Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 gennaio 2017

Noi Italiani dobbiamo puntare alla Piena Occupazione Dignitosa e dobbiamo mandare via il corrotto Pd i suoi Voucher e il suo buonismo che fa ingrassare le sue clientele

Rapporto Eurispes: precari, giovani e italiani. Ecco chi sono i nuovi poveri

Aggiunto da Salvatore Recupero il 27 gennaio 2017



Roma, 28 gen – Giovedì scorso è stato presentato il Rapporto Eurispes Italia 2017. Il documento del prestigioso istituto di ricerca fotografa la percezione che hanno gli italiani della loro condizione economico e sociale. L’indagine è stata elaborata in base ai risultati di un questionario al quale ha risposto un campione di 1.084 cittadini stratificato per genere, età e area territoriale. Anche quest’anno il quadro che emerge è quello di una nazione che naviga in cattive acque. Per analizzare meglio i risultati di questo studio partiamo dalle parole del presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara. Secondo Fara: “L’Italia ha registrato un continuo declino rispetto alle posizioni degli altri Paesi dell’Eurozona sul fronte dell’istruzione, della ricerca e innovazione, mentre il fronte delle imprese è caratterizzato da un alto livello di indebitamento con il sistema bancario”.

Veniamo ora ai numeri. Circa una persona su quattro afferma di sentirsi “abbastanza” (21,2%) e “molto” (3%) povero. L’identikit di chi denuncia la propria povertà è il seguente: single (27,1%) o monogenitore (26,8%) che vive al Sud (33,6%) ed è cassaintegrato (60%) o in cerca di nuova occupazione (58,8%). Se i single piangono, di certo le famiglie non ridono. Quasi la metà delle famiglie ( il 48,3%) ha grosse difficoltà ad arrivare a fine mese. Una famiglia su quattro, infatti, non riesce ad pagare le spese mediche. Nell’ultimo anno il 31,9% dei cittadini ha rinunciato alle cure dentistiche a causa dei costi eccessivi, il 23,2% a fisioterapia/riabilitazione, il 22,6% alla prevenzione e il 17,5% ha sacrificato persino medicine e terapie. Oltre al danno però si aggiunge la beffa. Nel 42,2% dei casi si denunciano strutture mediche fatiscenti, nel 41,8% condizioni igieniche insoddisfacenti. Oltre un terzo (34,1%) di quanti si sono rivolti alla sanità pubblica ha sperimentato errori medici. Una sanità costosa e, in troppi casi, inefficiente.

Detto questo, è anche facile capire perché la domanda interna di beni e servizi è così bassa. Se qualcuno deve spendere troppo per curarsi male allora preferirà scegliere direttamente le strutture private. La conseguenza immediata è semplice: si rinuncia a tutte quelle spese che sono non strettamente necessarie creando un’infelice spirale di decrescita. A questo punto non può mancare una nota sulla pressione fiscale. Secondo il rapporto Eurispes, la maggior parte gli italiani (62,5%) è convinta che le tasse non siano abbassate nell’ultimo periodo. Il 44,6% dei cittadini è sicuro che l’annunciata chiusura di Equitalia e l’eliminazione, dai calcoli del debito, degli interessi non miglioreranno la situazione per cittadini ed imprese in difficoltà economiche.

Passiamo ora al lavoro. Il rapporto Eurispes dedica molto spazio alla questione dei voucher. Se nel 2011 ne sono stati venduti quindici milioni, nel 2015 si è arrivati a circa 115 milioni. L’uso dei buoni lavoro è in continua e rapida crescita, come dimostra anche il trend dei primi nove mesi del 2016 con oltre 109 milioni di voucher venduti (+34,6% rispetto allo stesso periodo del 2015). “Il 50% di quelli che li utilizzano”- secondo Eurispes- “sono persone molto attive sul mercato del lavoro, che si dividono tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro part-time o indennità di disoccupazione”. Questo dato sulle “persone molto attive sul mercato del lavoro” fa molto riflettere.

Oggi, quindi, scopriamo che molti italiani sono disposti a lavorare di più per integrare il proprio reddito anche accettando paghe decisamente ridicole. E allora come la mettiamo con la vulgata secondo la quale gli stranieri fanno i lavori che gli italiani non hanno più voglia di fare? Nessuno si è posto questa domanda. Eppure è tanto semplice la soluzione del quesito. Vediamo perché. Integrare gli stranieri in un sistema produttivo con una forte crisi di offerta di lavoro non fa altro che abbassare i salari degli autoctoni. Gli italiani per non rimanere disoccupati saranno disposti ad accettare stipendi da fame. Tornando ai voucher, infatti, scopriamo che l’altra metà che li utilizza sono giovani. Nel 2015 il peso dei giovani è ulteriormente cresciuto (43,1% dei voucher) e si è rafforzato anche quello dei trentenni (con il 20,6%) e dei quarantenni (17,4%). E, al contrario di quanto farebbe pensare la natura molto ‘marginale’ di molte attività regolate dai buoni lavoro, l’impiego dei voucher non riguarda prevalentemente gli stranieri. Tanto che, secondo i dati Inps, nel 2015 solo l’8,6% dei buoni è stato destinato ad extracomunitari. I voucher sono quindi un benefit destinato a giovani italiani che evidentemente non sono considerati risorse come i loro coetanei allogeni. L’unica via d’uscita per i giovani è tornare a casa di mamma e papà. Oppure ricorrere al sostegno dei genitori per affidare loro i figli per evitare di dover pagare nidi e baby sitter. Anche perché le graduatorie per i nidi comunali e le case popolari vedono gli italiani indigenti sempre in fondo alla classifica. Forse è giunto il momento che gli ultimi di oggi tornino ad essere i primi.

quando usciremo dall'Euro non vi inventate niente, l'obiettivo primario sarà la Piena Occupazione Dignitosa la vera ricchezza di ogni Nazione

"L'addio sarà duro, ma restare sarebbe peggio"

L'ex ministro ed economista: "Dire che non si può fare retromarcia aggrava la situazione"

Gian Maria De Francesco - Sab, 28/01/2017 - 08:24

Roma - «Nel giugno 1971 la Rivista italiana di politica economica pubblicò in caratteri minuscoli, per nasconderlo il più possibile, un mio saggio contro il piano Werner, il primo esperimento di unione monetaria europea, nel quale sostenevo che il progressivo restringimento dei margini di fluttuazione dei tassi di cambio avrebbe creato problemi».



Il report di Mediobanca non suona nuovo ad Antonio Martino, già professore di Economia politica alla Luiss di Roma e oggi deputato di Forza Italia. Quello scritto gli valse la riprovazione di Piero Fassino che lo bollò come «euroscettico» allorquando Martino fu nominato ministro degli Esteri nel 1994. Ma «il Pci fece campagna contro gli accordi di Messina del 1955 che portarono al Trattato di Roma del 1957», ricorda Martino, figlio del ministro che quegli accordi li promosse e li firmò.

Onorevole, anche Mediobanca ha ipotizzato che è possibile uscire dall'«area monetaria ottimale» dell'euro.

«Un'area monetaria è ottimale se c'è mobilità dei fattori della produzione che non può esserci tra Paesi con ordinamenti, lingue ed economie differenti. Quale mobilità può esserci tra la Baviera e la Sardegna? Si usa quel termine per l'euro perché il suo padrino è il Nobel Bob Mundell che studiava gli ambiti monetari ottimali e che non ho mai capito come potesse considerare tale l'Unione europea».

Una certa politica sostiene queste posizioni da tempo.

«La situazione è molto più complessa di come la si descrive politicamente. Luigi Einaudi era favorevole a una moneta unica perché si sarebbe tolta agli Stati nazionali la possibilità di monetizzare il debito facendo comprare alle banche centrali i titoli emessi per finanziare il deficit e aumentando l'inflazione che è la più odiosa delle imposte. Ma oggi cos'è il quantitative easing se non un acquisto massiccio di titoli del debito pubblico da parte della Bce che li paga creando euro? Fra tre anni al massimo se ne vedranno gli effetti e l'inflazione si abbatterà su uno scenario diverso dall'attuale».

Mediobanca punta il dito contro la perdita di produttività del lavoro connessa al cambio fisso.

«Se il disavanzo delle partite correnti non determina una svalutazione della moneta nazionale, il sistema si riporta in equilibrio con le variabili macroeconomiche interne: prezzi, livello dell'occupazione e sviluppo. L'Italia ristagna da tanto tempo proprio per questo motivo».

L'impostazione europea è dunque sbagliata?

«Comportarsi come se non si potesse fare macchina indietro aggrava gli errori, mentre è possibile farlo in modi non penosi dal punto di vista economico e sociale».

Quindi l'uscita è possibile come dicono Salvini, Meloni e Grillo?

«L'uscita non è semplice e indolore ma l'euro ha creato una perdita secca di potere d'acquisto. Tuttavia non vedo una maggioranza che abbia un progetto o un piano per realizzarla. L'idea del referendum non sta in piedi perché non sono ammessi in materia di trattati internazionali. Io ed altri economisti avevamo proposto nel 2012 che la Grecia adottasse una moneta parallela che circolasse assieme all'euro al tasso di cambio che il mercato avrebbe determinato. Dopo un paio d'anni si sarebbe raggiunto il tasso di equilibrio e la Grecia sarebbe potuta uscire ordinatamente».

Quali miglioramenti si avrebbero con una nuova lira?

«Se avessimo una moneta nazionale, avremmo altri due obiettivi di politica economica: l'equilibrio di bilancia dei pagamenti e la politica monetaria nazionale. È per questa ragione che da un po' si ricomincia a parlare di una possibile conveniente uscita della Germania».

Uscire dall'Euro significa che Noi Italiani decidiamo se pagare, quando e quanto pagare a meno che non si accettano pagamenti con la Nuova Lira, decideremo secondo l'Interesse Pubblico

Germania, Bce, Credit Suisse Tutti si preparano all'Italexit

Dopo lo scoop del Giornale l'economia è in subbuglio. E Grillo insiste a chiedere un impossibile referendum

Cinzia Meoni - Sab, 28/01/2017 - 14:35

ExItaly o Italexit non è più un tabù. La via di uscita dell'Italia dell'euro inizia a prendere forma come ipotesi concreta nella grande finanza internazionale.


Non si tratta più quindi di uno scenario sognato da premi Nobel anticonformisti come Joseph Stiglitz, che ha definito la valuta comune come «un tragico errore che minaccia il futuro dell'Europa» o dai partiti antieuropeisti, dalla Lega a Fratelli d'Italia e il M5S, che con Beppe Grillo torna a invocare «un referendum sull'euro subito» perché «gli italiani devono essere informati su costi e benefici» dell'euro e del ritorno alla lira. Comunque la exit strategy esiste e, in modo pragmatico, l'alta finanza fa i conti con l'eventualità.

Tra i primi a parlarne apertamente era stato a inizio settembre Credit Suisse che, pur ritenendo l'ipotesi decisamente remota, limitata a un modesto 1% di possibilità, in un arco di tempo medio-lungo accennava al percorso normativo per arrivare all'addio a Bruxelles. A rompere gli indugi è stata tuttavia, in questi ultimi giorni Mediobanca che, in uno studio riservato ai propri clienti, ha fatto i «conti della serva» dimostrando che l'uscita del Paese dall'area euro porterebbe a un risparmio complessivo di 8 miliardi di euro, una cifra tuttavia destinata ad evaporare velocemente qualora non si prenda una direzione precisa. Con il debito che rischia di andare fuori controllo per il prossimo aumento dei tassi e la stagnazione dominante, la ridenominazione del debito in lire e il ritorno alla sovranità monetaria porterebbe, a giudizio degli esperti di Piazzetta Cuccia, a una sostanziosa svalutazione dei debiti e al «rilancio dell'economia italiana». Con tutti i «se» e i «ma» del caso, l'ipotesi di un'uscita dalla valuta comune diventa ogni giorno più concreta.

Lo stesso Mario Draghi, governatore della Bce, ha addirittura ipotizzato il conto che l'Italia sarebbe tenuta a pagare in caso di Italexit. Per la precisione si tratterebbe di una cifra colossale, 357 miliardi pari al 20% del Pil, dovuta per chiudere il conto Target2, sistema di pagamento interbancario per i pagamenti transfrontalieri nell'Unione europea.

Al di là delle tecnicalità economiche e legali del caso, l'attestazione di Draghi significa che l'euro non è da ritenersi un percorso senza ritorno e che l'ipotesi di uscita non è esclusa neppure dalle principali istituzione finanziare dell'Unione. Meglio quindi iniziare a prendere l'Italexit in seria considerazione e non farsi cogliere impreparati. Insomma, comunque vada, non deve necessariamente essere l'apocalisse. Anzi, come dimostrato da Piazzetta Cucia, il saldo potrebbe essere positivo per il Paese.

Il segnale più significativo su come stia cambiato l'orientamento è arrivato tuttavia dalla Germania dove Clemens Fuest, presidente dell'Ifo, istituto tedesco di ricerca economica. «Il livello di vita in Italia è lo stesso del 2000. Se questo aspetto non cambia gli italiani potrebbero optare per l'uscita dalla valuta comune» ha dichiarato Fuest per poi aggiungere: «Se risulta che l'euro è un ostacolo alla crescita in Italia, sembra preferibile che il Paese lasci l'euro».

L'Italia, come sottolineato da Fuest, solo nel 2017 dovrà rifinanziare 260 miliardi di debito pubblico (214 di vecchi titoli e gli altri di interesse) e quando la Bce stringerà i cordoni del quantitative easing, lo spread potrebbe andare in orbita, portando gli interessi sul debito a cifre insostenibili (negli ultimi vent'anni sono già stati destinati 1.700 miliardi a retribuire i finanziamenti) che ostacolerebbero la crescita.

Genocidio palestinese - gli ebrei perdurano nel loro obiettivo

Israele, via libera a 143 nuove case a Gerusalemme est

Abu Mazen,'Ripercussioni serie da nuovi alloggi Cisgiordania'

Il premier istraeliano Benjamin Netanyahu

(di Massimo Lomonaco)
27 GENNAIO, 10:06

TEL AVIV - Israele ha dato il via libera alla costruzione di 143 nuove case nel quartiere ebraico di Gilo a Gerusalemme est. Alloggi - secondo altre fonti sarebbero 153 - già deliberati e bloccati tempo fa su pressione - come è stato spiegato a Radio Gerusalemme - della passata amministrazione di Barack Obama. Una decisione che si aggiunge a quella recente di 2500 nuovi alloggi in Cisgiordania per i quali il presidente palestinese Abu Mazen ha minacciato "serie e significative ripercussioni".

Ma il vento portato dal nuovo capo della Casa Bianca Donald Trump ha cambiato le carte in tavola. Non a caso il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, dopo le ultime mosse edilizie, ha osservato nei passati giorni che "gli ultimi 8 anni con Obama sono stati difficili". Poi ha aggiunto di "sperare che questa epoca sia terminata e che si costruirà in città per tutti i suoi abitanti, sia ebrei sia arabi". La decisione è giunta a pochi giorni dall'annuncio del premier Benyamin Netanyahu dei 2500 nuovi alloggi in Cisgiordania, in larga parte nei 'gushim', gli attuali blocchi ebraici, ma anche in nuovi insediamenti. La mossa è stata preceduta dal via libera sempre a Gerusalemme est di circa 566 nuove case, soprattutto nei sobborghi ebraici di Ramot, Ramat Shlomo e Pisgat Ze'ev.

"Costruiamo e continueremo a costruire", ha detto Netanyahu che si appresta ad incontrare Trump a Washington, ai primi del prossimo mese, proprio per affrontare il tema e anche il possibile trasferimento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme sul quale tuttavia il presidente Usa sembra aver preso tempo. L'annuncio delle 2500 nuove case in Cisgiordania non ha avuto alcun commento, nè positivo nè sfavorevole, da parte della Casa Bianca che in passato, sotto Obama, ogni volta è invece intervenuta per condannare l'avvio di nuove costruzioni da parte dello stato ebraico.

Un fatto, quello di Trump, rivendicato dai commentatori e analisti come una palese non ingerenza in ciò che è ritenuta azione di pertinenza di Israele. Una posizione che non può che preoccupare i palestinesi: il presidente Abu Mazen è intervenuto in maniera decisa contro i recenti annunci preannunciando "serie e significative ripercussioni". "Stiamo avendo intense consultazioni con alcuni fratelli arabi e amici - ha detto Abu Mazen parlando al Consiglio di Fatah, il partito maggioritario palestinese - per rimuovere a livello internazionale questa mossa pericolosa e intraprenderemo passi per prevenirla".

Poi ha riaffermato la linea di Ramallah sul possibile trasferimento dell'ambasciata Usa: "Siamo in uno stato di allerta e di attenzione e abbiamo detto al mondo che non accetteremo questo passo e, se accadrà, questo sarà disastroso per la pace".

la 'Ndrangheta forse ha perso il suo santuario

Sotto indagine per 'ndrangheta: sostituito il rettore del santuario di Polsi

Don Pino Strangio guidava il luogo simbolo dell'Aspromonte attorno al quale avvenivano i summit delle cosche. Ora è accusato di associazione mafiosa e violazione della legge Anselmi. Il vescovo di Locri scrive al successore: "Vangelo rifiuta il compromesso con l'arroganza criminale"

di ALESSIA CANDITO
28 gennaio 2017


Una veduta aerea del santuario di Polsi REGGIO CALABRIA - Cambio al vertice al santuario di Polsi, luogo simbolo per gli uomini della ‘ndrangheta, attorno al quale, ogni settembre nei giorni della festa della Madonna, si danno appuntamento i rappresentanti dell’ala militare delle cosche più potenti. Per oltre vent’anni, rettore della chiesa è stato don Pino Strangio, ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e violazione della legge Anselmi. Ma da oggi, con un provvedimento del vescovo di Locri Francesco Oliva, il sacerdote, dopo aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini avviate a suo carico dalla Dda, è stato ufficialmente dispensato dall'incarico.

Per i magistrati di Reggio Calabria, don Strangio è uno degli elementi più importanti dell’associazione segreta, costituita da Paolo Romeo – ex deputato Psdi, considerato al vertice della cupola segreta della ‘ndrangheta – per condizionare la vita politica, economica e democratica di Reggio Calabria e non solo, favorendo l’ascesa e gli affari dell’élite della ‘ndrangheta.

Intercettato per lungo tempo dagli investigatori, il sacerdote è stato sorpreso a chiacchierare di candidature da costruire, finanziamenti pubblici da drenare, misteriose riunioni da organizzare, ma soprattutto da quelle che in ambienti di procura definiscono “trappole”. Insieme all’avvocato Antonio Marra, braccio destro di Paolo Romeo, nel 2008 avrebbe infatti tentato di disinnescare la pressione dello Stato su Polsi offrendo in cambio due latitanti di seconda fascia. Una manovra già all’epoca fatta saltare da carabinieri e Dda, ma per la quale oggi i magistrati presentano il conto. Don Pino Strangio deve rispondere per aver tentato di addomesticare l’azione di contrasto alla ‘ndrangheta, rendendola funzionale alle necessità di aggiustamenti gerarchici tutti interni ai clan. E che qualche arresto avrebbe potuto agevolare. 

Accuse pesanti per un prete, in una regione in cui, dopo la scomunica per tutti i mafiosi lanciata da papa Francesco sulla Piana di Sibari, la Chiesa locale si è lentamente adeguata alla linea dura del Vaticano. Forse anche per questo oggi, monsignor Oliva, nel congedare don Strangio, non ha lasciato margine a fraintendimenti sulla guida del santuario. Con una lettera, il vescovo ha esortato don Tonino Saraco, il successore del controverso canonico, a “conoscere, amare e servire” Polsi, che ha definito “cuore dell'Aspromonte e della Calabria, grembo di una Madre che nel corso dei secoli ha accolto e rigenerato tanti suoi figli, ma che ha anche sofferto per le profanazioni subite a causa di fatti e misfatti, di complicità e sangue versato da gente senza scrupoli, in nome spesso di una religiosità deviata e non vera".

Parole durissime, ma in linea con quella parte di Chiesa calabrese che con la ‘ndrangheta non vuole alcun compromesso e di cui monsignor Oliva è uno dei più noti esponenti. Non più tardi di qualche mese fa, il vescovo ha infatti rispedito al mittente due offerte da cinquemila euro ciascuna, che un imprenditore in odore di ‘ndrangheta aveva versato per la ricostruzione del tetto della chiesa matrice di Bovalino. Motivo? “Non c'è nulla di bello che si possa costruire con i soldi macchiati dal sangue della gente" ha detto a chiunque gli abbia chiesto il motivo di tale decisione.

E con la medesima determinazione, oggi scrive al successore di don Pino Strangio. E lo mette in guardia. “Polsi come grembo di madre è chiamata a generare alla vita cristiana ed a convertire i peccatori al Vangelo. Un Vangelo che rifiuta il compromesso col potere del denaro e delle armi, della violenza e dell'arroganza mafiosa”. Per il presule, “essere luogo
di spiritualità e di fede: è questa la sfida su cui si gioca il futuro del nostro Santuario”. E al successore di don Pino da un ordine: “dovrai esserne fedele e coraggioso interprete". Anche nel santuario dei clan, la stagione dei compromessi sembra essere finita.

La Consorteria Guerrafondaia Ebraica e ben rappresentata in Francia. In Italia il Partito dei Giudici si muove sempre a comando

Due o tre cose da sapere su Vincent Bolloré

Maurizio Blondet 28 gennaio 2017

Berlusconi ha pagato 13 olgettine fino a pochi mesi fa’, dicono i giornali. La magistratura riapre il fascicolo. Benchè senza alcuna simpatia per questo imbecille, non posso far a meno di notare la coincidenza di questa scoperta degli inquirenti milanesi con la scalata di Bolloré a Mediaset. Nei momenti cruciali per il saccheggiatore globale, si può sempre far conto sulla magistratura nostrana.

Qualche curiosità su Vincent Bolloré, questo capitano d’industria che si è fatto le ossa nella Compagnie financière Edmond de Rothschild, ed oggi è maggiore azionista di Havas, sesto gruppo mondiale di telecomunicazioni, primo azionista di Vivendi, secondo azionista di Mediobanca, padrone di fatto di Telecom Italia, ora scalatore delle residuali ricchezze del Berlusconi.

Una puntuta biografia di Le Point, risalente al 2003, lo dice “capace del peggio e del meglio” e “fervente cattolico” perché, dice lui, “amo questa religione perché ci si può far perdonare” .

Cattolico certo. Ma con una nonna materna di nome Nicole Goldschmidt: donna di gran carattere “che ha contato molto per lui, fino a farlo dubitare della sua propria identità” (sic). Sposata all’industriale cartario Henry Follot, nonna Goldschmidt (1899- 1993) si mise immediatamente dalla parte di De Gaulle; lo seguì nel “governo” in esilio a Londra, entrò nella resistenza e divenne una colonna dei servizi di spionaggio del Generale. Dopo la guerra, sotto la copertura di dama della Croce Rossa, ha continuato “una lunga carriera di agente segreto in seno ai servizi operativi dello Sdece, specialmente assicurando i collegamenti del servizio con i suoi omologhi israeliani”.

Un collegamento molto efficiente. Secondo il sito Panamza, nonna Goldschmidt era anche assistente di Henry Fille-Lambie, il direttore del “service-action” (assassinii di stato) collaterale al controspionaggio. E con questo sinistro personaggio ha partecipato alla formazione del gruppo clandestino “Battaglione 55” dell’Haganah, illustratosi in massacri-attentato contro i britannici nel 1947.

Forse è il papà

Nonna Nicole era, ovviamente amica di Edmond De Rotschild (il ramo francese della dinastia) e anche di Anthoine Bernheim: personaggio ragguardevole anche questo. Noto in Italia a malapena come padrone di fatto delle Generali di Trieste (fondata da Morpurgo) attraverso un pacchetto di controllo sottratto a tutti gli sguardi (la finanziaria Euralux di Lussemburgo), Bernheim è stato uno dei pilastri della banca d’affari Lazard francese – in cui entrò su raccomandazione di André Meyer, il padrone della Lazard americana, amico di Enrico Cuccia.

Un uomo durissimo, depositario dei segreti dei banchieri “faiseurs de rois” un banchiere spietato, Bernheim, scomparso nel 2012. Con una sola debolezza: per Vincent Bolloré. “Che ragazzo meraviglioso”, disse quando già stava male, sciogliendosi in lacrime: “Sono triste se penso che morirò prima di vederlo compiere la sua avventura industriale”. Da questo indizio, le malelingue sostengono che Vincent sia figlio naturale di Bernheim. Fatto sta che con questo tipo di affetti familiari, non è stato difficile a Bolloré trovare i capitali per la sua avventura.

Edmond De Rotschild, nipote di uno storico finanziatore del sionismo, membro del direttorio del Bilderberg, era l’azionista principale della cartiera di famiglia Bolloré, e datore di lavoro del giovine signore nella banca d’affari Edmund De Rotschild C.ie dal 1976 all’81. Lì divenne direttore aggiunto; lavorava a fianco di Roger Cukierman, altro gran banchiere, oggi presidente del CRIF (Conseil Représentatif des Institutions Juives de France), l’ente che sorveglia e punisce ogni minimo sospetto di “antisemitismo” nel goym d’Oltralpe. Del resto anche il defunto Antoine Bernheim ha avuto per padre Léonce Bernheim “militante sionista vicino a Chaim Weizmann, fondatore e primo presidente di Israele”.

Serge Dassault, ex Bloch

Compagno di giochi infantili di Vincente – abitavano tutti nel lussuoso 16ème – è Olivier Dassault; oggi deputato, uno dei rampolli della famiglia di fabbricanti d’armi, la Dassault, fra cui il caccia Mirage. Non è un bel nome per una famiglia del sistema militare-industriale? “Dassault”, d’assalto…Lo pensò anche il capostipite, Serge Dassault, che prima si chiamava Bloch: nome giudaico non particolarmente marziale, che Serge Bloch (sua madre era un’ebrea lituana) cambiò nell’impetuoso Dassault nel 1946. Non bastò: divenne cattolico, con tutta la famiglia, nel 1950.

Il che non impedisce a figli e nipoti di andare a cena con Netanyahu e finanziare l’estrema destra israeliana. Del resto, i 192 Mirages regalati da Dassault sono quelli che hanno dato la vittoria di Israele e nella Guerra dei Sei Giorni nel 1967: con l’attacco preventivo, a guerra non ancora dichiarata, distruggendo al suolo 286 dei 340 caccia dell’aviazione egiziana, e gli 88 di Siria e Giordania.

Laurent Dassault (Bloch) a fianco di Bibi
Possessori di media

Come dimenticare che Serge Bloch in arte Dassault è anche un ricco magnate dei media? Nel 2004 diventa presidente di SOCPresse, che controlla – guarda caso – il Figaro, il maggior giornale parigino, il settimanale L’Express ed un’altra dozzina di periodici, una squadra di calcio..

Giornalisti del Figaro hanno rivelato come l’editore faccia brutali pressioni sulla redazione esercitando una vera e propria censura. Per esempio nel 2004 impedì ai giornalisti di pubblicare un’intervista cruciale sul cosiddetto “affare delle fregate di Taiwan”, sei fregate della fabbrica francese Thomson-CSF per la marina di Taiwan, per cui furono pagate “commissioni” da mezzo miliardo di dollari, parte delle quali tornate in Francia come “retrocommissioni” : qualcosa che noi chiamiamo “mazzette e tangenti”, e per cui i nostri validi magistrati non mancano mai di incarcerare i vertici di ditte come l’Agusta, Finmeccanica, Eni. In Francia invece – nonostante la vicenda delle tangenti avesse provocato strane morti di personaggi al corrente dei fatti – la magistratura, aperto il fascicolo, l’ha subito richiuso: “secret défense”.

La differenza fra una nazione e una espressione geografica comandata da cosche prone agli interessi stranieri. Verità per Regeni!

Scusate, mi riprendo subito…

Ciò può spiegare perché anche Bolloré sia a capo dell’impero di media Vivendi. Ed anche perché voglia controllare Mediaset: dopotutto, è uno dei pochi gruppi semi-indipendenti rimasti, ed è opportuno e forse persino urgente, essendo il Cav amico di Putin. “secondo me”, mi dice l’amico americano, “è il gruppo Rotschild che non vuole permettere al gruppo Berlusconi, l’unico politicamente quasi indipendente in Italia – di rialzarsi, perché vicino a Putin e Trump lo può considerare amico”.

Vedete che la magistratura serve, in Italia: riapre il fascicolo sulle escort. Che idiota, il Silvio.

“Ma no, cosa vai a pensare”, rispondo al mio amico (fra me penso: che coglione, definitivo, questo Berlusconi: ancora non ha imparato che ti prendono sempre sul tuo punto debole). Nota piuttosto come sia cattolico non solo Bolloré, non solo la famiglia Dassault, ma tutti gli attori della vicenda portano nomi di santo: Nicole, Antoine, Serge, Vincent. Cattolici ma strettamente endogamici. Persino negli adulteri.

Regione Lazio - come scompaiono soldi a fronte di niente

Corsi formazione fantasma, 8 indagati

Fatti risalgono al 2012, sequestro beni di 700 mila euro

(ANSA) - ROMA, 27 GEN - Otto persone, 5 imprenditori e 3 funzionari della Regione Lazio, sono indagate dalla procura di Roma nell'ambito di un'inchiesta sui corsi di formazione. La Guardia di Finanza ha sequestrato beni per oltre 700.000 euro.
    SEcondo l'accusa gli indagati avrebbero illecitamente ottenuto finanziamenti pubblici per la realizzazione di corsi di formazione mai svolti. I fatti in questioni risalgono al 2012. Le indagini hanno fatto emergere un complesso sistema fraudolento realizzato da varie società che, con la compiacenza di alcuni funzionari della Regione Lazio, attraverso la presentazione di progetti fittizi, sono riusciti ad incamerare fondi provenienti dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e gestiti dalla Regione Lazio.
 

PTV news 27 Gennaio 2017 - Trump - Putin incontro alle porte

Pesce-Bellocco 'ndranghetisti intraprendono rapporti duraturi con la Juventus

Cos’è questa storia della Juventus e la ‘ndrangheta

Il Fatto e la procura della FIGC dicono che alcuni dirigenti hanno tenuto contatti con esponenti del tifo organizzato legati alla 'ndrangheta


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Lo Juventus Stadium di Torino prima dell'inizio di Juventus-Lazio (MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)
Nell’edizione di mercoledì 25 gennaio del Fatto Quotidiano è stato pubblicato un articolo, firmato dai giornalisti Andrea Giambartolomei e Carlo Tecce, che riporta dei virgolettati di un documento che Giuseppe Pecoraro, procuratore della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), avrebbe inviato ad Andrea Agnelli, presidente della Juventus, e “ad altri dirigenti” del club in concomitanza con la chiusura delle indagini su presunti accordi tra la Juventus e alcuni suoi tifosi legati alla ‘ndrangheta sulla distribuzione di biglietti e abbonamenti stagionali “per assicurare la quiete” allo Juventus Stadium nel corso delle partite.
Secondo quanto scritto dal Fatto Quotidiano, il documento inviato ai dirigenti della Juventus direbbe:

“Con il dichiarato intento di mantenere l’ordine pubblico nei settori dello stadio occupati dai tifosi ‘ultras’, [Agnelli] non impediva ai tesserati, dirigenti e dipendenti della Juventus di intrattenere rapporti costanti e duraturi con i cosiddetti ‘gruppi ultras’, anche per il tramite e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata, autorizzando la fornitura agli stessi di dotazione di biglietti e abbonamenti in numero superiore al consentito, anche a credito e senza presentazione dei documenti di identità dei presunti titolari, così violando disposizione di norme di pubblica sicurezza sulla cessione dei tagliandi per assistere a manifestazioni sportive e favorendo, consapevolmente, il fenomeno del bagarinaggio”.
“Ha partecipato personalmente, inoltre, in alcune occasioni, a incontri con esponenti della malavita organizzata e della tifoseria ‘ultras’”.
Alla fine dell’articolo, Giambartolomei e Tecce scrivono:
Il caso Juventus interessa anche la commissione parlamentare Antimafia, che martedì prossimo ascolterà i magistrati torinesi che conducono l’inchiesta.
Di che indagini si parla
Lo scorso novembre la procura di Torino ha dichiarato conclusa l’inchiesta “Alto Piemonte”, che ha riguardato le attività di una cellula della cosca ndranghetista Pesce-Bellocco di Rosarno particolarmente presente nella zona settentrionale del Piemonte. Le persone coinvolte nelle indagini sono state accusate formalmente di 84 diversi reati, tra i quali associazione mafiosa e tentato omicidio. Alcuni di questi reati, secondo la procura, sono stati commessi da gruppi ndranghetisti che negli ultimi anni si sarebbero inseriti nel tifo organizzato della Juventus per poter arrivare a stabilire contatti con dirigenti e altre figure della società, con l’intento di ottenere biglietti da rivendere a prezzo maggiorato e di creare le basi per altre attività illecite.
Nessun dirigente della Juventus citato dagli accusati è stato indagato al termine dell’inchiesta a Torino, e non risulta nemmeno che la Juventus sia parte offesa. I documenti della Procura di Torino tuttavia sono stati inviati alla Procura Federale della FIGC, che nelle settimane successive ha avviato delle proprie indagini, condotte dall’ex prefetto Giuseppe Pecoraro, circa la possibile violazione del codice della giustizia sportiva. Quello che è emerso da quest’ultima indagine – quella sportiva – secondo il Fatto Quotidiano sarebbe stato inviato in questi giorni ai dirigenti della Juventus, fra cui il presidente Andrea Agnelli.
Venuta a conoscenza nei mesi scorsi dell’esistenza di un’indagine della FIGC, la Juventus ha indicato come persona informata l’amministratore delegato Beppe Marotta, ascoltato dalla Procura di Torino già lo scorso luglio, data d’inizio delle indagini.
La nota della Juventus
La Juventus, dopo la pubblicazione dell’articolo contenuto nel Fatto Quotidiano, ieri ha pubblicato una nota nel proprio sito ufficiale:
Juventus Football Club e il Presidente Andrea Agnelli, alla luce di alcuni articoli pubblicati in questi giorni, comunicano di aver affidato ai legali la tutela della propria onorabilità e rispettabilità.
Si precisa che la Procura della Repubblica di Torino ha avviato, e recentemente concluso, un’indagine su alcune famiglie ritenute appartenenti alla ‘ndrangheta alle quali si contestano oltre a reati contro persone e patrimonio, anche il tentativo di infiltrazione in alcune attività di Juventus Football Club. Si ricorda inoltre che nessun dipendente o tesserato è stato indagato in sede penale. Si precisa altresì che, nel pieno rispetto delle indagini e degli inquirenti, la società ha sempre collaborato mantenendo uno stretto riserbo a tutela del segreto istruttorio.
Per quanto attiene alla giustizia sportiva, la società ha già dimostrato fattivamente la propria disponibilità a collaborare.
L’udienza in commissione Antimafia
Secondo il Fatto Quotidiano, la settimana prossima i magistrati che hanno condotto l’inchiesta saranno ascoltati in udienza dalla commissione parlamentare Antimafia. Già lo scorso luglio, quando l’inchiesta “Alto Piemonte” iniziò e 18 degli accusati vennero arrestati, l’allora deputato del Partito Democratico e membro della commissione Antimafia Marco di Lello aveva presentato un’interrogazione a risposta scritta alla Camera dei Deputati, richiedendo un’audizione in commissione Antimafia “del Procuratore di Torino e dei vertici della Juventus FC”, che poi non avvenne.
La Gazzetta dello Sport di oggi conferma che l’udienza dei magistrati piemontesi alla commissione Antimafia avverrà il prossimo 7 febbraio, ma la Juventus risulta implicata solo perché citata negli atti e quindi non coinvolta. Sempre nell’edizione di oggi della Gazzetta dello Sport si legge che, su proposta del deputato della Lega Nord Angelo Attaguile, nelle prossime settimane la commissione Antimafia terrà delle udienze con i dirigenti di FIGC, AIC, Lega A, Lega B e Lega Pro per tutelare gli interessi del calcio italiano. Non è ancora confermato, ma dopo i dirigenti della leghe potrebbero essere sentiti anche i dirigenti delle squadre il cui nome è stato associato, senza essere direttamente coinvolte nelle indagini, a dei casi riguardanti l’attività di associazioni mafiose.

http://www.ilpost.it/2017/01/27/inchiesta-juventus/

Piromalli 'ndranghetista si è appropriato del commercio a Milano e a Padova con la partecipazione di tutta la famiglia donne comprese

Le mani della 'ndrangheta su Padova

Il clan Piromalli su supermercati, centri commerciali e agroalimentare: due sequestri in città e 33 arresti in tutta Italia di Enrico Ferro

27 gennaio 2017



PADOVA. Le mani della ’ndrangheta sui banchi di frutta e verdura dei nostri supermercati, sui negozi di abbigliamento dei nostri centri commerciali, sulle forniture d’olio made in Italy nel mercato americano ma anche sugli appalti per le pulizie nei villaggi turistici.

Il blitz dei carabinieri del Ros e i 33 arresti fatti ieri mattina all’alba confermano la paura di molti. Cioè che ormai è tardi. L’indagine della Dda di Reggio Calabria ha dimostrato che la cosca Piromalli di Gioia Tauro comanda l’Ortomercato di Milano e mira a espandersi a Nordest.

La malavita organizzata ora si cela dietro intraprendenti agenti di commercio in grado di stringere relazioni con i gruppi della grande distribuzione come Alì, Lando, Bennet. Ma quanto marcio c’è dietro quelle clementine calabresi.

Il blitz Al vertice della piramide della cosca c’era Antonio Piromalli, 45 anni, originario di Polistena, a Reggio Calabria, ma residente in centro a Milano. Antonio, figlio dello storico boss Giuseppe Piromalli, 72 anni, “facciazza”, detenuto in regime di massima sicurezza a L’Aquila, è accusato di “avere il controllo del mercato ortofrutticolo di Milano attraverso la creazione di una complessa rete di imprese”. Nell’ordinanza gli investigatori parlano di “affiliati” e “fiancheggiatori”, di predominio esercitato grazie a “metodi mafiosi”.

Piromalli è considerato il “socio occulto” delle società OrtoPiazzolla e Polignanese, attraverso cui curava la distribuzione di agrumi anche in Veneto e Friuli. Così riusciva a gestire le attività di riciclaggio dei proventi della cosca.

Le perquisizioni a Padova. Il Veneto si sveglia e scopre che le infiltrazioni sono ormai una solida realtà. Padova scopre che il magazzino 46 di Interporto è concesso in affitto a una ditta della ’ndrangheta e che un’impresa governata dalle cosche aveva la sede nello studio di un commercialista di Vigonza.

OrtoPiazzolla, ditta milanese sequestrata, aveva messo le basi anche ai magazzini generali di corso Stati Uniti 18. Da lì partivano le forniture per supermercati, ristoranti, alberghi.

Era la base d’appoggio che Alessandro Pronesti, ambasciatore del capo-cosca tra Milano e Gioia Tauro, presentava con orgoglio durante le trattative con i responsabili delle grandi catene.

Sua moglie, la milanese Cinzia Ferro, era riuscita invece a entrare in una società padovana che opera nel campo dell’abbigliamento. Si tratta della Original Trade Srl, impresa nata per aprire un negozio con il marchio francese Jennifer al Pradamano Shopping Center, in provincia di Udine (catena Bennet).

Due giovani imprenditrici padovane, Valentina Carraro e Caterina Fortunato, si sono fidate di un rappresentante che le ha messe in contatto con la Ferro. Ora si ritrovano con una società sequestrata dal Ros e un mare di guai giudiziari.

L’operazione in tutta Italia. Sette le persone arrestate a Milano, dove secondo gli investigatori tra i capannoni di via Lombroso la ’ndrangheta aveva una delle basi più importanti d’Italia. A Peschiera Borromeo è stato sequestrato un negozio di abbigliamento e a Lecco un altro punto vendita della catena francese in franchising Jennifer. Piromalli era capace di controllare i settori immobiliare e agroalimentare.

La sua egemonia parte dalla Calabria, grazie al legame con le famiglie della Piana di Gioia Tauro, si estende in Puglia, arriva in Lombardia e Veneto, varca l’oceano raggiungendo gli Stati Uniti d’America. Con i carabinieri del Ros hanno collaborato anche gli uomini dell’Fbi.

Ancora i pizzini. La ’ndrangheta al Nord, secondo quanto ricostruito dal Ros, predilige comunicazioni dirette, affidate ai famosi “pizzini” e sempre in spazi aperti, mai mediate da chat o social network. Contatti epistolari, visite notturne, affari gestiti a voce camminando sui marciapiedi della città. Il tutto per evitare di essere intercettati.

Determinante all’interno della cosca Piromalli il ruolo delle donne, fondamentali per le comunicazioni tra affiliati. Compito che le portava a viaggiare tra Milano, Roma, Reggio Calabria e Padova.

http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/01/27/news/le-mani-della-ndrangheta-su-padova-1.14775738

L'Italia deve sganciarsi dall'Euro, una moneta straniera, e imparare dall'Ungheria di Orban

BERLINO

Orban chiede a Ue più rispetto per Trump

Per Ungheria contano relazioni bilaterali con Russia, Cina e Usa

Orban chiede a Ue più rispetto per Trump

BERLINO, 26 GEN - Il premier ungherese Viktor Orban chiede a Bruxelles più rispetto per Donald Trump. "È tempo di prendere sul serio il nuovo presidente degli Stati Uniti", ha detto, partecipando a una riunione della Cdu alla fondazione Adenauer di Bruxelles. In un mondo dove contano sempre di più le relazioni bilaterali, Orban ha spiegato che per l'Ungheria avranno particolare "importanza quelle con la Cina, con la Russia e con gli Usa". "Nonostante i britannici abbiano deciso di uscire dall'Ue, nonostante la prima potenza militare del mondo abbia un nuovo leader, molti cercano di dar ad intendere di non vedere ciò che vedono". Adesso ci si deve "sincronizzare su un ordine mondiale con più centri".

http://www.lasicilia.it/news/mondo/58320/orban-chiede-a-ue-piu-rispetto-per-trump.html

L'Ungheria punta al gas della Russia e non solo


L’arrivo di Putin a Budapest sdogana l’Armata Rossa

Inaugurato in un cimitero militare alla presenza dell’ambasciatore del Cremlino un monumento ai caduti di Mosca: «Tassello della nostra grande cooperazione» di Stefano Giantin

27 gennaio 2017


Il monumento ai caduti russi di entrambe le guerre mondiali inaugurato in Ungheria

BELGRADO. I tempi cambiano. E il fronte dei Paesi europei dell’ex blocco sovietico, insorti nel corso degli ultimi decenni contro i monumenti che rievocano il giogo di Mosca, sembra sfilacciarsi, un po’ a sorpresa. Sorpresa perché a rompere le fila è oggi l’Ungheria, sottoposta fino al 1989 a uno dei regimi comunisti più oppressivi e dolorosamente segnata dalla sanguinosa repressione della rivoluzione del 1956. Ma mentre in altre nazioni dell’Europa orientale si continua con la rimozione delle vecchie statue sovietiche, proprio in Ungheria, a Esztergom, cittadina poco distante da Budapest e teatro di alcune fra le più aspre battaglie tra tedeschi e Armata Rossa nell’ultima guerra, è apparso nei giorni scorsi un nuovo monumento. È dedicato proprio ai caduti russi di entrambe le guerre mondiali, inclusi quelli della sempre invisa, almeno in Ungheria, Armata Rossa.

 
Putin in visita a Budapest il 2 febbraio
Il leader russo incontrerà il premier magiaro Orbán: sarà la terza volta in tre anni

Il monumento è stato svelato in un cimitero militare che conserva le spoglie sia di prigionieri russi morti in campi di concentramento durante la Grande Guerra, sia di militari dell’Armata rossa uccisi durante la durissima campagna per la liberazione dell’Ungheria dalle forze di occupazione naziste. L’«Angelo della pace», con iscrizioni in russo e ungherese, è stato scoperto alla presenza dell’ambasciatore russo a Budapest, Vladimir Sergeev, visibilmente soddisfatto per l’iniziativa - sostenuta dalle autorità locali - alla quale ha dato un autorevole imprimatur la presenza del segretario di Stato magiaro alla Giustizia, Pal Volner. Sergeev non ha lesinato lodi all’iniziativa, definendola esempio e «tassello importante della grande cooperazione» che, oggi, lega Mosca a Budapest.

Il monumento del resto ha un forte valore, almeno per la Russia che l’ha interpretato come una mano tesa verso il Cremlino. «È altamente simbolico che il monumento sia stato inaugurato alla vigilia della visita del presidente russo in Ungheria», ha sottolineato la feluca ricordando la visita di Vladimir Putin nella capitale magiara, in programma il 2 febbraio. Visita assai importante, soprattutto perché si discuterà del tema energia intorno al quale si intrecciano gli interessi di Ungheria e Russia. Sul tavolo, l’affare miliardario dell’espansione della centrale nucleare magiara di Paks con investimenti russi e la questione vitale degli approvvigionamenti di gas russo all'Ungheria dopo il 2021. Confronto, quello tra il premier ungherese Viktor Orbán e Putin, che potrebbe essere in qualche modo ammorbidito dal monumento ai soldati russi. Una statua e una visita, quella di Putin, che «confermano ancora una volta l’alto livello e la dinamica della nostra cooperazione», ha confermato l’ambasciatore Sergeev.

Il quale, nell’occasione, ha suggerito ad altri Paesi che un tempo furono nell’orbita di Mosca di calcare le orme di Budapest. Lo ha fatto citando le parole del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, che ha stigmatizzato la «disonorevole guerra» mossa contro i «memoriali ai soldati sovietici in vari Paesi Ue, dove i monumenti dedicati a chi diede la vita per liberare prigionieri dai lager e salvare l’Europa dalla piaga» nazista vengono abbattuti, rimossi o dimenticati. Un riferimento in particolare alla Polonia, dove rimangono in piedi alcune centinaia delle migliaia di monumenti un tempo intitolati all’Armata Rossa. Alla Bulgaria, dove a intervalli regolari viene deturpato il monumento ai soldati Urss eretto a Sofia. E ai Paesi baltici, Lettonia in testa, dove l’anno scorso sono state raccolte diecimila firme per demolire il “Monumento ai liberatori”, nel centro di Riga.

L’Ungheria, invece, sembra aver segnato un «cambio di rotta» e il nuovo monumento «è un passo avanti per archiviare i giorni delle relazioni negative» e gettare le basi «per un futuro migliore», il commento dello storico Martin McCauley, citato da RussiaToday, voce del Cremlino che ha dato ampio spazio alla notizia del memoriale. E a un monumento che segna un ulteriore avvicinamento tra due nazioni fino a pochi anni fa distanti e sospettose l’una dell’altra.

http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2017/01/27/news/l-arrivo-di-putin-a-budapest-sdogana-l-armata-rossa-1.14779705

L'attacco all'informazione libera e indipendente: forse l'ultimo video d...

Diego Fusaro - l'intellettuale, oggi, aspira a essere parte integrante della classe dominante e allora la serve pedessiquamente a prescindere, è ideologicamente funzionale

Agli intellettuali di oggi manca la “connessione sentimentale” con il popolo

Gli intellettuali oggi sono quasi sempre lontani dal popolo e dai suoi sentimenti. Così si ha una negazione del monito con cui, nei "Quaderni del carcere", Gramsci ci ricordava l’importanza di “intellettuali che si sentono legati organicamente ad una massa nazionale-popolare”.






























Antonio Gramsci


CULTURAIL FILOSOFO DISSIDENTE
14 GENNAIO 2017 22:00 di Diego Fusaro

Da parecchio tempo ormai si discute, peraltro con buone ragioni, sul tradimento degli intellettuali come ceto sociale: ossia sul loro abbandono – palese e conclamato – delle classi più deboli e sul loro convergente passaggio alla difesa incondizionata dei dominanti, ai quali forniscono dietro compenso il proprio “capitale culturale”. Quest’ultimo legittima sovrastrutturalmente l’ordine vigente, presentandolo ora come il migliore, ora come il solo possibile.

Questa patologia – peraltro messa in luce anche dal compianto Bauman nel suo “La decadenza degli intellettuali” – si manifesta in due maniere principali: anzitutto, come palese difesa ideologica, da parte del ceto intellettuale, della classe dominante, in questo caso dell’oligarchia finanziaria post-borghese, post-proletaria e ultra-capitalistica che ha in odio i diritti sociali, le sovranità nazionali e tutto ciò che non sia allineato con il nuovo ordine liberal-libertario.

Il secondo modo in cui la patologia del tradimento degli intellettuali si estrinseca concerne la distanza abissale che ormai separa costoro dal popolo concretamente esistente, coincidente con la nuova massa sfruttata, precarizzata e priva di rappresentanza politica e intellettuale.

L’intellettuale, oggi, si sente tanto più riuscito nella sua funzione quanto più si sa lontano dal popolo e dai suoi sentimenti, passioni, interessi e modi di vedere. L’intellettuale finisce, così, per diventare non il rappresentante del popolo, ma la sua antitesi. Si ha, dunque, una negazione – nella lettera e nello spirito – del grande monito con cui, nei "Quaderni del carcere", Gramsci ci ricordava l’importanza di “intellettuali che si sentono legati organicamente ad una massa nazionale-popolare”.

Una simile concezione, oltre a non essere attuata, sarebbe oggi senza dubbio demonizzata come “populista” dagli intellettuali stessi, sempre pronti a usare questa categoria mediante la quale giustificano il proprio impegno per l’aristocrazia finanziaria (ossia, appunto, per il polo opposto rispetto a quello della “massa nazionale-popolare” di gramsciana memoria). È di qui, credo, che occorre oggi serenamente ripartire: dalla saldatura tra l’umanità pensante e l’umanità sofferente, tra gli intellettuali e il popolo, nel tentativo di ristabilire la “connessione sentimentale” – secondo un’altra splendida formula di Gramsci – tra pensiero e azione, tra teste e corpi, tra chi pensa il mondo e chi quotidianamente lo vive, tra chi comprende e chi sente. È questo uno dei non pochi compiti per il futuro.

continua su: http://www.fanpage.it/agli-intellettuali-di-oggi-manca-la-connessione-sentimentale-con-il-popolo/
http://www.fanpage.it/

venerdì 27 gennaio 2017

Il corrotto Pd ci aiuta nella discesa

Corruzione. Italia primeggia ancora sul mondo

Corruzione..  Italia primeggia sul  mondo

 http://www.maurizioblondet.it/corruzione-italia-primeggia-ancora-sul-mondo/

Di Giuseppe Sandro Mela
Transparency International ha rilasciato il «Corruption Perceptions Index 2016».
Non ne avevamo il minimo dubbio che l’Italia avrebbe primeggiato.
L’Italia è un paese socialmente avanzato che ha anche le nuzialità gay: adesso ci si può sposare anche con un frigorifero, che godrà ovviamente della pensione di reversibilità. Ci si può anche permettere il lusso di considerare democratico e civile il partito democratico. Ha una Magistratura prontamente attenta a processare ed incarcerare la mafia perdente, prontissima ad indagare anche se un sindaco avesse nominato nel mucchio anche un lontano parente, sotto la ovvia condizione che quel sindaco non sia affiliato al partito democratico nella sua fazione vincente.
E che dire dei concorsi pubblici per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni?
Da ultimo, che dire di Monte Paschi Siena oppure di Banca Etruria?
*
Non ci si stupisce quindi che nella scala della corruzione ci precedano paesi virtuosi quali Cuba, Giordania, Malaysia, Namibia, Rwanda, Georgia, Botswana, e così via.

EccoVi la graduatoria, dal più al meno virtuoso. Più gli score sono alti meno c’è corruzione, e viceversa.
 
1 Denmark 90 91 92 91 90
1 New Zealand 90 88 91 91 90
3 Finland 89 90 89 89 90
4 Sweden 88 89 87 89 88
5 Switzerland 86 86 86 85 86
6 Norway 85 87 86 86 85
7 Singapore 84 85 84 86 87
8 Netherlands 83 87 83 83 84
9 Canada 82 83 81 81 84
10 Germany 81 81 79 78 79
10 Luxembourg 81 81 82 80 80
10 United Kingdom 81 81 78 76 74
13 Australia 79 79 80 81 85
14 Iceland 78 79 79 78 82
15 Belgium 77 77 76 75 75
15 Hong Kong 77 75 74 75 77
17 Austria 75 76 72 69 69
18 United States 74 76 74 73 73
19 Ireland 73 75 74 72 69
20 Japan 72 75 76 74 74
21 Uruguay 71 74 73 73 72
22 Estonia 70 70 69 68 64
23 France 69 70 69 71 71
24 Bahamas 66 N/A 71 71 71
24 Chile 66 70 73 71 72
24 United Arab Emirates 66 70 70 69 68
27 Bhutan 65 65 65 63 63
28 Israel 64 61 60 61 60
29 Poland 62 62 61 60 58
29 Portugal 62 63 63 62 63
31 Barbados 61 N/A 74 75 76
31 Qatar 61 71 69 68 68
31 Slovenia 61 60 58 57 61
31 Taiwan 61 62 61 61 61
35 Botswana 60 63 63 64 65
35 Saint Lucia 60 N/A N/A 71 71
35 Saint Vincent and the Grenadines 60 N/A 67 62 62
38 Cape Verde 59 55 57 58 60
38 Dominica 59 N/A 58 58 58
38 Lithuania 59 61 58 57 54
41 Brunei 58 N/A N/A 60 55
41 Costa Rica 58 55 54 53 54
41 Spain 58 58 60 59 65
44 Georgia 57 52 52 49 52
44 Latvia 57 55 55 53 49
46 Grenada 56 N/A N/A N/A N/A
47 Cyprus 55 61 63 63 66
47 Czech Republic 55 56 51 48 49
47 Malta 55 56 55 56 57
50 Mauritius 54 53 54 52 57
50 Rwanda 54 54 49 53 53
52 Korea (South) 53 56 55 55 56
53 Namibia 52 53 49 48 48
54 Slovakia 51 51 50 47 46
55 Croatia 49 51 48 48 46
55 Malaysia 49 50 52 50 49
57 Hungary 48 51 54 54 55
57 Jordan 48 53 49 45 48
57 Romania 48 46 43 43 44
60 Cuba 47 47 46 46 48
60              Italy 47 44 43 43 42
62 Sao Tome and Principe 46 42 42 42 42
62 Saudi Arabia 46 52 49 46 44
64 Montenegro 45 44 42 44 41
64 Oman 45 45 45 47 47
64 Senegal 45 44 43 41 36
64 South Africa 45 44 44 42 43
64 Suriname 45 36 36 36 37
69 Greece 44 46 43 40 36
70 Bahrain 43 51 49 48 51
70 Ghana 43 47 48 46 45
72 Burkina Faso 42 38 38 38 38
72 Serbia 42 40 41 42 39
72 Solomon Islands 42 N/A N/A N/A N/A
75 Bulgaria 41 41 43 41 41
75 Kuwait 41 49 44 43 44
75 Tunisia 41 38 40 41 41
75 Turkey 41 42 45 50 49
79 Belarus 40 32 31 29 31
79 Brazil 40 38 43 42 43
79 China 40 37 36 40 39
79 India 40 38 38 36 36
83 Albania 39 36 33 31 33
83 Bosnia and Herzegovina 39 38 39 42 42
83 Jamaica 39 41 38 38 38
83 Lesotho 39 44 49 49 45
87 Mongolia 38 39 39 38 36
87 Panama 38 39 37 35 38
87 Zambia 38 38 38 38 37
90 Colombia 37 37 37 36 36
90 Indonesia 37 36 34 32 32
90 Liberia 37 37 37 38 41
90 Morocco 37 36 39 37 37
90 The FYR of Macedonia 37 42 45 44 43
95 Argentina 36 32 34 34 35
95 Benin 36 37 39 36 36
95 El Salvador 36 39 39 38 38
95 Kosovo 36 33 33 33 34
95 Maldives 36 N/A N/A N/A N/A
95 Sri Lanka 36 37 38 37 40
101 Gabon 35 34 37 34 35
101 Niger 35 34 35 34 33
101 Peru 35 36 38 38 38
101 Philippines 35 35 38 36 34
101 Thailand 35 38 38 35 37
101 Timor-Leste 35 28 28 30 33
101 Trinidad and Tobago 35 39 38 38 39
108 Algeria 34 36 36 36 34
108 Côte d´Ivoire 34 32 32 27 29
108 Egypt 34 36 37 32 32
108 Ethiopia 34 33 33 33 33
108 Guyana 34 29 30 27 28
113 Armenia 33 35 37 36 34
113 Bolivia 33 34 35 34 34
113 Vietnam 33 31 31 31 31
116 Mali 32 35 32 28 34
116 Pakistan 32 30 29 28 27
116 Tanzania 32 30 31 33 35
116 Togo 32 32 29 29 30
120 Dominican Republic 31 33 32 29 32
120 Ecuador 31 32 33 35 32
120 Malawi 31 31 33 37 37
123 Azerbaijan 30 29 29 28 27
123 Djibouti 30 34 34 36 36
123 Honduras 30 31 29 26 28
123 Laos 30 25 25 26 21
123 Mexico 30 35 35 34 34
123 Moldova 30 33 35 35 36
123 Paraguay 30 27 24 24 25
123 Sierra Leone 30 29 31 30 31
131 Iran 29 27 27 25 28
131 Kazakhstan 29 28 29 26 28
131 Nepal 29 27 29 31 27
131 Russia 29 29 27 28 28
131 Ukraine 29 27 26 25 26
136 Guatemala 28 28 32 29 33
136 Kyrgyzstan 28 28 27 24 24
136 Lebanon 28 28 27 28 30
136 Myanmar 28 22 21 21 15
136 Nigeria 28 26 27 25 27
136 Papua New Guinea 28 25 25 25 25
142 Guinea 27 25 25 24 24
142 Mauritania 27 31 30 30 31
142 Mozambique 27 31 31 30 31
145 Bangladesh 26 25 25 27 26
145 Cameroon 26 27 27 25 26
145 Gambia 26 28 29 28 34
145 Kenya 26 25 25 27 27
145 Madagascar 26 28 28 28 32
145 Nicaragua 26 27 28 28 29
151 Tajikistan 25 26 23 22 22
151 Uganda 25 25 26 26 29 Sub Saharan Africa
153 Comoros 24 26 26 28 28 Sub Saharan Africa
154 Turkmenistan 22 18 17 17 17 Europe and Central Asia
154 Zimbabwe 22 21 21 21 20 Sub Saharan Africa
156 Cambodia 21 21 21 20 22 Asia Pacific
156 Democratic Republic of Congo 21 22 22 22 21 Sub Saharan Africa
156 Uzbekistan 21 19 18 17 17 Europe and Central Asia
159 Burundi 20 21 20 21 19 Sub Saharan Africa
159 Central African Republic 20 24 24 25 26 Sub Saharan Africa
159 Chad 20 22 22 19 19 Sub Saharan Africa
159 Haiti 20 17 19 19 19 Americas
159 Republic of Congo 20 23 23 22 26 Sub Saharan Africa
164 Angola 18 15 19 23 22 Sub Saharan Africa
164 Eritrea 18 18 18 20 25 Sub Saharan Africa
166 Iraq 17 16 16 16 18 Middle East and North Africa
166 Venezuela 17 17 19 20 19 Americas
168 Guinea-Bissau 16 17 19 19 25 Sub Saharan Africa
169 Afghanistan 15 11 12 8 8 Asia Pacific
170 Libya 14 16 18 15 21 Middle East and North Africa
170 Sudan 14 12 11 11 13 Middle East and North Africa
170 Yemen 14 18 19 18 23 Middle East and North Africa
173 Syria 13 18 20 17 26 Middle East and North Africa
174 Korea (North) 12 8 8 8 8 Asia Pacific
175 South Sudan 11 15 15 14 N/A Sub Saharan Africa
176 Somalia 10 8 8 8 8 Sub Saharan Africa