Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 febbraio 2017

Il M5S euroimbecille tradisce l'Italia e non ci interessa ma la Raggi va difesa

L’intervista. Marco Tarchi: “Il M5S, il vuoto lasciato da Casaleggio e gli spazi per la Lega”

Pubblicato il 4 febbraio 2017 da Michele De Feudis
Categorie : Le interviste Politica 
 
Il saggio di Marco tarchi Italia populista
Il saggio di Marco Tarchi Italia populista

Tra i massimi studiosi del fenomeno populista in Europa, autore del saggio “Italia populista” per il Mulino, e di un nuovo saggio in uscita per l’editore emiliano sul Front National, Marco Tarchi, ordinario di scienza della politica all’università di Firenze, ha analizzato con Il Tempo l’evoluzione del M5S, tra svolte liberali abortite, difficoltà interne e la prova deludente di Virginia Raggi in Campidoglio.  
Professor Marco Tarchi, come interpreta le ultime evoluzioni del M5S nella scelta della famiglia europea a cui aderire?
“Come un errore, e come un segno del desiderio dei vertici del movimento di darsi un’immagine di minore distanza dalle istituzioni, onde apparire più credibili in una prospettiva di governo”.
Accanto all’approssimazione del passaggio politico (votazione, rifiuto dei liberali, ritorno nell’alleanza con Ukip), quale poteva essere l’orizzonte dei pentastellati in un gruppo tecnocratico pro-euro, con Monti e Prodi?
“In ogni caso, era un’alleanza che non sarebbe durata a lungo: giusto il tempo di rafforzare la velleitaria candidatura di Verhofstadt alla presidenza dell’europarlamento. Sono troppe le differenze tra i soggetti che avevano in programma di contrarre questo innaturale matrimonio”.
Questo dietrofront a Bruxelles avrà un impatto nell’elettorato italiano?
“È difficile prevederlo, un po’ perché le vicende del parlamento europeo attraggono l’interesse di una quota molta scarsa di elettori, un po’ perché, per un elettore Cinque stelle, le alternative sono scarse, al di là dell’astensione. La Lega potrebbe trarre vantaggio dalla vicenda, ma dovrebbe mostrare un profilo meno orientato a destra sul piano tattico-strategico”.

Il professor Marco Tarchi
Il professor Marco Tarchi

Nonostante il procedere ondivago, il M5S ha conservato gli elementi che lo hanno fatto classificare nel novero dei movimenti populisti?
“Mentre il discorso politico di Beppe Grillo ha sempre mostrato un profilo nettamente populista, le scelte del M5S, sotto questo profilo, sono state in genere molto sfumate. Il che non toglie che il grosso dei suoi elettori sia attratto proprio dalle prese di posizioni in cui più si rispecchia la mentalità populista”.
Sulla politica estera i parlamentari grillini criticano la Nato, fino al punto di auspicare di ridiscutere l’adesione italiana all’alleanza con un referendum. Quale visione geopolitica sottende queste proposte?
“Lo scetticismo del M5S sul ruolo della Nato, e più in generale sull’influenza esercitata dagli Usa nei confronti dell’Europa, non data da oggi. Basti pensare all’avversione dichiarata al trattato per il commercio transatlantico e all’opposizione all’atteggiamento antirusso dell’Ue nel conflitto ucraino. Il movimento è molto legato al concetto di sovranità nazionale e ha una propensione pacifista, sia pur non alla cieca. I due elementi, sommati, spiegano le posizioni cui ho accennato”.
Il regolamento dei garanti per le inchieste giudiziarie: come giudica le regole adottate? Una svolta garantista?
“Sì, ma dettata dalla constatazione che nessuno è al riparo dai sospetti e dalle inchieste giudiziarie quando occupa un posto di responsabilità istituzionale. Scaricare un sindaco per un avviso di garanzia per abuso d’ufficio era un comportamento suicida”.
La nuova legge elettorale: ci possono essere sistemi elettorali in grado di congelare, come i voti del Msi nella Prima repubblica, i consensi dei pentastellati?
“I sistemi elettorali, tutti per loro natura manipolativi delle scelte degli elettori, sono un’arma terribile e infida, e non c’è dubbio che gli altri partiti cercheranno di escogitare quello più adatto a fare argine ai Cinque Stelle. A vantaggio dei quali c’è però l’atteggiamento di molti elettori che, a seconda dei casi, li preferiscono, in un confronto secco a due, al rivale di destra o a quello di sinistra. Per questo dubito che si sceglieranno soluzioni a doppio turno. La proporzionale potrebbe costringere il M5S ad alleanze, che non a tutti i suoi elettori piacerebbero”.
Le prove dei sindaci pentastellati. All’affidabilità della Appendino a Torino fa da contraltare la complessa sindacatura della Raggi. Come si spiegano le difficoltà nella capitale e l’approccio pragmatico nella città della Mole?
“Credo che anche Virginia Raggi abbia un profilo pragmatico. Forse anche troppo, visto che si è fidata di personaggi discutibili, solo perché avevano esperienze consolidate in amministrazioni precedenti. Si sapeva già prima della sua elezione che la gestione di Roma sarebbe stata una prova terribile, sia per le difficoltà di operare in una metropoli piena di problemi irrisolti, sia perché l’attenzione dei media e l’ostilità dei politici si sarebbe concentrata su questa città. Torino è da sempre più silenziosa e defilata”.
In conclusione il M5S corre il rischio di un improvviso declino come è capitato in Germania al partito dei pirati o in Italia allUomo qualunque di Giannini?
“Il rischio c’è sempre, in questo tipo di movimenti. Sta a chi li guida riuscire a scansarlo”. (da Il Tempo)

Occhio di Lince - 2 febbraio 2017

VISTI DA VICINISSIMO 02 febbraio 2017
 
Editoria, il gran ballo dei direttori al calar dell'astro renziano

I nuovi assetti di governo e il subbuglio del capitalismo italiano si ripercuotono sul mondo dell'informazione. Corriere, Repubblica, Sole 24 Ore: il totonomi ai confini tra il vero e il verosimile.

Occhio di lince

Riforma elettorale: sì, ma come? Elezioni: sì, ma quando? Apparentamenti: tutti da fare, qualcuno da scoprire. Cavalli che ritornano, Massimo D’Alema. Cavalli imbizzarriti che mordono il freno smaniosi di tornare: Matteo Renzi. Manovre aggiuntive? No, solo aggiustamenti perché l’ipotesi di una nuova finanziaria deprime il già depresso stato d’animo del Paese e fa galoppare a mille l’onda populista.

FRUSTRAZIONE TRA GLI EDITORI. Il risultato è un totale disorientamento, una sottile inquietudine che naturalmente pervade anche i giornali, antenna spasmodicamente sensibile nel captare i nuovi equilibri e nell'adeguarsi prontamente. In più c’è la crisi, copie e pubblicità calano di mese in mese, e il mestiere è sempre più un lungo inverno di uno scontento da cui non si intravede riscatto. Per gli editori, un dramma nel dramma che acuisce il senso di frustrazione. Per quanto essi facciano, il declino appare irreversibile.

CHI ESTRAE IL CONIGLIO DAL CAPPELLO? Allora ci si arrovella sul da farsi, si pensano nuovi nomi e organigrammi sperando di estrarre il coniglio dal cappello, si guarda a come evolve la politica ma non solo, visto che da mesi il capitalismo italiano è in subbuglio e sta per scatenarsi una colossale guerra di sistema sui destini di Generali, quella che ai tempi vezzosamente si appellava come la signora senza marito del capitalismo nostrano.

QUANTI GOSSIP NEL MARE MEDIATICO. Dopo un periodo di quiete, di pretendenti se ne sono fatti avanti molti, italiani e stranieri. Ed è impensabile che i nuovi assetti che verranno non si riflettano anche sul mondo dell’informazione. Girano nomi, domande, scenari, dubbi in cerca di soluzione. Chiacchiere, sulfurei quanto spesso inutili gossip che increspano ancor più le acque del procelloso mare mediatico.

 
Massimo Giannini.

Il vistoso appannarsi dell’astro renziano ha lasciato molti simpatizzanti del rottamatore scoperti. Cosa farà la Repubblica per esempio, che nei suoi oltre 40 anni di storia è stata nutrita e cresciuta dall’antagonismo verso il potere dominante (Craxi prima, Berlusconi poi), un collante abiurato per la prima volta con Renzi al potere? Romperà la sua tradizione di direttori longevi oppure lascerà all’ancora fresco di nomina Mario Calabresi il compito di pilotare il giornale tra le insidie del nuovo quadro politico che si configura confusamente proporzionalista?

L'ETERNO RITORNO DI GIANNINI. Carlo De Benedetti, che a suo tempo aveva preso la tessera numero uno del Partito democratico, come si comporterà di fronte alla sua dissoluzione? Meglio continuare l’appeasement nei confronti dell’ex sindaco di Firenze il cui nome per una larga parte del Paese suona indigesto o saltare convintamente sul carro dell’ancora informe Cosa dalemiana? I corridoi di via Cristoforo Colombo fanno eco al nome di Massimo Giannini, che all’Ingegnere piace sempre al punto da avergli perdonato lo sgarbo di abbandonare la nave ammiraglia sedotto dalle sirene del piccolo schermo.

DE BORTOLI E QUELL'EDITORIALE... Ma andando un po’ più a ritroso, si ricorda che quando Ezio Mauro lasciò il giornale Ferruccio De Bortoli era il naturale candidato a prenderne il posto. Peccato che all’epoca a Palazzo Chigi si parlasse più che mai toscano, e che l’ex direttore del Corriere fosse stato accompagnato alla porta proprio per un editoriale in cui dichiarava apertamente la sua avversione verso quell’antipatico di talento per di più immerso in un afrore di massoneria.

MA NON C'È DUE SENZA TRE. Mannaggia all’asincronia che ora lascia a bordo pista un cavallo di razza sempre pronto a tornare. Fosse per Banca Intesa, padrona di mezza editoria italiana, Ferruccio sarebbe di nuovo comodamente assiso sulla poltrona di via Solferino da lui occupata per ben due volte. Poco male, non c’è due senza tre. Però ora il Corriere non ha più un’assemblea condominiale che lo guida, ma un unico padrone.

 
Ferruccio De Bortoli è stato per due volte alla guida del Corriere della sera.

A Urbano Cairo l’attuale tenutario Luciano Fontana va bene, ma si sa come sono questi capitalisti movimentisti. Come i presidenti delle squadre di calcio - guarda caso il nostro ne possiede una, il Torino - fanno continuamente esercizio di scouting. C’è qualche "Gallo Belotti" della penna che avanza? Aldo Cazzullo per esempio, che gioca bene in tutti i ruoli e risponde pure alle lettere dei lettori, e poi Carlo Verdelli, che chiusa l’infelice esperienza Rai è tornato a essere il convitato di pietra di ogni crocevia editoriale.

PACE FATTA TRA BOCCIA E ROCCA. Si vedrà. Intanto però corre l’obbligo, per par condicio, di accennare a quanto succede al foglio rosa degli Industriali alla vigilia di un aumento di capitale destinato a rafforzarne gli esausti bilanci e, possibilmente, voltare pagina e ripartire. Qui la vicenda è talmente lunga e articolata che occorrerebbe versare fiumi di inchiostro. Diciamo che il vostro Occhio di lince, da sempre sul pezzo, si limita agli avvenimenti delle ultime ore, ovvero alla pace fatta tra il presidente Boccia e Gianfelice Rocca, l’uscente di Assolombarda atteso da una poltrona in Fondazione Cariplo.

 
Il direttore de Il Sole 24 Ore Roberto Napoletano.

Che c’entra Il Sole 24 Ore, si chiederanno i miei sempre più numerosi lettori? C’entra eccome. Uno dei motivi del contendere era proprio il quotidiano economico, che Assolombarda si era addirittura offerta di rilevare dalla casa madre di viale dell’Astronomia. Richiesta invero assai bizzarra, visto che ricorrendo alla figura retorica della sineddoche la potente Assolombarda è pur sempre la parte di un tutto.

NAPOLETANO, OCCHIO AI BARBARI. Ma ora il patto del risotto con l’ossobuco cambia la prospettiva: Roberto Napoletano resiste, anche se i barbari sono alle porte. Barbari Gentili, nel senso di Guido, ex direttore delle pagine rosa ora stimato editorialista. Però c’è anche l’attuale condirettore Edoardo De Biasi cui molto establishment vedrebbe di buon occhio la promozione al supremo soglio. E poi Fabio Tamburini, un altro che in via Monterosa ha speso con unanime consenso la miglior parte della sua vita. Per non dire del bravo Sebastiano Barisoni, che in nome del molte testate ma un solo direttore (sono tempi duri e si risparmia), si è visto negare dal cda della casa editrice la nomina al vertice di Radio 24.

PRIMA DIRETTRICE DONNA? Per dirigere un giornale bisogna però avere i Galloni. E dunque lasciatemi chiudere con questo vezzo del nomen omen, Alessandra Galloni, giovane e apprezzata giornalista Reuters, che ha suoi tifosi dentro viale dell’Astronomia nonché in ambienti imprenditoriali romani. Sarebbe, se la memoria non mi falla, la prima direttrice donna dell’austero quotidiano. Insomma, una rosa nel rosa. E se son rose fioriranno.

La spesa in deficit buona serve per implementare il Piano di Lavoro Transitorio

Quelle parole sussurate a Padoan

3 febbraio 2017



Bruxelles ha minacciato il Governo italiano con il rischio di procedura d’infrazione a causa del mancato rispetto della regola del debito.

La conseguenza sarebbe un immediato restringimento della sovranità in campo economico ed una penalizzazione ad opera dei mercati in termini di spread e di interessi sul debito.

Per dare l’idea della situazione in cui si trova l’Italia, basta pensare ad un campo arido che ha bisogno di più acqua ma al quale, invece, viene ridotta ulteriormente l’acqua con cui innaffiarlo. È questo che la Commissione europea ha fatto e continua a fare all’economia italiana. Abbiamo bisogno di spesa in deficit, invece ci viene imposto di ridurla; per costringerci a continuare a percorrere la strada dell’austerità ci minacciano di ridurre ancora quell’ormai inesistente margine di sovranità che resta.

Ulteriori tagli alla spesa pubblica ed ulteriori aumenti delle tasse e delle accise sono quanto di più recessivo possa essere fatto oggi. Padoan conosce bene il rischio, alterna la consapevolezza del pericolo di ulteriori manovre alla cieca ed impaurita obbedienza. Ma alla fine promette di svolgere i compiti entro aprile.

L’ammontare generale dello sforzo strutturale per riprendere il percorso verso l’obiettivo di medio termine sarà composto per circa un quarto da tagli di spesa e per la parte restante da aumenti di entrate.

I risparmi di spesa, si sottolinea nel documento di Padoan

Arriveranno per circa il 90% dai consumi intermedi e dalle agevolazioni fiscali.

Queste manovre recessive avranno la conseguenza di deprimere ulteriormente il PIL, lasciando inalterato il rapporto deficit/PIL (chiaramente, se si riduce il deficit posto al numeratore e contemporaneamente il PIL posto al denominatore, il rapporto non cambia). Austerità chiamerà altra austerità.

Non sappiamo quale parole siano state bisbigliate all’orecchio di Padoan per indurlo ad annunciare le misure a favore della quadratura dei conti, ma erano parole che sicuramente hanno rievocato il clima del 2011, la pressione dei mercati, la Grecia. Lui stesso ammette:

L’ipotesi di una procedura d’infrazione sarebbe estremamente allarmante e comporterebbe una riduzione di sovranità nella politica economica.

Nell’Eurozona si hanno sempre due strade davanti: morire di mano propria o morire commissariati. Sacrificare persone e futuro sull’altare dei conti in ordine. Oggi per uno 0,2%.

MMT in pillole - PLT: Piani di Lavoro Transitorio

Alan Greenspan su Pensioni e Ricchezza Reale

MMT QUOTATION #1 | Randall Wray

MMT QUOTATION #4 | Stephanie Kelton

Nicola Gratteri - Grazie

Gratteri a Filadelfia: «'Ndrangheta quasi imbattibile, possiamo solo pareggiare»

REDAZIONE 04 
FEBBRAIO 2017 17:33

Il procuratore capo di Catanzaro, intervenuto all’auditorium comunale per presentare il suo libro, annovera tra i successi degli ultimi mesi l’insediamento alla guida del comando provinciale dei carabinieri di Vibo Valentia del colonnello Gianfilippo Magro, suo ex allievo


Il procuratore firma il suo libro all'Auditorium di Filadelfia

«È la prima volta che in Calabria al comando provinciale dei carabinieri giungono i capi-corso, cioè i migliori in assoluto, che avrebbero potuto scegliere di andare a lavorare in una grande città come Roma o Milano. Invece, hanno deciso di venire qui, dove sei costretto a essere “sbirro” 24 ore su 24, senza la possibilità di staccare mai».

Il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, annovera tra i successi degli ultimi mesi anche l’insediamento alla guida del comando provinciale dei carabinieri di Vibo Valentia di un suo ex allievo, il colonnello Gianfilippo Magro, che lo ascolta in prima fila mentre lui parla dal palco dell’auditorium di Filadelfia, dove ieri ha presentato il suo nuovo libro “Padrini e Padroni - Come la ‘ndrangheta e diventata classe dirigente”, scritto con Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali di organizzazioni criminali calabresi.

A promuovere l’incontro pubblico è stata l’associazione "Filadelfia nostra", presieduta da Rosetta Chiaravalloti, che ha fatto gli onori di casa ringraziando Gratteri per aver accettato l’invito e rimarcando l’importanza di appuntamenti di questo tipo per consolidare la cultura della legalità.

La sala gremita, con quasi 300 persone ad ascoltare - tra cui alcune classi del liceo scientifico, dell’istituto professionale e della scuola media locale - ha confermato la sensibilità verso queste tematiche della cittadina ai piedi delle Serre, che già nel 2010, per la presentazione del libro La Malapianta, aveva tributato a Gratteri un’accoglienza calorosissima.



Sul palco con il magistrato, anche sette ragazzi delle classi presenti in platea, la dirigente dell’Istituto omnicomprensivo di Filadelfia, Francesca Maria Viscone, e il giornalista Enrico De Girolamo, che ha intervistato l’ospite e moderato l’incontro.

«Non è consueto riscontrare tanta attenzione per questi temi – ha rimarcato Gratteri – e questo vi fa onore. Oggi la ‘ndrangheta è più forte, ha più soldi e più potere. Nonostante gli sforzi enormi, la battaglia non la stiamo vincendo, al massimo riusciamo a strappare un pareggio». A chi gli chiedeva se non sia troppo pessimista, il procuratore ha risposto di essere semplicemente realista. «Se anche riuscissi a mandare in galera mille ‘ndranghetisti entro la fine del 2017 - ha detto - la mafia continuerebbe a essere viva e forte».

I motivi di questa invincibilità sono molteplici, ma su tutti prevalgono le collusioni nelle istituzioni pubbliche. «I politici cambiano, ma gli apparati burocratici no - ha detto - Ed è qui che si annida il malaffare, è qui che bisogna intervenire con sempre maggiore determinazione per contrastare la corruzione che finisce per soffocare il tessuto imprenditoriale sano a colpi di mazzette».

Ma al ricatto non bisogna cedere mai: «Meglio fallire come impresa, meglio ricominciare da zero salvaguardando la propria dignità, che fallire come uomini». Un monito che ha rivolto anche ai numerosi giovani presenti, invitandoli a non cedere mai alle lusinghe del guadagno facile.

Gli studenti di Filadelfia non hanno deluso le sue aspettative, facendo decine di domande e ascoltando con grande attenzione le parole di Gratteri, che per circa 3 ore ha colloquiato con il pubblico. Una presenza profondamente consapevole e voluta, quella degli studenti. Come ha rimarcato nel suo intervento introduttivo la dirigente scolastica. «Se siamo qui oggi è perché a noi importa - ha detto Viscone -. A noi importa se la corruzione avvelena il nostro mare e la nostra acqua, a noi importa il futuro di questo paese, a noi importa difendere e conservare la bellezza dei luoghi. Perché ciò che è patrimonio di tutti, il bene comune, appartiene a tutti noi».

Francesco senza misericordia

“A FRANCE’, ma n’do sta la tua misericordia?”

A Roma è tornato Pasquino. Finalmente.













Trump e le Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche stanno convergendo verso punti di equilibrio, terre e popoli sudditi dell'Impero

Iran e Siria. Come prima, peggio di prima con Trump.

Maurizio Blondet 4 febbraio 2017 

“Arriva lo scontro on l’Iran”, commenta Pat Buchanan, grande firma del giornalismo politico, paleo-coservatore, galantuomo. Lo scrive costernato, perché è un sostenitore sincero di Donald Trump. Lasciamo dire a lui l’evento. Il generale Flynn ha annunciato un “ultimatum virtuale” all’Iran. Con le seguenti motivazioni: “I ribelli Houti sostenuti dall’Iran hanno attaccato una nave da guerra saudita, Teheran ha testato un missile balistico, e ciò “indebolisce la sicurezza , prosperità, stabilità, di tutto il Medio Oriente” – e non solo: “Pone a rischio vite di americani”.

Netanyahu, trionfante: “L’aggressione iraniana non resterà senza risposta”. Il presidente della Commissione Esteri Bob Corker: “L’Iran non riceverà più da noi un ‘passi’ per le sue ripetute violazioni sui missili balistici, il continuo sostegno al terrorismo, gli abusi dei diritti umani e altre attività ostili che minacciano la pace e la sicurezza internazionale”.

Di colpo, il vecchio Buchanan si dev’esser sentito riportato al passato buio: la minaccia di Obama alla Siria per le (false) bombe chimiche, il tempo di Bush, anzi quello del Golfo del Tonkino, dei false flag e delle guerre americane sotto falsi pretesti.

Rivolto al presidente, cerca di farlo ragionare: scusa, “i sauditi bombardano i ribelli Houti da due anni e devastano il loro paese: i sauditi hanno diritto a restare immuni da rappresaglie nelle guerre che loro hanno scatenato? Il generale Flynn si è coordinato con gli alleati? La NATO è obbligata a unirsi a noi in ogni azione che possiamo prendere?”.

[Bella domanda: dalla fine di gennaio, navi da guerra britanniche stano guidando una grande manovra col Bahrein e gli reucci del Golfo che simula un attacco contro l’Iran. E la May aveva detto “mai più”. Tutto sembra atrocemente ripetersi]


Oltretutto, continua Buchanan, vi rendete conto che il fatto di aver espresso questa minaccia in modo pubblico e ultimativo “rende quasi impossibile all’Iran, ed anche a Trump, di fare un passo indietro?”.

Bill Van Auken è politicamente all’opposto di Buchanan, un vecchio trotskista. Ma la sua rabbia è uguale. “Le motivazioni di questa guerra nulla hanno a che vedere con missili balistici o aggressioni a navi saudite. Dopo un quindicennio di guerre ed orrori imperialistici contro l’Irak e Siria dove Washington contava di metter al potere un governo fantoccio, è stata Teheran a guadagnarci [per forza: gli sciiti sono in maggioranza in Irak] e espandere la sua influenza, facendo da ostacolo all’egemonia Usa nella zona ricca di petrolio”.

Infatti è proprio questa la motivazione di Flynn e di Mattis, il militari che oggi affiancano Donald, e per cui vogliono stracciare il patto che Obama aveva firmato con Teheran. In uno dei suoi tweet, Trump l’ha dichiarata in modo brutalmente chiaro: “L’Iran la fa sempre più da padrone in Irak dopo che gli Usa hanno ci hanno sperperato 3 trilioni di dollari. Era ovvio da tempo”.

Nella visita alla sede della Cia una settimana prima, Trump aveva detto che gli Usa “dovevano prenderei il petrolio dell’Irak dal 2003”, e ha aggiunto: “forse voi avrete un’altra possibilità”.

La mentalità da gangster di Chicago anni ’30 sembra dunque una costante permanente del carattere politico statunitense, maggioranza o opposizione: è l’abitudine acquisita in 17 anni di criminalità internazionale non contrastata, per esempio, dalla Unione Europea (quella dei “nostri valori”). Il punto è se l’America possa permettersi di fare la guerra vera all’Iran. Il primo assalto di corpi speciali approvato da Trump – in Yemen – s’è concluso con una strage di donne e bambini sì, ma anche con la morte di un soldato Usa, il danneggiamento di due elicotteri, il panico delle teste di cuoio Usa che credevano di sfruttare l’effetto-sorpresa e invece hanno trovato resistenza imprevista, sono state sorprese loro. I commandos americani sono perfetti solo ad Hollywood. E lo stato di rivolta interna di metà della popolazione americana, l’insidia dei nemici dello Stato Profondo ostile, dovrebbero sconsigliare una ennesima avventura bellica che può costare il potere ai nuovi arrivati.

L’offerta a Mosca: spartiamoci la Siria

E qui entra in gioco la seconda parte della strategia di Flynn, “l’amico dei russi” odiato da McCain. In pratica, staccare Mosca dagli interessi di Teheran (di cui è il grande fornitore di armi), facendole una “offerta che non può rifiutare”, per usare il gergo de Il Padrino. In Siria. Riconoscendo a Putin la sua zona di egemonia.

Ma con certi dettagli, che i servizi siriani di Assad avrebbero carpito da “fonti israeliane”.


Si tratta delle “zone di sicurezza” per “ricoverarci i profughi e proteggere i civili” che Trump ha effettivamente riproposto. Non si tratterebbe più delle no-flight zones vietate all’aviazione russa e siriana, che voleva attuare Obama in complicità con Erdogan, sfidando Mosca alla guerra. Si tratta dello smembramento della Siria, con l’offerta alla Russia di partecipare alla spartizione.

Secondo le “fonti israeliane”, le zone di sicurezza sarebbero queste:

“Una prima zona al Nord-Est, che diverrebbe il ‘santuario’ delle “Forze Democratiche Siriane” (i tagliagole curdi armati dagli Usa, infeudati a Washington) da Hasaka fino all’Eufrate, dove i curdi sognano di organizzare la loro entità autonoma.

“Una seconda zona a Nord di Aleppo, affidata alla Turchia, che andrà dalla frontiera turca alla città di Al Bab lunga 75 chilometri”: la zona di cui Erdogan sperava di impadronirsi,fermato dal disastro militare delle sue truppe.

“La terza zona a Sud, affidata ufficialmente alla Giordania, ma in realtà a Israele, dal Golan a Daraa e Sueida”, zone dove Israele già mantiene, vezzeggia e cura i suoi wahabiti di famiglia.

“La quarta zona a Ovest, dalla costa fino a Homs, affidata alla Russia”.

In pratica è la nuova versione del progetto ebraico di smembramento dei paesi circonvicini ad Israele (piano Kivunim) unito ai piani di Obama per la Siria andati a male, ma “più intelligente e perfido”, nota l’analista libanese (sciita) Amin Hoteit, perché”salvaguarda gli interessi di Russia, Turchia, Israele,distruggendo l’unità di popolo e territorio siriano, strappando allo stato siriano la componente curda a Nord, la componente drusa a Sud, la componente alawita a Est, permette alla Turchia di restare presente al Nord con possibilità di espandersi nelle regioni restanti, una volta che la Siria sia privata dei suoi alleati”.

Sì, perché l’offerta di Trump a Mosca comprenderebbe “l’uscita di Hezbollah, dell’Iran e degli altri alleati, specie dalla zona Sud per ‘rassicurare Israele’ con la creazione di una zona di sicurezza riconosciuta internazionalmente”, un cuscinetto in più attorno al sacro stato degli Eletti.

Una risistemazione di così grande rilievo o si ottiene con l’uso della forza diretta (che Trump e Flynn sanno essere sconsigliabile) oppure con il “sì” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Quindi si spera di convincere la Russia a non opporre il veto. Ecco il fondo della “amicizia” di Trump e Flynn per Putin.

Come reagisce Mosca? Effettivamente ha proposto ad Assad di riconoscere l’autonomia dei kurdi; il governo di Damasco ha rigettato ufficialmente la proposta. Evidentemente sono in corso dei colloqui fra Mosca e Washington, probabilmente ai margini del vertice di Astana.



In questo quadro di intese segrete in corso, si capisce forse meglio perché la giunta di Kiev abbia scatenato l’offensiva nel Donbass bombardando deliberatamente le case abitate da civili, aggravandole provocazioni: teme (o sa) che nel riconoscimento dell’Amministrazione Trump della zona di egemonia alla Russia ci sia anche l ’abbandono dell’Ucraina. Anche se la nuova ambasciatrice americana all’Onu, scelta da Trump o dai suoi, Nikki Haley, al suo primo discorso , ha attaccato violentemente Mosca come colpevole dell’aggressione nell’Ucraina Orientale, e ha ingiunto di “mettere immediatamente fine all’occupazione della Crimea”. E i media che legge Trump (come il Wall Street Journal) sono ferocissimi a sostenere il bellicista McCain nell’attribuire a Putin l’offensiva ucraina; che è notoriamente atto disperato di Poroshenko, istigato da McCain, per la quale l’Osce ha riconosciuto responsabile Kiev, e a mezza bocca anche la Merkel.Nikki Haley, la nuova, come la vecchia


Sembra di tornare alla Nuland, a “Fuck Europe”, alla sovversione nell’Est. I segnali di continuità sono più gravi di quelli di innovazione. Per esempio: Trump ha detto che gli insediamenti israeliani “non aiutano”. Il trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme soprassiede, per ora. In cambio, la Casa Bianca ha fatto sapere all’Autorità Palestinese che prenderà “le misure più severe” contro di essa, se essa si rivolge al Tribunale Internazionale per denunciare i crimini di Sion: chiuderà gli offici della Autorità a Washington, taglierà completamente i pochi fondi che dà ai palestinesi.

Dappertutto, l’impressione di déja vu.

(Dopo aver finito il pezzo qui sopra, ho ricevuto la seguente mail di un intelligente amico e lettore. La pubblico integralmente, come importante completamento delle informazioni che ho dato)
Caro Blondet, non so se anche Lei pensa che delle schermaglie fra le presunte fazioni dell’establishment statunitense non c’è da fidarsi.

E’ alla prova dei fatti che potremo vedere le reali intenzioni della nuova amministrazione Trump.

Senza parlare di Tillerson, creatura dei Rockefeller, mi pare che i militari che Trump ha posto in almeno tre poltrone chiave sono di quel gruppo che in Iraq, Flynn in testa, non volevano adottare i mercenari di Daesh ma continuare con i regolari. Non a caso Mattis sarebbe l’autore dell’impiego del fosforo bianco a Falluja. L’attuale proposito di attaccare Raqqa o di creare zone per i rifugiati denuncia l’intento di sostituire il Califfato con un protettorato USA a tempo indeterminato su quella fascia desertica che congiunge la Giordania (cioè Israele) con il Kurdistan via Deir Ez-zor.
L’attuale partita nel Donbass, come pure il recente attacco israeliano all’aeroporto militare di Damasco con tecnologia F35, servono forse ad ottenere dai Russi la promessa di persuadere Assad a rinunciare definitivamente alla regione dell’Eufrate, in cambio delle ormai stremate province di Aleppo e Idlib (quasi che l’obbiettivo statunitense originario fosse proprio quello di stremare il cuore economico del Paese per renderlo incapace di riprendersi l’Eufrate, così come fu fatto per l’Iraq riguardo all’alto Tigri).
Una volta stabilizzato il “protettorato per la sicurezza antiterrorismo” del Sunnistan con molte più basi di quelle seminascoste che l’esercito americano ad oggi detiene in Iraq, l’avanzata verso l’Azerbaijan, senza più avvalersi dell’ingestibile Turchia, se non mutilandola della sua zona a prevalenza curda, si potrà “finalmente” preparare.

Non dimentichiamo mai che l’accesso al Caspio per piazzarvi rampe di missili (anche subacquee) a medio raggio, e quindi più difficili da intercettare, è sempre nei piani occulti di Wall Street. La logistica eurasiatica si impedisce da lì e con rifornimenti da Israele via terra. I rifornimenti per l’Afghanistan invece potrebbero incontrare serie difficoltà in Pakistan grazie all’appoggio cinese che da anni ormai prepara il paese a svincolarsi lentamente dall’orbita americana (nonostante le continue intimidazioni). Ecco perché la via curdo-armeno-azera è preferita da Trump, come lo era già da Obama, prescindendo dai metodi adottati. Gli emigranti armeni hanno già ottenuto da Trump le porte d’America aperte. Scapperanno dal prossimo conflitto per poi tornare a casa a governare il nuovo protettorato USA. Un protettorato che insieme a quello instaurato nei Baltici, Ucraina e Georgia, isolerebbe Iran, Turchia e Russia e renderebbe impossibile ogni infrastruttura euroasiatica senza pagare il pizzo in dollari. I Rockefeller ritornano alle vecchie strategie del 1915 l’obbiettivo è sempre quello di avere il privilegio di coniare gratuitamente la moneta che tutti gli altri devono invece comprare.

Un giorno, forse non tanto lontano, parleremo invece della Spagna, che potrebbe intimamente volersi riprendere un po’ dei suoi legittimi diritti di posizione marittima intercontinentale dopo la batosta subita dagli anglosassoni, e dai loro servitori corsi, 212 anni or sono. Qualcuno le sta preparando l’arma letale per tagliare la testa al toro anglosassone nell’ultima corrida …
Che sia la volta buona? Certo, voler vedere affondare qualche portaerei al largo di Cadice potrebbe essere peccato, ma in fondo ci si potrebbe anche accontentare di una sonora salva in acqua per convincerli a ritornare casa, cioè la dove i loro avi hanno voluto emigrare a fare danni, poiché non gli era stato permesso di farli qui.

Cordiali Saluti
MO

Missili ucraini sul centro di Donetsk, la devastazione del giorno dopo 0...

Roma - Virginia Raggi - un fatto è certo se la sindaca riesce a superare questo momento di attacco profondo, corale e continuo avremo una politica temprata dalle battaglie che farà vedere i sorci verdi agli avversari

POLITICA
3 FEBBRAIO 2017
Virginia Raggi a Bersaglio Mobile: sfiancata ma non mollo

"Dimissioni? Ci ho pensato. Le difficoltà di questi mesi avrebbero sfiancato anche un toro". E' una Virginia Raggi magra e provata quella che varca la soglia degli studi di Bersaglio Mobile, dopo una due giorni di fuoco: ieri l'interrogatorio fiume per l'inchiesta sulla nomina del fratello di Raffaele Marra, oggi il polverone sulla polizza vita firmata in suo favore dall'ex capo della segreteria capitolina Salvatore Romeo. A dispetto dell'abbigliamento austero (non fosse per quel tocco di arancione), la sindaca di Roma sfodera una vena ironica. "Come sto? Potevo stare meglio ...mancano solo le cavallette", risponde al padrone di casa Enrico Mentana che la accoglie.

Per sciogliere il ghiaccio, la Raggi cita i Blues Brothers e cerca di alleggerire anche quando replica in merito all'assicurazione di Romeo. "Io mi tengo lontana da questi strumenti, sono una che i soldi li mette nel materasso". Poi un'altra battuta. "Non andrò più al bar", dice riferendosi alla chat con Romeo, Daniel Frongia e Raffaele Marra (si chiamava "Quattro amici al bar"), il cui contenuto compare nell'indagine della procura di Roma . "Non ho preso un soldo e non ne prenderò - ribadisce poi ferma - Che beneficio pesso avere da una somma che non vedrò mai?". Perché Romeo avrebbe stipulato quella polizza da 30mila euro in suo favore? "Voglio vederci la buona fede, lo critico per non avermi informato, perché gli avrei chiesto di non nominarmi come beneficiario". E ammette, anche stavolta scherzando: "Sono un po' superstiziosa".

Vacilla ma non molla Virginia, che ha ancora l'appoggio di Grillo. "Beppe? L'ho sentito, mi ha detto che farà polizze per tutti"


Vladimiro Giacchè - gli euroimbecilli italiani dovrebbero sapere che la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito e Noi Italiani non ce lo possiamo permettere ne lo vogliamo

Vladimiro Giacché 

– Intervista impossibile sull’euro 
[pubblicato su Linus, febbraio 2014, pp. 24-25] 

Immaginiamo di fare un viaggio nel tempo. Siamo in Italia, alla metà degli anni Novanta. È in pieno corso il dibattito sull’opportunità o meno, per il nostro Paese, di entrare nella moneta unica europea. Immaginiamo che un giornalista favorevole all’euro intervisti un importante economista. E che questi, dotato di singolare preveggenza, esprima il suo scetticismo sulla moneta unica alla luce di quanto è poi effettivamente successo. 

L’intervista che ne verrebbe fuori sarebbe questa. 

DOMANDA: Professore, perché è contrario all’euro? 
RISPOSTA: Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna. 

D: Ma l’adozione di una moneta unica non sarebbe auspicabile già soltanto per il fatto di allineare tra loro i tassi reali dei diversi paesi che ne fanno parte, eliminando così l’inflazione, che rappresenta un problema tradizionale per il nostro Paese? 
R: Nonostante i progressi compiuti, persiste da noi una notevole differenza di inflazione, di costi e prezzi rispetto alle altre economie europee: nella migliore delle ipotesi l’accostamento alla media europea potrà essere solo graduale. Sarà comunque impossibile, sia per noi sia per gli altri paesi, adeguarsi al ritmo di inflazione previsto per la Germania che rappresenta una fattore di squilibrio non minore di quanto non sia il nostro ritmo di inflazione. 

D: Lei quindi non ritiene che il vincolo esterno rappresentato dall’impossibilità di svalutare ci aiuterebbe a risolvere i nostri problemi strutturali senza avere più la facile via di fuga rappresentata dalle svalutazioni competitive? Non sono pochi gli economisti che si sono convinti di questo. Tra loro ci sono anche economisti che per molto tempo avevano pensato il contrario… 
R: Gli svalutazionisti di altri tempi sono oggi rivalutazionisti, illudendosi, in base al più recente dei loro modelli, che il problema della nostra inflazione possa essere affrontato con successo imponendo alla lira l’onere di una rivalutazione. Occorre - si ragiona – una costrizione esterna affinché la nostra economia segua i comportamenti necessari per il suo risanamento. Il sistema monetario europeo è uno strumento che offre questa costrizione, perché rende più duro e rigido il vincolo esterno. L’esperienza di altri Paesi e la riflessione ci inducono a non accogliere questa tesi. 

D: Ma non pensa che l’esistenza stessa di una moneta unica, di un sistema monetario europeo finalmente integrato imprimerebbe nuovo slancio alla grande idea dell’unità europea, l’idea di Altiero Spinelli e quella che, in fondo, fu alla base della creazione della Comunità Economica Europea nel lontano 1957? 
R: Si ritiene che l’edificazione del sistema monetario rappresenti il primo sussulto dell’idea europea dopo anni di letargo; l’occasione non può e non deve andare persa; pur 2 di rafforzare la Comunità, occorre sopportare anche i sacrifici che derivano dalle imperfezioni tecniche del sistema. Questo è un argomento che occorre valutare con attenzione, perché è il più serio e il più nobile che ci venga offerto. Obiettare a questo argomento è pericoloso, perché si rischia di essere marchiati di antieuropeismo, si rischia di essere marchiati come nazionalisti, come retrogradi, perché esiste anche una sorta di terrorismo ideologico europeistico. Ma obiettare si deve. Sono quelle del sistema monetario, imperfezioni tecniche o non piuttosto i difetti di una creatura nata politicamente male e politicamente malformata? Non derivano, queste imperfezioni, dagli egoismi nazionali degli altri paesi più forti della Comunità? Perché mai, altrimenti, i costi che ci si chiede di sopportare dovrebbero essere solo i nostri, mentre non paiono esservi costi per i paesi più forti? 

D: Cosa intende dire? A quale asimmetria si riferisce? 
R: All’asimmetria di trattamento fra paesi che si trovano in disavanzo e paesi che si trovano in avanzo. La riduzione delle riserve e la difficoltà di rinvenire prestiti obbliga i primi – i paesi in disavanzo – a politiche interne restrittive, ma non vi è alcuna sanzione che obblighi i paesi che accumulano riserve ad adottare politiche interne più espansive

D: Non ritiene che proprio entrando nell’euro l’Italia possa finalmente porsi su un piano di parità con i paesi più forti dell’Europa? 
R: Non basta il pagamento di una quota di abbonamento assai ‘salata’ per ottenere la vera eguaglianza con gli altri membri. Questa eguaglianza ce la dobbiamo costruire noi, con le nostre mani, con i nostri sacrifici, e per questo dobbiamo ottenere e sollecitare un consenso. Ma questo consenso non lo si ottiene con le formule monetarie o con le imposizioni esterne. * * * 

Questa intervista non è mai avvenuta. Ma, se le domande sono inventate, non lo sono le risposte. Esse sono tratte (senza alcuna modifica) da un discorso parlamentare del professor Luigi Spaventa, parlamentare eletto nelle liste del PCI come indipendente di sinistra. Il discorso fu pronunciato il 12 dicembre del 1978, ossia alla vigilia dell’ingresso dell’Italia non nell’euro, ma nel sistema monetario europeo – che fra l’altro era meno rigido di una moneta unica, in quanto prevedeva una “banda di oscillazione” (ossia una sia pur limitata flessibilità del cambio rispetto a una parità centrale tra le monete che facevano parte del sistema). Il PCI votò contro, e fu questo uno degli elementi decisivi per la fine dei “governi di unità nazionale”. 

Luigi Spaventa è scomparso poco più di un anno fa, il 6 gennaio 2013. Con un certo stupore – avendo avuto la fortuna di conoscerlo e sapendolo poi fautore della moneta unica – ho letto il discorso parlamentare qui riportato. Si tratta di un discorso di straordinaria lungimiranza, per diversi motivi. Il primo è che in esso sono contenuti tutti i problemi che oggi, a distanza di 35 anni anni, angustiano l’Europa

  • gli egoismi nazionali, i costi di riaggiustamento iniquamente ripartiti tra paesi creditori e paesi debitori, 
  • una politica economica che ruota attorno al feticcio della stabilità della moneta, senza minimamente curarsi dei suoi costi sociali. 
Il secondo è che tutti i pericoli denunciati da Spaventa si sono materializzati

  • l’inefficacia della rigidità del cambio per promuovere adeguamenti della struttura economica 
  • e il persistere di un differenziale d’inflazione tra l’Italia e gli altri paesi, con conseguente perdita di competitività (alla quale, in assenza di svalutazioni competitive, si può rimediare soltanto attraverso la cosiddetta “svalutazione interna”, ossia la riduzione dei salari). 

Ma è soprattutto il rischio menzionato nella prima risposta a essersi materializzato. Per avere la fotografia esatta della situazione attuale è sufficiente rileggere quella risposta limitandosi a modificare il verbo iniziale: 

  • “Quest’area monetaria è oggi un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito
  • Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna”. 

Ma è precisamente l’ostinato rifiuto, da parte della Germania, di effettuare politiche economiche espansive, combinato con la rigidità del vincolo monetario, a sottoporre la stessa unione monetaria a tensioni che si stanno rivelando insostenibili e che quindi ne ipotecano il futuro. Sarebbe importante capirlo, a dispetto del “terrorismo ideologico europeistico” che avvelena, oggi più che allora, il dibattito su questi temi. 

Giulietto Chiesa e Claudio Messora su UE e MES: la politica non esiste più.

Fake news a chi?

Nicola Gratteri - è un processo che ha iniziato di una macchina innarrestabile per combattere la corruzione


 
 
Cal - Gratteri, in Calabria il Capo della DDA arresta pezzi importanti della politica, tremano i palazzi del potere
 
Roma, 2 feb (Prima Pagina News) 
 
Gratteri, e poi ancora Gratteri, per ripartire da Gratteri e finire a Gratteri. Sembra una “follia letteraria”, ma in Calabria non si parla d’altro e non si parla che di lui. Nel giro di qualche mese ha messo in ginocchio le cosche organizzate dell’intera regione, facendo tremare i palazzi che più contano e gli uomini che in tutti questi anni hanno guidato la vita politica della regione. “Andando di questo passo- si dice negli uffici della DDA di Catanzaro, di cui Nicola Gratteri è il Capo carismatico- bisognerà tornare alle urne per rinnovare l’intera classe politica della regione”. In realtà le inchieste aperte e sul tavolo del Procuratore Gratteri sono così tante e così diverse da immaginare da un momento all’altro una sorta di ciclone giudiziario senza precedenti. Ma solo un uomo come lui, libero da ogni vincolo e da ogni possibile condizionamento, non legato a nessuna lobby, e a nessuna corrente all’interno della magistratura, arrivato lì dove è arrivato solo per meriti assolutamente oggettivi e personali, mancato-ministro della giustizia perché- si racconta al Quirinale- il Presidente Napolitano non si sarebbe fidato di lui, ebbene: un uomo come lui può davvero riservare sorprese di ogni tipo. La garanzia che Gratteri offre alla società calabrese oggi è la sua trasparenza, ma anche la sua severità e soprattutto la sua oggettiva serenità di spirito, e questo lo rende ancora più forte di prima. L’ultima sua operazione è di poche ore fa. Ha arrestato l'ex assessore al Lavoro della Regione Calabria, Nazareno Salerno. Gratteri lo ha arrestato nell'ambito dell'inchiesta della Dda di Catanzaro sull'ingerenza della cosca mafiosa dei Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia) nella gestione diretta dei fondi della comunita' europea, e destinati al sostegno economico di nuclei familiari in difficolta'. L'inchiesta riguarda, in particolare, la gestione dei fondi del credito sociale ed ha portato complessivamente all'arresto di nove persone. Si tratta di esponenti politici, imprenditori e amministratori pubblici della Regione Calabria, nonché due soggetti contigui alla cosca Mancuso. Le indagini hanno documentato l'ingerenza mafiosa della potente cosca del vibonese nella gestione dei fondi della Comunita' europea, diretti al sostegno economico di nuclei familiari più poveri. I reati contestati, a vario titolo, agli indagati sono minaccia ed estorsione aggravata dal metodo mafioso, corruzione, peculato, turbativa d'asta ed abuso d'ufficio. Emesso anche un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore di circa 2 milioni di euro. In particolare, l'attività investigativa del Procuratore Gratteri “ha accertato l'esistenza di un comitato d'affari che distraeva i finanziamenti comunitari vincolati al progetto regionale 'Credito sociale' indirizzandoli su conti correnti di societa' private, anche all'estero”. Tra gli arrestati, oltre all'ex assessore regione ed attuale consigliere regionale di Forza Italia Nazzareno Salerno, figurano anche l'ex presidente della fondazione Calabria Etica Pasqualino Ruberto, consigliere comunale a Lamezia Terme, e dell'ex direttore generale del dipartimento lavoro della Regione Vincenzo Caserta. Uno degli arrestati, Vincenzo Spasari, ritenuto contiguo alla cosca Mancuso di Limbadi, inoltre, è il padre della ragazza che per il suo matrimonio atterrò con l'elicottero nella piazza centrale di Nicotera. “L’interscambio di dati e file di indagine, in un lavoro che nasce proprio dalla collaborazione tra diverse corpi di polizia giudiziaria e la Procura- commenta il procuratore capo della DDA di Catanzaro Nicola Gratteri- ha voluto sottolineare la qualità dell’operazione portata a termine oggi e che ha permesso di scoprire, grazie al lavoro interforze dei vari attori, il meccanismo celato dietro l’erogazione di fondi Ue”. Poi aggiunge: “Ho la fortuna di avere magistrati di primissimo piano insieme al meglio della polizia giudiziaria in Italia”, e spiega come questa operazione, fatta dai carabinieri del comando provinciale dei carabinieri, del Ros e della guardia di finanza provinciale di Vibo Valentia, ha avuto il coordinamento del procuratore aggiunto Bombardieri e i sostituti Camillo Falvo e Graziella Viscomi. “Abbiamo finalmente un nuovo modo di approcciarci al processo- dice ancora Gratteri- creando una sorta di scuola, innestando giovani magistrati nel nostro ufficio”. Non si escludono naturalmente ulteriori sviluppi futuri, ma conoscendo il “fiuto” e l’esperienza di Nicola Gratteri c’è da giurare che in Calabria ne vedremo ancora di belle, e anche molto prima di quanto non si immagini.Qualcuno nel corso della giornata ha lasciato davanti al portone di entrata della Procura della Repubblica di Catanzaro, dove ormai Nicola Gratteri trascorre almeno 14 ore al giorno, un grande cartello. Con un pennarello nero hanno scritto: “Grazie Procuratore, finalmente si avverte aria libera in questi uffici”. Ma anche questo è il segno del grande feeling che lega la storia, la vita e l’attività del Procuratore Gratteri alla gente comune. Che di lui si fida più di chiunque altro.

(Beatrice Nano) 2 feb 2017  22:55 
 

La Germania vuole commissariare Roma entro il 2017 - Marco Zanni da Brux...

Non c'è niente da fare dobbiamo strappare il potere agli euroimbecilli del corrotto Pd

La Germania vuole commissariare Roma entro il 2017 – Marco Zanni da Bruxelles.

byoblu
Pubblicato il 02 feb 2017

Dall’europarlamento di Bruxelles, Marco Zanni denuncia una grave minaccia di cui nessuno ha ancora parlato: il tentativo di commissariamento di Roma entro il 2017 da parte della Germania, nascosto in un emendamento all’articolo 507 del Regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche (CRR), che mira a delegare all’Autorità Bancaria Europea (EBA) la facoltà di cambiare l’approccio all’esposizione bancaria del debito sovrano. Una mossa che potrebbe arrivare entro la fine dell’anno e che avrebbe un impatto disastroso sulle banche italiane, che hanno in pancia più di 400 miliardi di euro di titoli di stato. Se va in porto, porterebbe come conseguenza la necessità di “farsi salvare” dameccanismi diabolici come il MESche è solo un altro modo di definire il commissariamento della nostra democrazia. È necessario diffondere il più possibile questa nuova minaccia, ancora una volta nascosta nelle pieghe di una incomprensibile burocrazia nata specificamente per mascherare ai cittadini le tecniche di controllo delle democrazie del sud Europa.

https://www.youtube.com/watch?v=Gd7KJByR83o

http://www.maurizioblondet.it/la-germania-vuole-commissariare-roma-entro-2017-marco-zanni-bruxelles/ 

Unicredit - ancora la Francia nel panorama italiano

Economia e Finanza
UNICREDIT/ L'aumento di capitale con una "domanda" per Société Générale

Sergio Luciano
venerdì 3 febbraio 2017

UNICREDIT Ma il 10 marzo, alla fine dell'operazione di aumento di capitale da 13 miliardi di euro varata da Unicredit, nell'azionariato della grande banca di Porta Nuova spunterà o meno un "anchor investor"? L'orribile ibrido borsistico-marinaro - un po' investitore, un po' àncora - assurto agli onori del lessico cronistico nel caso, menagramo, del Monte dei Paschi di Siena, non è ancora stato usato, nel caso di Unicredit, ma non essendo una parolaccia, merita qualche considerazione. Perché il tema di fondo - e rispetto al quale è giusto, nell'interesse dell'azienda-Italia, non solo fare il tifo, ma anche darsi da fare - è che l'operazione "non può non andar bene". Tecnicamente andrà sicuramente bene, cioè l'aumento di capitale riuscirà perché è stato garantito da un plotone di altre banche che compreranno le azioni che non dovessero essere acquistate dal mercato (previo commissioni per circa 350 milioni di euro, oggettivamente in linea con l'enormità del valore dell'aumento). Ma la domanda sull'identità di un "anchor investor", che non trovando risposta ha spinto il Montepaschi tra le braccia dello Stato, nel caso di Unicredit cambia: tra i garanti dell'aumento, spunterà qualcuno disposto ad assumere la guida della proprietà della banca?

Se la risposta fosse "no" si porrebbe - a operazione conclusa - un improbabile scenario da banca "public company", improbabile e transitorio, in un mercato che comunque procede a grandi passi verso aggregazioni e concentrazioni su scala crescente. E quindi quel "no" sarebbe comunque a termine. Ricordiamo le banche coinvolte nelle varie fasi dell'operazione: Morgan Stanley e Ubs saranno structuring advisor; Bofa Merrill Lynch, Jp Morgan e Mediobanca saranno joint global coordinator e joint bookrunner. Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs International e Hsbc co-global coordinator e joint bookrunner. Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo), Banco Santander, Barclays, Bbva, Bnp Paribas, Commerzbank, Crédit Agricole Natixis e Société Générale joint bookrunner. Rispetto all'impegno a garantire l'operazione, tecnicamente, potrebbero ancora tirarsi indietro (a certe condizioni), ma non lo faranno.

Al termine della manovra, però, Unicredit resterà quella pseudo public company che è stata, con dentro un paio di fondazioni bancarie italiane a fare da ago della bilancia e talvolta da mosche-cocchiere (come la Fondazione Crt attraverso Fabrizio Palenzona) o comanderà Société Gènérale? Di certo per ora si sa solo che la Fondazione Cariverona, oggi titolare del 2,23% del capitale di Unicredito, si diluirà all'1,8% per limitare a 211 milioni il suo esborso. Invece Fondazione Crt sottoscriverà tutta la sua quota (e quindi per il suo 2,3% spenderà 300 milioni). Per statuto, le Fondazioni devono in qualche modo giustificare simili esborsi, visto che le loro finalità devono essere filantropico-sociali e non speculative o di potere, ed entrambe hanno evidentemente potuto giustificare l'imminente spesa in vista di una possibile futura rivalutazione e un possibile rendimento di questo investimento monstre.

La sostanza è chiara: oggi in Borsa Unicredit vale circa 16 miliardi, poco più dell'ammontare della ricapitalizzazione. Significa che i soci devono mettere dentro la banca quasi tanti soldi quanti ne vale, se non vogliono diluirsi. E devono scommettere sulla prospettiva che l'azienda si rivaluti in modo da corrispondere a questo loro investimento. Jean-Pierre Mustier, l'amministratore delegato, ha il merito di non essere corresponsabile delle vicissitudini a valle delle quali la banca deve oggi chiedere tanti soldi al mercato dopo averne già presi 7,5, di miliardi, nel 2012, e dopo aver accusato anch'essa, come tante e più di molte, sofferenze gravissime nei suoi attivi. Ha messo la faccia sull'operazione e sul relativo piano industriale molto severo che l'accompagna, e legato il grosso della sua comunque enorme retribuzione al buon esito di esso. Insomma, ha la sua credibilità.

Ma la domanda resta: agli occhi di quale investitore puramente finanziario può risultare conveniente un'operazione così impegnativa, se non resa attraente anche da una logica di natura strategica? Per quale ragione i due attuali, principali singoli azionisti di Unicredit - Capital Research Management Company (6,725%) e Mubadala Investment Company (5,042% attraverso Aabar) - dovrebbero sborsare centinaia di milioni di euro per continuare a poter sperare soltanto in dividendi comunque bassi o bassissimi (ben altro rendono le aziende energetiche o di rete) in un'ottica di puro investimento finanziario? Altro invece è investire per ottenere, accanto ai magri rendimenti, anche potere, prebende, incarichi, appalti e quant'altro. Per poter "comprare clienti".

E dunque, fuori di metafora: sottoscrivere un aumento di capitale che incorpora uno sconto del 38% sui valori precedenti del titolo è un modo per comprare a buon mercato l'azienda. Lo farà qualcuno delle banche garanti? In particolare, lo farà Société Générale, di cui si parla da mesi? Sarebbe logico che lo facesse, nel solco di una palese ed economicissima "francesizzazione" di quel che resta dello smantellato sistema bancario e finanziario italiano. SG non ha mai confermato. Ma potrebbe essere lei "l'anchor" misterioso.

Renzi è un morto che cammina che continua a fare fughe in avanti per andare nel burone portandoci tutti i suoi amici di merenda, il corrotto Pd

Renzi rinunci a voto: accogliere appello Calenda su conti pubblici, dice Mucchetti (PD)

Massimo Mucchetti del PD riflette sulle elezioni anticipate.

"L'appello del ministro dello Sviluppo Economico a utilizzare l'anno residuo della legislatura per mettere in sicurezza il Paese va accolto senza se e senza ma. Calenda è in linea con il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. - riporta in una nota il senatore del Partito Democratico Massimo Mucchetti - E' stato equilibrato nel linguaggio e saggio nel contenuto. Rappresenta una risorsa del Paese. Mi auguro, come lui, che Matteo Renzi riveda la sua fissazione per il voto ad aprile o a giugno."

Il presidente della Commissione Industria a Palazzo Madama rende noto dunque: "Ma sono meno disposto di lui a riconoscere grandi meriti ai cosiddetti 'mille giorni' e, soprattutto, sono meno ottimista di lui sul possibile ripensamento dell'ex premier. Temo che l'obiettivo di Renzi sia ormai quello di votare al più presto per salvare una sua posizione di potere, anche all'opposizione, declassando il Pd a bottega fiorentina sulla base della considerazione che tra dodici mesi, lui, Renzi, politico in declino senza un mestiere che non sia la politica, sarà più debole di oggi."

Puntualizza in ultimo: "Signor Renzi, non ha senso inseguire il populismo. Se questo fai, vince l'originale, non la copia furbesca."

Non si può non odiarli

venerdì 3 febbraio 2017

4- "NEW GLOBAL ORDER" ALL'ITALIANA: DALL'ASSISTENZIALISMO ALLA MERITOCRAZIA (FAT€ PR€STO!)


http://catholicendtimetruths.com/wp-content/uploads/2016/02/203200_.jpg



http://2.bp.blogspot.com/-FUXngLOFNmg/UxTFbRucedI/AAAAAAAABIU/iOMYgj7EbuM/s1600/Dr+L+Dunn.jpg
Questa quarta e conclusiva parte del "saggio" di Francesco Maimone ci ragguaglia sugli "avanzamenti" del paradigma neo-ordoliberista, naturalmente imperniati sul baricentro del "mercato del lavoro", che si realizzano, con un'accelerazione senza precedenti, dopo la lettera della "BCE" del 2011. 
Il "fate presto!" aveva un preciso segno e non poteva che essere verso la irreversibile cancellazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione.  Ho aggiunto taluni links a precedenti post e precisato alcuni passaggi.
Intanto, oggi, ci troviamo nel punto che gli effetti sociali ed economici fallimentari di quelle scelte - che pure erano prevedibili e previsti- sono concretamente irrisolvibili
Hanno realizzato la gran parte del "mondo ideale" che volevano: e ora non riescono a capacitarsi delle erroneità delle stime e dell'acutizzazione obbligata delle conseguenze di questi errori. Nessuno può fare autocritica, dato il costo morale e politico di essa, ma nessuno può più, ormai materialmente, assumersi la responsabilità di continuare su queste linee di politica economico-sociale €urotrainata. 
1. Il Libro Bianco sul futuro del modello sociale - La vita buona nella società attiva e il Piano Italia 2020. Definitivo ritorno al passato.
L’ordito concettuale di quello che può a ragione essere considerato un’illecita apostasìa della Costituzione e, correlativamente, un nuovo paradigma socio-culturale, è contenuto infine in un ennesimo Paper ufficiale dal titolo altrettanto raccapricciante e che rappresenta il proseguimento del Libro Bianco del 2001 (p.3) nonché del LibroVerde del 2008 (p.4), di cui riprende nello specifico i principali postulati. Trattasi del Libro Bianco sul futuro del modello sociale - La vita buona nella società attiva il quale costituisce la tappa più evoluta di un crescendo wagneriano cui fa da sfondo la glorificazione del mercato e l’indotto oblìo dei diritti costituzionali.
Tale papello dalla veste candida è ancora una volta “dedicato ai giovani e alle loro famiglie”, una dedica che “vuole essere sostanziale, non formale, perché un rinnovato modello sociale orientato a promuovere l’autosufficienza di ciascuna persona … è essenziale per ricostruire la fiducia nel futuro”; esso, e nemmeno in modo velato, “si limita intenzionalmente alla declinazione dei valori e della visione del nuovo modello sociale[1].
Limitando l’analisi al campo lavoristico, il programma stocastico del White Paper continua ad insistere sull’usuale impianto teorico di origine €uropeista con la sua semantica-chiave, in generale additando il sistema del Welfare come “vecchio” ed affetto da “disfunzioni e sprechi”:  
- occupabilità (“… Da una concezione statica di tutela del singolo posto di lavoro si deve definitivamente passare alla promozione della occupabilità della persona …”);  
- imprenditorialità (“… Aumenta l’autonomia del lavoratore nella realizzazione delle proprie mansioni e progressivamente si stemperano i rigidi vincoli di subordinazione …”), condita da percorsi di apprendimento permanente; 
- adattabilità (“… La permanenza nel mercato del lavoro rappresenta la strategia centrale per combattere il disagio sociale ed economico. L’utilizzo di adeguate flessibilità … è particolarmente indicato per garantire ancora un ruolo attivo nella Società …”);  
- pari opportunità per le donne ed i soggetti svantaggiati (“…un Welfare delle pari opportunità… Nel caso della occupazione femminile, le questioni da affrontare vanno ben oltre l’ambito di incidenza delle politiche fiscali…Particolare rilievo può assumere l’evoluzione della contrattazione collettiva e della prassi aziendale con riferimento alla flessibile modulazione dell’orario di lavoro”) [2].
1.1. Nel totale capovolgimento dei valori della Costituzione, la quale è fatta oggetto di una rudimentale interpretazione, è quindi enunciato in modo lapidario e simulato quanto segue:
… Occorre pertanto ripartire dalle fondamenta e cioè DALLA EDUCAZIONE, DALLA FORMAZIONE E DAL LAVORO CHE SONO I VALORI DI RIFERIMENTO CONTENUTI NELLA NOSTRA CARTA COSTITUZIONALE. … Il Welfare State tradizionale si è sviluppato sulla contrapposizione tra pubblico e privato, ove ciò che era pubblico veniva assiomaticamente associato a “morale”, perché si dava per scontato che fosse finalizzato al bene comune, e il privato a “immorale” proprio per escluderne la valenza a fini sociali. È STATO UN GRAVE ERRORE …[3].
Tracciata la via, anche il Piano Italia 2020 - alla cui stesura si sono dedicati nel 2009 gli allora Ministri del Lavoro e dell’Istruzione Maurizio Sacconi e Mariastella Gelmini – non poteva che ribadire pedissequamente le medesime idee, definendo le linee di azione comuni ai due ministeri al fine di realizzare la piena occupabilità dei giovani [4].
1.2. Elemento di novità, tuttavia, è l’esordio del Piano con una citazione dell’allora Pontefice Benedetto XVI ed estrapolata dall’Enciclica Caritas in Veritate
Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”. 
Tale citazione – che realizza una sorta di “quadratura del cerchio” nelle intenzioni dei citati estensori - non deve destare stupore, dal momento che nell’ottica di detta visione politica e culturale la persona si realizza grazie al mercato, sempre che le istituzioni intervengano affinché quest’ultimo possa operare come mero meccanismo regolatore e moralizzatore [5].
La socializzazione morale, sostenuta dall’instrumentum regni religioso [6], costituisce un aspetto tutt’altro che ininfluente, poiché comporta l’interiorizzazione da parte dei soggetti interessati di un particolare punto di vista ideologico proprinato come spontaneo e naturale, essendo le logiche del mercato il vero riferimento etico cui deve riferirsi l’imprinting culturale dei cittadini. Affidandosi ad esse i soggetti vengono orientati in modo da operare al servizio delle domande emergenti dalla società così come ideata dall’ingegneria neoliberista.
Seguaci del neoliberismo nostrano, al riguardo, spiegano con assoluta chiarezza in che modo la dottrina sociale della Chiesa stabilisce un granitico punto di tangenza con l’individualismo metodologico liberale “almeno nella sua versione austriaca(quella di Hayek), del tutto in coerenza con le già menzionate riflessioni di Einaudi [7].
2. Un altro tocco di make-up nell’attuazione delle direttive neo-ordoliberiste
In tempi recenti, la terminologia dell’Europa dei burocrati si è arricchita, in campo lavoristico, di ulteriori termini ed espressioni. Uno di questi è rappresentato dal neologismo ossimorico Flexicurity (in italiano, flessicurezza) risultato di una crasi impropria tra i termini flessibilità e sicurezza: ideologicamente ed economicamente il concetto risulta connesso all'obiettivo della deflazione salariale, alla "competitività" sui mercati esteri,  viste come uniche priorità conseguenzali alla "globalizzazione" (in chiave "metereologica"), p.3, cioè proposta come "fatto naturale" esterno all'UE (!), da cui difendersi. 
In tale quadro si innesta il corollario (in proiezione, degnerativa del tessuto sociale, assunto come indispensabile) del reddito di cittadinanza, ipotizzato, non a caso, da Hayek e Friedman, nella grande categoria del "reddito universale"...senza lavoro
Il modello della Flexicurity, nell’intendimento degli ideatori europei, avrebbe come scopo la creazione di sistemi moderni di protezione sociale atti a garantire un adeguato sostegno del reddito durante i periodi di disoccupazione (nel periodo, cioè, di transizione da un periodo di lavoro ed un altro) coniugando in tal modo le esigenze di competitività e flessibilità con la protezione sociale.
2.1. E’ stato tuttavia efficacemente evidenziato, più in generale, che termini come quello esaminato sono solo il frutto di una tecnica lessicologica ideata dall’ordine sopranazionale dei mercati, finalizzata non solo alla creazione di un metalinguaggio - funzionale alla privazione dei termini per definire la realtà - ma che si esprime anche in modo ingegnoso coniando enunciazioni complementari a realizzazione congiunta impossibile (p.1)
E ciò, a sua volta, allo scopo di originare una crisi che solo una decisione tecnica (al riparo, quindi, da ogni controllo democratico) sia in grado di risolvere. Ci si trova innazi, in sostanza, ad un’operazione cosmetica legittimante un potere tecnocratico che agisce sulla base di una scelta politica occulta, già assunta. e inevitabilmente contraria agli interessi di chi la subisce. Una sofisticazione del bis-pensiero orwelliano, oltre che una versione della democrazia idraulica di Hayek [8].
2.2. In via di prima approssimazione, in effetti, si può appurare (come vedremo) che sotto la spinta delle riforme strutturali richieste dall’Europa, mentre le norme approvate con il pacchetto Treu e la legge Biagi hanno massicciamente deregolamentato la normativa sul mercato del lavoro e sui servizi per l'impiego in funzione della c.d. flessibilità in entrata (adattando al massimo la forza lavoro gli assetti produttivi delle imprese nel momento dell’assunzione), la legge Fornero e il Job Act hanno inciso, oltre che sulla flessibilità in entrata, anche e soprattutto sulla c.d. flessibilità in uscita (rendendo più semplice licenziare i dipendenti ed attenuando le conseguenze dell’esodo a carico dei datori di lavoro), con l’annessa “razionalizzazione” del sistema degli ammortizzatori sociali.
Senza indugiare sull’origine storica del termine Flexicurity [9], bisogna ricordare che lo stesso è tornato drammaticamente d’attualità in quanto connesso con le imposizioni dettate dalla Banca Centrale Europea al Governo italiano attraverso la famigerata lettera del 6 agosto 2011 [10]. Nel testo della missiva, ed al fine di sostenere la competitività delle imprese, ricordiamo che veniva tra l’altro indicata all’Italia 
“… b) l'esigenza di riformare … il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione …[11] e, in pari tempo, veniva richiesta “… c) una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi …”.
3. La Legge Fornero
Orbene, alla “revisione delle norme che regolano l’assunzione ed il licenziamento dei dipendenti”, il legislatore italiano si è come sempre supinamente adeguato proprio mediante l’approvazione del DDL n. 3249 recante “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, poi definitivamente approvato con la L. n. 92/2012
E’ uno dei relatori della riforma a confermare che la genesi della stessa “… non puo` non essere ritrovata nella lettera scritta il 5 agosto dell’anno scorso dal Governatore uscente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet, insieme al Governatore entrante, Mario Draghi …” nonché nell’impegno del Governo italiano di contrastare le forme improprie di lavoro dei giovani e di adottare nuove regole di licenziamento per motivi economici, un’endiadi definita “… suggestiva dal punto di vista intellettuale: la connessione tra legalita` e flessibilità. La legalita` e` il presupposto della flessibilità [12].
3.1. Al senatore Treu (lo stesso del “pacchetto”), co-relatore del provvedimento, è spettato poi il compito di illustrarne gli ulteriori profili, tenendo a precisare - in un’ottica tipicamente neo-ordoliberista - che:
“… Il messaggio forte … e` una razionalizzazione delle regole del mercato del lavoro, NON DEL MERCATO DEL LAVORO …” [13] e che il Parlamento ha lavorato “… sulle regole nell’ottica europea della flessicurezza o flexicurity … perche´ siamo in Europa e anche perche´ crediamo che questo tipo di equilibrio tra flessibilità` e sicurezza sia quello che serve nel mercato del lavoro, in un’economia turbolenta molto difficile che mette in crisi le sicurezze vecchie, ma che ha bisogno di sicurezze nuove e che richiede flessibilita` inevitabilmente”. 
Nel solco dell’ideologia dei “quattro pilastri” di derivazione eurordoliberista, il senatore Treu ha quindi richiamato: a) l’importanza della formazione, sottolineando la centralità dell’istituto dell’apprendistato disciplinato dalla futura legge; b) il riassetto nella disciplina degli ammortizzatori sociali.
In tale materia, tuttavia, dove la flessicurezza avrebbe dovuto essere attuata universalizzando le misure di sostegno al reddito, la riforma è venuta meno, escludendo dal beneficio proprio i lavoratori assunti con contratti flessibili. Il motivo è da ricercare nella ormai atavica mancanza di soldi “… che sono pochi. E infatti ne sono rimasti pochi per gli ammortizzatori sociali…[14]. Chissà perché.
3.2. A ciò si aggiunga l’introduzione di un regime di “condizionalità” per i fruitori degli ammortizzatori sociali - ovvero, la subordinazione dell'erogabilità delle prestazioni sociali a tutela del reddito (in caso di disoccupazione o sospensione dal lavoro) alla concreta disponibilità del lavoratore a seguire corsi di formazione o ad accettare determinate offerte di lavoro, anche se al ribasso e degradanti [15].
I risultati della riforma sono quantomai evidenti: più flessibilità (sia in entrata che in uscita) ed ancor meno sicurezza per i lavoratori, in linea con il paradigma marginalista del lavoro-merce. D’altronde, come sempre, in tale visione “… Le riforme del lavoro possono essere utili … come un tassello di un pacchetto molto ampio di misure tendenti a rendere il sistema più competitivo e a migliorare le condizioni DELL’OFFERTA AGGREGATA di beni e servizi …[16].
3.3. Considerato il contesto descritto, è del tutto normale che l’allora ministro Fornero si sentisse legittimata – nonostante successive rettifiche - ad esternare pubblicamente il messaggio ideologico del nuovo paradigma socio-culturale: “… L'ATTITUDINE DELLA GENTE DEVE CAMBIARE. IL LAVORO NON É UN DIRITTO, BISOGNA GUADAGNARSELO, ANCHE ATTRAVERSO IL SACRIFICIO[17].
4. … Nonché il Jobs Act
Si conclude l’analisi della normativa giuslavoristica con l’esame sintetico del Job Act, assurto ad autentico cavallo di battaglia dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. 
Bisogna subito avvertire che sarebbe superfluo in questa sede tentare di dimostrare come anche la L. n. 183/2014 (con i suoi innumerevoli decreti legislativi) affondi le radici in una ideologia europeista di matrice neo-ordoliberale, dal momento che tale ascendenza è stata rivendicata espressamente dall’ex Premier come caratteristica inconfondibile della propria politica  

“… Dimostreremo che NON È VERO CHE L’ITALIA E L’EUROPA SONO STATE DISTRUTTE DAL LIBERISMO MA CHE AL CONTRARIO IL LIBERISMO È UN CONCETTO DI SINISTRA, e che le idee degli Zingales, degli Ichino e dei Blair non possono essere dei tratti marginali dell’identità del nostro partito, ma ne devono essere il cuore[18]
In claris non fit interpretatio.
4.1. Il disegno di legge delega 1464 (futuro Job Act), approvato per la conversione del D.L. “Poletti” n. 34/2014 che ha anticipato gli effetti della riforma, aderisce alla tendenza legislativa degli ultimi due decenni e la completa, immettendo cioè nel sistema maggiore flessibilità
Per ragioni di economia espositiva, si segnala tra l’altro: 
a) la sostanziale liberalizzazione del contratto a termine (=flessibilità in entrata) cui è estesa la acausalità entro il primo triennio, divenendo, di fatto, la forma normale di impiego; b) l’ulteriore depotenziamento dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (=flessibilità in uscita) mediante l’introduzione del contratto indeterminato a c.d. tutele crescenti (fortemente incentivato sul piano fiscale), espressione che dissimula un sistema di “tutele” applicabili in caso di licenziamento illegittimo e che, quindi, si caratterizza per una drastica riduzione del rimedio della reintegrazione, optando a favore della tutela indennitaria. La disciplina introdotta per i licenziamenti individuali è stata estesa, con i decreti attuativi, anche a quelli collettivi; 
c) la riconferma della condizionalità per usufruire del trattamento di disoccupazione.
4.2. Nonostante il relatore del DDL si sia affrettato a parlare di “Lavoro ritrovato[19], la dottrina più accorta, però, ha più realisticamente parlato in modo caustico di un nuovo “… codice genetico del diritto del lavoro post-costituzionale” e di “… normalizzazione neo-liberale” dell’Italia dentro il quadro europeo; più che svolta, forse si tratta di accelerazione[20], alla quale sono seguiti gli impietosi (e prevedibili) risultati, anche sul piano giurisprudenziale, analizzati da Sofia [21].
5. Et les jeux sont faits
La metamorfosi giuridico-istituzionale operata da un ristretto potere economico con caratteristiche totalitarie si è, ovviamente, realizzata (come preventivato) di pari passo con quella umana.
Da quanto si è argomentato, non è infatti oltremodo difficile (si spera) comprendere come, smascherando il “monopolio sociale” sotteso alla terminologia sopra analizzata - appannaggio della classe oligarchica economicamente dominante – emerga la figura di un lavoratore (e prima ancora di una persona) completamente trasfigurato il quale, dimentico dei propri diritti fondamentali (in primis, CHE IL LAVORO IN ITALIA È ANCORA UN DIRITTO) e posseduto da un raptus autorazzistico:
a) in nome dell’occupabilità è indotto a ritenere, compiacendosene, di essere solo nell’oceano liberoscambista dei mercati sovranazionali e globalizzati;
b) utilizza tale solitudine per galvanizzarsi moralmente e spiritualmente, convincendosi che bisogna competere, darsi da fare e che ognuno è in fondo atomisticamente artefice del proprio destino (imprenditore di sé stesso) da realizzare senza l’aiuto di nessuno, tanto meno dello Stato la cui azione politica, anzi, è vista come controproducente;
c) è indotto soprattutto a somatizzare che è necessario sapersi adattare alla permanente “durezza del vivere” (cioè accettare supinamente ogni degradante forma di impiego flessibile o ad intermittenza, sotto retribuito o meglio non retribuito affatto), sempre in biblica attesa di un escatologico impiego soddisfacente;
d) è spinto verso una utopistica formazione continua, solo strumento ritenuto idoneo a consentirgli di essere pronto a cogliere le opportunità eufemisticamente definite “pari” e che verrebbero generate in modo spontaneo dal e nel mercato (ovvero, si prepara a competere in un’autentica guerra tra disperati, ad esclusivo vantaggio del capitale imperialista e globalizzato);
e) è portato a vantarsi della sua efficienza e flessibilità, vergognandosi nel caso in cui non riesca ad adattarsi ai ritmi ed alle esigenze impostigli dal mercato medesimo. Non di rado con qualche escursione in farmacia.
5.1. In tal modo il pesante fardello linguistico-normativo della retorica neo-ordoliberista è riuscito a far accettare una diffusa precarizzazione materiale, ma soprattutto ha generato una precarizzazione esistenziale con effetti desoggettivanti [22]
Si può riassumere tale lavaggio collettivo del cervello in uno dei tanti slogan tecno-pop come il seguente: “dall’assistenzialismo alla meritocrazia”: uno slogan che si muove completamente all'interno della concettuologia liberista dell'individualismo metodologico e che dissolve ogni traccia della tutela costituzionale nel linguaggio, e quindi, nella memoria collettiva...Tranne, per pochi fortunati, inclini a resistere, l'utilizzazione del decodificatore del "test di Orwell [23].
La cultura democratico-costituzionale italiana e la persona-essere sociale, con la sua dignità, ne escono definitivamente trasmutati, in nome di un menzognero novus ordo saeculorum di marca europ€ista e ad esclusivo tornaconto di un redivivo global-feudalesimo.
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NOTE
[1] La vita buona nella società attiva - Libro Bianco sul futuro del modello sociale, maggio 2009, 5-7, reperibile all’indirizzo http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_955_allegato.pdf
[21] La vita buona nella società attiva - Libro Bianco sul futuro del modello sociale, cit., passim, 34, 13, 50, 43
[2] La vita buona nella società attiva - Libro Bianco sul futuro del modello sociale, cit., 23
[3] ITALIA 2020. Piano di azione per l'occupabilità dei giovani attraverso l'integrazione tra apprendimento e lavoro, 23 settembre 2009. Ministero del Lavoro. Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, reperibile all’indirizzo http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/d29df901-8aa3-4f31-a3ce-214169d1b453/Italia_2020.pdf
[4] Si veda F. FELICE, Persona, economia e mercato. L'economia sociale di mercato nella prospettiva del pensiero sociale cattolico, LUP, Città del Vaticano, 2010; si veda anche M. RHONHEIMER, Il vero significato della giustizia sociale, un’interpretazione cattolica di Hayek, reperibile all’indirizzo http://www.brunoleonimedia.it/public/OP/IBL-OP_101-Rhonheimer.pdf
[5] L’espressione è di L. BASSO, Ciclo Totalitario II, in Quarto Stato, 30 giugno 1949, n. 12, 3-8
[6] Così F. FELICE, Le basi etiche dell’economia di mercato - Riflessioni sul personalismo economico in Luigi Sturzo, 6, reperibile all’indirizzo http://www.ubirataniorio.org/antigo/basi.pdf
[7] Tale è sostanzialmente l’analisi del fenomeno enunciata da L. BARRA CARACCIOLO durante il convegno Crisi dell'Europa e difesa della Costituzione: per una nuova sovranità democratica, Salerno, 22 aprile 2016, reperibile all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Pg0qHtUPI2I, minuto 114 ss.
[8] Per la quale si rimanda al contributo di L. ZOPPOLI, La flexicurity dell’Unione europea: appunti per la riforma del mercato del lavoro in Italia, reperibile all’indirizzo http://www.pietroichino.it/wp-content/uploads/2012/03/zoppoli.pdf
[9] Il testo integrale della lettera è consultabile all’indirizzo http://www.wallstreetitalia.com/lettera-della-bce-all-italia-testo-integrale/
[10] Tale “esigenza” è stata subito soddisfatta in via d’urgenza mediante l’adozione del D.L. n. 138/2011, convertito nella L. n. 148/2011, con il quale il legislatore ha inciso su istituti fondamentali del diritto sindacale che non erano stati interessati dalle riforme del 1997 e del 2003, riconoscendo, con l’art. 8, efficacia generalizzata alla c.d. contrattazione collettiva di prossimità (aziendale e territoriale) e alla sua capacità derogatoria rispetto al contratto collettivo nazionale di categoria. Si veda, sull’argomento, A. PERULLI, La contrattazione collettiva “di prossimità”: teoria, comparazione e prassi, cit.
[11] Così il senatore Castro al Senato nella seduta del 23 maggio 2012, 29, reperibile all’indirizzo http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00662320.pdf
[12] Nell’ideologia ordoliberista della “economia sociale di mercato”, infatti, lo Stato ha il solo compito di definire e applicare le “regole del gioco” per realizzare le condizioni che favoriscono lo sviluppo di un libero mercato e agire da arbitro “neutrale”, ma non deve spingersi oltre interferendo con il processo economico; si veda F. BÖHM, Privatrechtsgesellschaft und Marktwirtschaft, Ordo, 17, 1966, 75-76, 80-81, 85, 99-100 come citato in nota da R. SALLY, L’ordoliberalismo e il mercato sociale-Il liberalismo che salvò la Germania, 12, reperibile all’indirizzo http://www.brunoleonimedia.it/public/OP/IBL-OP_89-Sally.pdf; per lo stesso concetto nella dottrina sociale della Chiesa, si veda M. RHONHEIMER, Il vero significato della giustizia sociale, un’interpretazione cattolica di Hayek, cit., 10-11]
[13] Così il senatore Treu al Senato nella seduta del 23 maggio 2012, cit., passim, 34-36
[14] Così T. TREU, Flessibilità e tutele nella riforma del lavoro, cit., 27. Si veda, sul punto, il post http://orizzonte48.blogspot.it/2017/01/poverta-assoluta-e-povertadi-rischio.html
[15] Così T. TREU, Flessibilità e tutele nella riforma del lavoro, cit., 10
[16] http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/27/la-vera-fornero-il-lavoro-non-e-un-diritto/276627/; si rinvia all’intervento in Senato dell’allora ministro Elsa Fornero nella seduta del 30 maggio 2012 reperibile all’indirizzo http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00663256.pdf, 9-10 e 40-45, in cui vengono riassunti gli obiettivi della riforma esposti alla luce dell’ideologia dei “quattro pilastri” di derivazione europea
[17] Così Matteo Renzi in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Foglio l’8 giugno 2012, reperibile all’indirizzo http://www.ilfoglio.it/articoli/2012/06/08/la-sfida-di-renzi-a-bersani___1-v-103155-rubriche_c413.htm
[18] Così P. ICHINO, Il lavoro ritrovato, Milano, 2015, 121
[19] Così V. BAVARO, La politica del governo Renzi: rivoluzione o continuità ?, reperibile all’indirizzo http://www.ildiariodellavoro.it/adon.pl?act=doc&doc=52037#.V5hrRo9OLIU
[21] Così P. BARCELLONA, Parolepotere, cit., 49
[22] https://www.linkedin.com/pulse/da-lassistenzialismo-alla-meritocrazia-nicol%C3%B2-boggian


http://orizzonte48.blogspot.it/2017/02/4-new-global-order-allitaliana.html