastrose e immediate: ha aumentato invece la domanda di uscita dall’Unione europea. La posizione di Trump favorisce questa possibilità perché non interverrà come aveva fatto Obama per evitare l’uscita della Grecia o dell’Italia dall’euro».
Sembra di capire che per lei l’Ue ha i giorni contati...
«Come capita per i matrimoni che non funzionano, bisogna ammettere la verità: o si cerca di salvarlo o si arriva al divorzio consensuale, non c’è nulla di peggio di una coppia infelice. L’Italia è in una situazione molto grave: abbiamo buttato via tre anni di grandi opportunità perché c’erano tassi di interesse molto bassi, il petrolio costava pochissimo, l’economia mondiale era in crescita. Oggi ci troviamo con un debito più alto di tre anni fa e una percentuale di crescita che bisogna apprezzare solo con il bilancino del farmacista. Oltre tutto la prospettiva è destinata a peggiorare, con il prezzo del greggio in risalita e i prodromi di una recessione dell’economia globale. Se oggi a stento sopravviviamo, figuriamoci dopo».
Cosa dovrebbe fare allora il governo Gentiloni?
«Gentiloni dovrebbe aprire il tavolo della discussione su quale futuro per l’euro e per l’area della moneta comune. Non ci può essere più una prospettiva come quella attuale con una parte dell’Europa che cresce e un’altra no».
Ma la rigidità dei tedeschi non è il problema numero uno per la tenuta dell’Ue?
«Non credo. Guardi che il problema del deficit e del debito italiani è un problema serio. Non possiamo continuare a indebitarci perché prima o poi il mercato si renderà conto che non possiamo pagare interessi così elevati e le regole europee ce lo ricordano puntualmente. Io direi invece che il problema maggiore riguarda altre mancate scelte. La colpa della Germania non è di imporci questo limite ma di non volere un’Unione bancaria completa e una forma di redistribuzione fiscale come un sussidio per la disoccupazione. Noi, di sicuro, dobbiamo ammettere che abbiamo sottovalutato la gravità della crisi bancaria degli ultimi 14-15 mesi. Se sia stata colpa solo nostra o anche della Germania, francamente lo lascio decidere agli altri. La verità che siamo di fronte ad un risultato assai negativo del quale forse non ci rendiamo ancora conto pienamente».
Giovedì 19 Gennaio 2017, 08:25

http://www.ilmattino.it/economia/nando_santonastaso_luigi_zingales_economista_italiano_da_anni_negli_stati_uniti-2132406.html

Maryn Ismail vuole mettere all'angolo la Fratellanza Musulmana stannando l'Ucoii

Regione, Ismail sfida l'Ucoii «No al Medioevo dell'islam»

Nasce il Forum delle idee creato dalla ex dirigente Pd «Noi i musulmani liberali, ora basta oscurantismo»


La battaglia contro l'islam politico arriva in Regione. Nascerà al Pirellone, infatti, fra poche settimane, il «Forum delle idee e del confronto», la creatura di Maryan Ismail, antropologa italo somala diventata voce e volto di un islam diverso. «Un islam liberale» spiega Ismail, che uscendo dal Pd milanese pochi mesi fa, ha dato il via a un caso tuttora aperto, accusando i suoi ex compagni di aver scelto come interlocutore la parte oscurantista e ortodossa (sebbene minoritaria) dell'islam.
L'ultimo imbarazzante capitolo di questa spinosa vicenda, per i Democratici, risale a pochi giorni fa, con la presentazione a Palazzo Marino di un dossier sul «rapporto non occasionale fra Pd e islamismo politico». Protagonista dell'iniziativa, con Ismail, anche Matteo Forte, il popolare che in Consiglio comunale è impegnato nella stessa battaglia. Anche stavolta Forte e Ismail saranno fianco a fianco. Con loro anche Alessandro Colucci, consigliere regionale e coordinatore di «Lombardia popolare», ma gli invitati appartengono ad aree diverse e vanno dal governatore Roberto Maroni alla vicepresidente del Consiglio Sara Valmaggi, Pd, alla leader della Cgil Susanna Camusso, all'ex candidato sindaco di Milano Stefano Parisi, oggi fondatore di «Energie per l'Italia», movimento che a Ismail ha assegnato un posto da relatrice nel corso di Megawatt, la sua convention programmatica di settembre.
«Il nostro - spiega Ismail - è un gruppo aperto, laico, persone di fede islamica che non si sentono rappresentate e vogliono far uscire una voce finora silenziosa, quella dei musulmani che rifiutano l'intruppamento imposto finora. Vogliamo essere autonomi e portare contributi positivi, tirare fuori il meglio dell'islam, vogliamo un islam che entri nella modernità». L'immagine usata è eloquente: «Islam e modernità devono cominciare a essere come acqua e zucchero. Non più acqua e olio. La religione non deve più essere più polarizzante, per avere integrazione contro l'integralismo».

Al bando ogni ipocrisia su un impossibile unanimismo: «Il nostro orizzonte è la Costituzione italiana. Noi non siamo salafiti - scandisce - non siamo wahabiti e che non abbiamo niente a che vedere con la Fratellanza musulmana».
Sullo sfondo, ovviamente, la minaccia del jihadismo, che Ismail ben conosce anche direttamente, purtroppo (il fratello Yusuf Mohamed Ismail Bari-Bari, ambasciatore somalo all'Onu, due anni fa è stato ucciso con altri 17 nella capitale somala, da una strage jihadista). «Noi vogliamo che si esca dal binomio islam=terrorismo, siamo contro l'oscurantismo e il ritorno al Medioevo dei precetti obbligatori».
Il neonato Forum sarà organizzato in dipartimenti: i giovani - già attivi - le donne, la cultura islamica. E - avverte Ismail - chiederà riconoscimenti giuridici a tutti i livelli. Il 16 gennaio, intanto, il ministro Marco Minniti ha riunito le rappresentanze dell'Islam Italiano accreditate presso il ministero dell'Interno. C'era l'Ucoii. E insieme a Maryan Ismail, che in quella sede rappresenta la numerosa comunità somala, c'erano la Coreis di Yahya Pallavicini (imam di via Meda) la Confederazione Islamica Italiana e i muridi senegalesi. La partita della rappresentanza è aperta. «Noi vogliamo il Rinascimento dell' islam» annuncia Ismail.

http://www.ilgiornale.it/news/milano/regione-ismail-sfida-lucoii-no-medioevo-dellislam-1353290.html 

Le guerre d'invasione, il sostegno ai mercenari tagliagola, la tratta dei schiavi sono tutti figli del Pensiero Unico nato dalla strategia statunitense del Globalismo capitalistico di cui finalmente cominciano a calare i veli grazie alla reazione istintiva dei popoli

Dalla Libia alla Siria, così l'Occidente nutre il jihadismo globale

Nel libro "Mercanti di uomini", Loretta Napoleoni indaga le connessioni tra jihadismo, fenomeni migratori, e capitalismo globale, senza fare sconti a nessuno. Tantomeno all'informazione e alla politica occidentali, che hanno notevoli responsabilità per aver favorito l'estremismo islamico


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20 Gennaio 2017 - 10:02  
 
I conflitti in Siria, in Afghanistan e in Iraq non sono stati onorevoli iniziative umanitarie, bensì guerre sporche, motivo di continuo imbarazzo per i politici, per l’esercito e per l’Occidente”. È una verità triste e nota che, però, non sarà mai raccontata abbastanza. E fa piacere ritrovarla in uno studio che non solo parla della “fine della verità” in Siria e su altri fronti ma prova, con successo, a inserire il tutto in un quadro più ampio, come si dice oggi: globale.
Mercanti di uomini . Il traffico di ostaggi e migranti che finanzia il jihadismo (Rizzoli), di Loretta Napoleoni, appena sbarcato in libreria, è un libro perfetto per cominciare ad affrontare le conseguenze culturali di questa globalizzazione senza geografia né antropologia in cui tutti siamo immersi e che, inevitabilmente, si scontra con la realtà di un pianeta dove, al contrario, i tratti geografici e antropologici contano ancora. Eccome, se contano.
L’insurrezione siriana non era guidata dall’esercito idealizzato di combattenti per la libertà nato della Primavera araba. Piuttosto, era un ginepraio di jihadisti, delinquenti, signori della guerra, sequestratori e terroristi alla costante ricerca di soldi e armi
L’idea folle che un solo modo di pensare, il nostro ovviamente, potesse essere “esportato” a ogni latitudine (quindi a dispetto di ogni vicinanza e legame) e imposto a qualunque popolo (quindi con disprezzo di storie e culture) ci sta facendo danni enormi e destabilizza il pianeta oltre ogni immaginazione.
Cominciare a raccontarlo svelando i retroscena dei rapimenti e del traffico di essere umani è un approccio geniale, perché gli uni e l’altro sono una faccia della stessa medaglia (la Napoleoni cita Rob Wainwright, direttore di Europol: “Il viaggio del 90% dei rifugiati arrivati in Europa è agevolato da un’organizzazione criminale”), quella di un’industria criminale che, a sua volta, non è che l’altra faccia di quella globalizzazione senza senso che ci viene presentata come dono gratuito di libertà e democrazia.
Il risultato è un perpetuo auto-inganno, un racconto del mondo che ha rapporti sempre più scarsi con la realtà del mondo. Parte corposa del libro è dedicata ai giornalisti e ai cooperanti rapiti in Medio Oriente, in particolare in Siria. E ciò che ne esce è esattamente ciò che è stato per anni negato: “L’insurrezione siriana non era guidata dall’esercito idealizzato di combattenti per la libertà nato della Primavera araba. Piuttosto, era un ginepraio di jihadisti, delinquenti, signori della guerra, sequestratori e terroristi alla costante ricerca di soldi e armi”. Per dirla altrimenti, con le parole della giornalista olandese Joanie de Rijke, a suo tempo rapita in Afghanistan dai talebani: “Di fatto, in Siria i media hanno preso una posizione ben precisa. Hanno violato la regola fondamentale della nostra professione, la neutralità, ed è per questo che non ci è giunta alcuna notizia di siriani pronti a sostenere il regime”.
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Ma Iraq, Siria, Libia, Somalia e altri fallimenti continueranno a turbare le nostre notti. Compresa quella dell’informazione
Con la stessa lucidità il libro della Napoleoni analizza le connessioni tra il jihadismo, l’universo insurrezionale (di cui la Napoleoni parla n questi termini: “L’albero genealogico delle organizzazioni armate “moderate” in Siria – quelle che l’ambiziosa coalizione del presidente Obama ha sostenuto fin dall’estate del 2014 con campagna di bombardamenti, addestramento militare, fornitura di armi e lezzi finanziari – è molto intricato… assomiglia a una rete incestuosa di alleanze, rapporti personali, inganni, partnership delinquenziali e joint venture tra gruppi armati”) e il traffico di migranti che ha investito l’Europa. Nel 2015 la “tassa” sui migranti siriani che fuggivano in Turchia ha fruttato all’Isis mezzo milione di dollari al giorno al solo confine con la Turchia laddove, come racconta un rifugiato che ha fatto il viaggio, “non rischi che le guardie di frontiera ti sparino addosso”. E si parla del confine che proprio nel 2015 la Nato corse a proteggere dopo l’abbattimento di un caccia russo da parte dei turchi.
Ha dunque ragione chi (vogliamo fare un nome indecente: Donald Trump) giudica l’Isis la principale minaccia planetaria alla sicurezza. Non tanto in sé ma perché è la punta acuminata di una piramide che ha una base molto larga di storture, abusi e politiche sbagliate. Queste tragedie ci riguardano. E non solo come “vittime”, parte che ci piace assumere quando una bomba scoppia in una delle nostre città o i migranti mettono a fuoco un Cie. Ma come attori protagonisti, ruolo spiacevole che infatti tendiamo a respingere. Ma Iraq, Siria, Libia, Somalia e altri fallimenti continueranno a turbare le nostre notti. Compresa quella dell’informazione.

Neocolonialismo - non diciamo stupidagini la Francia sta nel Mali per la difesa dei suoi corposi interessi

Il Mali: un importante teatro internazionale per la lotta al terrorismo

(di Nicolò Giordana)
20/01/17
Sono ormai passati quattro anni da quando l’esercito francese è entrato nel Mali per bloccare l’espansione di al-Qaeda, arrivata ormai ad un passo dalla capitale Bamako. L’operazione, nel suo complesso, ha portato alla drastica riduzione dei gruppi jihadisti presenti nel territorio dell’Africa occidentale ma l’ultimo anno e mezzo ha visto un comprensibile lento affievolimento dei risultati francesi ed una permanente debolezza delle Isituzioni dello Stato africano. Ma perché per garantire un’utilità all’intervento francese e debellare il problema terroristico in quest’area è necessario pensare ad un supporto materiale ai militari europei già presenti?
Nel 2013 l’intervento delle Forze Speciali francesi, che operarono in stretta coesione con l’esercito, l’aviazione e la marina francese, fu volto a liberare il Malistan: quell’area settentrionale del Mali divenuta sin dagli inizi del problema del terrorismo islamico una vera e propria roccaforte di al-Qaeda. Una volta portata a compimento l'operazione la Francia ampliava la sua lotta al terrorismo, secondo i progetti delle Nazioni Unite, nei territori del Burkina Faso, del Ciad, della Mauritiana e del Niger. Intanto l’Unione Europea schierava una formazione militare a Bamako in supporto alle Forze Armate del Mali per sostenerle nella ricoesione dello Stato e nella tenuta del nord del Paese. I compiti di addestramento delle Forze maliane nell’antiterrorismo e in particolare nel prevenire una riemersione di al-Qaeda non sono stati semplici e alcuni gruppi jihadisti hanno continuato ad operare.
Se è vero che al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) è stata gravemente danneggiata dai primi attacchi del 2013 è altrettanto vero che alcuni suoi capi, come Mokthar Belmokthar, sono sopravvisuti. Alcune agenzie d’intelligence ritengono che quest’ultimo sia stato ucciso in Libia a seguito di un raid aereo statunitense nel 2015 ma, ciononostante, il suo gruppo armato continua ad operare nel Mali. Anche altre cellule terroristche hanno continuato ad agire indisturbate: è il caso del Movimento per l’Unità e la Giustizia nell’Africa Occidentale (MUJAO) e di Ansar al Dine, ma non solo: nel 2015 è sorta una nuova entità, il Fronte di Liberazione di Macina, che ha compiuto una serie di attacchi in tutto il Paese.

Verso la fine del 2015 al-Qaeda, in collaborazione con al-Mourabitoun, ha assaltato il Radisson Hotel, uno dei più importati punti d’approdo per gli ospiti internazionali nella capitale maliana, prendendo in ostaggio 170 civili. Questo atto ha chiaramente dimostrato come esistano ancora delle evidenti falle nel sistema della sicurezza che, dalla fase di allerta iniziale del 2013-2014, mano a mano si sta deteriorando. Di seguito, un altro centinaio di attacchi sono stati rivendicati da AQIM sia nel Mali che nei Paesi limitrofi: nei primi mesi del 2016 il Burkina Faso e la Costa d’Avorio sono stati bersagliati a causa del supporto da loro dato alle Nazioni Unite per il piano di stabilizzazione del territorio africano del 2014.
Il Mali è da sempre stata una culla per piccoli gruppi terroristici che mutavano molto spesso le loro alleanze per comodità del momento ma con la crescita nel 2015 dello Stato Islamico, alcune cellule jihadiste malesi gli giurarono fedeltà. Se oggi è verità che l’ISIS è in progressivo ritiro (basti pensare alla liberazione di Sirte ed ai progressi nel teatro libico) è altrettanto vero che la situazione del Paese africano e di AQIM continua ad essere preoccupante e non deve essere sottovalutata: la persistenza dei gruppi fondamentalisti islamici contribuisce costantemente a minare gli sforzi della costruzione di uno Stato solido. L’attuale contesto maliano, con i suoi fattori socio-economici e la persistente attività dei sunniti wahabbiti, rimane troppo fertile per lo sviluppo di cellule jihadiste salafite.
Alla luce di ciò appare evidente come la presenza francese nello Stato africano debba ritenersi un bene e debba trovare un sostegno materiale negli altri Stati interessati all’eliminazione del terrorismo di matrice islamica, con particolare riferimento ai Paesi dell’Alleanza Atlantica e a quelli dell’Unione Europea. La Francia ha stanziato più di mille uomini nella parte settentrionale del Mali ed ha continuato ininterrottamente le operazioni dal 2013 ad oggi contro gli jihadisti uccidendo elementi di vertice come Abu Baher al Nasr, Ahmed al Tilemsi ed Omer Ould Hamah, ma ora si trova impiegata su troppi fronti, primo tra tutti quello della sicurezza interna. I costanti attentati dimostrano come la Francia sia sotto bersaglio ragionevolmente a causa del suo intervento anche per l'impegno in terra africana. Il rischio è che si arrivi ad un punto in cui Parigi riduca l'impegno delle truppe per necessità somestiche e che il Mali torni ad essere un covo di terroristi.
La prevenzione di questo scenario è senza dubbio una priorità: la Francia ha bisogno di un forte sostegno, un aiuto non fine a se stesso o indirizzato ad un altro Paese ma un auslio diretto alla lotta ed al debellamento del terrorismo islamico. Un ritorno alla situazione malese ante 2013 significherebbe una grande vittoria per l’antioccidentalismo armato sia sul piano materiale che, soprattutto, su quello morale, rafforzando oltremodo il fondamentalismo.


(foto: État-major des armées)

http://www.difesaonline.it/geopolitica/analisi/il-mali-un-importante-teatro-internazionale-la-lotta-al-terrorismo

Energia Pulita - la Cina si muove decisamente verso questo tipo di energia

La Cina chiude 104 centrali a carbone per investire nelle rinnovabili

Energia
Pubblicato il 20 gen 2017
di
Rudi Bressa

Stop ad un centinaio di nuove centrali a carbone. 47 erano già in costruzione. Entro il 2020 110 GW di nuova potenza installata proverrà da rinnovabili.

Continua la transizione energetica della Cina, che da maggiore consumatore di carbone per la produzione di energia, punta a diventare leader nel mercato dell’energia rinnovabile. Lo dimostra l’ultima mossa dell’Amministrazione nazionale dell’energia che ha deciso di interrompere la costruzione di 104 nuove centrali a carbone. Lo stop riguarderà 13 province sparse in tutta la Cina, per un totale di 120 GW di nuova potenza installata. 47 centrali a carbone erano già in costruzione, per un totale di 54 GW.


Minatore appena uscito da una miniera, nella provincia dello Shanxi. Foto via VCG/VCG via Getty Images

La decisione è stata presa anche in base al nuovo piano quinquennale del governo per quanto riguarda la produzione di energia in Cina: quest’ultimo limita infatti la capacità installa a 1100 GW, invece dei 1250 previsti precedentemente. Espansione che comunque continuerà, dato che oggi la Cina ha 920 GW di capacità installata alimentata a carbone. Numeri che mettono comunque il gigante cinese ai primi posti per produzione energetica da fonti fossili (gli Stati Uni hanno 305 GW installati, in Italia ci sono ancora 12 centrali operative).
 

La mappa indica quante centrali sono state “spente”. Foto via Greenpeace Energy Desk.
Meno centrali a carbone, complice anche la crisi

La caduta del carbone in Cina è iniziata già alla fine del 2013, registrando una riduzione del 1,5 per cento nel biennio 2014-2015. Lo scorso novembre furono almeno 30 le nuove centrali chiuse ancor prima di essere costruite, mentre è previsto che siano chiuse almeno un migliaio di miniere, sempre in territorio nazionale. Complice indubbiamente un calo nella produzione industriale da una parte e un surplus di offerta dall’altra, il carbone ha iniziato la sua discesa. Senza dimenticare gli enormi problemi che il paese di trova ad affrontare nei confronti dello smog e dell’inquinamento atmosferico, in particolare nelle grandi città. Inquinamento che ha portato il Governo a decidere per la chiusura temporanea di molte centrali.
Gli investimenti nelle rinnovabili

Ma il piano quinquennale prevede anche una decisa spinta nei confronti delle energie rinnovabili. Entro il 2020 la Cina prevede di installare 130 GW di nuova potenza, in particolare proveniente da solare ed eolico. Un investimento di circa 340 miliardi di euro che dovrebbe portare alla creazione di 13 milioni di posti di lavoro. Entro il 2020 il 27 per cento della produzione energetica provverrà da rinnovabili, mentre il 55 per cento sarà alimentato ancora carbone.

Sta di fatto che, dal momento della ratifica dell’Accordo di Parigi, sembra che la Cina abbia deciso di intraprendere un’azione decisa per ridurre le emissioni di CO2 e rispettare gli impegni presi: mantenere le temperature globali al di sotto dei 2 gradi centigradi. A ricordarlo è stato lo stesso presidente Xi Jinping, durante il suo intervento al World Economic Forum di Davos, “tutti i firmatari devono rispettare gli accordi”. Il destinatario del messaggio non può che essere solo uno.

http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/cina-chiude-104-centrali-carbone-investe

LIVE: Giulietto Chiesa commenta da Mosca l’insediamento di Trump alla Ca...

Neocolonialismo - la Nigeria ricca di materie prime è depredata dagli europei attraverso i rais politici locali, e le comunità cercano di sfuggire a forze ciniche e violente in luoghi un pò più sicuri

Profughi bombardati in Nigeria: cinque cose da sapere per non fermarsi alla “fatalità”

Un campo profughi bombardato “per errore” da un aereo dell’aviazione nigeriana. Con un bilancio ufficiale già pesante di 52 morti tra profughi e personale delle agenzie internazionali che si stavano prendendo cura di loro. E in più il sospetto che, in realtà, le proporzioni della tragedia siano ancora più grandi.
Ci voleva un fatto del genere per portare almeno per un’istante l’attenzione dei media del mondo sulla situazione dello Stato di Borno, il più martoriato dalle violenze dei terroristi di Boko Haram nel nord-est della Nigeria. Ma – come al solito – il rischio di indignarsi solo per un momento e poi tornare a dimenticare questo angolo del mondo è molto forte. Ecco allora qualche coordinata per capire il contesto di questo massacro.
1. Chi è stato colpito?
Il bombardamento “accidentale” ha colpito il campo per sfollati di Rann, il maggiore centro abitato del distretto di Kala-Balge, al confine con il Camerun. Non si tratta di un piccolo insediamento spontaneo: secondo le notizie diffuse dalla Croce Rossa (che insieme a Medici Senza Frontiere ha avuto propri operatori tra le vittime) in quell’area vivono da tempo ben 25.000 sfollati.
2. Quanti sono gli sfollati interni nello Stato di Borno?
I dati più recenti diffusi la scorsa settimana dall’Ocha – l’ufficio dell’Onu per le emergenze umanitarie – dicono che sono 1.370.000 gli sfollati interni che vivono nello Stato di Borno (a fronte di 6 milioni di abitanti). Estendendo poi lo sguardo all’intero bacino del lago Ciad – che comprende territori anche del Camerun, del Niger e del Ciad – il numero delle persone che hanno lasciato le loro case a causa della violenza e censiti come sfollati interni sale a circa 2 milioni e mezzo. Sulle condizioni in cui si vive in quest’area del mondo leggi questo articolo pubblicato recentemente da Mondo e Missione .
3. Come avviene la guerra contro Boko Haram?
Il governo nigeriano vanta di aver conseguito grandi successi attraverso l’Operazione Lafiya Dole. Ma è una guerra che ha come teatro un contesto nel quale la presenza di centinaia di migliaia di sfollati rende il coinvolgimento delle popolazioni civili molto più che una semplice fatalità. E che nasconde enormi interessi militari, politici e di potere. Nonché economici. In quello che è uno dei Paesi più corrotti al mondo, un numero significativo di governatori, militari, banchieri e dirigenti di impresa è sotto processo per aver intascato illecitamente – con il pretesto della lotta contro Boko Haram – quasi 7 miliardi dollari.
4. Qual è oggi la situazione nello Stato di Borno?
Nonostante i proclami, Boko Haram è tutt’altro che sconfitto. Ancora lunedì 16 gennaio l’Università di Maiduguri – capitale dello Stato di Borno – è stata colpita da un attentato suicida messo in atto con la terribilità modalità delle bambine costrette a farsi esplodere: quattro persone sono rimaste uccise e altri quindici ferite. Si calcola che dal 2009 a oggi in Nigeria siano oltre 15 mila le persone che hanno perso la vita a causa del conflitto con Boko Haram.
5. In un contesto del genere è così strano che il 21% dei profughi sbarcati in Italia nel 2016 siano nigeriani?
Quest’ultima domanda è ovviamente retorica. Secondo i dati ufficiali dell’Unhcr – diffusi nei giorni scorsi – nell’arco del 2016 sono stati circa 181.000 i migranti sbarcati sulle coste italiane. E secondo questi stessi dati il 21% (oltre 36 mila) provenivano dalla Nigeria. Partiti da un Paese dove in un campo profughi può capitare di ritrovarsi sotto un bombardamento aereo. E, intanto, qui in Italia – anche in questi giorni – ci sono politici che invocano il blocco navale nel Mediterraneo.

Da Mondoemissione.it

La Francia è la punta più avanzata del neocolonialismo in Africa e questo che porta ad alimentare gli attentati e i terrorismi vari

Mali: al-Qaeda in Africa occidentale è più forte che mai

di Andrea Spinelli Barrile @spinellibarrile a.spinelli@ibtimes.com 20.01.2017 9:03 CET


Il presidente francese Francois Hollande alla base militare di Gao, nel nord del Mali, stringe la mano ad un ufficiale francese. Gao, Mali, 13 gennaio 2017. REUTERS/Adama Diarra

60 morti e oltre 100 feriti: è il bilancio dell'attentato al campo militare di Gao, nel nord del Mali, l'attacco suicida più pesante che il paese africano ricordi nella sua storia. L'attentato è avvenuto il 18 gennaio 2017 alle 9 del mattino ed è stato rivendicato dal gruppo Al-Mourabitun, facente parte della galassia AQIM (Al Qaeda nel Maghreb islamico) guidato dall'algerino Mokhtar “Mr. Marlboro” Belmokhtar, un trafficante di droga e sigarette riciclatosi combattente islamista e fedelissimo di Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda dopo Bin Laden.

Un veicolo imbottito di esplosivo avrebbe forzato l'ingresso del campo, investito due guardie e, superata la barriera, ha accelerato verso il centro del campo militare, dove ha innescato l'esplosivo: il botto è stato talmente forte che l'onda d'urto propagatasi dall'esplosione ha fatto tremare le mura delle case a diverse centinaia di metri dal luogo dell'attentato, raccontano diversi testimoni. L'attacco è unico nel suo genere non solo per essere quello che ha mietuto più vittime ma anche perché è la prima volta che gli islamisti di AQIM prendono di mira direttamente i soldati maliani e gli ex-miliziani ribelli che hanno siglato l'accordo di pace nel 2015. Un messaggio chiaro lanciato dagli islamisti a tutto il Mali: nessuno è immune.

La rivendicazione di Al-Mourabitun è stata pubblicata dall'agenzia mauritana al-Akhbar, già usata in passato dal gruppo per le proprie rivendicazioni: secondo il gruppo islamista l'attacco sarebbe stato condotto “dal martire Abdelhadi al-Fulani” (un nome di battaglia che connota l'origine dell'attentatore, di etnia Fulani – gruppo etnico numerosissimo distribuitosi dalla Mauritania fino al Camerun, a loro si deve l'introduzione dell'Islam in Africa occidentale) ma il governo del Mali sostiene invece che l'attacco sia stato opera di 5 diversi kamikaze. Fino ad ora Al-Mourabitun ha attaccato sempre le forze militari: soldati maliani, caschi blu, forze francesi dell'operazione Barkhane sono state e sono ancora oggetto delle attenzioni degli islamisti al soldo di Mr. Marlboro, che hanno sempre risparmiato i combattenti dei gruppi armati del nord del Mali che firmarono l'accordo di pace. L'attentato di Gao apre quindi un nuovo capitolo per il Mali e per tutta l'Africa occidentale: come è possibile che in uno dei centri più militarizzati del Mali si possa perpetrare atrocità del genere senza che nessuno abbia sospetti?

Nel campo di Gao sono ospitate le forze armate del Mali ma anche molti ex-combattenti ribelli per la liberazione dell'Azawad (come i tuareg dell'CNA) e altri gruppi di ex-miliziani filo-governativi: in guerra fino al 2015, nel novembre di quell'anno l'accordo di pace denominato “Accordo di Algeri” ha messo fine alle violenze ed anzi trovato un punto in comune tra tutti i gruppi in conflitto: la lotta contro il terrorismo di matrice islamista. Secondo la missione militare delle Nazioni Unite MINUSMA nel campo risiedono circa 600 ex-combattenti irregolari, che a Gao vengono addestrati anche con la collaborazione dei francesi e da Gao organizzano pattugliamenti congiunti.

L'obiettivo dei pattugliamenti è duplice: monitorare le attività dei gruppi islamisti pericolosi, come Al-Mourabitun, e monitorare il traffico di esseri umani che attraversa il Mali verso nord.

L'attacco a Gao dimostra inequivocabilmente un fatto: AQIM è oggi più forte che mai, almeno in Africa occidentale. Sono i dettagli a raccontarlo: la base di Gao era ritenuta una delle più sicure del Paese, per l'attentato è stata usata un'auto camuffata perfettamente come quelle utilizzate nei pattugliamenti congiunti e la quantità di esplosivo utilizzata per l'attacco era tale da far presumere che lo stesso fosse stato organizzato nel dettaglio per settimane, prima di venire attuato. Inoltre, l'attentato avviene due giorni dopo la chiusura del Forum economico Africa-Francia tenutosi nella capitale maliana Bamako, cui hanno partecipato 35 capi di Stato e di governo africani oltre ad alcune alte cariche dello Stato francese: l'esplosione è, oltre a un atto deliberato di violenza, anche un simbolo perché in tal modo Al-Mourabitun colpisce gli amici della Francia, che in Mali ha un ruolo preponderante sia in termini politici che militari.

Secondo le Nazioni Unite in Mali “il fenomeno del terrorismo sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti” e se la situazione continuasse così sarebbe molto difficile “mantenere la pace”. Ma questo dipende anche dal lavoro della MINUSMA e dalle scelte strategiche fatte dagli ufficiali delle forze di pace: alla fine di febbraio infatti la MINUSMA vedrà togliersi sette elicotteri olandesi, che saranno sostituiti con aerei tedeschi. “Senza elicotteri non posso far nulla” si è lamentato il capo della missione Mahamat Saleh Annadif, che sostiene che così non può garantire la sicurezza e l'efficacia dell'azione di 13.000 caschi blu presenti nel paese. 


Il ministro degli interni francese Bruno Le Roux ha detto a Gao si è perpetrato “un attacco importante con forte valenza simbolica” ma resta un mistero sul come affrontare questa sfida cruciale per il destino dell'Africa occidentale.

Mosler Economics - Tutte le Comunità devono lavorare la Piena Occupazione Dignitosa


Il sociologo De Masi: “36 ore settimanali per azzerare la disoccupazione”

Protagonista del convegno M5s sul lavoro, è uno tra i più stimati accademici italiani. Ora i grillini si affidano a lui per disegnare le nuove politiche in tema di occupazione





Il sociologo Domenico De Masi

Pubblicato il 21/01/2017
federico capurso

Dalla pancia alla testa, dallo slogan alla ricerca scientifica. Il Movimento 5 stelle cambia registro, nella costruzione di quello che sarà il suo programma di governo, e lo fa puntando su un tema destinato ad essere centrale nel prossimo dibattito elettorale: il lavoro. Per farlo, Beppe Grillo e Davide Casaleggio si sono affidati al sociologo Domenico De Masi, tra i più stimati accademici italiani in materia di occupazione, a cui è stata commissionata una ricerca, dal titolo «Lavoro 2025», sul probabile futuro del mondo lavorativo in Italia. Ne è nato un rapporto di oltre 300 pagine che Luigi Di Maio ha descritto come «la prospettiva sulla quale il Movimento costruirà il proprio programma sul lavoro».

Qual è la direzione indicata?

«Mi lasci dire, innanzitutto, che sarà un’evoluzione assolutamente positiva, un nuovo Rinascimento. Le future tecnologie renderanno migliore la nostra vita. Allo stesso tempo, però, distruggeranno più posti di lavoro di quanti ne creeranno. Anche se non varrà per tutti i mestieri».

Chi si salverà?

«Saranno richiesti lavori in cui siano centrali empatia e creatività. In questa categoria, ad esempio, rientra il settore dell’informazione».

Grillo, a dire il vero, chiama i giornalisti «zombie» e predice per loro un futuro a breve termine.

«Sbaglia. È vero che i giornalisti che svolgono un lavoro quasi compilatorio verranno sostituiti dai computer, ma quelli più bravi e creativi non devono certo preoccuparsi».

Se la disoccupazione aumenterà, però, dov’è il lato positivo di questa evoluzione?

«Ci sarà molto più tempo libero. Il problema diventerà la qualità con cui sfruttare questo tempo concesso. E qui entrano in gioco la formazione e la cultura».

La situazione dell’istruzione italiana. Siamo ultimi in Europa per percentuale di laureati...

«È pessima. Senza considerare che uno studente, in termini statistici, non viene conteggiato tra chi cerca lavoro. Basterebbe questo per dare un colpo importante ai numeri impressionanti della disoccupazione giovanile».

Nelle ultime settimane il Movimento ha invitato molti esperti a formulare proposte per il proprio programma politico, da mettere in votazione sul blog di Grillo. Vale anche per lei?

«Sì, me l’hanno chiesto e ho rifiutato. Una mia idea per combattere la disoccupazione, però, con i cinque stelle l’ho voluta condividere».

Quale?

«Se chi lavora 40 ore settimanali riducesse il proprio orario a 36 ore, la disoccupazione si azzererebbe. Il punto, quindi è riuscire a convincere un occupato a cedere le sue ore a un disoccupato».

Questo lo sostiene da tempo anche Grillo, ma come si fa?

«Lo spiego nel mio prossimo libro “Lavorare gratis, lavorare tutti”. Serve una piattaforma online alla quale i disoccupati possano iscriversi per mettere a disposizione le proprie competenze, dall’idraulico al designer, gratuitamente. Se su 3 milioni di disoccupati 1 milione lavorasse gratuitamente, si spaccherebbe il mercato, costringendo chi lavora di più a lavorare di meno».

E perché un disoccupato dovrebbero lavorare gratis?

«Per fare la rivoluzione. E poi, il vero dramma del disoccupato è non fare nulla tutto il giorno. Se iniziassero tutti a lavorare gratuitamente, nel giro di poco tempo troverebbero un lavoro pagato».

Il Movimento 5 stelle propone il reddito di cittadinanza. È compatibile con la sua proposta?

«Di più, ne è la base. Poi serve una piattaforma online e i cinque stelle ce l’hanno, si chiama Rousseau. Io ho proposto di devolvere a loro i proventi del mio libro e di cedergli il copyright della ricerca. Mi sono sembrati entusiasti. Si vedrà».

L’iniziativa dei cinque stelle è stata apprezzata anche dal Partito democratico. È un cambio di passo del Movimento nei confronti del mondo accademico?

«È un segnale incoraggiante. Grillo dovrebbe allargare questo metodo di programmazione anche ad altre discipline, dalla sanità alla scuola. Ne gioverebbero tutti».

Fino ad oggi il Movimento di Grillo è stato accusato di essere populista, fuori dagli schemi di centrodestra e centrosinistra. Una condizione che si ripete anche sul tema del lavoro? «Aspettavo con ansia di comprendere in che direzione andasse il programma del Movimento, ma sinceramente non l’ho capito. Questa ricerca ha un’impronta neo-keynesiana, orientata verso un’area di centrosinistra, per intenderci. Vedremo come tradurranno questa ricerca in proposte concrete».

http://www.lastampa.it/2017/01/21/italia/politica/il-sociologo-de-masi-ore-settimanali-per-azzerare-la-disoccupazione-el828plhYfBy6X8TcsIQUL/pagina.html

La politica neo coloniale degli europei è palese e i pretesti sono sempre i medesimi, il terrorismo. Quello che non possono dire che il terrorismo è lo strumento della Strategia della Paura voluta da loro stessi sulla scia dell'11 settembre 2001 quando due aerei fecero crollare tre torri

L’Europa alla guerra
Le azioni militari degli Stati membri contro il terrorismo



All’indomani della strage di Nizza del 14 luglio scorso, in cui un cittadino di origine tunisina ammazzò 86 persone investendole con un camion, il presidente francese Francois Hollande annunciò che avrebbe intensificato i bombardamenti in Siria e Iraq e che avrebbe dispiegato la portaerei Charles De Gaulle nelle acque orientali del Mediterraneo.

Una mossa che evidenzia la svolta nella strategia europea per fronteggiare le minacce terroristiche provenienti dai Paesi stranieri. Negli anni immediatamente successivi al 2001, infatti, molti leader europei espressero il loro scetticismo rispetto alla ‘guerra globale al terrorismo’ degli Stati Uniti. Ora, di fronte alla minaccia dell’Isis e di altri gruppi jihadisti dislocati non lontano dai nostri confini, i governi europei hanno intrapreso differenti azioni militari in Iraq, Siria e Sahel, non dissimili da quelle che recriminavano a suo tempo agli Stati Uniti.

Il pretesto per la svolta è stata la situazione in Mali, dove nel 2012 una miriade di gruppi jihadisti, tra cui anche Al Qaida nel Maghreb, sono riusciti a prendere il controllo di larghe fette di territorio, fino a lanciare un’offensiva direttamente contro la capitale Bamako, nel 2013. L’allora ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, affermò che l’obiettivo degli jihadisti era «controllare tutto il Mali per instaurare uno stato terroristico… minacciando così l’Africa e l’Europa».

Il 9 gennaio 2013, il presidente maliano Dioncounda Traoré chiese e ottenne l’intervento militare francese contro gli jihadisti che occupavano il Paese. Il giorno successivo la Francia diede il via all’‘Operazione Serval’, un intervento di sostegno militare e logistico alle forze del governo maliano che permise, grazie ai raid dell’aviazione francese, di respingere i gruppi di terroristi, che, però, non vennero del tutto neutralizzati e continuarono a perpetrare una serie di attacchi in una zona più vasta, comprendente più Paesi dell’area Sahel.

Fu così che la Francia ottenne il consenso da parte di Niger, Chad, Burkina Faso, Mauritania, oltre che del Mali, per dispiegare le sue truppe in questi territori e lanciare l’‘Operazione Barkhane’ finalizzata a uccidere gli jihadisti che ancora infestavano la regione. Un’operazione nella quale la Francia ha dispiegato 3.500 soldati, 17 elicotteri, quattro caccia Mirage e cinque droni, usati per identificare i terroristi che si nascondono nel deserto del Sahel.

Nel 2014, poi, fu la volta dell’autoproclamato stato islamico, che ottenne notorietà internazionale conquistando in luglio la città irachena di Mosul. Ancora più che in Mali, il rischio dell’emergere di uno stato terroristico in grado di destabilizzare la regione era concreto. Uno stato terroristico che contava già nell’aprile del 2014, secondo le stime del coordinatore europeo antiterrorismo Gilles de Kerchove, più di 2mila ‘combattenti stranieri’ provenienti dall’Europa.

Dopo che l’Isis conquistò ampie fette dell’Iraq curdo, soggiogando la minoranza religiosa degli yazidi, il presidente iracheno, Fouad Massoum, chiese il 15 settembre del 2014 l’intervento della comunità internazionale, denunciando il rischio di un genocidio.

Il primo Paese europeo a unirsi alla coalizione internazionale contro l’Isis fu la Francia, che lanciò il 20 settembre l’‘Operazione Chammal’, che, ad ottobre del 2016, ha portato a più di 800 bombardamenti aerei contro bersagli dello stato islamico in Iraq. Bombardamenti finalizzati a fornire supporto areo alle forze che combattono sul campo o a colpire e annientare dei bersagli ben precisi, come i campi di addestramento dei ‘combattenti stranieri’. A questo si aggiungono 100 soldati impegnati ad addestrare le truppe irachene a Baghdad.

L’intervento francese contro l’Isis è stato poi esteso nel settembre del 2015 alla Siria, senza che il suo presidente Bashar Al Assad autorizzasse l’intervento. Ciononostante, il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian ha giustificato l’intervento francese facendo riferimento al diritto di legittima difesa, esplicitamente sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Se la Francia è stato il primo Paese europeo in ordine di tempo a intervenire in Iraq e Siria, il Regno Unito è stato quello più attivo. Lo scorso ottobre, l’aviazione del Regno Unito aveva colpito 999 volte in Iraq e 67 volte in Siria, dove è attiva dal dicembre del 2015.

Oltre a Francia e Regno Unito, anche altri Paesi europei hanno contribuito in diversi modi allo sforzo militare contro l’Isis. La Germania, per esempio, ha fornito armi e addestramento ai peshmerga curdi nel nord dell’Iraq. Inoltre, quando la Francia ha chiesto il sostegno degli altri Stati Ue dopo gli attacchi di Parigi del novembre 2015, la Germania ha risposto mettendo a disposizione cinque Tornado per la ricognizione aerea, un Airbus per il rifornimento in volo e una fregata per scortare la portaerei francese Charles De Gaulle.

Anche Paesi Bassi e Danimarca hanno preso parte ai bombardamenti della coalizione contro l’Isis, sia in Iraq che in Siria, mentre il Belgio è intervenuto solo in Iraq.

La Spagna è stata, invece, più riluttante ad intervenire militarmente, ma ha comunque inviato un contingente di 300 soldati per addestrare i soldati iracheni. Così come ha fatto l’Italia, che ha inviato circa 300 soldati per l’addestramento dei peshmerga curdi e delle forze irachene. Roma ha, inoltre, contribuito mettendo a disposizione un Tornado per la ricognizione aerea, due droni da ricognizione Predator e un’aereocisterna per il rifornimento in volo.

Va poi tenuto conto che nell’ultimo anno l’attenzione dell’Italia si è concentrata anche sulla Libia. In tal senso, il governo italiano ha modificato le regole relative ai droni americani che partono dalla base di Sigonella in Sicilia. Mentre prima potevano decollare solo droni da ricognizione ora possono essere impiegati anche quelli da combattimento, con il limite che vengano impiegati solo per proteggere le forze armate che operano via terra.

In questa cornice si inserisce lo sforzo militare americano cominciato ad agosto 2016, per fornire un supporto aereo alle forze governative libiche impegnate nell’offensiva contro l’Isis, che ha la sua roccaforte libica nella città di Sirte.

Infine, non va dimenticato che anche Finlandia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Slovenia e Svezia hanno messo a disposizione i loro esperti per addestrare le forze anti-Isis, sia peshmerga che irachene.

Il rinnovato impegno militare degli Stati europei contro le organizzazioni terroristiche che creano il caos nelle regioni confinanti solleva, però, alcune perplessità, in particolare, in riferimento al caso siriano.

Se sia per quanto riguarda l’intervento nel Sahel che in Iraq, l’intervento militare europeo è stato richiesto dai governi degli Stati interessati, lo stesso non si può dire per quanto riguarda la Siria. Qui, né il governo siriano ha richiesto l’uso della forza da parte dei Paesi europei sul suo territorio, né gli Stati membri dell’Unione europea hanno domandato il permesso ad Assad di intervenire o hanno coordinato le loro azioni militari con quelle del suo regime.

Ai sensi del diritto internazionale, l’uso della forza è autorizzato solo quando il gruppo armato responsabile di un attacco all’interno dei confini nazionali ha un legame diretto con il governo del Paese dove risiede. Si tratta, però, di un concetto già messo in discussione dagli Stati Uniti all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001, che giustificarono il loro intervento in Afghanistan affermando che il diritto alla legittima difesa prevede anche l’utilizzo della forza senza il consenso dello stato dove viene impiegata, laddove questo non sia capace o non sia intenzionato ad intervenire per evitare che dal suo territorio partano degli attacchi terroristici.

Gli Stati europei sono stati però cauti nell’adottare l’interpretazione statunitense e hanno preferito insistere sul fatto che l’Isis è ormai un proto-stato, in quanto presenta molte caratteristiche simili a quelle di un’entità statuale. Si tratta comunque di una forzatura delle norme di diritto internazionale sull’uso della forza, che rischia di creare un precedente per un uso più espansivo e meno regolato dell’intervento militare.

http://www.lindro.it/leuropa-alla-guerra/

Renzi porterà finalmente, tutto il corrotto Pd euroimbecille nel burrone

L’INTERVISTA

D’Alema: «Leader e candidato premier nuovi. Populisti bene
nel governo locale»


L’ex presidente del Consiglio: anziché deprecarli, mettiamoci in sintonia con il popolo. Con Renzi non vinceremo mai. I dem e Berlusconi non avranno i numeri per il governo

di Aldo Cazzullo



Massimo D’Alema, lei è tra i vincitori del referendum. Che ha abbattuto l’ultimo leader di centrosinistra che resistesse in Europa. Ora si va verso il proporzionale e, se tutto va bene, un governo Pd-Berlusconi. Un vero trionfo.
«Non è che l’alternativa sarebbe stata migliore. Buona parte di questi guai li ha provocati Renzi. Diciamo le cose come stanno: la caduta di Renzi è stata costruita da lui stesso. È stato lui a imporre con tre voti di fiducia una legge elettorale incostituzionale, per poi dopo tre mesi considerarla anche sbagliata. È stato lui a impostare il referendum come un grande plebiscito sulla sua persona; dopo un’esperienza di governo fallimentare, nonostante il favore al di là di ogni ragionevole limite del sistema dell’informazione, almeno di quella ufficiale; che non mi pare abbia comunque avuto una grande influenza sull’esito finale del voto».

Fallimento totale?
«Legga il rapporto del World Economic Forum, che non è un’organizzazione trotzkista. Su 30 Paesi industrializzati, l’Italia è quartultimo come crescita inclusiva, terzultimo come equità tra generazioni con trend in netto peggioramento negli ultimi due anni, per fare alcuni esempi».

Renzi rivendica di aver cambiato segno: dal meno al più.
«Il segno è cambiato in tutto il mondo. Ma da noi la crescita economica è particolarmente bassa, mentre abbiamo una crescita impressionante delle disuguaglianze e della povertà, che si riflette nella geografia sociale del voto. Il Sì ha perso nelle periferie, al Sud, tra i giovani».

Le uniche città in cui ha vinto il Sì, a parte Milano, sono Firenze e Bologna. Renzi rivendica che il 91% degli elettori Pd l’ha sostenuto.
«Renzi dice tante cose che non hanno riscontro. In realtà, lui parla di elettori del Pd, mentre io parlo di elettori del centrosinistra, di cui una grande quota non vota più Pd. In pochi giorni abbiamo costituito 300 comitati: molti erano composti da persone di sinistra che non votavano più, e sono tornati alle urne per votare No. Sabato 28 gennaio ci riuniremo in assemblea, e proporremo di trasformare questi comitati in comitati per ricostruire il campo del centrosinistra». 

I leader politici e le elezioni anticipate Voto subito: sì o no? Le posizioni dei partiti




Hanno votato Sì anche tutti gli ex dalemiani: Orfini, Latorre, Rondolino, da ultimo Cuperlo.
«Io non ho mai fondato correnti, non ho mai preteso fedeltà. Ognuno è sempre stato libero di fare le proprie scelte. La mia è stata quella di condividere il sentimento della grande maggioranza degli italiani».

Lei crede ci sia davvero nel Pd un’alternativa a Renzi?
«Siamo stati tormentati per mesi da maître à penser secondo cui Renzi era insostituibile. Invece è arrivato Gentiloni e abbiamo avuto un presidente del Consiglio più garbato, più accettabile dagli italiani. E ne conosco altri, nel Pd e nel centrosinistra, in grado di svolgere efficacemente quel compito. Ripeto, nessuno è insostituibile. È un principio che a suo tempo ho applicato anche a me stesso».

Chi potrebbe essere «il giovane Prodi» evocato da Bersani?
«Non lo so. So che Renzi ci porterebbe a perdere le elezioni. Bersani ha detto giustamente che bisogna individuare un nuovo segretario del partito e un candidato del centrosinistra alla guida del Paese; proprio perché il Pd non appare più in grado di esprimere una vocazione maggioritaria. Questo richiede una personalità capace di rimettere insieme i riformisti».

Non potrebbe essere ancora Renzi?
«Non mi pare la persona adeguata. Ormai è chiaro che con Renzi non vinceremo mai. Tra lui e una parte del nostro mondo si è determinata una rottura sentimentale, difficilmente recuperabile. Lui insiste sui ballottaggi; ma oggi il Partito democratico è un partito isolato. L’unica mano tesa verso il Pd è quella di Berlusconi, che ha bisogno del governo contro la scalata di Vivendi: do ut des. Ma non credo che la mano tesa di Berlusconi corrisponda al sentimento dell’elettorato di centrodestra. Mediaset, come ci spiegò lui stesso, si schierò per il Sì; non mi pare abbia avuto grandi riscontri».

Il futuro quindi non è un governo Pd-Forza Italia?
«Se la tendenza elettorale è quella che vedo, il Pd e Berlusconi non avranno i numeri per fare nessun governo».

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Quindi toccherà a Lega e 5 Stelle?
«Anziché deprecare il populismo cercando di delegittimare i nostri competitori politici, dovremmo cercare di metterci in sintonia con il popolo. È vero che la Raggi sta pagando a caro prezzo i legami con gli ambienti della destra romana, ma la Appendino è considerata il miglior sindaco d’Italia. Tra i primi tre presidenti di Regione ci sono, insieme a Enrico Rossi, i due leghisti, Zaia e Maroni. Stiamo perdendo anche il primato del governo locale, da sempre nostro punto di forza».

Il renzismo è finito?
«Non saprei. Certo i risultati non sono positivi. La situazione del Paese è molto grave. La principale preoccupazione di Renzi è stata stabilire un rapporto forte con l’establishment, attraverso un enorme trasferimento di risorse pubbliche alle imprese: 15 miliardi che non sono stati reinvestiti. Sono stati distribuiti incentivi a pioggia, che hanno prodotto solo un po’ di occupazione assistita e precaria. Sono stati versati bonus e mance, di cui ora l’Europa ci chiede il conto, imponendoci una manovra. E sono state salvate le banche salvando i grandi debitori delle banche, con i soldi dei cittadini».

A chi si riferisce?
«Mi auguro che la commissione d’inchiesta porti alla luce i nomi. A cominciare dai debitori del Monte dei Paschi. Potremmo trovare alcuni editori di giornali. Ma la gente non si informa sui giornali, va in rete e si chiede: perché se non pago il mutuo mi tolgono la casa, mentre se non paga i debiti un gran signore sono sempre io, cittadino italiano medio, che devo rimediare di tasca mia?».

Il Monte dei Paschi è roba vostra. La banca della sinistra.
«Quando ero presidente del Consiglio mi battei perché il Monte fosse tolto dal controllo della Fondazione. Non volevamo “la banca della sinistra”: volevamo privatizzarla. A Siena ci fu una rivolta. Furono stampati manifesti con la scritta “D’Alema come Mussolini”. Credo che bisognerebbe raccontare la storia vera e non quella che fa comodo al potente di turno».

Renzi rivendica di aver redistribuito ricchezza con gli 80 euro.
«Io espressi apprezzamento per gli 80 euro, ma nello stesso tempo, tagliando l’Imu sulla prima casa, il reddito restituito alle famiglie più ricche è stato assai più consistente. Il ricco riceve 2 mila euro, l’occupato 80, l’emarginato zero. Non è antirenzismo; è matematica».

È stata fatta una legge contro la povertà.
«Una buona legge. Finanziata con un miliardo di euro, per nove milioni di poveri: faccia lei il conto. Non è che gli elettori sono cattivi o ingrati. L’82% dei giovani ha votato No; e un partito che ha contro 8 ragazzi su 10 non ha futuro».

Resta il 40% di Sì.
«Sulla scala mobile il Pci da solo conquistò il 45,7% di Sì. Alle Politiche successive andò sotto il 27».

Quando si vota secondo lei?
«Non credo a giugno. Mi pare un altro disegno velleitario. Ci sarà il test delle amministrative, che si annuncia molto difficile: dopo Torino rischiamo di perdere Genova. Servirebbe una discussione approfondita nel partito. Un congresso. E si dovrebbe avere il tempo di votare la proposta di legge per ridurre i parlamentari e abolire la “navetta” tra Camera e Senato».

Lei parlò di cinque mesi per fare la riforma costituzionale. Ne è passato uno e mezzo e non è successo nulla.
«Se il Pd vuole, si può fare. La proposta è depositata al Senato. L’hanno firmata esponenti del Pd e del centrodestra. Crimi dei 5 Stelle e Naccarato di Gal ne hanno presentate due analoghe. Può passare con l’80%, quindi senza bisogno di referendum. E sa perché l’esame non può cominciare? Perché il Pd non ha ancora scelto il nuovo presidente della commissione Affari costituzionali, al posto della Finocchiaro, nominata ministro».

La priorità ormai è la legge elettorale. Qual è il sistema migliore?
«Il ritorno al Mattarellum. Anche perché consentirebbe di ricostruire il centrosinistra a partire dai candidati nei collegi, scelti attraverso le primarie. Non so se ci sarà la forza per farlo, ma, come vede, almeno su questo sono d’accordo con Renzi».

18 gennaio 2017

http://www.corriere.it/politica/17_gennaio_19/leader-candidato-premier-nuovi-d-alema-renzi-671ac0e2-ddba-11e6-bc4e-e834b97e9c52.shtml