Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 febbraio 2017

La Grecia non ha la possibilità, restando nell'Euro, una moneta straniera, di riprendersi, di pagare debiti

Economia e Finanza
SPY FINANZA/ Così la Grecia è pronta a far saltare l'Europa

Mauro Bottarelli
giovedì 9 febbraio 2017

Cosa vi avevo detto la scorsa settimana? Oplà, il rischio che la Grecia esca dall’euro è di nuovo tra noi, oltretutto in un momento in cui lo spread tra titoli di Stato francesi e tedeschi è ai massimi e si comincia a parlare di Europa a due velocità (alla faccia della buona fede dei tedeschi). Questa volta, però, è palese come il destino di Atene sia usato in maniera strumentale dal Fmi su mandato tedesco. Ma partiamo dall’attualità. Ieri è giunto un nuovo monito del Fondo monetario internazionale alla Grecia: rischia ancora una volta di uscire dall’euro, con le trattative tra il Paese ellenico e i creditori internazionali in fase di stallo. Il Fmi non intende partecipare al piano di salvataggio, infatti, se prima le varie controparti non si accorderanno su revisioni economiche molto più profonde e su una sostanziale riduzione del debito che resta «altamente insostenibile». Le prospettive di crescita, inoltre, non possono migliorare senza un taglio delle passività di Atene e senza riforme sulle pensioni e sul sistema fiscale.

Per il Fmi, se l’economia ellenica non tornerà sulla retta via e se il debito non verrà ridotto, il Paese potrebbe rischiare nuovamente una crisi di liquidità che, in assenza di un ulteriore supporto da parte dei creditori, «potrebbe riaccendere i timori sulla Grexit». Affinché il programma di salvataggio funzioni e abbia successo, stando al Fondo, occorre basare gli impegni sulla sostenibilità del debito su target di medio termine di surplus di bilancio realistici. Ad esempio, la Grecia e i creditori puntano a un avanzo di bilancio del 3,5% per il 2018, ma per il Fmi il target adeguato è dell’1,5%. Il Fondo ha messo anche in dubbio la capacità delle riforme proposte finora di raggiungere gli obiettivi prefissati senza un taglio del debito e senza soprattutto arrecare un danno all’economia ellenica. Ma davvero si teme per la sostenibilità di medio termine della Grecia? Davvero si ha a cuore il destino di Atene?

No, i timori sono sempre i soliti e sono legati alla capacità della Grecia di liquidare i bond in scadenza nel mese di luglio, dal momento che il rendimento ha superato il 16%, quando solo due settimane fa era al 10%. Affinché la Grecia sia in grado di ripagare i possessori dei titoli che andranno in scadenza entro luglio 2017 al 3,375%, il Paese avrà bisogno di completare la revisione del piano di salvataggio per ricevere la prossima tranche di aiuti da parte dell’Ue. E per capire cosa ci attende non occorre aspettare molto, visto che l’incontro dell’EuroWorking che si terrà oggi sarà una delle date critiche per la Grecia.

E veniamo ora al punto principale, quello che di fatto sbugiarda gli allarmismi a orologeria: per la prima volta, infatti, in seno al Fmi stanno emergendo tensioni sul tema, con alcuni membri che suonano la marcia funebre per Atene, a dispetto dell’analisi generale. E, soprattutto, pubblicamente. Due giorni fa, infatti, è stata pubblicata l’analisi annuale del Fmi sull’economia ellenica, la quale ha rivelato un’insolita spaccatura tra i membri del consiglio, dimostrando che sono in disaccordo sulle misure di austerità imposte ad Atene e sull’enorme peso del debito del Paese. Il rapporto ci dice che «la maggior parte» dei 24 direttori esecutivi del Fondo hanno concordato che la Grecia è sulla buona strada per raggiungere un surplus fiscale dell’1,5% del Prodotto interno lordo, tanto che il documento riporta come Atene «non richieda un ulteriore consolidamento fiscale in questo momento, tenendo conto della modifica impressionante avvenuta fino a oggi».

Che succede allora, perché questa continua messe di allarmi che sta facendo gonfiare i rendimenti obbligazionari? Alcuni rappresentanti del consiglio sostengono che la Grecia ha ancora bisogno di portare il surplus fino al 3,5%, come concordato nel corso dell’ultimo salvataggio nel 2015, ma, stranamente, questa volta si è derogato alla regola aurea in base alla quale il Fmi di solito mantiene le sue deliberazioni riservate, quindi eventuali differenze interne vengono raramente esposte al pubblico, proprio per evitare reazioni d’istinto del mercato. Questa volta, invece, la spaccatura non è stata soltanto resa nota, ma messa nero su bianco. Guarda caso, il rendimento a 10 anni del debito pubblico greco è salito di 26 punti base martedì dopo la pubblicazione del documento del Fmi, raggiungendo quota 7,925%. Se sempre guarda caso, gli analisti considerano gli oneri finanziari superiori al 7% insostenibili nel lungo periodo.

Di fatto, la discordia interna riflette la situazione di stallo in corso tra il Fmi e le autorità europee sul futuro del pacchetto di salvataggio della Grecia: il Fondo sostiene infatti che i partner europei stiano imponendo misure di austerità troppo dure su Atene e che i creditori europei dovrebbero offrire un piano più a lungo termine alla Grecia per aiutare il Paese a trasformare l’economia. E chi ha immediatamente fatto sentire la sua voce al riguardo? Un portavoce del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha dichiarato che una decisione del Fmi di porre fine alla sua partecipazione al piano di salvataggio della Grecia significherebbe la fine per l’intero programma. Ovvero, il default di Atene e la sua formale uscita dall’eurozona: avete idea dell’impatto che avrebbe uno scenario simile alle vigilia del Brexit e di tre tornate elettorali di fondamentale importanza nell’Ue?

E il problema è proprio questo: né la Germania, né l’Olanda accetteranno mai di fornire qualsiasi misura di sollievo alla Grecia che non comporti il sangue, perché potrebbe diventare argomento di polemica elettorale. Tanto più che Schaeuble vuole da sempre la Grecia fuori dall’eurozona, ma, da codardo qual è, non vuole prendere la responsabilità per questo atto, quindi avvelena i pozzi nell’attesa che siano o il Fmi o la stessa Atene ha rompere il patto e arrivare allo showdown. Ma attenzione alla variabile statunitense, perché se c’è qualcuno che storicamente ritiene che l’unica via di salvezza per Atene sia uscire dall’euro questi è Donald Trump, il quale potrebbe agire sul Fmi, tagliando di fatto i fondi in caso di non cooperazione tra le parti.

Ora, guardate il grafico a fondo pagina e ditemi se è possibile chiedere ulteriori sforzi e tagli ad Atene. È chiaro, palese che la Grecia, paradossalmente, si trova nella classica situazione win-win facendo proseguire lo stallo il più possibile. Per quattro ragioni. Primo, se il Fmi non insiste sull’alleggerimento del carico debitorio, Atene può far ricadere la colpa sul Fondo e sulla Germania. Se invece il Fmi insiste sul sollievo del debito e la Germania esce allo scoperto, mettendosi di traverso, la colpa ricadrà su Berlino. Terzo, se Fmi e Germania non offrono sollievo sufficiente, si possono incolpare entrambi. Quarto, se Fmi e Germania offrono abbastanza sollievo, Atene ha vinto. Almeno per ora. È normale, quindi, che la Grecia voglia che siano Fmi e Germania a fare la prima mossa, ma temo che Schaeuble punti a mandare l’accordo in fumo in maniera più clamorosa e disordinata, imputando al mercato stanco dei trucchi di Atene la responsabilità.

Sembra un paradosso, ma dopo tre salvataggi (dei creditori), siamo al punto di partenza. Anzi, peggio. Attenzione a guardare troppo al Brexit, di fatto un qualcosa che non tange l’euro e l’eurozona: potrebbe essere la vendetta tardiva di Atene a porre il proverbiale chiodo sulla bara dell’Ue. Prima ancora delle elezioni francesi. Già oggi potremmo avere qualche risposta, ma state certi che prima di maggio, qualcuno avrà per forza dovuto fare la prima mossa. E allora vedremo se si giocherà con gli specchi.



http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/2/9/SPY-FINANZA-Cosi-la-Grecia-e-pronta-a-far-saltare-l-Europa/747259/

Glauco Benigni: Vero? Falso? Chissa!

Fervono i preparativi per l'incontro al vertice vertice Trump-Putin. Ma ...

Bergoglio un gioco non chiaro, pesta acqua

Perché Bergoglio non combatte la corruzione invece di limitarsi a denunciarla?
 
A che gioco gioca Papa Francesco? In un'intervista a Civiltà Cattolica stigmatizza preti pedofili e corruzione. Ma ha già gli strumenti giuridici, prima che mediatici, per porre rimedio alla situazione
di Andrea Camaiora

AFP/Getty Images

10 Febbraio 2017 - 10:25

A che gioco gioca Papa Francesco? In occasione del numero quattromila di Civiltà Cattolica, il Papa gesuita concede un’intervista alla storica rivista dei gesuiti nella quale, candidamente, tra una cosa e l’altra, lascia cadere una frase che è una bomba e sulla quale, naturalmente, il Corriere della Sera ha aperto la sua edizione: "C'è corruzione in Vaticano. Ma io sono in pace. Se c'è un problema, io scrivo un biglietto a S. Giuseppe e lo metto sotto una statuetta che ho in camera mia". Lo ripeto: a che gioco gioca Papa Francesco?

Che senso ha questa accusa se non è circostanziata? Che senso ha per un Pontefice attaccare la Chiesa, per contribuire a demolirla come istituzione senza distinguere mele sane e mele marce? E se le mele marce ci sono, perché Bergoglio non le individua? Si potrebbe pensare che Bergoglio prepara l’ennesimo repulisti in Vaticano, ma che bisogno ha il Papa di far accompagnare le sue decisioni e financo i suoi processi da un simile massaggio massmediatico che – non si può non comprenderlo – danneggia l’immagine della Chiesa?

Nell’intervista ritorna il tema dei preti pedofili, argomento sul quale, da Benedetto XVI in poi, nella Chiesa è caduto il tabù. Bene è inquadrarlo in tutti i suoi aspetti più dolorosi, invitando anche a comprendere che, in molti casi, chi si macchia di questo orrendo peccato e reato è stato a sua volta vittima in passato della stessa manifestazione del male, ma forse si poteva spendere qualche parola sulla linea dura assunta dalla Chiesa da Ratzinger a Bergoglio per perseguire i colpevoli ed evitare che in futuro episodi terribili come quelli che hanno distrutto la vita di centinaia di persone possano ripetersi.

Questo Papa che ci tiene tanto a definirsi "dinamico", ad amare ciò che è dinamico, invita a "discernere" sempre e a contestualizzare, a non dividere il mondo tra ciò che è Bianco e Nero e finisce col fare un sorprendente elogio del Grigio. E questo elogio del Grigio si accompagna a una tecnica comunicativa che agita ipotesi accusatorie non circostanziate ai danni delle correnti cattoliche più conservatrici, con una retorica da Bar San Pietro secondo la quale “quelli che fanno più i conservatori, i bacchettoni, poi sono anche i più sporcaccioni”. È così, abbiamo letto e compreso bene o ci sbagliamo? C’è contraddizione tra una comunicazione che strizza l’occhio a tutto ciò che è mondano e affermazioni come «il trionfalismo non va bene d’accordo con la vita consacrata»?

La Chiesa è corrotta, Papa Francesco però è «sereno» e «dorme bene». Ma c’è di più e di peggio: "Sì, nella Chiesa ci sono i Ponzio Pilato che se ne lavano le mani per stare tranquilli. Ma un superiore che se ne lava le mani non è padre e non aiuta".

Non ci interessa in questa sede e non siamo neppure all’altezza di entrare nel merito delle considerazioni teologiche di Papa Francesco, che ha parlato senza contrappesi – è un fatto – da vero Papa progressista.

Ma è veramente significativo e singolare sul piano delle scelte comunicative che un Pontefice parli in questo modo e che ricorra in qualche modo a evocare reati per condurre la propria azione. Può darsi che questo rompere per ricostruire sia un rischio calcolato da Bergoglio e dai suoi collaboratori, ma l’intervista concessa a don Antonio Spadaro sembra invece al momento un colossale boomerang per la Chiesa cattolica. Il tempo ci dirà chi ha ragione e dove realmente porterà il disegno di Papa Francesco. 
 

Yemen - 7.400 morti, circa 40.000 feriti

Trump rischia di impantanarsi nel “Vietnam dei sauditi”
 
10 febbraio 2017
di Redazione
in Enduring freedom



Il governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen ha negato l’8 febbraio di aver chiesto agli Usa di sospendere le loro operazioni di terra nel Paese dopo un raid contro Al Qaida in cui il 28 gennaio erano rimasti uccisi anche diversi bambini e donne, oltre ad un Navy Seal Americano. Il ministro degli Esteri Abdul-Malik al Mekhlafi, citato dall’AP, ha precisato che il governo ha solo chiesto un “riesame” congiunto dell’attacco compiuto, ma che allo stesso tempo “lo Yemen continua a cooperare con gli Usa e continua a rispettare gli accordi” relative alle operazioni anti-terrorismo.

Lo stop ai raid delle forze speciali USA era stato annunciato dal New York Times le cui fonti avevano riferito che a indurre gli yemeniti ad assumere questa decisione avevano contribuito in particolare le raccapriccianti fotografie di bambini uccisi apparentemente dal fuoco incrociato in una sparatoria durata 50 minuti, nella quale èmorto anche un militare statunitense.

L’operazione sembra ver fallito l’obiettivo di uccidere il leader di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), Qassim al-Raymi, considerato il terzo terrorista più pericoloso al mondo e uno dei principali reclutatori di combattenti jihadisti, che in un messaggio audio diffuso nei giorni scorsi ha promesso di vendicare le vittime del raid.

Fonti militari e d’intelligence americane hanno rivelato alla Nbc che l’assalto mirava a catturare o uccidere al-Raymi, ma si è invece concluso con la morte di 14 miliziani, di diversi civili, tra cui bambini, e di un militare dei Navy Seal mentre il leader di AQAP sarebbe ancora vivo e si troverebbe ancora nello Yemen.

Il Central Command aveva riconosciuto che il raid aveva “probabilmente” ucciso dei civili, tra cui alcuni bambini. Dopo l’incursione un militare yemenita aveva annunciato un bilancio di 41 membri di al-Qaeda uccisi, assieme ad otto donne e otto bambini. “Possibili vittime civili sembrano essere state coinvolte nei raid” di aerei ed elicotteri chiamati in soccorso di soldati americani che combattono sul terreno, ha spiegato il Centcom. I raid sono stati compiuti “contro un nemico determinato, comprese alcune donne”, si legge in una nota. Forze speciali statunitensi “erano state prese di mira da ogni parte, anche da case o edifici”, ha aggiunto il comando americano.



Al- Qaeda nella Penisola Arabica “ha la tradizione consolidata e orribile di nascondere donne e bambini nelle sue aree di attività e nei suoi campi, dimostrando continuamente il suo disprezzo per le vite innocenti”, ha commentato il comunicato del Centcom.
NBC ha anche rivelato che l’operazione è stata la più grande lanciata dagli Usa dopo quella del 2011 in Pakistan, in cui venne ucciso Osama bin Laden, con due decine di Seals, coperti da 30-40 altri militari americani sul terreno e in aria, alcuni soldati yemeniti e una decina di uomini degli Emirati Arabi Uniti (che con sauditi e qatarini mantengono forze militari nello Yemen per combattere i ribelli sciti di etnia Houthi) da cui era arrivata l’informazione sulla localizzazione del leader di al-Qaeda, più un’unità navale al largo delle coste yemenite (la portaelicotteri da assalto anfibio Makin Island, LHD-8 della classe Wasp, da cui è stata lanciata l’operazione).

“Quasi tutto è andato storto” ha ammesso un alto funzionario dell’intelligence e in un messaggio in cui annuncia vendetta al-Raymi ha affermato che “il nuovo idiota della Casa Bianca ha ricevuto un doloroso schiaffo nella sua prima uscita nello Yemen e non ha fatto tesoro delle precedenti perdite americane subite in Afghanistan, Somalia e Yemen”.

A inizio febbraio le milizie qaediste avevano ripreso il controllo di tre località nel Sud dello Yemen dove le forze governative sono impegnate sia contro i jihadisti che contro i ribelli sciiti Houthi. L’ingresso dei jihadisti, la sera del 2 febbraio a Loder e a Shaqra, nella provincia di Abyan, è stato favorito dal ritiro delle forze filogovernative in segno di protesta per il ritardato pagamento dei loro stipendi. Lo stesso giorno i jihadisti hanno preso il controllo di Ahwa e secondo fonti tribali, i jihadisti potrebbero ora tentare di riprendere il capoluogo Zinjibar e l’intera provincia da dove sono stati cacciati la scorsa estate dalle forze governative.

Il conflitto yemenita che vede contrapporsi i ribelli sciiti Houthi sostenuti dall’Iran e le forze governative fedeli al presidente Abd Rabbo Mansour Hadi appoggiate da una coalizione sunnita della Lega Araba guidata dall’Arabia Saudita intervenuta nel conflitto civile yemenita nel marzo 2015 (da allora il conflitto ha registrato secondo fonti dell’ONU 7.400 morti e circa 40.000 feriti) ha favorito AQAP e lo Stato islamico rafforzatisi nel Sud e nel Sud-Est del Paese.
La guerra civile yemenita minaccia di diventare “il Vietnam del sauditi” e dei loro alleati arabi e di coinvolgere direttamente il territorio saudita specie dopo che gli Houthi hanno colpito la sera del 5 febbraio con un missile balistico una base militare nella zona di al-Muzahmiyya, a ovest della capitale saudita Riad. La notizia è stata riportata nella capitale yemenita Sanaa dall’agenzia di stampa yemenita Saba, vicina ai ribelli Houthi, che cita il comunicato firmato dalla ‘Forza missilistica dell’esercito e dei Comitati popolari’.

“Annunciamo per la prima volta di aver lanciato con successo un missile balistico su un obiettivo militare nella capitale del regime saudita in risposta alla continua offensiva saudita-americana, alle sue stragi sanguinose e al suo opprimente assedio contro il nostro popolo yemenita, che sta causando una grande tragedia umanitaria con la complicità della comunità internazionale e dell’Onu”, si legge in una nota.

Il comunicato definisce questo “uno straordinario sviluppo in ambito missilistico” e precisa come ormai “la capitale del diavolo saudita è alla portata dei missili yemeniti in questa fase e fino a dove vorrà Dio”, annunciando che “ciò che verrà sarà ancor più grandioso”. Diversi media locali avevano riferito di una “potente esplosione” udita a ovest di Riad e la televisione iraniana in inglese PressTv aveva parlato di un attacco sulla capitale.

Il 1° febbraio almeno 80 soldati e ufficiali di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono morti in Yemen a seguito di un attacco missilistico contro le postazioni militari saudite nell’isola di Zuqar. Lo ha riferito l’agenzia iraniana Fars riportando media di lingua araba. Si tratterebbe di un attacco effettuato con un missile balistico contro il centro di addestramento militare situato nell’isola del Mar Rosso.

Il 6 febbraio Teheran ha negato ogni coinvolgimento nel conflitto yemenita. “L’Iran non ha alcun impegno in Yemen e non ha mai fornito armi ai combattenti yemeniti” ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi, sottolineando che “l’Iran rifiuta seriamente e definitivamente qualsiasi tipo di accuse che cercano di mettere in relazione la Repubblica islamica con le questioni yemenite”. Il portavoce del ministero degli Esteri ha aggiunto che “coloro che hanno familiarità con la storia dello Yemen, sanno bene che prima della disgregazione dell’Unione Sovietica il Paese era diviso in due parti” e che “Mosca forniva alla parte sotto il suo controllo armi avanzate e materiale militare”.

Ebbene, ha affermato Qasemi, “il popolo yemenita e i combattenti hanno ancora accesso a queste armi” con un chiaro riferimento ai missili balistici del tipo Scud presenti in Yemen anche nelle versioni nordcoreane a raggio d’azione esteso fornite al pese arabo una dozzina di anni or sono. Per Qasemi, infine, “le accuse contro l’Iran e le affermazioni che la Repubblica Islamica sta incanalando armi nello Yemen a beneficio degli Houthi, è un nuovo pretesto inventato da alcuni Paesi regionali e dalla nuova amministrazione Usa per promuovere l’Iranofobia”.



Una risposta indiretta alle minacce statunitensi formulate il 1° febbraio dopo l’ultimo test missilistico iraniano in seguito al quale Washington ha messo l’Iran “ufficialmente sull’avviso” come ha dichiarato Mike Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Alle richieste di chiarimenti sul significato delle parole di Flynn il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer si è limitato a sottolineare la netta sensazione dell’amministrazione Trump che “le loro azioni siano state provocatorie e chiaramente in violazione” delle risoluzioni dell’ONU. In realtà, a differenza dell’ambito nucleare, Teheran ha sempre dichiarato che il suo programma missilistico (vettori balistici e da crociera) resta “non negoziabile”.

Flynn ha definito il suo monito per “assicurare sia compreso che non ce ne staremo fermi a guardare davanti a tali azioni. ‘L’amministrazione Obama ha fallito nel rispondere adeguatamente alle malefiche azioni, incluso il trasferimento di armi, il supporto al terrorismo e altre violazioni delle norme internazionali. L’amministrazione Trump – ha proseguito Flynn – condanna tali azioni dell’Iran che minano la sicurezza, la prosperità e la stabilità in e oltre il Medio Oriente e mette le vite americane a rischio.

Trump ha severamente criticato gli accordi raggiunti tra l’Iran e l’Amministrazione Obama, come pure l’Onu, ritenendoli deboli e inefficaci”, ha concluso, precisando che Teheran, ”anziché ringraziare gli Usa per questi accordi, si sente incoraggiato” a perseguire il suo potenziamento militare.



Più che al test quindi -condannato con forza anche dalla nuova ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, che lo definisce “inaccettabile”- Flynn sembra rispondere al presidente iraniano Hassan Rohani che, in una dichiarazione aveva sottolineato che “la ragione della rabbia di Trump verso l’accordo sul nucleare sta nel riconoscimento all’Iran del diritto di arricchire l’uranio”.

Washington starebbe valutando anche l’ipotesi di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica Iraniana (i pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche (insieme ai sunniti Fratelli Musulmani). Secondo quanto riferito dal Washington Post, alti dirigenti della difesa e dell’intelligence Usa hanno però messo in guardia la Casa Bianca sui rischi legati a una simile iniziativa che potrebbe mettere in pericolo le truppe Usa in Iraq, che ora combattono insieme ai pasdaran contro l’Isis, in particolare a Mosul, tenendosi a distanza ed evitando scontri grazie ad un accordo negoziato dal governo di Baghdad.

Inoltre si tratterebbe di un uso senza precedenti della legge sulle organizzazioni terroristiche straniere (Fto), che sarebbe applicata per la prima volta ad una istituzione governativa ufficiale mentre finora nella lista sono stati inseriti solo movimenti “non statali”, come al-Qaeda e altre 60 organizzazioni.

Applicarla alle Guardie della rivoluzione equivarrebbe per dimensioni e complicazioni a dichiarare come organizzazione terroristica l’esercito di un altro Paese. Creato dall’Ayatollah Khomeini dopo la rivoluzione islamica del 1979 come contrappeso del regime alle forze armate, il corpo dei pasdaran dispone di oltre 100 mila uomini suddivisi tra esercito, marina e aviazione e ha un significativo potere economico.

In questo contesto di tensione un ulteriore fattore di rischio è rappresentato dal crescente coinvolgimento degli Usa nel conflitto yemenita grazie alle forze dislocate nella vicina base di Gibuti e al recente invio nelle acque yemenite e dello stretto di Bab al Mandeb del cacciatorpediniere lanciamissili Cole dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha escluso opzioni militari dichiarando che con l’Iran tutte le opzioni sono sul tavolo.



Il Cole è stato invito nella regione in risposta all’attacco condotto il 30 gennaio dai ribelli Houthi che hanno danneggiato la fregata saudita al-Madinah (con un missile antinave sostengono gli Houthi, con tre barchini imbottiti esplosivi suicidi dei quali 2 affondati e il terzo entrato in collisione con la fregata dicono i sauditi) che ha poi lasciato l’area delle operazioni per riparare a Gedda. L’attacco, effettuato al largo del porto di Hodeida, ha ucciso 2 marinai sauditi ferendone altri 3.

Nei mesi scorsi i ribelli Houthi avevano lanciato senza successo due missili antinave di costruzione cinese C-802 contro un paio di cacciatorpediniere statunitensi che avevano risposto distruggendo le batterie missilistiche Houthi.

Il caccia USS Cole è un “veterano” dello Yemen dove subì un attentato di al-Qaeda, mentre era ormeggiato nel porto di Aden, il 12 ottobre 2000, mentre era ormeggiata nel porto di Aden. Un’imbarcazione carica di esplosivo fu lanciata da un equipaggio kamikaze contro il cacciatorpediniere statunitense provocando 17 morti e 39 feriti.

L’invio della nave, precedentemente dislocata nel Golfo Persico sembra indicare un rinnovato sostegno all’Arabi Saudita con cui evidentemente Trump intende ricucire i rapporti dopo le tensioni tra Riad e Obama legate soprattutto all’accordo sul nucleare iraniano siglato il 14 luglio 2005 a Ginevra. Nella stessa area dove incrocia il cacciatorpediniere Cole operano da giorni anche due navi per operazioni anfibie. la USS Comstock e la portaelicotteri USS Makin Island.

Immigrazione di Rimpiazzo - commercio di schiavi, è nella logica delle cose la rivolta e la guerra guidata dalla Fratellanza Musulmana

Politica

Il nuovo commercio di schiavi
 


sabato, 11 febbraio 2017, 01:24

Ormai non è più un tabù. Ormai lo dicono in tanti. Perché non si ferma questo traffico di uomini controllato al 90 per cento dai nuovi schiavisti? Non c’è una gran differenza fra gli africani venduti agli stranieri dai capitribù e la deportazione attuale controllata dai trafficanti di merce umana. L’Africa dalla notte dei tempi ha sempre conosciuto lo schiavismo. Economie di paesi come Congo, Benin ne hanno tratto enormi benefici. All’inizio gli schiavi erano venduti nella propria terra alle classi dominanti, dal XVI secolo si è aperta la rotta Atlantica e il sanguinoso commercio verso le Americhe. Le risorse umane dell’Africa sono sempre state depredate, le migliori, le più giovani e forti. L’Africa ha perso milioni di persone con l’aiuto e la complicità dei regni locali che così si arricchivano. E li sta perdendo ancora con le migrazioni. Nessun popolo africano potrà mai risollevarsi se i migliori e i più giovani fuggono.

Cosa c’è dietro a tutto questo? Molto semplice, al di là della versione, ovvia, che l’Africa ha fame. Ci sono gli affari, il commercio mondiale in mano ai trafficanti e il capitalismo. Un tempo l’Occidente andava a colonizzare le loro terre per sfruttarli là, adesso li sfruttiamo ancora là, con le multinazionali che si appropriano delle risorse africane con la complicità dei loro corrotti governi, e qui. E lasciamo a loro il compito di pagarsi il viaggio rischiando la morte. Sapete quante persone sono morte dal 1 gennaio all’8 febbraio 2017 nel tentativo di raggiungere l’Italia? 231. A cui si aggiungono altri 27 migranti morti all’arrivo. Totale: 258 vittime. Un genocidio in poco più di un mese, cui l’Occidente assiste blaterando che non possiamo fermare la strage. Se si continua, sarà l’Occidente, nella sua inerzia, a essere accusato di crimini contro l’umanità.

E perché si accetta supinamente tutto questo? Perché serve alla rete di affari, al capitalismo senza scrupoli che coltiva il sogno della sostituzione di forza lavoro cosciente dei propri diritti con un’altra senza voce e senza rivendicazioni. Le nuove masse di disperati sono il grande esercito di riserva che abbassa il costo della forza lavoro, disposte a sbattersi per pochi euro e senza nessuna rivendicazione sindacale. L’Africa, dilaniata come è sempre stata da lotte fra clan e tribù, non ha la più pallida idea delle battaglie operaie vissute in Occidente. Non ha idea di cosa siano i diritti faticosamente conquistati dai lavoratori e ora in via di distruzione anche da noi. Gli immigrati, come insiste a dire il filosofo marxista Diego Fusaro, sono “gli schiavi ideali. Ricattabili senza coscienza di classe”.

E cosa creano costoro alla lunga (o alla breve, perché tanto su questa deriva già ci siamo) nella nostra civiltà faticosamente costruita? Un popolo senza identità e senza diritti. Il senso di appartenenza a una nazione va distrutto perché cozza col poter manovrare le popolazioni da parte del grande capitale. Una popolazione priva di identità e di senso di appartenenza non ha più voce. Essenziale, dice Diego Fusaro, “nel tempo della precarietà a tempo indeterminato – quella che favorisce le multinazionali e le grandi aziende – è l’uomo senza radici, apolide, sradicato. Sempre pronto a spostarsi seguendo la delocalizzazione. Colui che ha abbandonato l’idea della stabilità lavorativa e affettiva, della casa fissa, del focolare domestico, per dire sì alla mondializzazione, allo sradicamento obbligatorio”.

La stabilizzazione è borghese, la flessibilità e il pagare sempre meno è il futuro. E il presente. Mentre lor signori, ovvero chi comanda, è stabilizzato assai e il sacrificio lo si chiede solo a chi non conta nulla. Il capitale, dice sempre Fusaro, il marxista, non mira a integrare i migranti, mira solo a distruggere chi è ancora integrato nel proprio territorio.

E quando i migranti prenderanno coscienza e avranno assimilato le nozioni di diritto conquistate dall’Occidente? Allora sì che saranno cavoli amari. Altroché le proteste per un agriturismo più o meno consono all’accoglienza. Allora il sistema si sfascerà e queste proteste non saranno né lievi né educate. Sarà la guerra, una guerra “santa” , avvalorata da una religione, l’Islam, che nulla ha a che fare con la tolleranza ormai predicata dal cristianesimo. Ecco perché non possiamo credere che i moderni trafficanti di schiavi non riescano a essere fermati dalla forza dell’Occidente. Manca la volontà, probabilmente. E la consapevolezza. 

Diego Fusaro - chi non si allinea è fuori, ma noi tessiamo il filo rosso che ci ha permesso e ci permetterà di uscire insieme dalla caverna


 
10 febbraio 2017
Pensare altrimenti: l’invito di Fusaro al Caffè San Marco
 
el sunto 
Domenica 5 febbraio il filosofo torinese ha presentato il suo ultimo libro: un momento di confronto e riflessione al Caffè San Marco di Trieste.

Cosa significa oggi dissentire? Ha senso interrogarsi sulla bontà e validità del sentire comune, dei valori che costituiscono la nostra società? È possibile pensare altrimenti, gettare uno sguardo differente alla realtà, oppure dobbiamo accettare passivamente gli schemi che la quotidianità ci presenta? Questi interrogativi probabilmente non sono più sentiti come qualche decennio fa, ma fortunatamente ci sono ancora pensatori che tentano di porsi criticamente verso le categorie del presente.
Domenica 5 febbraio, nella meravigliosa cornice del Caffè San Marco gremito di presenti, si è tenuta la presentazione del libro Pensare Altrimenti. Filosofia del dissenso. L’autore, Diego Fusaro, giovane professore di filosofia al San Raffaele di Milano, ha intrattenuto i presenti spiegando la sua posizione di pensatore del dissenso: rifacendosi al suo ‘maestro’ Costanzo Preve e tentando di recuperare ciò che vi è ancora di attuale nel pensiero di Marx, Fusaro propone di guardare la realtà senza i paraocchi di distinzioni ormai anacronistiche come quelle di destra e sinistra.
D’altro canto non occorre essere iscritti al PCI per constatare che viviamo in un mondo scandito dalle leggi del mercato: questo, secondo l’autore, ha portato a un Pensiero Unico, un consenso di massa che si esprime in economia con la tendenza alla privatizzazione, in politica nel fatto che le posizioni moderate escludono quelle meno allineate e più critiche, nella cultura constatando come siamo ossessionati dal mito del progresso e dell’innovazione ad ogni costo. Chi non si allinea è fuori, escluso, deriso, criticato, al di là della bontà (o meno) delle proprie argomentazioni. Fusaro denuncia questi caratteri che quotidianamente viviamo ma che non sentiamo assolutamente come costrizioni: li diamo per scontati da quanto sono radicati nelle nostre vite.

Questo perché (in questo Fusaro sembra rifarsi ad un altro pensatore, forse ancora più illuminante per quanto poco conosciuto, che è Michel Foucault) il potere non è nelle mani di pochi burattinai, non opera solo mediante la violenza, non ci dice semplicemente quello che non dobbiamo fare, ma permea la società creando una rete produttiva di rapporti, favorisce certi modi di pensare e discorsi rispetto ad altri, escludendo quelli scomodi, quelli più sovversivi e pericolosi, bollandoli come ridicoli e facendo sì che tutti si adeguino a quel determinato pensiero proprio perché presentato come unico, vero e indiscutibile. E questo vale non solo per la nostra società dei consumi, ma per qualunque tipo di società, che tenta di coniare termini e modi di pensare ad essa convenienti pur di poter proseguire il proprio sviluppo.

Sia chiaro: si può concordare o meno, sotto vari aspetti, con le analisi di Fusaro – durante la presentazione ci sono stati anche momenti di confronto piuttosto diretti e proprio per questo stimolanti – ma questo è costretto a riconoscerlo lo stesso autore.

Infatti il messaggio di fondo che egli vuole comunicare è la necessità della formazione dello spirito critico, che rappresenta la base per tentare di capire il mondo che ci circonda: occorre quindi iniziare a interrogarsi su ciò che diamo per scontato, approfondire, studiare, liberarsi dalle categorie che accettiamo passivamente per adottarne altre che abbiano la solida base della riflessione. Dunque ben venga il dissenso, così come il dissenso nei confronti di chi dissente, a patto che i propri argomenti siano consapevoli e non assunti acriticamente. In questo senso l’invito di Fusaro credo vada accolto al di là delle proprie simpatie politiche o di altra natura, e l’augurio è che si possano creare altri e numerosi luoghi di incontro dove discutere e confrontarsi, faccia a faccia, per iniziare a guardare al presente con uno sguardo diverso, possibilmente libero e consapevole.

La scheda del libro

Sicilia - avanza la questione meridionale


Elezioni regionali
La candidatura dell'ex dirigente:
"Voglio liberare la Sicilia" 
 
Chi è Franco Busalacchi.

PALERMO- Un progetto autonomista e federalista che punta al voto dei giovani siciliani. Franco Busalacchi, ex dirigente regionale, ha presentato oggi a Palermo la sua candidatura alla presidenza della regione. Lo slogan è “Liberiamo la Sicilia”, e fa appello all’identità siciliana e alla piena attuazione dell’autonomia siciliana. Presente anche il filosofo Diego Fusaro, che ha manifestato il suo apprezzamento per Busalacchi e per l’idea di rilanciare la questione meridionale.

Busalacchi parte dalla constatazione che, mentre la Sicilia è sempre in fondo alle classifiche sulla ricchezza, il Trentino invece primeggia: “Si tratta in entrambi i casi di regioni a statuto speciale, ma il problema non è l’autonomia, sono le persone”. Questo non significa che i siciliani siano inferiori al nord nell’amministrare, ma che le forze innovative della società siciliana vengono lasciate fuori dalla vita politica: “Se fosse una questione di antropologia, saremmo semplicemente dei Crocetta che eleggono Crocetta – dice Busalacchi – la verità è che più di due milioni di siciliani non vanno a votare, e di questi i giovani sono 750 mila. Se volessero, potrebbero eleggere facilmente un presidente della regione”.

Che i giovani siano la crepa nel muro in grado di fare crollare il sistema Busalacchi è convinto, e per questo uno dei punti del suo programma è la lotta alla disoccupazione: “Non c’è bisogno dei pensatoi per capire che il primo problema della Sicilia è questo”. Centrale inoltre il rilancio economico, da ottenere attraverso un buon funzionamento della macchina amministrativa regionale, conti in ordine e l’istituzione di un reddito di cittadinanza, che verrebbe finanziato tagliando gli sprechi della politica: “Servono massicce dosi di keynesismo – dice Busalacchi – investimenti pubblici in grado di risollevare l’economia siciliana, ma questo non è possibile se il presidente della regione non diventa il braccio armato della Corte dei Conti, in grado di trasformare in politica le indicazioni dei magistrati contabili”.

La pietra su cui poggia il progetto di Busalacchi è però la liberazione dai politici, che farebbero gli interessi del nord e non quelli dei siciliani: “I politici odierni sono come ascari – dice Busalacchi - soldati che indossano la divisa di altri, emissari degli interessi del nord che trovano dignità solo nel difendere quegli interessi”. Busalacchi vuole rilanciare la questione meridionale, sostiene più volte il bisogno di emanciparsi dall’Italia peninsulare e di utilizzare gli strumenti dell’autonomia, che sarebbero stati menomati dalle passate classi politiche siciliane.

Una visione meridionalista che viene approvata dal filosofo Diego Fusaro, intervenuto alla conferenza stampa, che ha parlato delle dinamiche mondiali in cui inserire il movimento di Busalacchi. Per Fusaro “la cosa più importante da recuperare sono forme di sovranità, non in senso nazionalista ma come riconquista di uno spazio di autonomia che, in Sicilia, cuore del mediterraneo, si può proporre come avanguardia”. Per questo Fusaro guarda con favore a un movimento che vuole rimettere al centro dell’attenzione la questione meridionale: “Oggi anche l’Unione Europea è una questione meridionale irrisolta – dice Fusaro - perché gli stessi rapporti che ci sono in Italia tra nord e sud sono riprodotti su scala più grande dalla Germania sui paesi del sud dell’Europa. L’emancipazione dall’Europa passa dalla Sicilia.”

http://livesicilia.it/2017/02/11/la-candidatura-dellex-dirigente-voglio-liberare-la-sicilia_825905/

Un tanfo ammorba il mondo sta li fermo non si muove


Genocidio palestinese – Gli ebrei di tutto il mondo, soprattutto francesi e statunitensi sono molto attivi nel realizzarlo.  Rabbiosa è la risposta insieme a quella dei loro amici neoconservatori che vedono sfumare anni e anni di implementazioni teoriche. I mercenari ebrei vanno in Palestina uccidono e poi ritornano in Francia, negli Stati Uniti.


Ma la cosa più importante è il tanfo della paura che scuote il potere che mai aveva immaginato che nel giro di poco tempo tutto il lavoro di anni rischia dolorosamente e con altissima probabilità di schiantarsi contro muri. Non riescono a pensare alternative, la Strategia della Paura serve solo, nel contesto, a prendere un pochino di tempo ma è diventata vecchia non adatto alla bisogna, la guerra mondiale che era un obiettivo si è dilatato talmente da perdere consistenza. Un 11 settembre sarebbe inutile, troppo antenne nel mondo sono in piedi e smaschererebbero velocissimamente episodi delittuosi che inevitabilmente nella realizzazione porterebbero le contraddizioni ad essere evidenti e tutto si ritorcerebbe all’ennesima potenza contro di loro. Sono paralizzati, il loro cervello non riesce a pensare. 
Martelun


La Le Pen “vuol negare il passaporto israeliano agli ebrei francesi”. Rabbia di Giuliano Ferrara.
Maurizio Blondet 11 febbraio 2017

Ascolto una rassegna stampa mattutina, e sento il ringhio, il rantolo rabbioso fino al delirio di Giuliano Ferrara, fondatore de il Foglio, giornale neocon che voi contribuenti pagate:

“Il fiore antisemita di Le Pen si posa sull’Internazionale della demagogia del cialtronismo” […] in sintonia con il bellimbusto di Washington e il suo finanziatore spregiudicato di tutte le Russia”, questa “Jeanne d’Arc dei bassifondi vuole svendere [..] il meglio dell’Europa dopo Auschwitz”. E via sbavando e farneticando.

L’orrendo delitto, eccolo: “la candidata del Fn all’Eliseo vuol negare il passaporto israeliano agli ebrei francesi” anzi, “anche la kippah”

Già, quasi dimenticavo: giovedì su France 2, ad un dibattito elettorale, Marine, nell’esporre il suo programma al cento per cento sovranista (“Sapete bene che io voglio l’Europa delle nazioni in questa Europa delle nazioni penso che la Russia abbia il suo posto”) ha detto che, se verrà eletta, chiederà agli ebrei di Francia con doppio passaporto di scegliere.

“Israele non è un paese europeo”, ha spiegato, “io sono contro la doppia nazionalità extra-europea”.
Orrore! Lei vuole discriminare i poveri ebrei!, sono sbottati i conduttori. Lei, tranquilla: “Non è agli ebrei , ma agli israeliani che chiedo di scegliere la loro nazionalità”.

“Ciò non significa – ha precisato – che se non scelgono la nazionalità francese dovranno andarsene. La Francia ha perfettamente la capacità di accogliere sul suo suolo, anche per lungo tempo, gente straniera che mantiene la sua nazionalità, purché rispetti le leggi e i valori francesi”.
Parole sante. Tanto più che quel sergente israeliano ripreso mentre, il 24 marzo 2016, ad Hebron, finiva con un proiettile in testa un palestinese già ferito e a terra, è un cittadino francese di nome Elor Azaria – riconosciuto colpevole da un tribunale di Sion il 4 gennaio. Per cui la faccenda della doppia nazionalità ha una certa attualità in Francia: quanti sono quelli che vanno in Israele a farsi una vacanza militare ed ammazzare un po’ di palestinesi, per poi tornare in Francia a votare e militare per i partiti progressisti?

Fra la comunità circolano numerosi manifesti e inviti “Date un po’ del vostro tempo a Tsahal!”. Sono almeno 5 i programmi di volontariato per cittadini stranieri che vogliono impegnarsi a fianco della gloriosa armata israeliana: basta che siano riconosciuti come “ebrei” (non sarà razzismo da bassifondi, Ferrara?).

Il programma Sar’El recluta anche sedicenni, promette loro tre settimane presso una base militare a (dicono loro) “preparare i pasti dei soldati, le cassette di pronto soccorso, la pulizia del materiale militare, eccetera”. Eccetera. Un altro programma, Marva, recluta volontari dai 18 ai 24 anni desiderosi di “conoscere e sperimentare la vita in una base militare”. Senza ambagi né finzioni, Machal recluta uomini da 18 a 23 e donne fino ai 20 anni per un impegno militare di 18 mesi: in tutti i reparti regolari, salvo le truppe di elite.

Emblema di Machal

Rivolto a guerrieri solitari stranieri (purché dimostrabilmente J) è il programma Garin Tsabar che propone un inserimento progressivo: si comincia con una partecipazione alla vita collettiva in un kibbutz e si conclude con l’inserimento in una unità operativa. L’ultimo programma, Atouda, si rivolge a studenti universitari: offre loro di proseguire gli studi in una scuola israeliana, prima durante le vacanze scolastiche in Europa e poi in modo più permanente: il glorioso Tsahal contribuisce alle spese universitarie per 2080 euro l’anno. Al termine, i giovani si impegnano al servizio militare per tre anni.



Secondo dati ebraici, i “francesi” costituiscono la prima componente di volontari di Tsahal (43) seguiti dagli “statunitensi”.

http://coolamnews.com/les-francais-representent-le-premier-contingent-de-volontaires-dans-tsahal/

Nel 2016, è stato calcolato che il numero di “francesi” residenti in Sion (mantenendo il passaporto francese) sono 150 mila. Di questi, 15-20 mila hanno scelto di risiedere nelle colonie illegali della Gisgiordania, dunque di partecipare impunemente alla spoliazione e alle angherie contro la popolazione civile palestinese, i crimini di guerra e la colonizzazione indebita, condannata dall’ONU (per l’ennesima volta) il 23 dicembre 2016.

La comunità eletta è riuscita ad inserire nelle normative francesi una nicchia fiscale, per cui le donazioni all’armata israeliana – si badi, non a Sion, ma specificamente al suo esercito – sono esentate dalla tassazione: l’ebreo francese, ciò che dona a Tsahal, può detrarlo, riducendo così il suo reddito ai fini fiscali. Un privilegio che non spetta ad alcun altro citoyen. La senatrice Nathalie Goulet (UDI de l’Orne) il 10 marzo 2016 ha posto un’interrogazione scritta al segretario di stato al bilancio mettendo in discussione questo favore fiscale: ha ricevuto minacce di morte dagli Eletti, e nessuna risposta dal governo.

I giovinotti “francesi” possono così consentirsi il loro mese o triennio di SS ebraiche per il bene di Israele, in piena impunità. Di rado delle loro imprese di sa qualcosa. Il 30 ottobre 2015, una soldatessa ‘francese’di nome Alison Bresson ha trucidato ad un posto di blocco a Nablus Qasem Saba’aneh, 19 anni, e ferito gravemente Fares Al Na’asane, 17 anni, in quella che ebbe tutta l’aria di una esecuzione. La ragazza è stata invitata a accendere una delle dodici torce della cerimonia nazionale ebraica, Yom Ha’atzmaout. Un “francese” di nome Jordan Bensemhoun, in Sion con il programma “Mahal”, è stato ucciso durante una operazione israeliana contro la striscia di Gaza, nell’estate 2014. Due deputati Jean-Jacques Candelier (PCF) et Pouria Amirshahi (ex-PS), fecero un’interrogazione al governo su quel programma, domandando quali iniziative giudiziarie intendesse prendere contro quel genere di programmi giovanili che “alimentano le tensione fra i popoli”. In generale, le legislazioni nazionali vietano ai loro cittadini di arruolarsi in eserciti stranieri.

http://www.pourlapalestine.be/ces-francais-qui-tuent-sous-luniforme-disrael/

Aggiungo che mercoledì Marine Le Pen (sapendo bene con chi ha a che fare) un giorno prima ha incontrato la Confederazione degli Ebrei di Francia e degli Amici di Israele a Parigi, e uno dei suoi massimi sostenitori, Gilbert Collard, segretario generale del movimento ad hoc “Rassemblement Bleu Marine”, ha spiegato in tv che quando Marine dice: “La Francia ai francesi, sta dicendo: la Francia agli ebrei!”. Testuale…

Altro manifesto pubblicitario per l’arruolamento.

http://www.fawkes-news.com/2017/02/gilbert-collard-quand-marine-dit-la.html

Marine è nota infatti per il suo filo-israelismo.

Ciò rende più rivelatore il demenziale sbraitare improvviso di Ferrara contro la candidata. Il sobrio commentatore le attribuisce la seguente frase: “Portino un cappello, se lo desiderano, questi ebrei. E lasciatemi finire il lavoro dell’importazione-esportazione dell’impostura nel mio paese razzialmente compatto, in sintonia con il bellimbusto di Washington e il mio finanziatore spregiudicato di tutte le Russie”. Dunque, secondo il nostro pensatore, il progetto antisemita in corso è globale, e coinvolge tanto Trump (“l’impostore americano”) quanto Putin. Anche Trump? Certo: “O vogliamo baloccarci con l’idea che con le trombette del trumpismo si stia facendo la cosa giusta per Israele perché c’è un genero ortodosso e futile alla Casa Bianca?”, esplode. Ci vuol ben altro…

La Le Pen, continua sbraitando il razionale analista, ha “anche un alibi: “la stupida idea laicista che le religioni siano un pericolo per lo spazio pubblico repubblicano, specie in tempi di Jihad”. Già: a parte che il laicismo di stato è stato imposto dagli ebrei a tutta Europa, la chiamavano “emancipazione” e la fecero accettare dalla Rivoluzione giacobina del 1789. Tutte le religioni e le identità sono da escludere dallo spazio pubblico, evidentemente tranne una.
“E’ già l’Olocausto”

Figlia del noto antisemita Jean-Marie, la colpevole (dice Ferrara) fa finta di non sapere che “l’aut-aut tra la nazionalità francese e il passaporto sionista” né l’inizio della “assimilazione forzata degli ebrei”. La richiesta di togliersi la yarmulke, visto che lo Stato francese chiede alle musulmane di togliersi il foulard (e ogni segno religioso a scuola, anche la collanina con la croce), tutto ciò “è l’equivalente simbolico di altri modi dell’annichilimento”. Insomma, è di nuovo l’Olocausto. “Si è appena alzato il sipario, ed è subito Vichy”.

Come si intuisce, siamo in pieno accesso di quella “sindrome di stress pre-traumatico” ben descritta da Gilad Atzmon, preludio agli storici crimini giudaico contro i goym: traumatizzati da un’ostilità dei gentili che non s’è ancora verificata e per lo più è immaginaria, essi si salvano dal pericolo fantastico facendo sterminare i nemici presunti dal potere gentile dell’epoca. E’ la tattica descritta già nel Libro di Ester, continuata con: lo sterminio dei cristiani nel 602 quando Gerusalemme fu presa ai bizantini dai Sassanidi, e gli ebrei locali pagarono cifre altissime agli occupanti per comprare da loro i prigionieri cristiani per sgozzarli nella piscina di Mamilla, in 66 mila.

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=318817:il-genocidio-di-mamilla&catid=83:free&Itemid=100021

In tempi più recenti, manifestazioni di Stress Pre-Traumatico hanno portato al genocidio degli Armeni e allo sterminio del Kulaki nell’Ucraina sotto il giudeo-boscevismo. Viene da temere che Ferrara stia per bollare la Le Pen, e tutti i francesi se la mandano all’Eliseo, come “Amalek”, il mitico popolo di cui JHV ordina la totale distruzione (Esodo 17, 8-16) e di cui tuttavia ogni ebreo deve “far guerra di generazione in generazione”. Sterminato una volta, c’è sempre un popolo da sterminare nella prossima generazione ebraica. Nel 1915 gli ebrei dell’impero ottomano cominciarono a chiamare gli Armeni “Amalek”…

Infatti, il Ferrara chiede, anzi esige la mobilitazione di tutti i goym e i giudei contro questo Olocausto prossimo venturo che “Amalek” sta per perpetrare. “ Dove sta la reazione a un’ondata di morchia che minaccia di sommergere l’occidente?”.. Il suo lucido occhio scorge che anche il Movimento 5 Stelle partecipa al complotto antisemita di Trump, Putin e Le Pen: infatti “non sono loro estranei occhiolini ideologici alla peggiore destra nazionale”.

Cercate di capire”, sbraita, “che si è costruita ed ha in parte già preso il potere un’Internazionale della demagogia e del cialtronismo, sulla quale, e che serva almeno ad aprirvi gli occhi, ha posato ieri Marine il suo delicato fiore di un certo spirito antisemita. Svegliatevi!”.

Perché, nientemeno, è incorso “una battaglia per distruggere l’Europa delle libertà e della pace contemporanea”, il bellimbusto di Washington sta distruggendo “l’Occidente”. L’Occidente. Già. L’Occidente come lo hanno conformato e definito i Padroni del Discorso dall’11 Settembre, trascinando l’America e l’Europa in tutte le guerre per Sion: Ecco, questo è l’Occidente. Ecco a chi serve la globalizzazione, la UE; a cosa servono le “libertà” vuote per pervertiti e la cancellazione delle sovranità e identità nazionali in questo Occidente in cui “la solidarietà per Israele” è la sola cosa che conta. Il delirio di Giuliano Ferrara rivela anche il panico: il panico di non riuscire più a controllare il Discorso Pubblico, il panico di chi sente di aver meno forte la presa del dominio. E perciò, l’anticocomunista sovietico, poi agente della Cia, poi neocon evoluto e occidentale, alza l’antico grido: “Amalek!”.

Il Partito dei Giudici fa sempre quadrato, in tutte le occasioni con il potere creando e mantenendo palesemente ingiustizie

Caso Meredith Kercher, rigettata richiesta di risarcimento di Sollecito per i 4 anni in carcere

L'ex imputato aveva chiesto oltre 500 mila euro per ingiusta detenzione ma la Corte di Appello di Firenze ha ritenuto contraddittorie le sue dichiarazioni nella fase iniziale dell'indagine. Il giovane: "Non hanno tenuto conto della sentenza della Cassazione"
È stata rigettata dalla Corte d'Appello di Firenze la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione avanzata da Raffaele Sollecito, definitivamente assolto dall'accusa di aver partecipato all'omicidio di Meredith Kercher. Aveva chiesto oltre 500 mila euro per i quasi quattro anni passati in cella prima di essere scarcerato. I giudici toscani hanno ritenuto contraddittorie le sue dichiarazioni nella fase iniziale dell'indagine.

Per Sollecito la Corte di Firenze gli ha "negato un risarcimento sacrosanto". "I giudici - ha aggiunto - non hanno tenuto conto della sentenza della Cassazione che mi ha definitivamente assolto da tutte le accuse (insieme ad Amanda Knox, ndr). Questa aveva infatti rilevato che ci sono state gravi omissioni e defaillance degli investigatori e dunque c'erano precise responsabilità nella fase delle indagini. Per questo sono sorpreso da una decisione che ancora una volta proviene da Firenze e che sembra non dare seguito a una chiara sentenza della Cassazione".

 "Credevo di aver vissuto le pagine più nere della giustizia italiana, ma nonostante la Cassazione mi abbia dichiarato innocente, devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata", ha scritto Sollecito sul suo profilo Facebook. "Ripeto - aggiunge Sollecito nel post - la Cassazione aveva sottolineato l'esistenza di gravissime omissioni in questo processo e di défaillance investigative".


http://www.repubblica.it/cronaca/2017/02/11/news/meredith_sollecito-158074065/ 

Zona Franca - i politici euroimbecilli sardi bugiardi

Zona Franca: impensabile nell’eurozona
 
11 febbraio 2017




di Stefano Sanna


Ci risiamo. Quando ci si avvicina agli appuntamenti elettorali, in Sardegna come nelle altre Regioni assistiamo alla consueta operazione “rovistamento nella spazzatura”: i politici ritirano fuori vecchie soluzioni, spacciate come miracolose e invece inutili per risolvere il dramma economico che vive la Sardegna.

In questi giorni, Cappellacci ha tirato fuori la riciclata proposta dell’area franca per la Sardegna. Nelle ultime elezioni regionali la “miracolosa” soluzione dell’area franca era stata sostenuta da tutti i partiti politici.

Tecnicamente la zona franca consiste nella decisione politica di accettare che in un territorio ben definito si riduca il prelievo delle tasse.

Quando si sposa questa proposta si sta presupponendo che la Sardegna possa spendere in deficit, ovvero possa spendere più di quanto recupera con le tasse. Per dirla con i numeri, si sta presupponendo che la Sardegna possa spendere 200 per riavere indietro con le tasse 100. Ma l’Unione europea ha rinnovato la richiesta all’Italia di aumentare il disavanzo primario di bilancio, ovvero di incassare più di quanto spende. Sempre per dare un’idea con i numeri, di incassare 150 e di spendere 100. Il Governo italiano si prodiga nel rispettare le richieste europee di aumentare il disavanzo primario con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico. In altre occasioni abbiamo già spiegato come questo sia un danno per l’economia e per l’occupazione.

Istituire la zona franca in Sardegna, sotto le prescrizioni dei Trattati europei e con il pareggio di bilancio in Costituzione, significa chiedere alle altre 19 Regioni italiane di pagare più tasse al posto della Sardegna, che ne pagherebbe meno. È improbabile aspettarsi il parere favorevole del resto d’Italia.

Quando la classe politica sarda si esprime a favore della proposta della zona franca, mente sapendo di mentire. Inoltre, quando sentiamo i politici sardi sostenere da una parte la zona franca e dall’altra sostenere gli impegni del Governo con l’Europa, si entra nell’area della cattiva fede.

Di fatto è impossibile istituire una zona franca nell’ambito di un sistema economico in cui si chiede agli Stati ed alle amministrazioni locali il pareggio di bilancio.

La zona franca può essere realizzata solo nell’ambito di una Nazione che recupera la propria sovranità monetaria. Può essere attuata solo da uno Stato che, attraverso il monopolio della propria valuta, è in grado di attivare sui territori le risorse reali che ne possono permettere lo sviluppo materia e immateriale, sociale e civile.

Il resto sono menzogne. 
 

Cocaina, 44 miliardi di euro annui

droga e 'ndrangheta
La porta della cocaina in Europa? Il porto di Gioia Tauro
 
Nel 2016 sono stati sequestrati 1.700 chili di polvere bianca nel porto calabrese. Dall’inizio del 2017 si è già arrivati a quota 127. Ma per ogni container fermato, ce ne sono nove che arrivano indenni a destinazione
 
10 Febbraio 2017 - 13:20

Tonnellate di cocaina dal Sudamerica puntano verso l’Europa. E la porta d’ingresso principale continua a essere il porto di Gioia Tauro, in Calabria, il più grande terminal di trasbordo del Mediterraneo. Usato dalla ’ndrangheta per far entrare il suo “oro bianco”. Chili e chili di cocaina, nascosti negli oltre tre milioni di container che ogni anno transitano nel porto calabrese. Panetti occultati tra casse di frutta e merci di ogni tipo. Solo nel 2016, nel porto sono stati sequestrati circa 1.700 chilogrammi di polvere bianca purissima. E nel 2017, in poco più di un mese, sono stati già intercettati nei container 127 chili di cocaina in tre diverse operazioni antidroga. «I controlli per bloccare traffici illeciti e soprattutto l’utilizzo del porto di Gioia Tauro per i collegamenti tra il Sud America e l’Europa continuano e non si fermano», ha commentato il capo della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho.

Il 27 gennaio la Guardia di finanza di Reggio Calabria e il servizio di vigilanza della dogana hanno messo le mani, nel corso di due sequestri, su 72 chili di coca nascosti in un container che trasportava gas combustibile e in un altro contenente sacchi di legumi. E il 6 febbraio sono stati bloccati, in sinergia con l’Agenzia delle dogane, altri 55 chili di cocaina purissima divisi in 51 panetti, nascosti in un container in arrivo dall’Argentina. I panetti si trovavano chiusi nei borson dietro fusti contenenti succo di limone destinato a una industria dolciaria in Italia. Un tesoretto destinato alle principali piazze di spaccio d’Europa, Milano in testa, che avrebbe fruttato 11 milioni di euro.

«Le mafie i soldi li fanno con la cocaina», continua a ripetere Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, ex aggiunto a Reggio Calabria, e autore con Antonio Nicaso del libro Oro bianco. «I soldi la ’ndrangheta non li fa con le mazzette, quello serve più che altro a delimitare il confine di competenza». Secondo una stima (un po’ vecchia), il traffico di cocaina costituisce per i clan calabresi il 66% delle entrate annue, che si aggirano intorno ai 44 miliardi di euro. Nel corso di una telefonata intercettata, uno ndranghetista dice: «Abbiamo trascorso una notte intera a contare soldi con due macchinette e non abbiamo finito». La cocaina viene comprata in Sud America a 1.200 euro al chilo, e rivenduta in Europa a 40mila.

Altre volte la cocaina viene intercettata prima di passare per Gioia Tauro. A inizio gennaio, l’operazione Buena Ventura ha rivelato l’esistenza di una organizzazione lungo l’asse Calabria-Bogotà, che prevedeva l’arrivo della cocaina in aereo o nel porto calabrese. La droga sarebbe dovuta arrivare in Italia nascosta nei container pieni di frutta o pesce surgelato. Tanto che alcuni trafficanti calabresi avevano allestito nella Locride un negozio per la rivendita di pesci surgelati provenienti dal Sud America.

Il 24 gennaio, poi, nell’operazione Stammer, firmata da Nicola Gratteri, sono finite in manette oltre 50 persone in 15 regione italiane. E nell’ambito della stessa inchiesta nel 2016 sono state sequestrate otto tonnellate di cocaina, nascosta in una piantagione di banane vicina al porto di Turbo, in Colombia, di cui 1.500 chili già impacchettati e pronti per essere spediti. Il carico avrebbe fruttato un miliardo e 600 milioni di euro. Nelle intercettazioni si sentono i calabresi discutere con i colombiani. «Senor, credo che è arrivato il momento di parlare chiaro. Dopo quattro mesi, tre volte, mi hanno fatto portare dieci milioni di euro a Genova, e non è arrivato niente... Allora c’è questo materiale? Se c’è il materiale portatelo qui e noi ve lo paghiamo subito». E a Mileto era arrivato pure tale JJ, una sorta di “ostaggio” colombiano garante della buona riuscita dell’operazione. Se l’operazione andava a buon fine, il colombiano tornava in Sudamerica. Altrimenti, era prevista la sua eliminazione fisica.

La polvere bianca sequetrata nelle piantagioni colombiane era destinata ai porti italiani. Non solo Gioia Tauro, anche Genova e Napoli. Fa parte della strategia di diversificazione dei trafficanti. Ma è anche una conseguenza dei controlli pressanti sul porto calabrese. Come ha racconta il cognato del boss Mico Molè, diventato collaboratore di giustizia, per fare arrivare i container a un certo punto è stato scelto anche il porto di Genova «perché a Gioia Tauro i controlli erano spaventosi e si perdeva troppo».

Una volta arrivati i panetti in Italia, i clan calabresi si sarebbero occupati di distribuirla alle altre mafie in Sicilia e Campania. A dimostrazione che cosa nostra e camorra si appoggiano ormai alla ’ndrangheta per comprare grandi partite di cocaina, confermando come la mafia calabrese sia ormai «monopolista del traffico di droga», ha spiegato Gratteri.

Fiumi di denaro e una capacità commerciale enorme, potendo contare sui cosiddetti broker (gli uomini della ’ndrangheta che parlano anche due o tre lingue e contrattano con i narcotrafficanti) e su un porto, come quello di Gioia Tauro, su cui la ’ndrangheta ha messo gli occhi sin dagli albori, quando sarebbe dovuto diventare il quinto polo siderurgico italiano. Che non è solo la porta della coca per l’Italia, ma per l’Europa intera.

Negli enormi container che ogni giorno affollano le banchine, oltre alla merce legale, circola di tutto. Non solo tonnellate di cocaina, ma anche armi e rifiuti. Spesso caricati all’insaputa di chi compie il trasporto. Per ogni container sequestrato, ce ne sono altri nove che arrivano indenni a destinazione. Come spiega Roberto Di Palma, sostituto procuratore di Reggio Calabria, «per controllare un container ci vuole un giorno. Se teniamo conto che ogni anno ne passano oltre 3 milioni, aprirli tutti sarebbe impossibile».

Si fanno controlli sui documenti di viaggio, ci si affida a sofisticare apparecchiature di scanner. Ma è una guerra difficile da vincere. I magistrati ipotizzano che la ’ndrangheta abbia piazzato i suoi uomini nella manodopera portuale. Non necessariamente affiliati ai clan, ma dipendenti infedeli e corrotti. Nel 2011 un dirigente della società di gestione della banchina merci del porto Gioia Tauro venne fermato mentre tentava di allontanarsi con 16 borsoni contenenti 519 chili di cocaina purissima. E da qui si scoprì l’esistenza di vere e proprie squadre per il recupero della polvere bianca.

L’oro della ’ndrangheta è stata così trasformata dai calabresi in sballo di massa. Quello che i magistrati sequestrano è solo il 10% di quello che passa. Anche nel porto di Gioia Tauro, situato sulla rotta tra il canale di Suez e quello di Gibilterra. Una gallina dalle uova d’oro per i clan assetati di denaro.
 

L'Euro è un Progetto Criminale, Baffi era contrario e fu fatto fuori, l'Euro è una moneta straniera impossibile per uno Stato Sovrano adoperarla

Tre vie per uscire dall’impasse europea

Giulio Sapelli, Paolo Cirino Pomicino e Carlo Scognamiglio: idee a 25 anni del Trattato di Maastricht, in un convegno della Fondazione Guido Carli

La bandiera dell'Unione europea
1° marzo 2016. Una bandiera dell'Unione europea strappata agitata dal vento presso la sede del Parlamento Europeo a Bruxelles – Credits: EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images
Il 7 febbraio il Trattato di Maastricht ha compiuto 25 anni, e invece sembra abbia già due secoli: l’Unione europea è a pezzi; da Berlino, Angela Merkel dichiara pubblicamente che sta accarezzando l’ipotesi di un’Ue a due velocità; sulle imminenti elezioni francesi e olandesi grava l’ipoteca dei partiti populisti; in Italia lo spread sale a 200 e i movimenti antieuropei sembrano spinti da un vento impetuoso; dall’altra parte dell’Atlantico Donald Trump lancia la parola d’ordine «ognuno per sé», che rischia di spezzare le reni a Bruxelles.

Che fare? Si può essere moderatamente (ma inevitabilmente) speranzosi come Paolo Cirino Pomicino, ministro del Bilancio tra il 1989 e il 1992. Si può essere drasticamente pessimisti come Giulio Sapelli, storico dell’economia e grande polemista. O si può essere razionali e attendisti come Carlo Scognamiglio, docente di economia applicata alla Luiss di Roma.
I tre si sono trovati a discutere insieme dei guai e del futuro (se c’è) di Maastricht in un convegno a porte chiuse, organizzato dalla Fondazione Guido Carli di Milano, la rinnovata associazione di studi a cavallo tra impegno culturale e politico, e oggi presieduta da Federico Carli, nipote del mitico ministro e governatore della Banca d’Italia. Ed è stato un vero duello a tre.
Da politico navigato, Cirino Pomicino ha ricordato che il Trattato nasceva nel 1992 con obiettivi ambiziosi e molto anticipatori (si parlava già là dentro di politiche per l’immigrazione e di contrasto comune al terrorismo), ma tutti traditi nella fase della realizzazione pratica. Il risultato oggi è un disastro: quasi nulla è stato realizzato. "L’abiura della politica a favore della tecnocrazia" dice Pomicino "ha trasferito tutto il potere al mercato. E i governi non hanno più strumenti".
Ma l’ex ministro è convinto che adesso o si fa davvero l’Europa, o si torna a morire: "Prima dell’Unione europea ci siamo fatti guerre per 2 mila anni. Da 70 anni non ci combattiamo più. Ora serve che la politica dia strumenti veri agli obiettivi".

Sapelli è in totale disaccordo: "Gli stessi obiettivi di Maastricht, 25 anni fa, erano irrealistici. E non è vero che le guerre siano finite: le guerre balcaniche degli anni Novanta sono state, in definitiva, il frutto della decisione tedesca di riconoscere la Croazia". Sapelli contesta addirittura la "grottesca antistoricità" del Trattato del 1992: "Fu firmato" dice "proprio quando era venuto meno uno dei motivi fondanti dell’Europa unita, e cioè la minaccia sovietica e comunista".
Perché, si chiede lo studioso, oggi l’idea stessa di Europa si è così usurata? "Perché dall’alto si possono governare le merci" risponde "ma non i popoli. E perché le Costituzioni le fanno i Parlamenti, non le èlite. Questo potere europeo è nato con Maastricht, ma senza alcuna legittimazione democratica".
Sapelli, però, critica anche i neopopulisti di oggi: "Si può essere legittimamente contro l’euro e contro questa Europa da un punto di vista patriottico" dice. "Ma tanti fra quelli che oggi urlano contro Bruxelles non sono nemmeno populisti, sono proprio fascisti".
Sapelli è coerente, nel suo antieuropeismo patriottico. E ricorda gli ammonimenti del governatore Paolo Baffi, il quale alla fine degli anni Settanta si opponeva con prudenza perfino al Sistema monetario europeo: "Noi italiani" ammoniva Baffi "siamo troppo deboli per sopportare le differenze di produttività del lavoro". E diceva questo, Baffi, quando la nostra industria, privata e pubblica, era sicuramente più forte di quella di oggi.
Di più, la moneta unica ha anche fallito i suoi veri obiettivi: contrastare la depressione economica e contenere lo strapotere del Germania unita. Sapelli lancia una provocazione: "Oggi che se ne sono andati gli inglesi, quegli 80 milioni di tedeschi nel cuore d’Europa sono una minaccia. Se leggete i giornali di Berlino, scoprirete che oggi stanno dibattendo sulla bontà del colonialismo tedesco". E a questo punto un mezzo brivido ha percorso l’uditorio…

Scognamiglio l’ha riconfortato proponendo due letture alternative degli ultimi 25 anni e dell’attualità: ha definito l’una eurocentrica, l’altra esocentrica. Ecco la prima, secondo l’ex presidente del Senato: "Dopo la Seconda guerra mondiale, e dopo la ricostruzione lanciata grazie agli aiuti americani, si cercò di creare in Europa un difficile sistema di cambi semi-fissi. Poi nel 1985 il presidente della Comunità Jacques Delors lanciò un piano in cinque fasi: il mercato unico; la moneta unica, con il Trattato di Maastricht; l’unione bancaria; l’unione fiscale; l’unione politica con l’elezione diretta del presidente europeo. Oggi siamo alla fase quattro, ma la situazione è in netto declino".
La lettura esocentrica è più inedita e intrigante: "La cooperazione europea nasce come effetto della politica estera statunitense. Non ci sarebbe mai stata nessuna unione a Bruxelles, se non ci fossero stati il bastone della minaccia sovietica e la carota degli aiuti americani".
Per Scognamiglio, insomma anche Maastricht avviene esclusivamente perché c’è il via libera di Washington, che tende (esattamente come sostiene Sapelli) a un ridimensionamento del potere tedesco imponendo uno stop alla sovranità monetaria di Berlino. Poi esplode la crisi dei debiti sovrani, e l’Unione si disgrega.
Scognamiglio continua nella sua lettura esocentrica: "Barack Obama ha fatto molto, per conservare l’Europa unita. Ha ostacolato la Russia, ha insistito con il ruolo della Nato, ha cercato di portare avanti accordi commerciali internazionali come il Ttip. Ha fatto pressioni contro la Brexit…". Anche la politica espansiva di Mario Draghi, alla Banca centrale di Francoforte, non sarebbe stata possibile se la Federal reserve di Washington non l’avesse avallata.
Oggi, però, Obama è il passato. Il suo successore Donald Trump sta spazzando via molte delle sue politiche. È con la Russia, crede che la Nato sia obsoleta, mette in frigorifero il Ttip, sostiene che gli inglesi hanno fatto benissimo a mollare l’Europa.
"Bisognerà vedere che cosa farà davvero il nuovo presidente" avverte Scognamiglio. "Forse cambierà qualcosa, tra il dire e il fare. Il punto è quello che possiamo razionalmente aspettarci".
Il rischio sotto i nostri occhi, spiega l’economista, assomiglia a un puzzle composto da elementi che oggi sono solo in parte già visibili: "Non è impossibile l’uscita dall’Unione di altri Stati periferici come l’Olanda, dove si vota in marzo, o come la Polonia e l’Ungheria. Altri Paesi potrebbero poi essere risucchiati nella sfera d’influenza russa, come Ucraina, Moldavia, Georgia e Serbia".
Gli scenari che Scognamiglio propone sono due: anche per colpa di Trump, l’Unione potrebbe congelarsi per i prossimi quattro anni; o al contrario, proprio per la caduta dell’ombrello statunitense e perché finalmente libera da alcuni "Paesi disturbatori", l’Unione potrebbe riprendere il percorso e tornare ad accelerare.
"Per capirlo non ci vorrà molto tempo" profetizza Scognamiglio. "Basta aspettare le prossime elezioni francesi di maggio. Del resto, Parigi ha spesso anticipato la storia europea: fu così anche con il no al referendum sulla Costituzione comunitaria nel 2004".
In Francia, probabilmente, Marine Le Pen non vincerà al ballottaggio, ma tutto dipenderà da quanta distanza il suo oppositore riuscirà a frapporre tra sé e il Front National. "Meno forte sarà la distanza" sostiene Scognamiglio "e più sarà probabile la stasi europea". 

Merkel e Draghi due euroimbecilli che si appartano per farci continuare ad usare una moneta straniera, l'Euro

Una tregua con Francoforte per riscrivere le regole Ue
SuperMario e Frau Angela sono pronti a fare squadra. Guideranno la riscossa degli europeisti contro la deriva scissionista



Quartier generale. La sede a Francoforte della Banca centrale europea

Pubblicato il 10/02/2017

marco zatterin

La controffensiva è avviata. Nell’anno delle elezioni francesi e tedesche potenzialmente fatali per l’Europa, Angela Merkel e Mario Draghi abbozzano le nuove tavole della legge dell’Unione e della sua moneta, firmano una tregua e tornano a chiedere una rivoluzione del governo economico continentale.

Chi sa cosa hanno in mente racconta che la cancelliera tedesca e il presidente della Bce pensano che l’euro sia «irreversibile», ma riconoscono che non potranno difenderlo all’infinito se non risponderanno concretamente alla crescente furia populista. Nasce qui l’esigenza di ricette che rendano la comune valuta stabile, dunque credibile sino in fondo. Non solo. E’ netta la convinzione comune che si debba preservare l’unità ormai a Ventisette, dare un comando serio all’Eurozona, con politiche di bilancio che si facciano rispettare e stimoli ben mirati che favoriscano gli investimenti e rilancino l’occupazione. Davvero, questa volta.

Il silenzio pesante caduto dopo l’incontro di Berlino, il primo bilaterale dal gennaio 2016, è gravido di significati. «Si parla quando si deve parlare», dice una fonte che frequenta Francoforte, e «adesso è ancora presto». Così ora si lavora e basta. Il presidente della Bce e la cancelliera concedono di essere i candidati più forti per guidare la riscossa della maggioranza silenziosa che ancora non s’è convinta a buttare via l’Ue. Fra i due non vi sono mai stati scontri alla luce del sole, anzi la tedesca ha in diverse occasioni fatto da sponda all’italiano, anche quando i suoi ministri lo attaccavano. Ora serve un patto per ripartire, suggellato dalla passione per l’Europa che sgorga dalla consapevolezza della pericolosità delle alternative.

Dicono che si sono accordarti per fare squadra, parlano di una «tregua», circostanza che sarà facile verificare, basterà misurare i toni prossimi venturi del fumino Wolfgang Schaeuble, il ministro delle Finanze che ha preso a bacchettare la Bce come se il nemico fosse lei. Frau Merkel deve vincere le elezioni e riprendersi entro l’autunno il consenso che il socialista Schulz sembra averle rubato, senza offrire il fianco ai populisti di Afd. L’obiettivo è lo stesso per tutti, Draghi compreso. Battere l’ascesa degli estremismi, garantire la sicurezza dei cittadini e dei confini, rimettere armonia in un ordine globale sempre più incerto. Come? Tornando a un’Europa che si dimostri motore di soluzioni e non sia vista come la madre di tutti i problemi.

Questione di linguaggio e di strategie. In televisione c’è chi fa spettacoli di prima serata per dire che l’euro ha reso la casa Ue più povera di quanto non sarebbe stata per colpa della crisi. Merkel e Draghi concordano che sia necessario spiegare con determinazione come si sarebbe stati senza, ricordare che la moneta unica, e la sua prospettiva, hanno contribuito ad una crescita aggiuntiva di oltre dieci punti dagli Anni Ottanta. Senza l’Unione saremmo a rischio, è il messaggio, come lo saremmo se il libero scambio fosse imbrigliato «alla Trump» o «alla Le Pen».

La strana eurocoppia insegue un nuovo modo di raccontare le cose europee, multilaterale e locale allo stesso tempo, ma anche nuove cose europee. Draghi è apparso poco entusiasta per il ritorno in voga dell’opzione più velocità, se non altro perché non la trova comprensibile allo stadio attuale. La rassicurazione di Frau Merkel sui cerchi concentrici che non riguardano l’euro deve averlo rassicurato: non pensa a due monete. Effetto analogo deve averlo fatto l’apertura confermata ad un rafforzamento dell’Unione con cui dimostrare che sono stati i buchi nell’architettura a renderla inefficace e non il progetto in quanto tale che, se completato, avrebbe potuto funzionare.

Ecco l’intesa della coppia. Ricalibrare le istituzioni e far rispettare le regole. «La colpa del dissenso è la cattiva gestione del Patto di Stabilità e non il Patto di Stabilità», osservano fonti della Cdu, il partito della cancelliera. Detto fatto. Angela Merkel intende seminare il suo pensiero, che si spinge sino alle cooperazioni rafforzate per Difesa, Migrazioni e Sicurezza, negli incontri preparatori per il vertice per i 60 anni dell’integrazione europea in programma il 25 marzo a Roma. In cambio, la Bce potrà amministrare senza disturbo eccessivo il suo stimolo a non violare le regole. Le ultime parole della Bundesbank sulla politica di Francoforte indicano che Draghi potrebbe avere meno disturbi tedeschi nei prossimi mesi.

L’idea è di gestire l’ordinario sino al voto in Germania a settembre, nella speranza che in Francia non ci siano brutte sorprese. Nel frattempo, si potrebbe provare a programmare il futuro a breve. Un’Europa più forte e inclusiva, più vicina alle esigenze dei cittadini e ai loro problemi reali. Si può ripartire da Roma. Rafforzando l’arsenale di misure comuni e riducendo i lacci alla loro attuazione. «Rafforzare la governance economica dell’Unione e, soprattutto, dell’Eurozona», dicono nel partito della Merkel. Ecco «la fine della fine». Non si lascia, si raddoppia. Però in modo più democratico e comprensibile.

http://www.lastampa.it/2017/02/10/economia/una-tregua-con-francoforte-per-riscrivere-le-regole-ue-785yOQqTYFtnmSr10uhgoJ/pagina.html

Gli euroimbecilli continuano a fare salti in avanti. Ci diranno prima che politica estera facciamo, quella della colonialista Francia o quella annessionistica tedesca dell'Europa orientale? e noi non siamo la Svizzera, una superficialità paurosa

scenari

Serve un esercito europeo
sul modello della Svizzera

Mentre Trump vuole il disimpegno dalla Nato noi dobbiamo dotarci di uno strumento efficace per difendere un’area geograficamente complessa


Nel corso di una discussione sulla nascita dell’Esercito europeo dopo la pubblicazione di un libro edito da Guido Roberto Vitale (Difendere l’Europa), alcuni osservatori della politica internazionale hanno ricordato che l’iniziativa non andò in porto negli anni Cinquanta, quando l’Europa aveva un nemico che si chiamava Unione Sovietica. Questi osservatori si riferivano alla Comunità Europea di Difesa, proposta dalla Francia ai suoi partner europei (Belgio, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi), e affossata da un voto del Parlamento francese nell’agosto 1954. Non vi riuscimmo allora, quando la Guerra fredda giustificava molte paure. Perché dovremmo riuscirci in un momento in cui nemmeno i maggiori critici della politica di Putin credono veramente all’ipotesi di un conflitto? Le grandi unioni militari si fanno per affrontare un nemico. Dove è oggi il nemico?
 
Chi è favorevole all’Esercito europeo potrebbe rispondere con almeno due argomenti. In primo luogo la pace ha sempre, da che mondo è mondo, molti nemici. Una Unione di Stati, in parte già legati da forti vincoli istituzionali, non può voltare le spalle al problema della propria sicurezza. Nel 1954, quando dovemmo rinunciare alla nostra integrazione militare, esisteva da cinque anni la Nato e gli Stati Uniti difendevano i loro alleati con una forte presenza militare sul continente europeo. Ci dedicammo alla creazione di una Europa economica e sociale lasciando agli americani il compito di proteggere se stessi e i loro alleati. Ma dalla fine della Guerra fredda la Nato e le basi americane in Europa sono servite principalmente per alcune discutibili operazioni militari (nei Balcani, in Afghanistan e nel Medio Oriente) che non hanno giovato alla stabilità delle regioni in cui si è combattuto. Per lealtà o convenienza abbiamo fatto, sia pure spesso indirettamente, guerre che non rispondevano ai nostri interessi. 

In secondo luogo, gli Stati Uniti hanno oggi un nuovo presidente. Il suo programma è una crestomazia di battute, minacce e annunci che non escludono correzioni, attenuazioni e ambigui ripensamenti (come la sua recente conversazione telefonica con il segretario generale della Nato e la sua promessa partecipazione al vertice atlantico di maggio). Ma abbiamo buoni motivi per pensare che Trump non abbia alcuna simpatia per gli strumenti costruiti dalle democrazie occidentali dopo la fine della Seconda guerra mondiale e che sia incline a tenerli in scarsa considerazione. Dovrà fare i conti con una forte opposizione interna costituita dai Democratici, da una larga parte della società civile e da quelle élite, nel Dipartimento di Stato e nel Dipartimento della Difesa, che non intendono rinunciare alla Nato. Ma è lecito prevedere che gli Stati Uniti faranno fatica nei prossimi anni a esprimere in queste materie una linea ponderata e coerente.

Che cosa dovrebbe fare l’Europa in queste circostanze? Dovremmo aspettare la fine del mandato di Donald Trump o fare del nostro meglio per colmare il vuoto aperto dal suo capriccioso nazionalismo? Se non lo faremo avremo dato ragione ai suoi sprezzanti commenti contro l’Europa. Il tema della difesa, quindi, non può essere ignorato. Naturalmente un Esercito europeo non può essere soltanto una semplice aggregazione di risorse umane e tecniche. Dovrà avere un dottrina che non escluda la possibilità di conflitti e che si prepari ad affrontarli. Esistono modelli a cui potremmo ispirarci? Può sembrare ironico e paradossale, ma questo modello potrebbe essere quello della Svizzera: una confederazione di patrie che non ha ambizioni territoriali e che ha sempre saputo scoraggiare quelle dei suoi più potenti vicini. Una Grande Svizzera, armata e politicamente impegnata nelle vicende internazionali, ma ideologicamente neutrale potrebbe essere la migliore risposta europea al grande disordine in cui dovremo vivere nei prossimi anni.
9 febbraio 2017