Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 marzo 2017

4 marzo 2017 - Mario Albanesi: "Virginia in gabbia"

3 marzo 2017 - Il ruolo di Hezbollah nella lotta al terrorismo

3 marzo 2017 - fake news del Circo Mediatico e il suo clero

Alceste - il poeta - e il nuovo regno della felicità

Quel comunistaccio di Trump [Alceste]

Pubblicato il 3 marzo 2017

Questo è un divertissement, prendetelo per tale.
Nella distopia di Philip Dick, Radio Free Albemuth, il protagonista è Nicholas Brady, un esponente della controcultura di Berkeley (e il suo migliore amico è uno scrittore di fantascienza chiamato Philip Dick).
Il romanzo fu scritto nel 1975 e pubblicato postumo, nel 1985. Qui da noi arrivò nel 1996, per merito delle edizioni Fanucci, che lo hanno regolarmente ristampato. Una (mediocre) versione cinematografica vide la luce nel 2010. Radio Free Albemuth vegeta a latere della grande produzione dickiana, ormai sdoganata: sostanzialmente non se lo impipa nessuno.
L’opera è, infatti, molto complessa: potrebbe definirsi una volgarizzazione fantascientifica del pensiero cristiano-gnostico dei primi secoli dell’era volgare.
In luogo di Dio è una navicella spaziale che parla telepaticamente ai propri adepti, invitandoli alla redenzione spirituale; al posto dei cristiani gnostici perseguitati ci sono hippie e libertari di sinistra; invece di legionari e pretoriani romani gli agenti della FAP (Friends of American People), un gruppo di delatori a mezzo fra la CIA e il KGB; e, invece dell’imperatore persecutore, un Tito Vespasiano Augusto a esempio, trova posto un volgare Presidente degli Stati Uniti, Ferris F. Fremont, una miscela di Nixon e McCarthy, populista, destrorso e reazionario.
Lo sfondo è quello della Guerra Fredda, del maccartismo e dell’anticomunismo, e della repressione della scena intellettuale alternativa nata nelle università.
Il parallelo è nitido: gnostici/hippie, persecuzioni cristiane/fascismo americano, Fremont-Nixon/Tito, controcultura/cristianesimo delle origini, reazione/impero romano materialista, et cetera.
Il colpo di scena, però, è un altro.
Nella prima parte del libro l’antagonista di Nicholas Brady è il Presidente degli Stati Uniti, Ferris F. Fremont (FFF=666): il sanguinario e fascista Fremont, passato sui cadaveri di Kennedy e Martin Luther King, dispregiatore e abolitore delle leggi sui diritti civili, populista e anticomunista d’acciaio, latore di una politica di “pancia”, uomo di grana grossa, spietato e monocratico. Il parallelo, come detto, è facile: questo è Nixon, è McCarthy, è chi volete voi.
Nella seconda parte l’antagonista degli gnostici/hippie si svela, però, per tutt’altro. Fremont, infatti, non è altri che un agente dei sovietici, infiltrato in America per distruggere i diritti civili e la democrazia e la libertà. Fremont e l’Unione Sovietica, insomma, l’anticomunista e i comunisti, sono volti di un unico sistema dittatoriale: un Età del Ferro che schiaccia i movimenti libertari di cui fanno parte i protagonisti.
Per fortuna un’entità divina, VALIS (Vaste Active Living Intelligence System), per mezzo di un satellite orbitante attorno alla Terra, trasmette informazioni ai propri adepti perseguitati, li guida con amore incitandoli a un’astuta ribellione. I Sovietici (cioè Fremont) distruggono il satellite, ma VALIS (la verità che non può essere negata, il dio dei futuri tempi) è destinato alla vittoria finale. Per mezzo di canzoni dal testo subliminale (Let’s party! Nicholas Brady è un produttore discografico), dal ritornello facile e coinvolgente, si comincerà, infatti, a insinuare nelle menti più giovani e più recettive la “verità”: populisti, destrorsi e comunisti formano un fronte comune, sono la perniciosa OAS che mette in pericolo il paradiso delle libertà … la ribellione delle giovani menti è avviata, FFF soccomberà all’impeachment … Nicholas Brady verrà giustiziato dal regime di Fremont (o meglio: morirà la sua parte carnale; la scintilla divina rinascerà in VALIS), ma il seme gettato non potrà che germogliare per soffocare la tirannia … Let’s party!
E nel nostro tempo?
Riuscirà VALIS (l’élite, Soros, Rothschild …) a far sì i propri agenti sulla Terra (i libertari Michael Moore, il bel mulatto Obama, Miley Cyrus, Meryl Streep …), con accorti stratagemmi, e a rischio della vita, possano alfine mostrare alla renitente platea mondiale l’evidente “verità”? Ovvero che il destrorso Trump, il comunista Putin, il despota Assad, il temibile Cicciocoreano, e tutti i rossobruni impenitenti, da Eugenio Orso a Steve Bannon, ignoranti, sanguinari e medioevali, sono membri di un’unico fronte antiprogressista che mina alle fondamenta la libertà, la democrazia e il capitalismo ben temperato? Ci riuscirà Michael Moore/Nicholas Brady? A prezzo della vita? E del vasto girovita?
Cosa accadrà nei prossimi mesi? Uno squilibrato di destra sparerà nella nuca del nostro ciccione liberatore? Miley Cyrus o Madonna rilasceranno canzoncine subliminali come in Radio Free Albemuth (Let’s party o Everybody join the party, dove il party non è una festa bensí il partito comunista a cui aderisce il tiranno Trump)? La Disney ordirà cartoni animati in cui si svela “the awful truth”: Trump con la falce e martello tatuata sulle natiche ostaggio delle mire antioccidentali del perfido Putin, l’uomo che, dalle ridotte bianche dell’ortodossia, recherà i cavalli cosacchi a San Pietro (dopo aver impalato l’hippie Bergoglio e lanciato un ukase contro i diritti civili LGBT)?
Naturalmente il mio è uno scherzo. Non ci rimane che scherzare, infatti.
Come il protagonista dei I sei giorni del Condor che leggeva libri per conto dell’Intelligence (gialli, fantascienza, romance) onde trarne spunti, informazioni, trame sotterranee …
Robert Redford interpretò questa strana figura di spia nel film quasi omonimo (I tre giorni del Condor). All’inizio credeva a uno scherzo pure lui …
La nostra, però, è effettivamente una burla per passare il tempo.
La cultura degli anni Sessanta, anarchica e libertaria, quale cavallo di Troia per l’entropia sociale, morale ed economica. La controcultura hippie come grimaldello per il nuovo ordine! Un destrorso americano, ricco e sciupafemmine, quale agente dei comunisti! Un milionario col riporto come i coniugi Rosenberg! E ancora: un comunista sovietico, ex KGB, quale difensore dell’Occidente “forte, solare, logico, aristotelico”, come amano cicalare i citrulli rossobruni del web! Hippie strafatti e Soros, omosessuali e ONG, la Boldrini e il Black Panther Party tutti insieme contro la reazione! Hillary Clinton e i Grateful Dead! Lidia Ravera e Juncker! Bifo Berardi e Zuckerberg! Timothy Leary e Marco Pannella!
Ma questo è una follia, un racconto di fantascienza! Non succederà mai! Non accade, né è mai accaduto!
Certo, non accade.
E tuttavia sono preoccupato per la vita del nostro Michael Moore, il martire dei nuovi tempi … non vorrei che MM fosse ammazzato da un membro sbroccato del KKK o dei suprematisti bianchi per dare la colpa a Ferris F. Fremont, pardon a DT, il Traditore della Libertà Americana in combutta col Soviet …

Certo che VALIS di agenti da mandare allo sbaraglio ne ha tanti, anche in quella barzelletta che non fa ridere che è l’Italia: Marco Cappato, il DJ Fabo, gli sposini di Trento … tutti gli episodi di cronaca tornano utili … ogni filo degli eventi può essere distorto, ogni sofferenza utilizzata, qualsiasi capriccio amplificato pur d’instaurare il Nuovo Regno della Felicità.
Intanto, triste, dimenticata e solitaria, campeggia in un angolino una notizia diversa, un pochino meno appetitosa: un italiano su due dichiara meno di 15.000 euro … ovviamente Repubblica, la figliola dello Svizzero Fuori Porta, tuona sdegnata e non si fa ingannare: questo accade non perché cali il lavoro e la produzione, ma perché – ahi – domina l’evasione fiscale … in realtà la ripresa c’è, la disoccupazione ha invertito il galoppo … è che gl’Italiani, specialmente i populisti, tengono i fruscianti sotto il letto senza dichiararli all’onesto Padoan … ma con l’abolizione del contante … vedrete …
Come no, vedremo sicuramente.
Intanto lasciamole in un angolo tali notizie che c’è da cantare il loden vittimista di Cappato …

22 febbraio 2017 - COSA STA SUCCEDENDO IN ITALIA NINO GALLONI E NANDO IOPPOLO di ELIA MENTA

4 marzo 2017 - LA PAGLIACCIATA DI RENZI DALLA GRUBER… - BARBARA LEZZI M5S

3 marzo 2017 - MMT QUOTATION extra | Augusto Graziani

3 febbraio 2017 - Virginia Raggi: Risultati del Governo 5 Stelle.

Lo spirito di Charlie Hebdo incombe sulla Francia dove Marine le Pen il 7 maggio vincerà l'elezioni

PROVOCANO L’INSURREZIONE. SONO COSI’ CIECHI?

Maurizio Blondet 4 marzo 2017 

Probabilmente avrete già letto che a Marine Le Pen è stata tolta l’immunità parlamentare. Dal parlamento europeo, a larga maggioranza. “ La richiesta di revoca era arrivata dalla giustizia francese, che vuole perseguire la candidata dell’estrema destra alle presidenziali per aver pubblicato su Twitter le immagini di tre esecuzioni dell’Isis nel 2015, tra cui quella del giornalista statunitense James Foley”.

Saprete anche perché Marine Le Pen ha pubblicato le foto delle decapitazioni con la scritta: DAESH è Questo! Ciò, perché era stata provocata: il 16 dicembre 2015, alla radio RMC, avevano paragonato l’ascesa del Front National a DAESH; dunque rispondeva a questa provocazione offensiva quanto demente.

Il tweet incriminante

La relazione d’accusa per togliere l’immunità parlamentare alla candidata che il Sistema teme tanto, è stata stilata dalla “relatrice Laura Ferrara, Movimento 5 Stelle” (ricordatevela, lettori) . Se non bastasse la misura spudorata, quasi inverosimile di illegittimità, si viene a sapere che “La revoca dell’immunità riguarda solo il caso in questione [i tweet] e non l’inchiesta sui presunti incarichi fittizi dei suoi assistenti al Parlamento europeo, in cui a essere sotto indagine è la capo gabinetto di Le Pen”. Quindi l’oligarchia, sempre fertile di invenzioni giuridiche a proprio favore quando si sente in pericolo, ha anche inventato la impunità parlamentare divisibile, la Le Pen oggi è in parte dotata di inviolabilità, e in parte no.

In quest’ultima fase della campagna presidenziale, la faziosità e la sfrontatezza del Sistema e dei media ha raggiunto vertici a cui si assiste increduli. Forse ricorderete lo scandalo mediatico perché Marine, a cui le banche francesi negano un prestito, s’era fatta prestare alcuni milioni dalla First Czech Russian Bank (FCRB), “banca russa ritenuta vicina al Cremlino” (Nouvel Obs, j) il che ha permesso di strombazzare che Marine “è al soldo di Putin”.


Macron è pagato dai Sauditi (e i media zitti)

Ora apprendiamo questo: che Macron, il candidato dei Rotschild , il banchiere che è stato ministro dell’economia di Hollande, insomma il candidato che il Sistema oligarchico vuol far vincere con tutti i mezzi, è riccamente finanziato nella sua campagna da – indovinate? – l’Arabia Saudita. Lo ha rivelato Philipp Close, un membro del PS (socialista) belga: “Il regno dell’Arabia Saudita ha deciso di finanziare oltre il 30% della campagna di Macron per l’elezione presidenziale 2017. Macron e il dottor Al Ankary, ambasciatore saudita a Parigi, si sono incontrati più volte”. La decisione definitiva di Ryad è venuta dopo un incontro del candidato con un altro ambasciatore saudita, quello in Belgio, Abdulrahman S. Al Hamed.


La notizia è stata pubblicata da Le Soir il 24 febbraio; alla data del 3 marzo, non ho ancora visto un titolo di scatola o strilli sui tg mainstream al riguardo di “Macron sul libro paga del re wahabita”. Anzi, direi che la notizia è proprio stata taciuta.


Tutta una serie di manipolazioni miranti a confiscare il voto a favore di Macron, sono palesemente opera di Hollande che – ancora per poco all’Eliseo – ne approfitta per usare le leve del potere contro i candidati di centro-destra (Fillon) e ora contro la Le Pen. Si assiste “all’utilizzo senza vergogna di servizi di Stato la cui neutralità dovrebbe essere costitutiva”, come la procura per reati finanziari (Parquet National Financier) che “spara raffiche di atti procedurali che non hanno alcun carattere d’urgenza” (così l’economista Berruyer) sia contro Fillon, sia contro la Le Pen, su azioni note da tempo e le cui indagini possono essere sospese in tempi di votazioni – come del resto è previsto in certi casi: esempio, i rilievi della Corte dei Conti Regionale sono sospesi per sei mesi prima delle elezioni locali in Francia, proprio per evitare strumentalizzazioni.

Il punto è che Marine è la sola politica in corsa a denunciare apertamente questi arbitri. Nel discorso di Nantes, ha avvertito “I funzionari a cui un personale politico alle corde chiede di utilizzare i poteri dello Stato per sorvegliare gli oppositori o organizzare contro di loro persecuzioni, pugnalate alla schiena (coups tordus) o campagne diffamatorie (cabales) – fra qualche settimana questo potere politico sarà spazzato via, ma questi funzionari dovranno assumersi il peso di questi metodi illegali e mettono in gioco la loro propria responsabilità”.

“Lasciano a Marine la difesa delle libertà pubbliche”

Naturalmente i media complici hanno strillato che Marine minaccia di epurare i dirigenti statali. A parte che esiste una legge sulla funzione pubblica (Legge i n°83.634 del 13 luglio 1983, art.28) che potrebbe portare all’incriminazione dei “funzionari” agenti per ordine di Hollande, il punto è che il Sistema intero, gli altri partiti compresi e i media, “hanno abbandonato a Marine Le Pen la difesa delle libertà pubbliche”: per un partito che gli avversari continuano a dichiarare “fascista”, è una medaglia di legittimità regalata da quelle che si autodefiniscono “custodi della democrazia”. Saranno loro i “fascisti”?, si domanda più di un insospettabile intellettuale. Emmanuel Todd ha parlato di “flash totalitarie” a proposito delle ultime iniziative di Hollande. Sapir si chiese se “l’Europa sia fascista” (errore di analisi tipico di “sinistra”, chiamare fascismo quello che è un regime oligarchico anti-popolare e anti-sovranista..).

Tanto più che Francois Hollande, per far capire meglio di chi è agli ordini, il 27 febbraio scorso s’è recato presso la sede del Grand Orient de France per celebrare coi fratelli il tricentenario della Massoneria – prima visita di un presidente in carica nella storia – ed ha pronunciato un discorso con questa frase: “Chi attacca la Massoneria, è alla Repubblica che mira”. Applausi.

Qui non c’è solo il fatto, già tante volte sottolineato, che il Sistema , appena s’è sentito in pericolo, ha gettato i rituali della democrazia come una maschera di cartapesta – quale infatti era. Qui, c’è da chiedersi se i padroni del discorso si rendono conto della”sorda collera” che il Figaro avverte salire dal popolo”di destra” ma anche di centro-destra, quello che avrebbe votato Fillon. Se il panico o l’ebbrezza del potere li ha accecati a tal punto, da non sentire che stanno spingendo all’insurrezione? O forse è proprio questo che vogliono, nella loro totale irresponsabilità?

“Verso gravi torbidi”

Perché è evidente che l’insurrezione è nell’anticamera della Francia, sia che Le Pen perda, sia che vinca al secondo turno. Nel primo caso, il suo elettorato sentirà che la vittoria gli è stata rubata da trucchi illegittimi. Ma se Marine va all’Eliseo, una metà del paese – quella progressista, da 30 anni chiamata in ballottaggio alla “unione patriottica”, ossia a votare un candidato di destra moderata piuttosto che far passare il Front National – si sentirà governata da una forza a cui si rifiuta di riconoscere legittimità democratica – esattamente come gli americani “progressisti” nei confronti di Trump. Tutto aggravato dall’incendio dei quartieri “islamici”, pronti a scatenarsi ancor più davanti a una presidenza “di bianchi razzisti”. La polarizzazione estrema è nei fatti; e viene istigata di giorno in giorno dalle slealtà del Sistema e dai media.

“Il clima della Francia si deteriora tanto da spaventare. Quale che sia il punto di vista a cui si pone l’analisi oggettiva, si è forzati a constatare che il nostro paese è alla deriva. E ciò in un clima di violenza che non può che far temere i mesi prossimi. Molti di noi pensano che viviamo attualmente in un clima di guerra civile”: ed è sintomatico che a dirlo non sia un politico né un “autorevole commentatore” mainstream, ma Francois Billot de Lochner, un banchiere che ha fondato un gruppo civico, Fondation de Service Politique e “France Audace”. Questo privato, nel suo blog, ci dà un elenco di evidenze, espresse da domande retoriche incalzanti, che danno i brividi:

“S’è mai vista una campagna presidenziale nel corso della quale il Sistema si accanisce a distruggere un candidato che detesta, e l’insieme dei pretendenti non può fare campagna pubblicamente senza un esercito”messicano” di guardie del corpo, poliziotti in borghese, Digos? [Compagnie Républicaine de Sécurité, la polizia politica del ministero dell’Interno, paragonabile alla nostra DIGOS]… spostandosi in un clima di odio e violenza palpabile?

“S’è mai visto uno spazio pubblico in cui non si può passare tranquillamente per i fatti propri senza essere controllato, identificato, perquisito, sospettato? Lo spazio pubblico è diventato un luogo di rischio attraversato da militari armati fino ai denti?

“Si sono mai viste nella storia della Francia, città intere vietate alla polizia e alla giustizia nonché ai francesi “di nascita”: città divenute territorio stranieri, pronti a regolare i conti con i “francouillard”?

“Si è mai visto un paese sopravvivere ad una invasione organizzata dalle elites del paese invaso, che produce una scia di insicurezza e di violenza, e di costi giganteschi che approfondiscono dei deficit già abissali?”.

“S’è mai visto un presidente della Repubblica precipitarsi al letto di un delinquente immigrato [Théo, che disse di essere stato “sodomizzato” col manganello da un poliziotto durante i disordini nella banlieue di Aubervillier a metà febbraio] ma non fare il minimo gesto per i poliziotti aggrediti con bottiglie molotov e gravemente ustionati nelle banlieues del sud, e gli assassini potenziali sono degli immigrati?”

“Quando s’è mai visto un tale massacro della gioventù a cui non è proposto più niente di nobile, di bello, di vero e di bene, essendo predicato che lo scopo supremo è il godimento individuale, nutrito dall’ondata di pornografia che con assoluta certezza uccide questa gioventù? Da qui la violenza estrema delle Nuits Debout, o degli spacca tutto di Nantes e di Rennes o altrove, alberi che nascondono la foresta che non chiede altro che di prender fuoco.

“Quando si è mai vista nei Francesi una tale depressione , confermata da istituti specializzati di mese in mese, e in salita verso un livello mai toccato?

“Si è mai visto prima un governo alle corde prendere, settimana dopo settimana, misure drammatiche e vergognose, per poi i suoi membri prendere altrettanto vergognosamente la fuga verso poltrone dorate create apposta per assicurare loro vecchiaie finanziariamente felici?”

“S’è mai vista prima la Massoneria esibirsi così pubblicamente come istituzione di governo, ed affermare senza complessi di tirare le fila della decostruzione della Francia?”.

Ed infine, ce n’è anche per El Papa:

“Dove si è mai vista la Chiesa assoggettarsi fino a questo punto all’ideologia mortale delle elites che non mostrano che un obbiettivo, distruggere la Francia che detestano”?

Il lettore vede che potrebbe sostituire la parola “Francia” o “francesi” con Italia ed italiani, e l’allarme si attaglierebbe ancor meglio a noi. In tutto: dall’uso politico della giustizia alle violenze corpuscolari sottopelle, dall’immiserimento morale della gioventù alla corsa dei politici alle poltrone e ai vitalizi per garantirsi la vecchiaia da ricchi, le vergognose scorte da cui i ministri si fanno accompagnare fino all’esercito che fa’ blocchi stradali nell’operazione “città sicure”, tutto è là come qui.


Ma una sola frase non si attaglia a noi italiani: l’ultima, la conclusione del cittadino François Billot de Lochner:

“Per tutte queste ragioni, il clima diventa via via insurrezionale: una scintilla potrebbe provocare torbidi gravi, persino una guerra civile – che sarebbe molto difficile da sedare, a tal punto il caos possibile rischia d’essere multiforme, e dunque non dominabile. Per ciascuno di noi, è suonata l’ora del coraggio”.

Non “l’ora di tapparsi in casa e poi correre a soccorrere il vincitore”, badate, ma l’ora del coraggio.

Come ho già fatto altre volte – scusatemi se mi ripeto – tutto ciò sembra indicare in modo agghiacciante il rapido porsi delle condizioni per la profezia del veggente bavarese Alois Irlmaer (1894-1959) su Parigi:

“La grande città con l’alta torre di ferro è in fiamme; ma questo è stato fatto dalla propria gente, non da quelli che sono venuti dall’est. Posso vedere esattamente che la città è rasa al suolo – e anche in Italia sta andando selvaggiamente”.

“Merde!”, Juncker perde la testa

Juncker è il capo della Commissione che nel gennaio 2015, di fronte al referendum greco contro le inumane imposizioni della UE, sancì: “Contro i trattati europei non ci può essere scelta democratica”. Era la voce stessa dell’oligarchia che non dipende dal voto dei cittadini, e lo sa e se ne vanta. Il 2 marzo scorso, era meno sicuro della forza del potere oligarchico. Ha parlato del futuro della UE e alla fine è sbottato: “Merda! Cosa volete che facciamo?!”


Che povertà, la discussione verte sugli uomini e non sul fatto che si è servito pedissequamente il Globalismo Capitalistico a cui si contrappone oggi il movimento degli Stati Identitari e quale ruolo si sceglie in questa lotta, quale strategia porsi nel sommovimento tellurico geopolitico ...


Intervista a Massimo Mucchetti: "Vertice del Pd subalterno a circoli opachi"

Pubblicato: 03/03/2017 16:55 CET Aggiornato: 03/03/2017 18:12 CET


Non ha seguito Pierliugi Bersani, che pure l'ha coinvolto nell'avventura del Pd, nella sua scissione (e in questa chiacchierata ci spiega lungamente perché). Ha deciso di rimanere nei ranghi dei Dem e di condurre una battaglia dall'interno a Matteo Renzi e al suo modo di guidare il partito, dichiarando il suo sostegno allo sfidante, Andrea Orlando. Nonostante questo, Massimo Mucchetti, ex vicedirettore del Corriere della Sera e attuale presidente della commissione Industria del Senato, ha mantenuto intatte tutte le sue critiche al renzismo. Sentite qui: "Rilevo una subalternità dell'attuale leadership del Pd verso circoli opachi come quello che si stringe attorno al massone Bisignani e verso culture anglicizzanti che sembrano moderne e invece sono state smentite dalla storia recente". Parole quasi da opposizione.

Senatore Mucchetti, non crede che qualcuno del governo dovrebbe venire in Parlamento a spiegare e fare chiarezza su quel che sta emergendo nell’inchiesta Consip?

Nel rispetto dell'indipendenza della magistratura, sì. Consip è un soggetto giuridico pubblico.

In tutte le inchieste c’è un piano giudiziario e un piano tutto politico. Leggiamo politicamente quel che emerge.

Questa inchiesta può influire sul congresso del Pd e, a cascata, sugli equilibri politici nazionali. Non me lo auguro, perché la politica deve risolvere in autonomia le sue difficoltà. Purtroppo troppi hanno cercato di utilizzare le inchieste nel proprio interesse. Il centro-sinistra contro Berlusconi. Ora vedremo le decisioni della Corte europea. Berlusconi contro Prodi con il presunto scandalo Telekom Serbia. Una bolla di sapone. Renzi contro Letta quando chiese le dimissioni del ministro Cancellieri per una telefonata di cortesia alla signora Ligresti senza alcun seguito pratico e ora, con qualche ragione in più, contro il sindaco Raggi. Ora tocca ai Cinquestelle attaccare la famiglia Renzi e il ministro Lotti. Siamo allo schiaffo del soldato.

Non crede che questa inchiesta squarci un velo di ipocrisia sulla retorica “nuovista” di questi anni. Insomma, il Re è nudo. E il Re è un sistema di potere familistico – il papà, Lotti – fatto di zone d’ombra, di legami limacciosi.

Mi astengo dal giudicare i giudici e i loro imputati reali o potenziali. Preferisco, se devo guardare al mondo che mi è vicino, sottolineare la subalternità dell'attuale leadership del Pd verso circoli opachi come quello che si stringe attorno al massone Bisignani e verso culture anglicizzanti che sembrano moderne e invece sono state smentite dalla storia recente.

Alcuni giornali la davano fra i fuoriusciti dal Pd e invece lei non entra nel gruppo dei Democratici e progressisti. Ci ha ripensato?

Le pare? Ma come avrei potuto immaginare di uscire da un club del quale non sono mai stato socio?

Non sfugga. Lei resta nel gruppo parlamentare Pd al Senato. Dunque non condivide la scissione. Perché?

Non l'ho seguita, perché non mi pare conveniente per il centro-sinistra regalare il Pd a un Renzi sempre più egoriferito e sempre meno vincente nell'opinione pubblica, e tuttavia non considero i colleghi in uscita dei compagni che sbagliano. Hanno parecchie ragioni.

Equilibrismi.

Non tanto. Chi ha sbagliato davvero e' Matteo Renzi.

Dice?

Si'. E per due ragioni. La prima consiste nei risultati deludenti del suo governo. A parte le unioni civili sulle quali, peraltro, pure la Chiesa si è ormai aperta, che cosa portiamo a casa? Zero crescita e un debito pubblico che sale nonostante i tassi infimi. Tra non molto negli USA i tassi saliranno. In Europa Draghi non è eterno. Senza prendere il toro per le corna, l'Italia rischia una nuova crisi finanziaria.

Mille giorni di riforme.

Mah. Renzi ha fallito sulla riforma costituzionale, bocciata dal Paese. Ha posto tre volte la fiducia su una legge elettorale che il mondo ci avrebbe invidiato e sappiamo com'è finita. Ha preso abbagli gravi e costosi sulle banche seguendo i consigli fallimentari di JP Morgan anziché l'interesse nazionale. Ha dimostrato idee confuse sul ruolo dello Stato nell'economia, affidando la Cassa depositi e prestiti a un banchiere di scuola Goldman Sachs, mentre aveva in mente uno Stato interventista, come dimostrano le decisioni correnti: dall'offerta semi pubblica per l'Ilva al via libera dato riservatamente a Intesa Sanpaolo sulle Generali, salvo scoprire che la banca aveva fatto male i conti. Si è rivelato modesto sulla questione del lavoro, trattata attraverso sussidi costosi e temporanei anziché concentrare le risorse sugli investimenti e affrontare, magari, la redistribuzione del lavoro mangiato dalle nuove tecnologie attraverso una manovra sugli orari. Renzi non è stato efficace sulla scuola e sulla pubblica amministrazione. Insegue il populismo dei Cinquestelle nel rapporto con la politica, pur essendo un politico di mestiere. Non dimostra visione del futuro mettendosi prono davanti alle multinazionali del web e accettando senza un amen la fuga delle società italiane verso i paradisi fiscali, quasi una complicità.

Parola grossa, complicità.

Quando non si fa nulla sulla exit tax, che penalizza il trasferimento di base imponibile all'estero, e nulla si fa sul voto maggiorato, che dovrebbe stabilizzare gli assetti di controllo ai fini dei piani industriali a lungo termine, si incoraggia il trasferimento delle sedi dei grandi gruppi in Olanda o Lussemburgo, come è avvenuto con l'intero gruppo Agnelli. Quando si nomina commissario per l'Italia digitale un dirigente di Amazon che ad Amazon tornerà e si bloccano i disegni di legge sulla web tax, scelga lei parole diverse.

Ma se Renzi ha appena dichiarato di essere pronto a introdurre la web tax non appena l'Ocse e la UE la definiranno...

Di ritorno dalla California, la terra di Google e di Apple, le aziende più ricche e dunque più influenti del mondo, Renzi ha evocato la web tax per impadronirsi sul piano della propaganda di un tema sollevato da altri e per affossarlo nella realtà.

Addirittura? Renzi sbaglia sempre?

Stiamo ai fatti. Come lei sa, l'Ocse è dominato dagli USA, la patria degli Over the top che aborrono la web tax. E la UE e' da sempre bloccata da Olanda, Irlanda e Lussemburgo, paradisi fiscali euro accettati. Aspetta e spera. Eppure, il governo conservatore del Regno Unito l'ha introdotta, la web tax, mentre sono tre anni che Renzi blocca ddl ed emendamenti analoghi alla norma inglese sia alla Camera che al Senato. Che ha fatto Palazzo Chigi? Ma una commissione di studio, no? E poi ha chiuso la relazione finale nel cassetto. Ma c'è addirittura di peggio. Il MEF si oppone alla web tax perché non avrebbe copertura. Capite? Le tasse generano gettito, poco o tanto che sia, non spesa, e si parla di copertura? Da non credere. Ma questo passano il convento renziano e talune burocrazie ministeriali.

Abbiamo capito. A suo parere, Renzi ha governato male. E poi? Quale sarebbe la seconda imputazione a carico del povero Matteo?

Da tempo l'ex premier, che sogna di cancellare la parolina ex al più presto, appare inadatto a governare il Paese: unfit to run Italy, direbbe The Economist. Ma dopo la sconfitta campale subita nel referendum, che ha intestato al Pd, Renzi si sta sempre più rivelando inadeguato anche per guidare il partito.

Ma se si è dimesso. Che altro poteva fare?

Si è dimesso per ricandidarsi il giorno dopo. Dimissioni con l'elastico. A Scalfari che lo intervistava, Veltroni ha ricordato come lui lascio' la carica davvero, senza ricandidarsi, quando capì che, restando, avrebbe minato l'unità del partito. Perché Renzi non ha preso esempio da Walter? Dopo mille giorni di governo e milioni di tweet, una vacanza studio gli farebbe bene. E' giovane. Tra qualche tempo potrebbe tornare con idee nuove e più forti.

Sarebbe una fuga, dice lui.

Non starò a ricordargli che aveva promesso di ritirarsi addirittura dalla politica ne' a citare Cameron che, dopo Brexit, lo ha fatto davvero, senza recite. Confesso soltanto stupore di fronte a un signore che si sente indispensabile. I genitori possono ritenersi indispensabili per i figli, se piccoli. Ma gli italiani sono adulti. Renzi si sente forse il padre della patria?

Guerini direbbe che le sue dichiarazioni trasudano odio. La Serracchiani aggiungerebbe che si occupa solo di Renzi e non del Paese.

Bollare le critiche come manifestazioni di odio e' un vecchio trucco berlusconiano per buttare la palla in tribuna. Del resto, si tratta di argomenti perfettamente reversibili da chi li subisce su chi li usa. Si leggano i botta e risposta tra Renzi e D'Alema. Guerini e Serracchiani sanno leggere e certo riconoscerebbero che, nel risponderle, ho toccato solo scelte politiche che impattano sul Paese.

Lei ha citato Veltroni. Ma Veltroni e Scalfari, nel loro dialogo su Repubblica, si pronunciano contro la scissione.

Veltroni e' stato il primo segretario del Pd. E' normale e comprensibile che invochi l'unità. Ma il giornalista che sopravvive in me sottolinea il nuovo, non l'ovvio, e si incuriosisce sul Veltroni che rievoca oggi la sua scelta di lasciare, una sorta di estremo, indiretto appello a Renzi affinché compia l'unico gesto riconciliatore prima della formazione dei nuovi gruppi parlamentari...

Ma Scalfari non insiste su questo punto. Anche lui, già acerbo critico di Renzi, non sostiene la scissione.

È vero. Ma in quel dialogo ho visto dell'altro. Le racconto un episodio. Un artista amico mio, appassionato di giornalismo, ha commentato quest'ultimo Scalfari più o meno così: "Caro Massimo, mi hai sempre detto che Scalfari è stato, con Luigi Albertini, il più grande giornalista del Novecento. Io ho sempre preferito Montanelli, ma tu contrapponevi l'insuccesso dei quotidiani da lui fondati e diretti, il Giornale e la Voce, ai trionfi del Corriere nel primo quarto del Novecento e della Repubblica nell'ultimo quarto, per non dire dell'Espresso. Ma tu, caro Massimo, aggiungevi che pure il grande Albertini scriveva talvolta articoli gravi e sbagliati come quelli a sostegno di Cadorna e delle offensive sull'Isonzo". Il mio amico concludeva che Scalfari aveva fatto altrettanto convertendosi infine al Renzismo. Ho dissentito. A questo amico ho a mia volta ricordato come commentammo trent'anni fa la grande mostra di Tiziano a Venezia: "L'ultimo Tiziano deforma il disegno attraverso l'uso smodato del colore e della luce, caro Beppe. Ormai ci vedeva poco, azzardai io. Ma tu osservasti: l'indebolirsi dell'occhio rafforza la capacità di vedere dell'anima attraverso il colore, oltre la forma. L'ultimo Tiziano anticipa l'Ottocento...

Morale?

Ecco, Scalfari sorvola la cronaca e fa intravedere, con l'aiuto di Veltroni, la storia che possiamo costruire destrutturando quanto vediamo oggi, rimettendo in gioco i nostri pensieri consolidati, come Tiziano fece con l'arte sua precedente. Veltroni e Scalfari ricordano il Berlinguer unitario del 35% e così ci invitano a pensare: il 35% lo prese anche il Pd di Veltroni, ma come Berlinguer trovò una Dc al 38% così Veltroni trovò un Berlusconi oltre il 40%. Nella Prima Repubblica, la somma delle famiglie politiche ora confluite nel Pd superava il 50% dei voti senza premi di maggioranza. Il Pd a vocazione maggioritaria non ha mai nemmeno sfiorato quella percentuale. Il punto oggi non è piangere sulla scissione, per quanto dolore venga da una separazione che non è ancora divorzio, ma pensare a come riunificare il centro-sinistra.

Beh, evitare la scissione avrebbe aiutato.

Se si fosse mosso Renzi, certamente si'. Se i Democratici e progressisti fossero rimasti in casa, dico: forse. Vede, la scissione ha l'ambizione di offrire una casa a quella parte dell'elettorato del centro-sinistra che ha perso fiducia in Renzi e, spesso, e' rifluita nel non voto. La leadership mediatica di Bersani e di D'Alema, inevitabile almeno in questa prima fase, mobilita alcuni e non viene accettata da altri...

Da lei, per esempio?

Personalmente, ho molta stima di entrambi senza mai essere stato dalemiano quando D'Alema premier aveva stuoli di adulatori ne' bersaniano in questi anni, ancorché Pierluigi mi ha abbia chiesto di cambiare lavoro ed entrare in Senato. Ma registro la percezione divisa dell'elettorato. Le nuove leadership andranno conquistate sul campo. In positivo, senza dannare alcuna memoria. Renzi ha avuto la chance di cambiare le cose, essendo libero dalle eredità della storia che, invece, possono pesare sui vecchi leader. Ma carattere e coraggio non bastano se non hai una visione politica e una capacità di direzione adeguate. E così, in attesa e in funzione della rivoluzione culturale che nel tempo superi il blairismo senza tornare indietro, si apre il problema del domani prossimo. Il Pd e il movimento dei Dp dovranno parlarsi e incontrarsi di nuovo, se il centro-sinistra vuol vincere le elezioni. E allora credo che due siano gli sforzi da fare: sostenere Giuliano Pisapia nel ruolo di federatore civico dei due tronconi democratici e delle altre aree del centro-sinistra; porre fine alla leadership di Renzi nel Pd per facilitare questo processo e favorire una nuova cultura di governo.

E chi al posto di Renzi?

Non essendo iscritto al partito non partecipo al congresso, ma alle primarie andrò. E voterò per Andrea Orlando, che anche nel renzismo imperante ha conservato un tratto inclusivo e che, ora, non chiude al dialogo anche con i Democratici e progressisti e corregge l'idea pericolosa di concentrare in una sola persona la leadership del governo e quella del partito...

Una concentrazione che il Pd ha sempre propugnato.

La Chiesa può considerare inviolabile il suo catechismo, perché ha duemila anni di storia. Il Pd ha uno statuto con solo 10 anni alle spalle. E non l'ha scritto Javhe' sul monte Sinai. Speriamo che il popolo del centro-sinistra dia al Pd la saggezza per correggere gli errori e per cambiare cavallo.

Ci crede?

Se Renzi non avrà la maggioranza assoluta, non sarà automaticamente riconfermato segretario. Deciderà allora l'Assemblea nazionale del partito formata in modo proporzionale dai rappresentanti delle liste concorrenti. Se avesse il 50,1% alle primarie, vedremo se sarà capace di risalire la china alle amministrative dopo le sconfitte del giugno scorso. Comunque vada a finire, facciamo quel che si deve, accada quel che può.

http://www.huffingtonpost.it/2017/03/03/massimo-mucchetti-_n_15133350.html

Il Circo Mediatico e il suo clero si sono accorti che non controllano più l'informazione e propongono soluzioni fuori da ogni logica, dalla realtà

Ddl fake news, Chiesa: ''Bloccheremo il nuovo fascismo, ma guerra continuerà''

02 marzo 2017 ore 12:48, Marta Moriconi

Legge contro le fake news e rischi per la libertà d'opinione, se ne è discusso stamane nel convegno ''Regolamentazione dell'online: NO a proposte liberticide'' alla Sala dell'Istituto di Santa Maria in Apiro, presso il Senato della Repubblica, a cui hanno preso parte numerosi relatori, fra cui il coordinatore e promotore Giulietto Chiesa, che IntelligoNews ha sentito a margine del convegno. Per Chiesa "non controllano più la comunicazione di massa. È un attacco alle opinioni delle persone''. 


Giulietto Chiesa Dove sono i punti contraddittori e, se ci sono, critici di questa legge? 

''E' una legge totalmente inutile dal punto di vista tecnico, perché tutte le procedure di difesa della pubblica opinione sono già previste. Abbiamo una Costituzione, che è la legge fondamentale dello Stato, e questa legge la viola. È la prima cosa che va detta. Va respinta perché va contro il testo fondante dello Stato Italiano. La domanda poi da farsi è che cosa stia realmente accadendo: siamo immersi da più di trent'anni in una valanga di fake news e improvvisamente qualcuno se ne accorge. Perché proprio ora? Perché stanno perdendo il controllo della comunicazione di massa, con milioni di individui. Gli esempi sono semplici da fare: Brexit, elezioni americane e referendum in Italia. Finora la grande massa del pubblico era controllata, adesso si sono accorti che stanno perdendo il controllo e additano la rete come luogo che minaccia la loro dominanza. Ma questo non ha nulla a che fare con la democrazia''. 

Il giornalista ovviamente ha le sue regole da seguire, ma in questa legge si fa riferimento anche ai liberi cittadini che esprimono la propria opinione. 

''E' un attacco contro le opinioni, non contro le fake news. Lo ripeto ne siamo immersi ogni giorno, basta andare in edicola e comprare un giornale o accendere la tv. Sono le fake news del mainstream. Qui si attacca il libero cittadino che esprime le proprie opinioni, contestabili ovviamente, come quelle di chiunque''. 


Il convegnoMulte e carcere: sta qui il punto focale? 

''Questo è il punto chiave, perché è il segno che questa società, perdendo il controllo diventa fascista, anzi nazista. Su questa legge c'è scritto nero su bianco che le opinioni non sono più consentite, mentre nella nostra Costituzione c'è scritto che ogni cittadino ha il diritto di esprimere con la parola, i gesti, le azioni e gli scritti il proprio punto di vista: se tocchi questo vai a toccare le libertà civili. Forse ancora non lo sanno e lo scopriranno più avanti, ma questi sono dei fascisti in nuce, nel senso antico, di quello che si chiamava 'ministero della verità', che non hanno letto Orwell. Una copia gliela regaleremo''. 

Qual'è al momento il rischio che passi la legge con questo Parlamento? 

''Ora in Italia non è dato sapere, vedremo, ma di certo tramite questa vicenda misureremo il contenuto democratico di questo Parlamento, perché se la approvasse sarebbe fuori dalla Costituzione, fuori dalla legge e bisognerebbe combatterlo con tutti i mezzi a disposizione''.

L'Utero è una merce, i bambini sono merci e i giudici sono dei paria. Ci sono problemi etici che esulano dalle competenze di un tribunale che diventano Partito quando si tratta di difendere il Politicamente Corretto

SE I GIUDICI DECIDONO I GENITORI. E TANTE ALTRE COSE

Maurizio Blondet 3 marzo 2017 
di Roberto Pecchioli

Il recente caso della giudice trentina che ha sentenziato sul caso di due gemelline concepite con inseminazione artificiale all’estero per conto di una coppia omosessuale italiana ha suscitato un comprensibile sbigottimento. La giurisdizione ha infatti stabilito che le bambine hanno due padri e nessuna madre e che il fatto di essere genitori non è determinato dalla natura, ma dalla volontà di assumere il ruolo di padre, o di madre, pur se nel caso specifico è assente, giacché, pare di capire, la donna che ha partorito le gemelle aveva noleggiato se stessa e l’utero ai due gay desiderosi di prole.

Non vi è chi non veda nella sconcertante sentenza un salto ideologico e concettuale di portata storica, nella direzione, una volta di più, della separazione del dato naturale biologico legato alla filiazione da quello giuridico- culturale, attribuendo superiorità a quest’ultimo. Di più, è un’ulteriore passo verso la legalizzazione di qualsiasi desiderio o capriccio individuale, considerato ormai alla stregua di diritto da garantire per legge, meglio se collegato a fiorenti mercati, come quello delle tecnologie riproduttive che speravamo circoscritte alla zootecnia.

Un filosofo del diritto come Paolo Becchi, in un intervento ospitato da un quotidiano nazionale, ha messo in guardia contro una deriva obiettivamente pericolosa e, forte della doppia qualifica di filosofo e di giurista, ha svolto una riflessione complessiva, legata al ruolo sempre più ampio assunto dal potere giudiziario. Non è bene che i genitori siano decisi dalle sentenze, specialmente in casi come quello trentino, in cui il dramma maggiore, per le due piccole, è la totale assenza della figura materna. Ma non è assolutamente normale che sia la giurisdizione, ovvero nei fatti singole persone la cui unica specializzazione è la conoscenza dei quattro codici certificata dal superamento di un concorso, a stabilire per sentenza il bene ed il male su tantissimi temi importanti. Non abbiamo le competenze giuridiche per entrare nel merito di questioni terribili come quelle dell’eutanasia e della morte assistita, ma occorre dire qualcosa sull’enorme potere che ha assunto l’ordine giudiziario da almeno un ventennio.

Per un verso, si deve prendere atto di vari vuoti legislativi provocati dal fatto che la scienza e la tecnologia corrono ad una velocità che non può essere seguita – o inseguita – dalla codificazione. Su un ampio ventaglio di materie, nessun potere legislativo ha la capacità di intervenire con gli stessi tempi delle scoperte ed applicazioni tecnologiche. Questo vale per le delicatissime questioni della bioetica, ma è altrettanto vero in materia finanziaria, economica e fiscale. La giurisdizione, per sua natura, ha poteri solo in un determinato territorio, ma la globalizzazione agisce su scala planetaria, nega confini e frontiere e non conosce altre leggi che quelle del tecnicamente fattibile ed economicamente profittevole. Lo stesso contrasto al terrorismo non può ormai essere organizzato che in un quadro internazionale, con le difficoltà di cui siamo spettatori quotidiani.

Tali questioni sono chiare benché di ardua soluzione, specie allorché un giudice, spesso monocratico ed in possesso di competenze fatalmente limitate, deve comunque sentenziare su qualcosa. Ciò che preoccupa e turba è l’allargamento progressivo delle competenze dei giudici, le stesse aspettative salvifiche dalle quali sono circondati, e pone quesiti di capitale importanza in ordine alla sovranità, alla libertà, allo stesso principio di divisione dei poteri di cui le civiltà liberali occidentali si fanno vanto. Il problema non è soltanto italiano, e ciò dovrebbe sollecitare riflessioni non limitate a casi particolari o ad onde emotive provocate ad arte nell’opinione pubblica.

L’altro fatto di cui è impossibile tacere è la politicizzazione di moltissime toghe, che in Italia fu il frutto avvelenato dell’egemonia gramsciana marxista, della luciferina intelligenza di Palmiro Togliatti e dopo di lui di Luciano Violante, il giudice comunista a lungo vero dominus delle correnti “fedeli alla linea” rossa. Magistratura Democratica teorizzò apertamente la preminenza dell’interesse politico delle classi sfruttate sulla lettera e lo spirito della legge scritta. Non pochi giudici – di solito pubblici accusatori – passati alla politica hanno dato mediocre prova di sé, ma il dilemma vero sono le porte girevoli tra i tribunali ed il Parlamento. Prendiamo Michele Emiliano, la cui carriera politica è stata costruita sull’attività di sostituto procuratore della repubblica. E’ una toga in aspettativa; se tornerà in attività, si potrà mai allontanare il sospetto che l’esercizio dell’azione penale (o le sentenze, se passerà alla funzione giudicante) sia influenzato dalle amicizie ed avversioni politiche del corpulento signore barese?

Quanto alla Cassazione, che gli operatori del diritto chiamano S.C., Suprema Corte, ci ha abituato a decisioni, come dire, arditamente innovative, supportate più dalle acrobazie verbali di giuristi valenti che dalla lettera della legge: de iure condendo ed oltre. E’ noto che le sentenze della Cassazione non fanno giurisprudenza, eccetto quelle pronunciate a sezioni riunite sulle questioni più rilevanti, ma è ben difficile che, massimari alla mano, magistrati di prime cure o giudici di pace contraddicano, in cause simili, le vedute degli ermellini romani.

La Corte Costituzionale, a sua volta, viene spesso incaricata di svolgere funzioni improprie, di supplenza legislativa. Il caso recente della legge elettorale lo dimostra, ma l’opera della Consulta è spesso risultata provvidenziale per abbattere referendum sgraditi, riscrivere norme, persino per renderle più gradite a chi dovrebbe solo applicarle, giudici ordinari ed amministrativi. Qui si apre un’altra questione non formale, legata ai principi di controllo e bilanciamento di cui va fiera la democrazia rappresentativa. In Italia, i quindici giudici costituzionali sono nominati in parti uguali dal parlamento, dal presidente della repubblica e dagli stessi magistrati, i cui organi interni sono autentici parlamentini con correnti e partiti reciprocamente avversi. Si tratta quindi di un organo di garanzia che, innanzitutto e principalmente, garantisce il potere costituito, cui deve la prestigiosa e ben retribuita funzione della durata di ben nove anni.

Infine, il domandone: conta di più il potere giudiziario o quelli elettivi, esecutivo e legislativo? La questione è dirimente, poiché da un lato le norme, in particolare quelle costituzionali, non possono essere alla mercé di capricci o follie parlamentari di stagione, talché è indispensabile un organo di controllo formale, ma è altrettanto vero che la sovranità appartiene al popolo, e la giurisdizione ne è solo un organo i cui membri, secondo dottrina, compongono un ordine, non un potere autonomo.

In un quadro siffatto, nessuno stupore se avvengono invasioni di campo, o se non poche sentenze risentono del clima politico sociale o, peggio, delle convinzioni personali di chi giudica. I casi si moltiplicano, non soltanto rispetto alle nuove follie del “gender”. E’ lezione per studenti di ragioneria che la legge, insieme con l’imperatività (la norma contiene un precetto la cui violazione prevede una sanzione) abbia carattere di astrattezza e generalità. Purtroppo, specie nel diritto italiano, le norme si accavallano ed affastellano una sull’altra, tanto è vero che nessuno sa con certezza quante ce ne siano in vigore, e troppo spesso sono contraddittorie, generiche e niente affatto chiare. L’interpretazione e l’applicazione ai casi concreti, privilegio e responsabilità dei giuristi, è difficile ed incerta. Le colpe prevalenti, ovviamente, sono dei legislatori, non certo dei pubblici funzionari in toga, ma intanto abbiamo visto la politica industriale nazionale nel caso Ilva determinata dalle pronunce dei tribunali tarantini e non dai governi nazionali.

E’ di questi giorni il divieto di espatrio a dei genitori per cure ad un minore: la giurisdizione sostiene che le terapie da svolgere non hanno validità medica. Può essere vero, ma chi è un giudice per sostituirsi a papà e mamma, tranne casi conclamati di maltrattamento o incuria? Poi c’è il capitolo delicatissimo delle norme che limitano il libero pensiero, teoricamente garantito dall’art. 21 della Costituzione altrettanto teoricamente vigente. La Lega Nord è stata condannata ad una pesante sanzione pecuniaria per un manifesto nel quale si affermava di non volere clandestini nella città di Saronno.

Ogni giorno avremo nuovi divieti accompagnati da pesanti sanzioni penali e dalla rovina economica, poiché le leggi in materia dei cosiddetti reati d’opinione sono volutamente vaghe, impalpabili, soggette all’arbitrio più che all’interpretazione. La parola clandestino, quindi, per un giudice le cui convinzioni siano di un certo tipo, può essere discriminatoria ed offensiva, anziché semplicemente descrittiva. Forse un briciolo di analisi strutturalista farebbe bene a chi esercita un potere così grande, quanto meno distinguere significante e significato, nonché i concetti di langue e parole.

Zingaro andrà addirittura espulso con ignominia dai dizionari, lo segnaliamo all’Accademia della Crusca. Intanto i due rom (il termine rom non è ancora esplicitamente proibito) colpevoli della tragica rapina romana che è costata la vita ad una povera studentessa cinese hanno avuto condanne lievissime, e circolano tranquilli. Altrettanto discutibili sono i “liberi convincimenti “su troppe scarcerazioni (o nessuna carcerazione) per responsabili di omicidi stradali, anche in condizioni di ubriachezza o effetto di sostanze stupefacenti, nonché le pesanti indagini a carico di cittadini che hanno esercitato il diritto naturale di difesa in condizioni di rapina, furto, violazione di domicilio, pericolo per i beni ed i familiari.

Sbigottisce la pesantezza dell’azione penale e della successiva condanna allorché si tratta di perseguire opinioni politicamente scorrette, rispetto a fatti di violenza, malversazione, furto che non solo destano allarme sociale, ma colpiscono concretamente la vita e gli interessi delle vittime. Le responsabilità, qui, sono ovviamente soprattutto del legislatore, ma lo spazio lasciato a chi giudica, l’intoccabile “libero convincimento” deve essere criticato. Negli Stati Uniti, di cui copiamo qualunque idea, moda o comportamento con esiti spesso ridicoli, la colpevolezza è dichiarata “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Da noi, oltre alla legge Mancino ed alle altre norme che impediscono l’espressione di opinioni non gradite al sistema, la cui interpretazione sempre più estensiva produce l’autocensura (chi scrive o fa politica ne è testimone quotidiano), esistono altri titoli di reato così indeterminati da lasciare esterrefatti, oltreché gettare ombre sull’azione degli organi di garanzia, Corte Costituzionale in testa. Uno è il “concorso esterno in associazione mafiosa”, inventato dal finissimo ingegno del solito Luciano Violante per colpire i colletti bianchi della criminalità. Credo che nessun manuale o insigne giurista sappia davvero definire la linea sottile che separa il concorso esterno dal favoreggiamento, o, al contrario, dalla vera e propria associazione mafiosa. Nel frattempo carriere sono state distrutte, e somme considerevoli sono passate ad avvocati e consulenti per improbe difese. Adesso è il turno del “traffico di influenze”, pratica assai diffusa in un Paese devastato dalla corruzione. Ma in che cosa consisterà mai? In una semplice raccomandazione, più pudicamente segnalazione, o in atti e condotte che sono obiettivamente corruzione vera e propria? Forte è il sospetto che, una volta di più, attraverso legge manipolabili si intenda regolare conti politici.

Ultimo, ma non certo meno grave, è il tema delle intercettazioni telefoniche ed ambientali. Nell’ambito della scienza, come in quello della tecnica, vige una certezza, ovvero che qualunque cosa sia tecnicamente possibile, viene fatta. Si parla addirittura di metadati, per definire la raccolta, da parte dei padroni delle reti informatiche, telefoniche e dei giganti del digitale, di tutte le nostre comunicazioni. Si sa perfettamente a chi abbiamo inviato SMS, posta elettronica, da chi, quando e dove le abbiamo ricevute, tutto il traffico telefonico in entrata ed uscita, gli accessi ad Internet. Siamo già nudi in una onnipotente società della sorveglianza. In più, possiamo essere legalmente spiati per una serie sterminata di motivi.

Qualche pubblico ministero ha costruito la carriera sulle intercettazioni a catena, o a grappolo, con seri problemi a determinare poi il “giudice naturale precostituito per legge”, come recitano i sacri testi. Ma come nascono le notitiae criminis, chi le fa pervenire sui tavoli giusti? C’è un immenso problema di libertà in un mondo nel quale sempre più si è perseguiti per ciò che si è e per quello che si pensa, afferma e scrive.

Un enorme apparato, legale, legalissimo, è all’ascolto di troppi. Chi ha in mano il Grande Orecchio? Sorge il sospetto che siano in azione strati e stati profondi, nascosti, bene annidati nelle istituzioni e negli altri luoghi del potere, specie riservato. Sembrano possedere un formidabile potere di interdizione oltreché di orientamento politico attraverso le inchieste giudiziarie. Viviamo di intercettazioni, cimici, telecamere. Sono uno strumento utile, talvolta indispensabile. Ma, ancora una volta, quis custodiet custodes, chi controlla i controllori? Chissà se sono sempre e comunque al di sopra di ogni sospetto. Difficile, in un mondo corrotto e senza principi morali, e comunque sono in troppi, tecnici di varie specializzazioni, settori ampi delle forze dell’ordine, magistrati e chissà chi altri, giornalisti in testa.

All’estero non se la passano meglio, a riprova che la conclamata democrazia è solo uno slogan o una parola vuota, da brandire a comando pro o contro qualcuno. Donald Trump non riesce a mettere in pratica il suo programma in materia di immigrazione per le interferenze delle procure americane, che peraltro non nascondono la loro natura di organi politicamente orientati (le funzioni sono elettive), le corti britanniche tirano gomitate alla volontà popolare in materia di Brexit, in Spagna è la Audiencia Nacional, il massimo tribunale del regno, ad agire nella spinosa vicenda del referendum separatista catalano, non il governo.

La situazione francese è quella più inquietante. I giudici istruttori transalpini avviano pesanti inchieste a carico di Marine Le Pen e dei suoi collaboratori quasi ogni giorno, e da alcune settimane sono impegnati nella distruzione del candidato presidente favorito, il gollista Fillon, sgradito ai poteri forti internazionali. In Germania, dove la sharia islamica è entrata di fatto nella legge, un turco può affermare in TV che quella tedesca è “una razza di cani”. Giusto, è un’opinione, ma non osiamo immaginare lo scatenamento giudiziario, mediatico e moralistico a carico di chi avesse fatto analoga dichiarazione nei confronti dei turchi. Forse, dovremmo pretendere l’introduzione del reato di autorazzismo!

Il quadro è sconfortante, con la fondata impressione che i singoli magistrati, anche i più apertamente politicizzati, non agiscano di propria iniziativa, ma siano diventati strumento – consapevole o meno è la domanda da cento milioni di dollari – di poteri ben più grandi, ramificati ed internazionalmente connessi.

Le materie su cui le magistrature intervengono con più frequenza sono ormai chiare: morale familiare, bioetica ed affini per costruire un comune sentire ultralibertario, opinioni non conformi in materia di immigrazione, religione, sessualità. Sono il pronto intervento dei cosiddetti “nuovi diritti”, così cari al progressismo orfano dei lavoratori. Decidono su quanto vi è di più sacro al mondo, dare o no la vita, l’essere genitori e figli, adesso anche su vivere o morire.

E giunto il momento di pretendere il rispetto dei “loro” principi liberali: il dettato costituzionale, vere istituzioni di garanzia (check and balance, è cosa loro) e, innanzitutto, lo stato di diritto, quello che gli anglosassoni chiamano rule of law, l’imperio della legge (scritta e chiara). In caso contrario, non resta che un estremo, antico diritto, quello di resistenza all’oppressione, accolto esplicitamente nella Grundgesetz tedesca. “Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”. Del cittadino, appunto, della persona, non della plebe informe a cui ci si siamo volentieri ridotti.

Diego Fusaro - non si andrà alle elezioni adesso

Effetto Consip, parla Diego Fusaro: "Vi spiego perché non si andrà al voto subito"

03 marzo 2017 ore 15:50, Andrea De Angelis

Ma davvero il renzismo è finito? Se il percorso politico di Matteo Renzi fosse una parabola, di certo questo inverno ha segnato il punto più basso dell'ex sindaco di Firenze. Che, nel frattempo, è diventato anche ex segretario ed ex premier. Oltre ad avere decine di parlamentari "ex", molti dei quali passati al nuovo gruppo Mdp. In questo nuovo scenario politico conviene ancora a Renzi andare al voto subito? Secondo Diego Fusaro, intervistato da IntelligoNews, decisamente no. Il noto filosofo, nell'auspicare che il renzismo sia davvero finito, fa poi un paragone con il berlusconismo...

Dal caso Consip alla scissione del Pd, il renzismo è davvero finito? Un termine che ricorda quel "berlusconismo" utilizzato per anni...
"Sarebbe auspicabile che il renzismo finisse, ma lo scopriremo solo nei prossimi mesi. Aggiungo che il berlusconismo non era finito, ma era continuato nel renzismo, un berlusconismo proseguito con altri mezzi e persone. Purtroppo dobbiamo però riscontrare pacatamente che ogni qual volta pensavamo di aver toccato il fondo, siamo riusciti ancora a scavare. Pensavamo di averlo fatto con Berlusconi, ma sono arrivati prima Monti e poi Renzi. E ora c'è da temere che si vada ancora peggio. Questa è una considerazione concreta sui rapporti di forza". 


Venendo al caso Consip, al di là del padre di Renzi c'è anche la figura di Luca Lotti. Sarebbe il caso che il ministro facesse un passo indietro?
"Io dico sempre che fin quando uno non viene condannato è innocente. Quindi dipende dal contegno di ciascuno. Da un certo punto di vista se non c'è la condanna si è legittimati, ma forse per garbo e delicatezza converrebbe in certi casi fare un passo indietro". 

Quindi con una battuta il ministro dello sport dovrebbe essere sportivo?
"Potremmo dire così. Però ripeto, finchè non c'è la condanna non si può esprimere un giudizio, nè di condanna nè di assoluzione". 

Più volte l'ex minoranza Pd aveva avvertito Renzi di non fare una maggioranza con Verdini. La condanna in primo grado di ieri a nove anni dimostra che Renzi ha sbagliato anche lì? Aveva ragione ad esempio Bersani?
"Sì, da questo punto di vista aveva ragione Bersani. Il problema comunque non è il singolo uomo corrotto, ma che sono corrotti direi metafisicamente. Hanno tradito ogni idea di sinistra, di Gramsci e di Marx portando avanti un discorso di privatizzazione liberistica. C'è del marcio in quanto tale, con o senza Verdini". 

Dal 4 dicembre ad oggi più volte abbiamo detto che Renzi voleva le elezioni prima che "fosse troppo tardi". Adesso, considerando la scissione del Pd e il caso Consip, è ancora così? Conviene all'ex premier andare ora alle urne?
"Non ha alcun interesse ad andare al voto subito, se ci andasse ora per lui sarebbe una sonante sconfitta data la sua immagine pubblica e i rapporti di forza scissi nel suo movimento". 

Se si va al voto oggi sono favoriti i 5 Stelle?
"Direi proprio di sì. Ed è per questo che non si andrà al voto oggi"

Cina Russia Iran lavorano per la inclusione di tutte le nazioni

Il Triangolo Strategico che Cambierà il Mondo


Mentre il mondo continua a decifrare o digerire la nuova presidenza Trump, dipende dai punti di vista, importanti cambiamenti avvengono nel grande triangolo strategico compreso tra Russia, Iran e Cina. 
di Federico Pieraccini

Il grande gioco che si sta evolvendo all'ombra del caos negli Stati Uniti, vede Iran, Russia e Cina coordinarsi su una serie di questioni più che rilevanti per il futuro del continente Eurasiatico. Con una popolazione di più di cinque miliardi di persone, circa due terzi della popolazione terrestre, il futuro dell’umanità passa attraverso questa immensa area. In un cambiamento epocale, da un ordine mondiale unipolare basato su Europa e Stati Uniti, ad uno multipolare con protagoniste Cina, Russia ed Iran, quest’ultime hanno scelto di ritagliarsi un ruolo di primo piano nello sviluppo del continente. Le impegnative sfide future del continente fanno parte dell'eredità lasciata dal frame work internazionale basato sull’ordine mondiale euro-americano creato dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Osservando i grandi progetti che coinvolgono il continente eurasiatico, spicca il ruolo Cinese, Russo e Iraniano nelle diverse aree sotto la loro influenza. Il progetto One Belt One Road proposto da Pechino (investimenti per circa 1.000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni), l’unione Eurasiatica (UEE) avanzata da Mosca per integrare le ex repubbliche sovietiche dell’asia centrale e il ruolo dell’Iran in Medio Oriente per donare stabilità e prosperità alla regione risultano centrali nello sviluppo eurasiatico. Naturalmente, questi progressi si fondano sul principio di un ordine mondiale multipolare; di conseguenza tutti i progetti hanno piena convergenza e necessità di vedere uno sviluppo congiunto e paritetico, tra nazioni, per un successo complessivo del continente eurasiatico.

In tal senso, le aree di maggior instabilità riguardano zone che cadono sotto sfere di influenza Cinese, Russa e Iraniana. Il principale luogo di agitazione è facilmente individuabile in Medio Oriente e Nord Africa, senza dimenticare l’area del golfo Persico ove la criminale guerra Saudita contro lo Yemen prosegue ormai indisturbata da 24 mesi.

Una sfida comune fonte di cooperazione: Il terrorismo islamico.

Il fattore comune di instabilità per il continente eurasiatico riguarda il terrorismo islamico usato come strumento di divisione e contrasto. In tal senso il ruolo Saudita e Turco con il Wahabismo ideologico e la Fratellanza Musulmana (FM) in chiave politica si contrappone frontalmente ai desiderata di stabilità Sino-Russi-Iraniani. Il ruolo di Teheran diventa quindi decisivo nella regione, non a caso, con il pieno supporto economico Cinese e militare Russo. L’Iran è la nazione mediante cui l’influenza Sino-Russa si manifesta a tutti i livelli nella regione e oltre. Il deterioramento della situazione militare in Siria ha comunque obbligato Mosca ad intervenire militarmente in supporto della Siria di Assad, alleato chiave Iraniano e viatico perfetto per contrastare l’influenza Saudita-Turca. L’arco sciita che collega Iran-Iraq-Siria-Libano è vitale per mantenere viva nella regione l’influenza di un mondo multipolare che non si basi unicamente sui diktat di Washington, emanati e rafforzati dall'influenza Saudita-Turca, spesso allineata ai voleri della componenti Sioniste, Wahabite e neo conservatrici dello Stato Profondo USA. Naturalmente Washington mediante i suoi alleati tenta in ogni modo di preservare l’ordine unipolare che vede attribuito agli americani il ruolo di arbitri e decisori delle questioni mediorientali, zona che notoriamente riverbera instabilità o stabilità nelle regioni confinanti, come ad esempio golfo persico e nord africa.

Non stupisce il tentativo di Mosca di allacciare rapporti speciali con l’Egitto post-Morsi (fratelli musulmani) per arginare l’influenza saudita-americana in Egitto e in Nord Africa, specie dopo la distruzione della Libia di Gheddafi. I segnali di Al Sisi sono più che incoraggianti e rappresentano una delle più nitide lenti con cui osservare un mondo multipolare in divenire. L’Egitto ha accettato finanziamenti Sauditi nel momento di massima tensione tra Doha e Riyadh, un evidente momento di debolezza per il Cairo, dettato soprattutto dai tumulti derivanti dal colpo di stato che ha tolto di mezzo Morsi, sostenuto da Qatar, Turchia e Stati Uniti. Eppure, in tempi recenti, l’Egitto non disdegna una cooperazione con Mosca in termini militare (l’acquisto delle due mistral dalla Francia presuppone l’acquisto di armamentario da Mosca, idem lo sviluppo energetico nucleare come alternativa all’importazione Saudita di Petrolio -- sospesa dopo un inizio di dialogo tra il Cairo e Damasco). L’Egitto cerca un posizionamento strategico nella regione che strizzi l’occhio al triangolo Iraniano-Russo-Cinese, senza escludere completamente l’apporto economico del duo Saudita-Americano. Al contrario, l’influenza Turco-Qatariota viene respinta e dichiarata ostile, soprattutto a causa della fazione più contigua alla fratellanza musulmana, fattore di grande preoccupazione nel Sinai.

La stabilità in Medio Oriente e in Nord Africa, come è evidente, passa da un aumento esponenziale del ruolo Iraniano di mediazione, da offerte economiche importanti dalla Repubblica Popolare Cinese (basti osservare la situazione in Libia e le offerte di ricostruzione in Siria) e dalla cooperazione militare con la Federazione Russa. L’importanza che giocano queste aree del globo non possono essere sottovalutate e rappresentano il primo passo verso una più profonda ristrutturazione dell’ordine mondiale in località centrali per il continente Eurasiatico.

Caucaso, Afpak e Asia Centrale: La Siria come caso di Studio.

Spesso, quando si affronta il pericolo derivante dall’Islam politico (FM) e dell'estremismo Wahabita, si sottovaluta l’importanza di tre aree chiave nel continente Eurasiatico: le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, il complicato confine tra Afghanistan-Pakistan e la zona del Caucaso. In queste aree, la cooperazione tra Cina, Russia ed Iran si trova ancora una volta a giocare un ruolo chiave con molteplici tentativi di mediare i numerosi conflitti, potenzialmente catastrofici per i progetti di sviluppo economico. I recenti attentati terroristici in Pakistan a Lahore hanno mostrato il vero volto della cooperazione tra Afghanistan e Pakistan, fortemente incoraggiato da Cina e Russia. Poco dopo un breve scambio a fuoco sul complicato confine Afghano-Pakistano, un’intesa è stata raggiunta tra Kabul e Islamabad per diminuire le tensioni e avanzare i colloqui di pace fortemente sponsorizzati da Mosca e Pechino. La necessità di interrompere l’escalation di tensione tra Pakistan e Afghanistan è uno dei focus primari di Russia e Cina per calmierare una delle zone più instabili del globo e fulcro di alcune importanti linee di transito dei futuristici progetti sino-iraniani-russi. L’instabilità di questa particolare zona dipende molto dal ruolo che India, Arabia Saudita, Stati Uniti e Turchia intendono giocare per controbilanciare il trio eurasiatico. Non risulta affatto una coincidenza che Mosca stia tentando in svariati modi di trovare un’intesa complessa con ognuno di questi protagonisti. Arabia Saudita e Turchia risultano un centro nevralgico nel controllo e nell’amministrazione del terrorismo internazionale: dalla Siria alla Libia passando per il Pakistan, Afghanistan e la regione del Caucaso, ovunque si trovano tracce dell’influenza negativa di Riyadh e Ankara. Il fattore determinante non sempre è rappresentato dall’influenza degli Stati Uniti, anche se Washington naturalmente incoraggia ogni genere di azione distruttiva indirizzata al processo di integrazione e cooperazione del continente eurasiatico.

La Siria sembra essere il primo punto d'intesa raggiunto, sulla carta, tra Turchia e Russia e potrebbe, se ottenuto un esito positivo al conflitto, rappresentare un mattone su cui costruire una futura cooperazione strategica. In tal senso l’incentivo energetico rappresentato dai gasdotti, di cui la Russia è il player principale, non vanno sottovalutati, come nel caso del Turkish-Stream. Anche nel Caucaso, altro luogo di estrema instabilità, il ruolo giocato da Russia ed Iran è stato decisivo durante la guerra dei quattro giorno nel Nagorno Karabakh.

Il fattore energetico rappresenta certamente un grosso incentivo anche per l’Arabia Saudita che da tempo osserva con interesse una diversificazione energetica puntando sul nucleare civile di cui la Russia è un leader mondiale. Mosca gioca al meglio le sue carte ed offre cooperazione militare ed economica con i partner più stretti (Iran, Cina, Siria, Kazakhstan, Tajikistan and Kyrgyzstan), cooperazione nell’industria bellica come incentivo ad un rafforzamento delle alleanze bilaterali (India, Pakistan ed Egitto) ed energetica a nazioni apparentemente distanti geo-politicamente da Mosca (UAE, Qatar, Arabia Saudita e Turchia) per aprire una breccia in cui far confluire intese geopolitiche più ampie.

Le strategie complessive delle tre nazioni guida dell’Eurasia mirano innanzitutto a rafforzare i confini nazionali con i paesi e le aree più tumultuose. Il recente viaggio di Putin in Kazakhstan, Tajikistan and Kyrgyzstan punta a sigillare il cosiddetto ventre molle Russo, eliminando l’influenza islamista terroristica ed espandendo la cooperazione economica del EEU. Un compito non facile, ma certamente incentivato da una situazione di reciproco guadagno per le nazioni coinvolte. Nessuna imposizione ma intese bilaterali di reciproca soddisfazione. In un senso, è ciò che la Repubblica Popolare Cinese tenta di instaurare in una delle regione più instabile del mondo, provando ad espandere il proprio bacino di risorse energetiche, come avvenuto di recente in Turkmenistan. La regione dello Xinjiang è stata messa nel mirino dall’organo centrale Cinese come luogo ove vi è la necessità di stabilizzare la situazione socio-politica, con l’obiettivo condivisibile di essere invulnerabile ad influenze esterne eterodirette soprattutto dalla Turchia, tramite appunto il Turkmenistan.

Il ruolo Indiano in questo contesto resta maggiormente difficile da comprendere, compresso da un sentimento anti-pakistano, anti-cinese, di sudditanza rispetto agli Stati Uniti e di alleanza con la Federazione Russa. In assoluto il ruolo di Nuova Delhi è quello più indecifrabile con tentativi di influenzare ogni contesto avanzando i propri obiettivi strategici. L’importanza strategica dell’alleanza tra Mosca e Teheran risulta fondamentale nel bilanciare la posizione Indiana. Storicamente l’India è un importante alleato dell'URSS e militarmente l’India continua ad avanzare importanti progetti bellici con la Federazione Russa. Negli anni più recenti, la repubblica Islamica di Iran ha contribuito enormemente a diversificare l'approvvigionamento energetico indiano, ma essendo un partner privilegiato di Pechino, contribuisce contestualmente a bilanciare il sentimento anti-cinese radicato profondamente dell'establishment indiano. Il fatto che India e Cina siano entrambi importanti clienti del gas e del petrolio Iraniano e degli armamenti bellici Russi agevola la comprensione di come Mosca e Teheran stiano tagliando fuori Washington e mitigando il sentimento anti cinese in India.

Il fuoco su cui soffia Washington in India risulta sempre più debole ed in contrasto con la necessità Indiana di creare delle basi stabili di business senza precludersi alcuna opportunità. La sfida più difficile riguarda il processo di pace tra Afghanistan e Pakistan che per interessi geopolitici locali vede l’India contrapposta ai desiderata del trio Iraniano-Cinese-Russo e molto aderente alle posizioni degli Stati Uniti. Occorrerà una forte cooperazione congiunta per mitigare la crescente instabilità nella regione. La SCO cercherà di implementare un frame work in cui discutere e giungere ad accordi omnicomprensivi tra tutte le parti coinvolte.

Il ruolo giocato da Cina e Russia in Asia Centrale non può essere sottovalutato anche per via dell'importanza delle risorse energetiche potenzialmente disponibili, senza dimenticare il ruolo di collegamento tra due aree economiche come Unione Europea ed Asia, di cui la EEU si propone come ponte-dorato di collegamento. Al momento il CTSO è un’organizzazione che, come la SCO, tende a dare priorità alla lotta contro il terrorismo, ma sempre più viene intesa come un luogo di discussione ed apripista per una cooperazione economica in divenire ma necessariamente dipendente da una stabilità territoriale. In questa zona del globo, la prosperità economica dipende fortemente dalla stabilità socio-politica e militare.

La grande sfida di Russia, Cina ed Iran. 

Raffreddare i settori caldi (Medio Oriente, Golfo Persico e Nord Africa) e radicando il problema terroristico e prevenire l’escalation in località confinanti o sotto la propria sfera di influenza (Caucaso, Afghanistan-Pakistan e Asia Centrale) evitando così una destabilizzazione deleteria.


E’ soltanto quando il frame work internazionale in queste zone vedrà stabilità che potranno nascere cooperazioni profonde ed ampie e di portata storica. In tal senso l’ingresso di India e Pakistan nella SCO ha rappresentato il primo passo di una più complicata trattativa che riguarda una dozzina di nazioni, guidate da Cina e Russia. La medesima situazione si può osservare con il futuro ingresso dell’Iran nella SCO allo scopo ben preciso di allargare l’influenza in aree instabili come Golfo Persico e Medio Oriente. Un altro esempio importante inerente la SCO riguarda l’adesione dell’Egitto, in divenire, per espandere persino in Nord Africa l’influenza dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai.

Il tentativo evidente di Russia, Cina ed Iran è gettare le basi per uno sviluppo che renderebbe di fatto irrilevante gli sforzi americani di prolungare il periodo unipolare. Combinando la popolazione mondiale del continente Eurasiatico con la crescita demografica ed economica di tali zone, non è difficile comprendere come, nel giro di poco più di due decenni, l’area che si estende dal Portogallo alla Cina e che comprende decine di nazioni su latitudini che si estendono dalle zone Artiche della Federazione Russa al Mar Indiano o al Golfo Persico, risulteranno il perno centrale intorno al quale ruoterà l’economia globale. La combinazione dei corridoi commerciali terrestri e marittimi renderà il continente Eurasiatico il fulcro mondiale non solo del commercio produttivo ma anche del consumo grazie all’aumento della ricchezza della classe media di quest’area del mondo.

In una visione strategica che storicamente incorpora decine di anni di pianificazione, Teheran, Mosca e Pechino hanno pienamente compreso che la stabilità è il primo obiettivo da raggiungere per poter efficacemente proporre uno sviluppo economico beneficiante tutte le nazioni coinvolte. In Asia, l’ASEAN inizia ad avere un atteggiamento meno belligerante con la Cina, nonostante Pechino continui ad assicurare i propri interessi strategici con la costruzioni di isole artificiali nel Mar Cinese del Sud. Duterte sembra essere l’uomo della cooperazione multipolare e la strada seguita dalle Filippine tracce la via per le restanti nazioni Asiatiche, specie dopo l’abbandono del progetto di TPP da parte di Washington.

Resta da vedere che ruolo potrebbe giocare il vecchio continente Europeo, al momento prono e compiacente con una strategia americana che tenta di isolare Russia, Cina ed Iran e quindi avanzare l’egemonia globale di Washington a costo di commettere ripetuti autogol, come visto in Ucraina con le sanzioni alla Federazione Russa. Non va escluso, in futuro, un cambiamento dello spettro politico in Europa, diretta conseguenza di strategie fallimentare che per troppo tempo hanno assecondato gli interessi Nordamericani a discapito dei cittadini Europei. Non risulta affatto casuale che molti partiti definiti populisti e nazionalisti abbiano tutte le intenzioni di volgere lo sguardo ad Est, iniziando a rincorrere una cooperazione che per troppi anni è stata negata da l’ottusità delle élite occidentali.

Cina, Russia ed Iran sembrano avere tutte le intenzioni di accelerare in questo progetto globale di cooperazione e difficilmente chiuderanno le porte a nuovi protagonisti esterni all’Eurasia, specie in un mondo sempre più globalizzato ed interconnesso. Basta osservare i legami e i propositi di sviluppo in Sud America della Repubblica Popolare Cinese per comprendere come la portata del progetto miri ad includere tutte le nazioni, senza esclusioni. È questo il fulcro su cui si basa il nuovo ordine mondiale multipolare, prima Statunitensi ed Europei lo capiranno e prima potranno tornare ad essere parte integrante e co-protagonista di un momento chiave della storia dell’umanità.

Il dilemma, per le élite occidentali, è insito nel ruolo che vorranno avere nel futuro nell’ordine internazionale; non più protagonisti assoluti ma attori parte di un cast internazionale di più ampia portata. L’ordine internazionale unipolare va esaurendosi, Il cosiddetto vecchio mondo è in crisi; riusciranno europei ed americani ad accettare un ruolo da co-protagonista o continueranno a rifiutare l’inevitabile cambiamento storico condannando le proprie popolazioni all’oblio?

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_triangolo_strategico_che_cambier_il_mondo/16990_19179/


venerdì 3 marzo 2017

PTV news 3 Marzo 2017 - Palmira è di nuovo libera

2 marzo 2017 - Nasce la rivolta del WEB contro gli aspiranti controllori

18 febbraio 2017 - Nino Galloni - Storia della Moneta

dici clandestini e ti danno una multa di 10.000,00+4.000,00 euro ?!?!

POLITICA
LEGA NORD/ Indagata la giudice che ha condannato il Carroccio per l’uso della parola "clandestini"

Redazione
venerdì 3 marzo 2017

LEGA NORD, SOTTO INDAGINE LA GIUDICE CHE HA CONDANNATO IL PARTITO DI SALVINI PER L’USO DELLA PAROLA “CLANDESTINI” - Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ordinato degli accertamenti nei confronti di Martina Flamini, giudice del tribunale ordinario di Milano che lo scorso 22 febbraio ha condannato la Lega Nord per l’uso discriminatorio del termine “clandestini” nei manifesti affissi a Saronno. Il Guardasigilli ha disposto gli accertamenti rispondendo nell’Aula di Montecitorio all’interrogazione parlamentare presentata dal gruppo della Lega: il Carroccio sostiene infatti che non sarebbero stati rispettati i “valori della terzietà e dell' imparzialità della giurisdizione” in quanto la Flamini ha partecipato, in sei occasioni tra il 2014 e il 2016, a delle conferenze organizzate dall’Asgi, l' Associazione per gli studi giuridici sull' immigrazione che insieme alla Naga, Associazione volontaria di assistenza sociosanitaria, ha presentato il ricorso contro il partito di Matteo Salvini per il carattere discriminatorio dell'espressione “clandestini” riferita a 32 richiedenti asilo in provincia di Varese. Ora sarà compito dei competenti uffici ministeriali capire se il giudice ha violato il principio del “dovere di astensione”: la violazione configurerebbe un “illecito disciplinare”.