Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 marzo 2017

25 marzo la festa degli euroimbecilli sulla morte dell'Europa

RIECCO TUSK. PERCHE’ L’OLIGARCHIA UE NON SA E NON PUO’ CORREGGERSI.

Maurizio Blondet 11 marzo 2017 

E così, la UE ci ha dato di nuovo Donald Tusk come presidente del consiglio europeo: 27 voti di altrettanti ministri degli esteri, contro un NO: quello della Polonia. Il governo polacco del PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, Diritto e Giustizia, il partito il cui leader è Jaroslaw Kaczynski, esponente storico della destra patriottica e cattolica) non voleva Tusk, che era stato capo del governo che ha perso le elezioni in Polonia contro il PiS.

Donald Tusk con la Mogherini, tutti allegri.

Un atto di arroganza e cecità ideologica, che mostra come il sistema oligarchico europeo non sia capace di correggersi, e si getti a corpo morto ad una politica faziosa e di parte (alla faccia delle neutralità tecnocratica) a rischio di darsi la zappata fatale sui piedi. Infatti, come risposta a questo schiaffo, il governo polacco eletto, per voce della prima ministra Beata Szydlo, ha rifiutato di pubblicare il testo delle decisioni del vertice europeo, che contiene decisioni presunte vincolanti sull’immigrazione (ben sapendo che l’intero gruppo di Visegrad non le applicherà); ed ha fatto capire che si opporrà al progetto della “Europa a due velocità” (qualunque cosa voglia dire), elaborato senza consultare gli altri da tre fantasmi: Hollande e Merkel, che fra poco non ci saranno più, e Gentiloni, che non è mai esistito. “Nulla può essere deciso senza il nostro consenso”, aveva detto Beata Szydlo.

I tre spettri sono riusciti a farsi seguire dai loro satelliti mettendo la Polonia in così solitaria minoranza.. Vittoria di cui vedremo le conseguenze al cosiddetto vertice di Roma del 25 marzo, quando gli spettri celebreranno i sessant’anni della “Unità Europea” sulla base del disprezzo ideologico, ormai aperto, della volontà popolare e delle elezioni libere, e l’opposizione senza scrupoli all’emergere di nuovi leader diversi da loro, contro cui l’oligarchia UE ad egemonia tedesca è scesa in lotta senza infingimenti.

Un esempio, che riguarda appunto la Polonia. Gli oligarchi (e i media) vi ripeteranno che il governo del PiS di Kaczynski e la sua premier violano il principio della divisione dei poteri, pretendendo di scegliere i giudici della corte costituzionale; è dunque antidemocratico, e sarà punito con sanzioni.

La verità è un po’ diversa: è che il partito che ha perso le elezioni, appunto quello di Donald Tusk (Piattaforma Civica), prima di doversene andare e lasciare le leve del potere, ha nominato in anticipo cinque giudici costituzionali (gente sua), che avrebbero dovuto rimpiazzare la altrettanti giudici …. il cui mandato scadeva nell’ottobre 2015, ossia dopo le elezioni che hanno sconfitto Tusk e i suoi. La UE, dunque, esige dal governo di Varsavia di lasciar insediare qui giudici scelti di Tusk, con una forzatura come minimo, per non dire una illegalità evidente. Da che parte sta la “legalità”?

Ovviamente il PiS ha risposto alla forzata imposizione burocratica con altre forzature, 6 leggi in un anno sulla Corte suprema: ma la costituzione polacca dice che è il parlamento a scegliere i giudici costituzionali, e nel parlamento il PiS ha la maggioranza assoluta.

L’oligarchia europea ha reagito verso il governo Kaczynski nello stesso modo in cui l’oligarchia americana reagisce verso Trump: “Come un intruso che non merita di governare”; e non merita perché non condivide la loro ideologia, e per di più è stato votato, un metodo di scelta che l’oligarchia disprezza apertamente.

Anche in Italia preferisce infatti i non-votati-da-nessuno, da Monti a Gentiloni.

Il vice-presidente della Commissione europea, l’olandese Frans Timmermans, incaricato nella UE (orwellianamente) del “Miglioramento della legislazione, delle relazioni inter-istituzionali, dello stato di diritto della carta dei diritti fondamentali” (sic) ha deferito Varsavia al Consiglio della Ue per l’applicazione di sanzioni (al solito). Il lato paradossale è che l’Olanda, di cui Timmermans è stato ministro degli esteri tanto tempo fa, non ha nemmeno una Corte Costituzionale, e dunque il suo parlamento può permettersi quegli atti ed arbitri che Timmermans rimprovera al parlamento polacco, considerandoli strappi alla legalità.

Inglobati paesi dalle storie inconciliabili

Da qui appare plasticamente uno degli effetti collaterali della oligarchia burocratica, che ha voluto con ingordigia allargare la UE a 28 paesi, unendo a tavolino – in forza della sua ideologia non si sa se illuminista o demenziale – paesi con storie troppo diverse e istituzioni profondamente differenti, e anche inconciliabili concezioni del diritto. Hanno voluto inglobare la Polonia, Ungheria e Slovacchia, Romania e Bulgaria invadendo il vuoto di potere dell’ex Patto di Varsavia, creando senza necessità una situazione di ostilità geo-politica alla Russia? Ecco una delle conseguenze. Si pensi che gli oligarchi volevano (e ancora vorebbero) integrare nella UE la Turchia, oggi sotto il sultano Erdogan, e si tremi. Ma pensate che l’oligarchia riconosca i propri errori, sia disposta a fermarsi nella discesa verso la rovina? Se avete visto la presunzione con cui la Mogherini, qualche giorno fa, ha ingiunto a Serbia e Albania di entrare nella Ue (e NATO) perché “il futuro dei Balcani è questo”, capite che questi signori sono degli automi che agiscono secondo un programma predeterminato negli anni ’50, quando Jean Monnet attuò i primi organi dell’Europa sovrannazionale da realizzare all’insaputa dei popoli.

Si aggiunga che Timmermans, l’accusatore della Polonia, è un socialista, quindi anche lui uno spettro di un sistema di potere e un’ideologia di parte, che le elezioni olandesi – vinca o no Wilders – sta per spazzare via. Ciò che non ha impedito a Timmermans che lui agisce per il bene della società polacca: tipica arroganza degli oligarchi che ormai dovremmo riconoscere, pretendono di sapere quale sia il bene dei popoli meglio dei popoli stessi, che ovviamente sbagliano.

Noi italiani abbiamo sopportato, anzi accettato volentieri, questa arroganza. Invece il ministro degli esteri polacco Witold Waszczykowski, al vertice di Monaco del 17-19 febbraio, ha risposto a Timmermans che il parlamento polacco rispettava la costituzione polacca, e non l’idea di tale costituzione che s’era fatto Timmermans, il quale non conosce la lingua, non ha letto la Costituzione polacca in lingua originale, e ignora le sottigliezze del dibattito interno sul conflitto giudici-governo. Magari avessimo avuto noi un ministro così, la nostra economia non sarebbe stata devastata dall’egemonia e concorrenza tedesca. Invece abbiamo avuto Gentiloni: il genio che ha fatto la campagna per Hillary, ed ora si aggrappa come parente povero alla Merkel e a Hollande, obbedendo loro perché poi lo fanno mangiare in cucina e chiudono un occhio sui suoi debiti cresciuti.

Ma quale è stata la reazione UE alla risposta di Waszczykowski? Ha mandato come rappresentante della Commissione europea a Varsavia Marek Prawda: ossia la persona che era rappresentante della Polonia alla UE per conto del governo di Tusk che ha perso le elezioni (bisogna continuare a ricordarlo), e che il nuovo governo aveva gentilmente licenziato solo due mesi prima, come logico in quanto Prawda era un esponente dell’opposizione sconfitta. Non è solo uno schiaffo in faccia ad uno stato membro; è l’insediamento a Varsavia, da parte della UE, di un oppositore politico attivo al governo in carica, con evidenti intenti di provocare una “primavera colorata” e ovviamente “democratica” per rovesciare il PiS. Ingerenza e sovversione di cui anche noi italiani conosciamo qualcosa, vedi il golpe contro il governo Berlusconi grazie alla Banca Centrale e Mario Draghi.

Questo Prawda (nome omen) ha infatti subito cominciato l’opera affidatagli. Ha inviato alla Commissaria europea per la politica regionale, la romena Corina Cretu, un rapporto “segreto” in cui si dice che la Polonia calpesta sistematicamente lo stato di diritto, ed è un posto in cui i giudici sono minacciati fisicamente per la strada…ovviamente queste parti del rapporto “segreto” sono state spifferate ai media; quando Varsavia ha chiesto spiegazioni, alla Commmisione, questa ha rifiutato di rispondere adducendo la motivazione: la Commissione non commenta un documento che avrebbe dovuto restare confidenziale. Esattamente come se in Polonia nemmeno esistesse un governo, dato che quello che c’è non piace, è formato da intrusi che l’Oligarchia non giudica meritevoli di governare.

Quindi la UE dei 27 (contro 1) ci ha dato di nuovo Donald Tusk: uno che non solo è tuttora presidente del partito Piattaforma Civica avverso al PiS e non ha rinunciato a quella carica partitica, mostrando così apertamente di essere lì come uomo di parte; il vostro cronista ricorda che, nei giorni dopo l’11 Settembre a Washington, Donald Tusk era ospite fisso e carissimo dell’American Enterprise, il think-tank di Wolfowitz, Perle, Ledeen che era la centrale israeliana del governo Bush, governava il Pentagono dietro le spalle di Rumsfeld, e aveva probabilmente organizzato l’attentato “di Al Qaeda” per scatenare l’America nei due decenni di guerre anti-islamiche che conosciamo. Proprio pochi mesi prima, nel gennaio 2001, Tusk aveva fondato il suo partito, Piattaforma Civica: un partito artificiale, ripetutamente battuto alle elezioni, ma che con l’aiuto occidentale ha infine sfondato nel 2007. Quando poi ha riperso nel 2011, subito è stato accomodato sulla poltrona di presidente del consiglio europeo – che aveva occupato come presidente a rotazione in quanto capo del governo polacco. Non c’è da stupire che Tusk sia stato il primo a proclamare che Donald Trump, appena eletto, “è un pericolo per la UE”

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I membri dell’American Enterprise, al governo dopo l’11 Settembre.

Insomma Tusk è un neocon “americano”, ed è probabilmente stato selezionato dai neocon fin da allora per recitare la sua parte in Polonia e oggi nella Ue, dove l’oligarchia è parimenti complice delle politiche neocon di destabilizzazione del Medio Oriente, in combutta totale con la Cia, le multinazionali, il progetto globalista.

Ora questa oligarchia sta difendendo con i mezzi sopra descritti , brutalità unita a singolare stupidità, la sua permanenza al potere, minacciato dal Brexit, dall’elezione di Trump, dal Gruppo di Visegrad, dalle rivelazioni di Assange sullo spionaggio americano presso il consolato di Francoforte… tutto sembra sgretolarsi attorno a lorsignori, ma loro non sanno fare altro che ripetersi. Probabilmente non possono fare altro. Il fatto che si tengano Tusk (come Juncker) mostra che essi non hanno ricambi. Ma affidano le loro speranze alla sovversione nei paesi che si ribellano. E continuano a: imporre milioni di immigranti islamici a popoli di forte identità, a tentare l’allargamento ad Est di paesi sempre più estranei alla storia europea, a proclamare come Draghi che “l’euro è irreversibile” (frase che dovrebbe indurre gli euro-entusiasti agli scongiuri), a fare la guerra fredda contro Mosca, a tenere in piedi il regime di Kiev nato dal golpe pagato dal Dipartimento di Stato.

Si può applicare a loro perfettamente l’accusa beffarda che Talleyrand applicò ai reazionari monarchici tornati al potere in Francia dopo la caduta di Napoleone: una classe che “non ha dimenticato nulla e non ha imparato nulla”.

Effetto della menzogna primaria dell’11 Settembre

Come mai non possono fare altrimenti? Certo, s’attaccano ai benefici, emolumenti, posti di potere. Ma io credo che il motivo cruciale e profondo sia da far risalire proprio all’11 Settembre 2001. A quella menzogna primaria. Questa è la classe che in Europa ha accettato il gigantesco false flag, ha sottoscritto la menzogna delle versione ufficiale; ha dato il suo assenso al colpo di Stato neocon che quel false flag ha coperto; ha partecipato alle guerre dei neocon e alle sue destabilizzazioni criminali, ha partecipato ai benefici, ai profitti e alle spartizioni delle spoglie di Libia, Irak, e sperava, di Siria. Dai cambiamenti, questi hanno da temere molto più che la perdita delle prebende; la perdita della testa, sotto una ghigliottina. Temono di dover rendere conto delle loro complicità in alto tradimento, strage, assassini extragiudiziali, interrogatori sotto tortura, omicidi di capi di stato, guerre contro paesi che non ci minacciavano.

E’ l’Impero della Menzogna che hanno costruito, con tutte le conseguenze di immoralità e falsità che ne derivano. Solo Vladimir Putin ne ha enunciato le falle: “Molti paesi oggi cambiano le norme morali […] Si chiede alla società non solamente di rispettare il diritto di ciascuno alla libertà di pensiero, alle opinioni politiche e alla vita privata; ma si impone loro di fare una equivalenza fra il bene e il male, concetti opposti”.

Un’oligarchia che ha aderito alla Menzogna Primaria dell’11 Settembre e che nel Male affonda da 17 anni è entrata nel Male, è ovvio che veda la sua salvezza nell’imporre l’equivalenza tra bene e male, nel cancellarne la coscienza in tutti gli altri campi – dal gender alle nozze gay, confondere la differenza tra uomo e donna, stravolgere il diritto e il torto, oscurare la differenza tra il giusto e l’ingiusto – anche sociale, l’arricchimento dei pochi e l’immiserimento dei più. Solo confondendo i due concetti contrari può sperare di mantenere il potere.

Putin è il solo che sembra in grado di enunciare le conseguenze di questa stortura originaria sull’umanità occidentale: “Non solo una tale distruzione dei valori tradizionali ha effetti negativi sulle società, ma è anche fondamentalmente antidemocratica, perché queste sono idee astratte applicate alla vita reale a dispetto di ciò che pensa la maggioranza delle persone”.

La premier polacca Beate Szydlo e la Merkel. Nel gelo.

PTV news 10 Marzo 2017 - Vault7: “E’ stato Putin”

10 marzo 2017 - Diego Fusaro: "Si scrive privatizzazione, si legge saccheggio"

La Chiesa tedesca, nelle sue gerarchie, si schiera a fianco del Globalismo Capitalistico contro il Movimento degli Stati Identitari

LA CHIESA TEDESCA VIETA AI CATTOLICI DI VOTARE AfD

Maurizio Blondet 10 marzo 2017 

Il presidente della Conferenza episcopale germanica, cardinale Reinhard Marx, ha detto: “Si pone la questione se si possa votare lo Alternative fur Deutschland. In tutta chiarezza: da una prospettiva cristiana è incompatibile ‘azione politica che fomenta la xenofobia, che sottolinea in modo unilaterale gli interessi nazionali, una visione culturale nazionalista…ci dissociamo chiaramente dall’approccio populista”.

In tal modo la Chiesa tedesca (Marx dixit) conferma la sua adesione alle ideologie globaliste tipiche dell’era Bergoglio: demonizzazione del “populismo” e dell’interesse nazionale, resistenza all’invasione di milioni di immigranti islamici bollata come “xenofobia”.


E’ una novità assoluta: prima d’oggi, la Chiesa di Kasper, Marx e Rahner non ha mai ufficialmente vietato di votare un partito specifico. Né ha mai condannato la partecipazione del governo Merkel alle guerre medio-orientali di Bush e Obama; in generale, il rapporto col governo federale è molto stretto.

Anche nel vertice che si è tenuto giovedì presso Colonia, a Bergisch-Gladbach, i vescovi tedeschi hanno – per bocca di Marx – evocato il coinvolgimento occidentale nella guerra in Siria e le sanzioni UE contro la Siria, in quanto hanno effetti devastanti sulla popolazione civile e ostacolano la ricostruzione. Ma un chiaro auspicio contro la guerra, non l’hanno espresso.


(Nella foto: Frauke Petry, leader del partito Alternative fur Deutschland. Dietro di lei Albrecht Glaser, altro esponente di AfD, membro della Unione Cristiano-Democratica , cattolico praticante, padre di quattro figli. Uno di quei cattolici che, dice Bergoglio, “fanno figli come conigli”. In fondo, l’economista Jorg Meuthen, co-presidente del partito, colpevole di aver detto che “l’Islam non appartiene alla Germania”).

Il Grande Oriente d'Italia sa chi sono gli 'ndranghetisti nella sua organizzazione

MASSONERIA | Dopo il sequestro degli elenchi il Goi si stringe attorno ai “fratelli” calabresi

Sabato ad Aiello Calabro il convegno: “Massoneria 3.0 comunicare per informare”. Presente il Gran Maestro Stefano Bisi che per primo si è opposto all’iniziativa della Commissione parlamentare antimafia

mercoledì 8 marzo 2017 | 11:41 


Massoneria ed informazione. Se ne discuterà sabato al teatro comunale di Aiello Calabro. Un convegno organizzato dal Collegio Circoscrizionale del Grande Oriente d’Italia. “Massoneria 3.0 comunicare per informare” questo il titolo del dibattito che affronterà i temi alla ribalta nelle cronache locali e nazionali – e che interessano vita e identità della Libera Muratoria in Italia – per fornire elementi di corretta informazione su una istituzione diffusa in tutto il mondo e che quest’anno celebra trecento anni di vita moderna. Troppo spesso, infatti, l’argomento Massoneria viene trattato in modo errato, in un’accezione negativa che non ha corrispondenza nei numerosi studi scientifici portati avanti in ambito accademico.

Al convegno interverranno il deputato Daniele Capezzone, il direttore del quotidiano "Cronache delle Calabrie" Paolo Guzzanti, il professore Giancarlo Costabile, docente di storia dell’Educazione alla Democrazia presso l’Università della Calabria, il sindaco Franco Iacucci, presidente della provincia di Cosenza, il Gran Maestro Stefano Bisi, insieme ad altri esponenti della cultura e del mondo della politica locale e nazionale. Modera gli interventi il giornalista di Radio Radicale Michele Lembo. Introduce il presidente circoscrizionale della Calabria Giuseppe Messina.

L’incontro ad Aiello Calabro – fa sapere il Goi - sarà una occasione importante per parlare apertamente e senza pregiudizi del ruolo della Libera Muratoria, non solo in Calabria, e di discutere correttamente di una istituzione, qual è quella massonica, che ha avuto e ha un ruolo importante, in Italia e nel mondo, per la difesa del libero pensiero e dei valori democratici.

Atac - dietro agli incendi c'è il disegno preciso e puntuale di chi vuole la sua privatizzazione

IL CASO
Atac, un altro bus a fuoco: è il quinto
del 2017. E i nuovi mezzi non bastano

Si corre ai ripari dopo l’ultimo mezzo dell’Atac andato a fuoco, a Castel Giubileo. Nel 2016 una ventina di episodi, nel 2017 già cinque roghi. C’è il sospetto che possa trattarsi sempre di guasti diversi. Ogni giorno servirebbero su strada 400 veicoli


L’incendio del 26 febbraio a Pineta Sacchetti

Questa volta la spiegazione del surriscaldamento del motore per le decine di ore passate in servizio sembra non reggere troppo. Le fiamme si sono infatti sviluppate poco dopo la partenza del deposito e prima di arrivare al capolinea di via Vincenzo Marmorale, a Cinquina. Un tragitto di pochi minuti per l’86, interrotto alle 7 di ieri mattino dal fumo che ha avvolto l’autobus dell’Atac sulla rampa dello svincolo per il Raccordo anulare, all’altezza di Castel Giubileo. Le fiamme sono comparse dopo pochi istanti, distruggendo il bus a metà di un curvone nonostante i tentativi dell’autista - rimasto illeso - di spegnerle con un estintore. Cosa che hanno poi fatto i vigili del fuoco. Una scena che quest’anno si è già ripetuta cinque volte, che si aggiungono ai circa 20 episodi avvenuti nel corso del 2016. Un’ecatombe di mezzi pubblici, fino a oggi per fortuna senza feriti, che sembra non interrompersi mai, come fino a oggi non è mai arrivata dall’Atac una risposta sulle cause dei roghi che stanno decimando le vetture in servizio.

L’unica comunicazione ufficiale è che «l’azienda ha immediatamente aperto un’indagine interna. L’evento, grazie anche alla professionalità dell’autista, è stato gestito in piena sicurezza. La vettura, distrutta dal fuoco, era in servizio da quasi 15 anni». Quindici anni e centinaia di migliaia di chilometri che, nonostante le manutenzioni alle quali la vettura è stata sottoposta nel corso del tempo, si sentono come per ogni altro veicolo. Solo che in questo caso soltanto per una circostanza casuale il bus non era pieno di passeggeri diretti a Conca d’Oro. Proprio l’anzianità di servizio sembra essere una costante negli incidenti di questo genere, come quello avvenuto solo a fine febbraio nella zona di Pineta Sacchetti, dove un bus della N1 notturna è stato divorato da un incendio divampato proprio sotto le finestre di un palazzo. In questo caso la tragedia è stata solo sfiorata: gli inquilini si sono barricati in casa poi, quando il calore è diventato insopportabile e il fumo ha invaso gli appartamenti sono fuggiti in strada.

Cassa Centrale Banca - vengano signori vengano c'è posto

La Bcc di San Giovanni Rotondo aderisce a Cassa Centrale Banca – Credito Cooperativo

Mar 10, 2017 Redazione 

Il progetto, che consolida e rinsalda l’identità territoriale delle BCC e la loro autonomia, è finalizzato a sviluppare criteri di efficientamento, di sinergie operative e di supporti di alta professionalità e specializzazione


L’Assemblea ordinaria della Banca di Credito Cooperativo di San Giovanni Rotondo ha deliberato l’adesione al Gruppo Bancario CASSA CENTRALE BANCA – CREDITO COOPERATIVO in conformità delle nuove disposizioni di riforma che hanno imposto alle BCC di aderire ad un Gruppo Bancario nazionale.

La delibera segue e conferma le determinazioni assunte nei giorni precedenti dal CdA della Banca presieduto dal prof. Giuseppe Palladino, attraverso la piena condivisione del progetto sviluppato da Cassa Centrale, che è già da anni partner della BCC del Gargano per la fruizione di servizi altamente qualificati.

«La BCC di San Giovanni Rotondo, prima BCC di Puglia e Basilicata per masse intermediate – afferma con piena soddisfazione il presidente Palladino – è anche la prima delle BCC pugliesi a formalizzare l’adesione che è destinata a rafforzare le condizioni per l’ulteriore crescita a sostegno del territorio e dell’economia locale. Il progetto, che consolida e rinsalda l’identità territoriale delle BCC e la loro autonomia, è finalizzato a sviluppare criteri di efficientamento, di sinergie operative e di supporti di alta professionalità e specializzazione. Una scelta che sarà senz’altro foriera di nuovi successi».

«La nostra Banca – aggiunge il Direttore Generale Augusto de Benedictis- negli ultimi anni è stata caratterizzata da una crescita esponenziale, ha consolidato la sua storica presenza su San Giovanni, Carpino, San Marco in Lamis e Rignano e grazie anche alla progressiva espansione sulle piazze di Manfredonia, Monte Sant’Angelo, San Severo, Amendola ed al potenziamento della filiale di Foggia, oggi si qualifica e sempre più si qualificherà domani, come indiscutibile punto di riferimento per le famiglie e per le imprese del territorio».


Cassa Centrale Banca - è nel Sistema massonico mafioso politico la banca che dovrà sostituire il Monte dei Paschi di Siena nella corruttela e amicizie trasversali

La Bcc civitanovese delibera l’adesione a Cassa Centrale Banca

09/03/2017


“E’ un momento epocale”.

Il Presidente della BCC di Civitanova Marche e Montecosaro, Sandro Palombini, commenta così la delibera del Cda appena firmata con la quale l’organo collegiale dell’Istituto di credito cittadino ha deciso di aderire al costituendo nuovo Gruppo Bancario Cooperativo (GBC).

“E’ la decisione che ci consente di aprire un nuovo, luminoso, capitolo per la nostra Banca. Ed è in assoluto la soluzione migliore, quella più credibile in chiave prospettica, solida e con credenziali di primo livello”.

D’altronde i numeri presentati da Cassa Centrale Banca (CCB), Istituto trentino che guiderà la Capogruppo, sono davvero di tutto rispetto.

E, in questa fase in cui tutte le Bcc italiane sono chiamate a scegliere in quale dei due nuovi Gruppi entrare a far parte (CCB o Iccrea), si susseguono le valutazioni da parte delle Bcc per sciogliere gli ultimi nodi. E tutte le valutazioni sono incentrate sui dati comparati che raffrontano i due nuovi Gruppi che si stanno costituendo.

“Per quanto concerne le dotazioni patrimoniali, ad esempio – dice Marco Bindelli, vice presidente Bcc Civitanova e amministratore ai rapporti con il movimento del credito cooperativo - a fronte di un patrimonio attuale di Iccrea 7 volte superiore rispetto a quello di CCB (1,7 miliardi contro 220 milioni), Iccrea presenta tuttavia attivi a rischio (Rwa) 14 volte superiori rispetto all’Istituto trentino.

Il Cet1 ratio di Iccrea, ovvero l’indice che più di ogni altro misura la solidità patrimoniale di un Istituto di credito, si attesa sui 12,3%, contro, invece, l’ottimo 23,5% di CCB.

Per quanto riguarda il free capital (ovvero il patrimonio circolante), la cui soglia minima di tolleranza è di 10,5%, Iccrea si attesta all’1,8% contro il 13% di CCB”.

“In sostanza - dice Bindelli – dopo l’aumento di capitale di CCB, le differenze tra le due candidate capogruppo in termini di solidità aumenteranno ulteriormente in modo molto consistente”.

“I numeri di CCB – dice Palombini – fotografano oggettivamente una realtà che va formandosi, sana e con le spalle molto grosse. Tanto che il nuovo Gruppo potrebbe diventare uno dei Gruppi bancari più solidi d’Italia e d’Europa con un Total Capital Ratio sicuramente superiore al 50%”.

La delibera del Consiglio di Amministrazione segna dunque un primo passo formale, per la BCC di Civitanova Marche e Montecosaro, per il suo ingresso (da ratificare a maggio con l’assemblea dei Soci, ai quali la scelta di CCB è già stata sottoposta più volte in passato) in un gruppo bancario di caratura nazionale, così come l’attuale riforma del credito Cooperativo impone a tutte le Bcc italiane.

Quello dell’adesione ad un gruppo bancario nazionale è, infatti, un obbligo di legge imposto ad ogni Bcc italiana con il D.L. 14 febbraio 2016 n. 18, convertito in legge dalla L. 8 aprile 2016, n. 49.

La delibera prevede un contributo all’aumento di capitale della Capogruppo, da parte dell’Istituto di credito civitanovese, pari a 13.590.000 euro.

Questo ammontare è stato calcolato in funzione dell’eccedenza patrimoniale della Banca di viale Matteotti, proprio a dimostrazione della grande solidità della banca civitanovese e del fatto che nella capogruppo trentina conteranno maggiormente le Bcc sane e solide.

Della storica decisione è stato opportunamente sempre tenuto al corrente anche il personale della Banca al quale è stato illustrato il progetto del nuovo Gruppo Bancario Cooperativo preparato dalla trentina Cassa Centrale Banca tramite il dottor Aldrighetti, dell’area direzionale.

Anche sotto questo aspetto, l’organico di CCB parte con una struttura molto meno rigida rispetto a quella di Iccrea che obbligherà la nuova capogruppo trentina ad assumere nuovo personale.

“Il fatto di essere al momento solo in due in regione Marche ad aver aderito a CCB – precisa il Direttore Generale Giampiero Colacito - rappresenta un indubbio vantaggio competitivo che ci consentirà, anche in virtù della propria solidità patrimoniale, di avere ampi spazi di crescita in ambito regionale”.

ChiantiBanca semina cadaveri

ChiantiBanca: insieme al dg Bianchi si sono dimessi anche cinque consiglieri

Via dal Cda Claudio Corsi, Stefano Mecocci, Becattini, Fusi e Viciani. Entra una professoressa senese come vice


SAN CASCIANO - In parallelo alle dimissioni del direttore generale di ChiantiBanca Andrea Bianchi, hanno rimesso il loro mandato anche cinque consiglieri di amministrazione.


"Lorenzo Bini Smaghi - si legge in una nota della banca - presidente di ChiantiBanca, comunica che nella seduta di ieri, giovedì 9 marzo, il Consiglio di amministrazione ha cooptato la professoressa Elisabetta Montanaro, docente di Economia degli intermediari finanziari presso l’Università di Siena, quale membro del Consiglio di amministrazione. La professoressa Montanaro è stata nominata Vicepresidente di ChiantiBanca".

"Nel corso della riunione - si legge ancora - il consiglio di amministrazione ha preso atto delle dimissioni dei consiglieri Claudio Corsi, Aldemaro Becattini, Mauro Fusi, Stefano Mecocci, Leonardo Viciani".

"Tutto il consiglio di amministrazione - si conclude - si unisce al presidente nel ringraziare i consiglieri uscenti per il lavoro svolto in questi anni che ha consentito a ChiantiBanca di diventare banca di riferimento per l’intero territorio della Toscana".

ChiantiBanca - le dimissioni sono il segno che la strategia di sostituzione di Banca Etruria con questa banca operata dal Sistema massonico mafioso politico del corrotto Pd rappresentata da Lorenzo Bini Smaghi non è indolore

Chiantibanca: maschere e pugnali

Data: 10 marzo 2017 19:03


di Red

SIENA. Davanti i sorrisi, alle spalle i pugnali ma senza spiegare un perché nei comunicati stampa. Sono diverse le storie che si intrecciano nelle impensabili – fino a poche ore fa – dimissioni del direttore generale Andrea Bianchi di Chianti Banca, che sono arrivate oggi, e subito seguite da altre dimissioni eccellenti dal Cda tra cui due vicepresidenti. La spaccatura si era manifestata già da tempo contro questo continuo “movimentismo” alla ricerca di un diverso posizionamento della banca, una delle realtà regionali più importanti nel settore del credito, che avrebbe previsto l’uscita dal circuito Iccrea e Federazione Toscana Bcc con l’incorporazione nelle Bcc del Trentino o Gruppo Trentino, istituto dieci volte più grande di quello di Fontebecci (che avrebbe trasferito tutto al Nord Italia lasciando in Toscana solo gli sportelli. E addio banca del territorio).

Ma quello che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata l’ispezione della Banca d’Italia che ha stravolto i conti e i bilanci. ChiantiBanca avrebbe preparato un accantonamento di 40 milioni di euro per i crediti deteriorati, ma gli ispettori avrebbero riclassificato il tutto con nuovi parametri, chiedendo urgentemente al CdA di rettificare la somma fino a 120 milioni, il che provocherà un buco di bilancio con un passivo che per il 2016 sarà di 80 milioni di euro.

Dietro le dimissioni, insomma, c’è una critica fortissima verso la gestione Bini Smaghi e la volontà di non condividere le responsabilità e la fuga incomprensibile nel farsi assorbire da istituti più grandi.

E di sottostare a fortissime pressioni politiche che poco o nulla hanno a che fare con una banca.

ChiantiBanca - la banca del Sistema massonico mafioso politico del corrotto Pd rappresentata la Lorenzo Bini Smaghi comincia con 80 milioni di buco

LA DECISIONE

ChiantiBanca, si dimette il direttore Andrea Bianchi

Lasciano anche i due vicepresidenti Claudio Corsi e Stefano Mecocci. L’istituto
si avvia a chiudere l’esercizio con una pesante perdita di oltre 80 milioni di euro




Il direttore generale di ChiantiBanca, Andrea Bianchi, si è dimesso giovedì sera. Le parti hanno deciso «di comune accordo» di concludere il rapporto, si legge in una nota diffusa dall’istituto. «È arrivato il momento di cercare nuovi stimoli professionali e accettare nuove sfide», ha dichiarato Bianchi, dg della Bcc del Chianti Fiorentino da febbraio 1999, che in un ventennio ha visto crescere la raccolta da 201 milioni di euro a 3,1 miliardi dopo la fusione con Bcc Monteriggioni, fino alla recente incorporazione delle Bcc di Pistoia e Area Pratese. 

Pesanti perdite

Lasciano anche i due vicepresidenti Claudio Corsi e Stefano Mecocci. Secondo quanto risulta al Corriere Fiorentino, è in uscita anche il collegio sindacale. Resta al suo posto il presidente Lorenzo Bini Smaghi: «A nome di tutta la Banca — ha detto Bini Smaghi — ringrazio il Direttore Generale Andrea Bianchi per il contributo che ha dato in tutti questi anni, dalla fusione tra Banca del Chianti Fiorentino e Bcc Monteriggioni fino all’incorporazione di Banca di Pistoia e di Banca dell’Area Pratese. Un percorso che ha consentito a ChiantiBanca di assumere una rilevanza di banca del territorio per l’intera Toscana». Le dimissioni arrivano al termine della lunga ispezione della Banca d’Italia. 

Chiusura dell’esercizio in perdita

Secondo quanto riferiscono alcune fonti a diretta conoscenza della vicenda, la banca si avvia a chiudere l’esercizio con una pesante perdita di oltre 80 milioni di euro, dovuta prevalentemente alle rettifiche sui crediti deteriorati imposte dalla Vigilanza.

10 marzo 2017

10 marzo 2017 - Riuscirà Trump a fermare lo Stato di Sorveglianza?

Solo gli euroimbecilli alla Gentiloni non credono che l'Europa a due velocità dia alla Germania di continuare a perpetuare i propri interessi alle spalle degli altri

Polonia contraria a un'Europa a più velocità

L'Huffington Post | Di Redazione

Pubblicato: 10/03/2017 14:51 CET Aggiornato: 10/03/2017 15:43 CET


La Polonia contesta l'Europa a più velocità e rompe l'unità dei membri dell'Unione europea. "I Paesi del V4 non saranno mai
d'accordo a parlare di un'Europa a più velocità", ha detto la premier polacca Beata Szydlo alla conferenza di fine vertice Ue.
"La condizione che noi poniamo è l'unità", ha affermato Szydlo, ricordando la dichiarazione congiunta dei V4 dei giorni scorsi, che suggerisce come "base per la dichiarazione di Roma". Tra le "linee rosse" evidenziate: "non approveremo cambiamenti che possano portare peggioramenti a mercato unico o a Schengen". E ha aggiunto: "La dichiarazione di Roma avrà un senso solo se punterà al futuro e se sarà firmata da tutti".

"Senza dubbio, ieri sera c'è stato uno scambio di parole arroventato tra i leader, perché non ho voluto accettare le conclusioni", ha proseguito Szydlo, confermando così le indiscrezioni circolate dopo la conferma di Tusk alla presidenza del Consiglio Ue, osteggiata da Varsavia. "Ci sono leader che pensano che tutto possa essere comprato con i soldi, ma questo non è il caso", ha evidenziato, aggiungendo anche che "oggi ho avuto l'impressione che molti capi di Stato e di governo si sentissero a disagio per quanto accaduto ieri sera".

In precedenza il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni, si era detto moderatamente ottimista in vista delle celebrazioni dei trattati di Roma previste per il 25 marzo: "Riparto con la consapevolezza che abbiamo una buona occasione per rilanciare il progetto europeo e rompere il clima che si è diffuso dopo il referendum inglese. Sarei contento e onorato, da italiano, se questo clima potesse essere cambiato proprio il 25 marzo a Roma". Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni nel corso di un punto stampa alla fine del vertice a Bruxelles.

Anche Angela Merkel si era detta ottimista: "Se guardo agli input arrivati" da Italia, Malta, Juncker e Tusk "sono ottimista che avremo una buona dichiarazione di Roma", che indicherà "la direzione generale" per l'Ue ma "non vogliamo scrivere un nuovo Trattato". La Cancelliera che ha precisato che oggi non è stato discusso il testo ma i principi generali. "Il motto" resta "che siamo uniti nella diversità" e questo deve essere assicurato "dando spazio a creatività e innovatività" nei vari settori, ha aggiunto.

Gentiloni, a proposito di un'Europa a due velocità, ha detto: "Non parliamo di una Europa à la carte cioè che ognuno si sceglie la cosa che gli sta meglio e la indossa a seconda delle occasioni. Parliamo di una cosa che è già in atto. Non solo i trattati lo prevedono, ma la realtà la mette in evidenza. Euro, Schengen, procura europea. Il messaggio è che è una direzione di marcia necessaria perché consente, laddove ci sia una intesa tra singoli Paesi, di fare passi in avanti. E non lo impedisce solo perché un singolo Paese è contrario".

Il presidente del Consiglio ha continuato: "Non c'è una logica di esclusione. Sottotraccia è questo il tema di discussione, che questa sia una scelta di quattro o cinque grandi Paesi, quelli di Versailles, contro gli altri. O peggio dei Paesi occidentali contro gli altri. Non si tratta di questo. Si tratta di rispondere a domande che vengono dai nostri concittadini. Un esempio è quello della sicurezza e della difesa. Ne parliamo sia a 27 che a quattro o cinque, formula con la quale si possono fare passi maggiori".

Sulla possibilità di vittoria di Marine Le Pen in Francia, Gentiloni ha affermato: "Non credo che possiamo considerare scenari di questo genere, almeno io non li voglio considerare. C'è una posizione molto profilata nei sondaggi francesi ma c'è una posizione per l'Europa largamente maggioritaria". "Certo - ha aggiunto - i cittadini sono sovrani e le previsioni effimere. Vedo nei sondaggi posizioni pro-Europa. Mi auguro che si esprimano anche nel voto. Voto che l'italia rispetterebbe in ogni caso, ci mancherebbe".

I Capitali possono circolare liberamente in Europa escluso per gli euroimbecilli italiani

Fincantieri: Mucchetti, su Stx situazione inaccettabile

-9 marzo 2017

Roma, 9 mar. (AdnKronos) – “E’ una situazione inaccettabile. Che può essere superata solo con un ulteriore impegno del Governo italiano sia nei rapporti con quello francese, che detiene un terzo del capitale dei Chantiers, e dunque la minoranza di blocco, sia verso la Commissione UE”. Così Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria del Senato, commenta oggi sul suo blog l’andamento dei negoziati per l’acquisizione del controllo di STX France, che controlla i Chantiers de l’Atlantique, da parte di Fincantieri.
“L’Italia – prosegue Mucchetti – ha aperto le porte agli investimenti delle imprese francesi. Anche troppo. Va detto senza mezzi termini che l’azionista pubblico francese non può impedire in modo obliquo al concorrente italiano di acquisire la maggioranza dell’azienda di Saint Nazaire da una società coreana in fallimento. Se in Francia si forma un soggetto capace di formulare un’offerta migliore di quella italiana senza aiuti di Stato, amen. Certe iniziative in extremis sono sempre dubbie, ma se esistono investitori veri ne prenderemo atto. Non può essere subita, invece, una resistenza opaca dagli effetti perversi”, sottolinea il senatore del Pd.
Per Mucchetti, infine, “il governo e gli enti locali francesi dovrebbero considerare i vantaggi di una collaborazione strutturale con Fincantieri che potrebbe essere utilmente estesa ai cantieri militari della Dcns”.

Siria - Gli Stati Uniti impantanati a Raqqa

10 MARZO 2017
Se risolvi questa, risolvi un pezzo di guerra in Siria

"Questa" è l'inimicizia tra Turchia e curdi siriani, che sta incasinando il nord della Siria e sta rallentando l'attacco contro l'ISIS a Raqqa

 
Uomini delle Forze democratiche siriane a ovest di Raqqa (DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images)

Alcuni funzionari statunitensi hanno detto al Wall Street Journal che le operazioni militari per riconquistare Raqqa, la città considerata la capitale siriana dello Stato Islamico, potrebbero subire nelle prossime settimane grandi lentezze. Il problema non è solo la difficoltà di mettere in piedi un attacco complicato e ambizioso, verso il quale lo Stato Islamico ha avuto tempo e modo di prepararsi; è soprattutto legato alle rivalità e inimicizie presenti tra le forze che negli ultimi mesi hanno combattuto lo Stato Islamico nel nord della Siria e che in un modo o nell’altro sono coinvolte anche nella riconquista di Raqqa. I protagonisti principali di questa storia – che non riguarda solo il nord della Siria, ma anche un pezzo del futuro del paese – sono tre: la Turchia, i curdi siriani e gli Stati Uniti.

Chi c’è nel nord della Siria
Come si vede dalla mappa qui sotto, il nord della Siria è ancora molto diviso. Raqqa, cerchiata in rosso, è la più importante città siriana ancora sotto il controllo dello Stato Islamico (in grigio). Lo scorso novembre gli Stati Uniti hanno annunciato l’inizio di una grande offensiva militare per la riconquista di Raqqa: stando ai piani iniziali, le operazioni di terra avrebbero dovuto essere compiute principalmente dalle Forze democratiche siriane (in giallo), una coalizione la cui componente principale sono i curdi siriani, con l’appoggio aereo degli Stati Uniti. Il problema è che non tutti si sono mostrati contenti di una possibile espansione territoriale dei curdi siriani fino a Raqqa. Il paese che ha protestato di più è stato la Turchia, che oltre a essere un membro della NATO ha anche concesso agli americani l’uso della base aerea di Incirlik, molto importante per compiere attacchi contro lo Stato Islamico in Siria.


La situazione della Siria oggi: lo Stato Islamico è segnato in grigio, il regime di Assad in rosso, le Forze democratiche siriane in giallo, i ribelli in verde chiaro, la Turchia e i suoi alleati in verde scuro. La città cerchiata in rosso è Raqqa, considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria (Liveumap)

Il governo turco considera i curdi siriani un’organizzazione terroristica, perché ritiene – secondo molti con qualche ragione – che non siano altro che un’estensione del PKK in territorio siriano. Il PKK è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, in Turchia è illegale e da decenni combatte contro il governo turco per ottenere la creazione di uno stato curdo. Per frenare un’eccessiva espansione dei curdi siriani, la scorsa estate la Turchia ha deciso di intervenire in Siria: si è alleata con alcuni gruppi ribelli siriani con cui aveva già legami, visto che per lungo tempo il governo turco è stato uno dei più decisi oppositori del presidente siriano Bashar al Assad. Poi ha conquistato un pezzo di territorio nel nord della Siria (verde scuro, sopra Aleppo) di modo da prevenire un’eventuale continuità dei territori controllati dai curdi siriani proprio al confine meridionale con la Turchia (come si vede dalla mappa sopra, il giallo è interrotto a un certo punto da una macchia verde scuro). Nelle ultime settimane la situazione nel nord della Siria non è migliorata, anzi; e ora la nuova amministrazione statunitense sta valutando se prendersi del tempo per capire che fare, sia nel nord della Siria che a Raqqa.

Cosa sta succedendo a Manbij e al Bab
Alla fine di febbraio i soldati turchi e i ribelli siriani alleati della Turchia, tra cui l’Esercito libero siriano, hanno cacciato lo Stato Islamico dalla città di al Bab, 40 chilometri a nord-est di Aleppo, con l’aiuto degli aerei da guerra sia russi che statunitensi. Non è stato il primo attacco della Turchia contro lo Stato Islamico: tutta l’operazione militare per conquistare quel pezzo nel nord della Siria (in verde scuro) è stata fatta per lo più contro lo Stato Islamico, ma allo scopo di anticipare le mosse dei curdi siriani ed evitare che quei territori venissero conquistati da loro. Ora in molti temono che la Turchia possa muovere le sue truppe verso Manbij, una città a una cinquantina di chilometri a est di al Bab, riconquistata dalle Forze democratiche siriane lo scorso agosto dopo avere sconfitto lo Stato Islamico. Per proteggersi e anticipare le mosse turche e dei loro alleati, il Consiglio militare di Manbij ha cercato l’appoggio della Russia e del regime di Assad: in pratica i curdi hanno consegnato al regime siriano una ventina di cittadine a ovest di Manbij, creando una zona che funge da specie di “cuscinetto” per distanziarsi dalle truppe turche (questa zona è mostrata in arancione nella mappa qui sotto). In cambio il governo siriano ha garantito la consegna di aiuti umanitari alla popolazione di Manbij, scortati da mezzi corazzati russi.


La zona “cuscinetto” è segnata in arancione: come si vede divide i curdi siriani, in giallo, dai turchi e alleati, in verde scuro, ed è contigua ai territori controllati dal regime di Assad, in rosso. Le città cerchiate in rosso sono, da sinistra a destra, al Bab, Manbij e Raqqa (Liveumap)

Tutta questa situazione ha messo gli Stati Uniti in una posizione molto difficile. I curdi siriani sono i principali alleati degli americani nella guerra contro lo Stato Islamico in Siria, ma allo stesso tempo la Turchia è un membro NATO e alleato degli Stati Uniti in molte questioni. Finora il governo americano non ha adottato una posizione univoca e ha cercato di trovare di volta in volta soluzioni diverse ai problemi che sono emersi a causa dell’inimicizia tra curdi siriani e Turchia. Per esempio quando la Turchia e i suoi alleati hanno cominciato la loro operazione militare nel nord della Siria allo scopo di contenere l’espansione dei curdi siriani, gli americani hanno fatto dichiarazioni di appoggio ai turchi e hanno contribuito all’operazione con la copertura aerea. Pochi giorni fa, però, diversi uomini e mezzi militari statunitensi sono arrivati a Manbij, in difesa dei curdi siriani con l’obiettivo dichiarato di dissuadere le forze alleate alla Turchia ad attaccare l’area. In questa zona oggi la situazione è molto tesa: ci sono già stati degli scontri tra curdi siriani e turchi, e un funzionario americano ha descritto alNew York Times quello che sta succedendo a Manbij come una potenziale “polveriera”.

E quindi, cosa si fa?
Le tensioni nel nord della Siria stanno rallentando le operazioni verso Raqqa. La Turchia non vuole che i curdi siriani siano troppo coinvolti nella riconquista di Raqqa, perché un successo di questo tipo metterebbe i curdi in una posizione di forza in vista di successivi negoziati. Diversi funzionari americani sostengono che sia necessario fornire ai curdi siriani che combatteranno a Raqqa dei mezzi corazzati, delle mitragliatrici pesanti e dei missili anti-carro, ma la Turchia si oppone. Ad oggi per gli Stati Uniti non sembra esserci una via di uscita chiara e sembra praticamente impossibile pensare che il governo americano sacrifichi una di queste due alleanze: senza i curdi siriani, infatti, non potrebbe più contare sulla forza di terra che finora si è mostrata la più efficace nel combattere lo Stato Islamico; senza la Turchia dovrebbe fare a meno delle basi militari da cui partono i suoi aerei e anche dell’appoggio del governo che ha più legami con l’opposizione siriana (senza considerare tutte le conseguenze provocate da una clamorosa spaccatura all’interno dello schieramento NATO).

Il dibattito su cosa fare con i curdi siriani e la Turchia è importante perché non riguarda solo le sorti di qualche città del nord della Siria o la riconquista di Raqqa: riguarda il futuro stesso della Siria, o per lo meno di quella parte del paese che non è sotto il controllo del regime di Assad. La domanda che si fanno giornalisti, analisti e politici da mesi è: cosa fare di questi territori dopo che sarà stato sconfitto lo Stato Islamico? Non si è ancora trovata una soluzione definitiva, ma per lo meno ci si è posti il problema. Nella pianificazione dell’attacco a Raqqa, gli Stati Uniti volevano evitare che i curdi siriani venissero visti dalla popolazione locale della città – a maggioranza musulmana sunnita – come degli invasori, invece che liberatori. Per questa ragione negli ultimi mesi hanno tentato di rafforzare la componente araba delle Forze democratiche siriane, cioè la stessa coalizione di cui fanno parte i curdi siriani, che potrebbe essere accolta molto meglio dagli abitanti di Raqqa. Liberare-Raqqa per liberare-Raqqa e basta, senza un piano per far convivere le forze che poi rimarranno sul territorio una volta che gli Stati Uniti se ne saranno andati, potrebbe portare solo enormi complicazioni: non risolverebbe i conflitti in Siria e lascerebbe uno spazio per l’emergere, di nuovo, di gruppi estremisti come lo Stato Islamico.

Per tutte queste ragioni la posizione del governo americano non è affatto semplice. Il Wall Street Journal ha scritto che l’amministrazione Trump è molto divisa al suo interno e non c’è una strategia condivisa su come cacciare lo Stato Islamico da Raqqa senza alienarsi l’appoggio della Turchia. Sempre secondo il Wall Street Journal, il governo americano potrebbe aspettare a fare un piano definitivo per Raqqa almeno fino al 16 aprile, giorno in cui in Turchia si terrà un referendum per decidere se trasformare il paese in senso presidenziale. Il referendum è stato fortemente voluto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che punta a rafforzare in maniera significativa i suoi poteri. Non è chiaro cosa potrebbe cambiare dopo il voto in Turchia, probabilmente si potrebbe sfruttare una minore pressione su Erdoğan per spingere il governo turco a prendere posizioni più morbide sulla Siria. In generale sembra che il governo americano stia cercando di prendere tempo per sbrogliare il problema della rivalità tra Turchia e curdi siriani e per impedire che sfoci in guerra aperta, ma per ora non sembrano esserci soluzioni praticabili in vista.

E' guerra totale tra la Globalizzazione Capitalistica e il Movimento degli Stati Identitari. L'elezioni del 23 aprile e del 7 maggio in Francia è un passaggio fondamentale. Marine le Pen vincerà, la semplice enunciazione dell'Europa a due velocità è constatazione della debolezza degli euroimbecilli e delle loro argomentazioni

L’America di Donald Trump secondo Caracciolo, Dassù e Moretti


Chi c'era e cosa si è detto ieri al Centro Studi Americani in occasione del dibattito organizzato da Leonardo/Finmeccanica e Limes dal titolo "L'Agenda di Trump"

Una certezza esiste: gli Stati Uniti, pure con l’elezione di Donald Trump, rimangono ancora la più importante potenza mondiale. Ma il loro modo di interpretare questo ruolo è cambiato e sta cambiando – per fattori interni ed esterni – tanto da far dubitare che continueranno ad essere, anche nei prossimi decenni, i leader globali. In poche parole, l’impero a stelle strisce durerà?

IL DIBATTITO

Attorno a questa domanda si è sviluppato il dibattito – che si è svolto ieri al Centro Studi Americani – organizzato da Leonardo/Finmeccanica e dalla rivista di geopolitica Limes. Risposte univoche – com’è normale che sia – non sono arrivate. Anzi, sono emerse due impostazioni. Da un lato c’è stato chi ha affermato che, al netto dei cambiamenti in atto, gli Usa non abdicheranno al loro ruolo di architrave della politica internazionale e, dall’altro, chi ha osservato invece che, volenti o nolenti, perderanno comunque progressivamente questa posizione di primazia.

IL GIUDIZIO DI MORETTI

Alla seconda corrente di pensiero si è iscritto l’amministratore delegato di Leonardo Mauro Moretti: “Con l’accelerazione della dinamica dei cicli tecnologici, la capacità di resistenza degli imperi si è inevitabilmente ridotta “, ha detto il manager, per il quale è il resto del mondo adesso a doversi abituare all’idea: “Questo conto gli americani l’hanno già fatto: sanno perfettamente di non essere più in grado di determinare i destini del mondo come avveniva in passato“. I motivi – ha aggiunto Moretti – sono molteplici e comprendono, innanzitutto, i trend demografici: “C’è una dinamica che è drasticamente a svantaggio degli Usa e dell’Europa“. E a vantaggio, invece, della Cina e, più in generale, dell’Asia: “Sarà un mondo bipolare – dominato da Stati Uniti e Cina – anche dal punto di vista culturale. Con una crescente polarizzazione che vedrà da un parte l’America e l’Europa e dall’altra la Cina e l’Asia“.

LE PAROLE DI FABBRI

“Gli Usa mantengono tutte le caratteristiche tipiche della potenza imperiale e, a mio avviso, rimarranno tali ancora per molti decenni“, ha commentato il giornalista di Limes Dario Fabbri. Che ha citato a mo’ di esempio il controllo dei mari ancora esercitato dalla Casa Bianca: “Sono prima di tutto una talassocrazia“. Un dato nient’affatto irrilevante considerato che il 60% del commercio mondiale si svolge ancora per via marittima. Ma c’è di più, ha spiegato ancora Fabbri. Un altro segnale è l’aumento esponenziale del deficit commerciale – passato dai 35 miliardi del 1991 ai 700 di oggi -, voluto “scientificamente per creare un rapporto di dipendenza tra gli Usa e i Paesi della sua costellazione“. In quest’ottica non sarebbe da prendere troppo sul serio la guerra dichiarata da Trump all’immigrazione: “La politica Usa è sempre stata questa: rifiutarla a parole, ma fare in modo che non si fermi“. Una scelta precisa, dovuta a una pluralità di ragioni, prima fra tutte la necessità di mantenere “sempre giovane la popolazione“.

L’ANALISI DI DASSU’

Qualcosa, però, con Barack Obama prima e Trump adesso sta cambiando. “E’ un impero riluttante“, ha osservato l’ex viceministro degli Esteri e direttore di Aspenia Marta Dassù: “Già durante l’amministrazione Obama erano ravvisabile questo atteggiamento, che con il nuovo presidente degli Stati Uniti è diventato molto più netto“. La vocazione imperiale, tuttavia, non è tramontata come ha sottolineato l’attuale viceministro della Farnesina Mario Giro: “Non credo che Trump voglia abdicare alle ambizioni imperiali Usa“. E’ cambiata però quantomeno la strategia, ora imperniata – secondo Giro – sull’incertezza: “Non ci sarà più una linea fissa, ma linee mobili dettate dal caso, dal contesto e dagli interlocutori. Il presidente americano è convinto che questa incertezza gioverà agli Usa. E’ un vero negoziatore che tiene coperte le sue carte“.

GLI USA SECONDO CARACCIOLO

Caratteristica che il direttore di Limes Lucio Caracciolo ha chiamato invece “imprevedibilità“: “E’ il dato fondamentale di questa presidenza. D’altronde, abbiamo un intelligence che in pratica nega documenti al presidente per paura che li passi ai russi“. Che tra il cosiddetto stato profondo americano e il nuovo inquilino della Casa Bianca non corra buon sangue, è un dato evidente ed enfatizzato dalla maggior parte degli osservatori, tra cui anche Fabbri: “Gli apparati temono che Trump renda gli Usa un paese come gli altri, non più imperiale. La politica estera degli Stati Uniti dei prossimi anni ballerà tra due posizioni: gli apparati da un lato e il presidente dall’altro“.

GLI AUSPICI DI LEONARDO

E l’Europa in tutto questo? Deve svegliarsi. E ripartire dalle sue certezze, che annoverano pure il ruolo fondamentale ricoperto da Berlino. “Se vogliamo ricostruire l’Europa, dobbiamo dire che la Germania è il leader: senza un centro aggregatore non sarà possibile ottenere questo risultato“, ha commentato l’amministratore delegato di Leonardo. Un obiettivo che l’Europa dovrà cercare di realizzare da sola, senza più poter aspettare che gli Stati Uniti colmino le sue lacune. Perché c’è un elemento fondamentale su cui tutti hanno più o meno concordato: la necessità che in questo quadro internazionale in profonda trasformazione il Vecchio Continente faccia, almeno in parte, da sé. “Per l’Europa Trump è un’opportunità per misurarsi con sfide con cui avrebbe comunque dovuto confrontarsi“, ha commentato Dassù.

LO SCENARIO DI LIMES

Un concetto reso ancora più esplicito da Caracciolo: “All’America dobbiamo molto, soprattutto l’Europa unita. Dopo la seconda guerra mondiale, è stata una scelta americana quella di mettere insieme una serie di paesi che avevano il comune obiettivo di difendersi dall’Unione Sovietica. Ora che, però, gli Usa si disinteresseranno relativamente dell’Europa spetta a noi: mamma e papà non ci sono più, dobbiamo trovare internamente le ragioni della nostra unità. Che deve fondarsi non sulla paura di qualcosa, ma sulla consapevolezza di avere interessi e una storia in comune“.

Gli Stati europei ci riusciranno? Il primo esame è in programma il 23 aprile con le presidenziali francesi. Che si svolgeranno a nemmeno un mese di distanza dalla cerimonia di Roma per il sessantesimo anniversario dell’Europa unita del prossimo 25 marzo.

L'Egemonia culturale passa attraverso i video in vendita in rete

Netflix e Amazon, si gioca qui la partita Tv (anche in Italia)

VIDEO ON DEMAND
Dopo aver cambiato il modo di guardare la tv, le due piattaforme si affrontano su scala mondiale per conquistare l'egemonia nel mercato della produzione e distribuzione di contenuti televisivi. Il processo riguarda anche il nostro Paese e sarebbe bene occuparsene prima che sia troppo tardi. L'analisi di Augusto Preta per lavoce.info
di Augusto Preta
10 marzo 2017


In una delle scene più note di Ecce bombo, il film di Nanni Moretti, i protagonisti decidono di andare a vedere l’alba sul mare. Con grande stupore quando ormai è troppo tardi (siamo sul Tirreno) realizzano che il sole era sorto nel frattempo alle loro spalle.
Accade spesso nel nostro paese che l’attenzione si concentri sui punti sbagliati dell’orizzonte, fissando eventi di corto respiro, senza vedere fenomeni sostanziali, tali da trasformare mercati e settori industriali consolidati da decenni.
Da un paio di mesi, nell’indifferenza dei media nazionali, due colossi della distribuzione video come Netflix e Amazon si affrontano su scala mondiale. Con molta probabilità, dalla loro sfida dipenderà una parte consistente del futuro dell’industria audiovisiva dei prossimi anni.

Ha cominciato Netflix. Una strategia aggressiva iniziata nel 2012 le ha permesso di coprire, a gennaio 2016, l’intero pianeta: oltre 200 paesi, inclusa l’Italia e con l’unica grande eccezione della Cina.
Ha risposto a fine dicembre Amazon Prime Video con la stessa distribuzione su vasta scala (Italia inclusa) e l’obiettivo di accrescere sensibilmente gli abbonati al proprio servizio per entrare in diretta concorrenza con Netflix.

Alcune cifre danno un’idea delle dimensioni del fenomeno. Con i suoi quasi 90 milioni di abbonati a fine 2016, Netflix è di gran lunga il primo operatore video a pagamento in abbonamento (nel linguaggio tecnico, subscription video-on-demand – Svod), un servizio online in streaming che a un costo mensile molto basso (da 8 a 12 euro rispetto ai 50 delle pay tv) offre prevalentemente, ma non solo, film e serie.

L’impatto sull’industria audiovisiva è stato fortissimo: negli Usa, da dove è partito come società di distribuzione di dvd, ha messo in crisi in pochi anni la fiorente industria del cavo e operatori pay tv come HBO, ha cambiato consolidate modalità di consumo (il cosiddetto binge viewing, cioè la visione continuativa di tutti gli episodi di una serie), è diventato uno dei più grandi produttori di contenuti audiovisivi al pari delle grandi majors hollywoodiane, con le quali negozia a condizioni paritarie i diritti esclusivi di distribuzione delle opere. Nel resto del mondo ha oggi quasi la metà del totale abbonati e in Europa (quella del Nord, a cominciare dal Regno Unito) è entrato in competizione con le pay tv, che hanno lanciato servizi analoghi in streaming per rispondere alla sfida. Nel 2016 Netflix ha investito nella sola produzione 5 miliardi di dollari, che diventeranno 6 miliardi nel 2017. I maggiori broadcaster europei, con in testa la Bbc, ma con l’eccezione di Sky (e Amazon), investono meno di 2 miliardi e dunque non sono più in grado di competere sullo stesso terreno.

Amazon, partito in sordina, mostra di avere quantomeno le stesse ambizioni del rivale. Secondo Morgan Stanley, alla fine del 2016 sarebbero 65 milioni gli utenti di Amazon Prime Video. Non sono tutti abbonati, perché il gigante della distribuzione on-line offre agli iscritti al servizio premium Amazon Prime sconti e differenti modalità di accesso e anche questi utenti sono inseriti nel conteggio. In tutti i casi, ciò che risalta è la crescita impressionante, dovuta prevalentemente alla componente video, avvenuta nell’ultimo anno: dai 45 milioni del 2105 ai 65 milioni dodici mesi dopo.

I crescenti investimenti in produzione (con Emmy e Oscar già in bacheca), la possibilità di sfruttare un business consolidato, in cui è dominante, come la distribuzione online, con ciò che ne consegue in termini di profilazione del pubblico e utilizzo efficiente dei (big) dati, insieme alla possibilità di raggiungere consumatori dall’elevatissima disponibilità di spesa (il 40 per cento degli iscritti a Prime spende oltre mille dollari l’anno) fanno di Amazon il candidato ideale per dominare il settore nei prossimi anni.
Intanto, non è un mistero che la stessa Netflix è sotto la lente degli analisti per una possibile acquisizione da parte di operatori come Alibaba e Apple (Netflix fattura 8 miliardi di dollari l’anno contro gli 80 di Amazon, con un rapporto di uno a dieci), per favorire un maggiore flusso di capitali necessari a tenere alta la competizione.
Il fenomeno fino a poco tempo fa avrebbe interessato solo gli addetti ai lavori. Oggi viviamo in mercati globali, in cui le tecnologie digitali pervadono tutti i settori dell’economia, cosicché quanto accade nel settore anche in Italia (consolidamenti, fusioni e contenziosi che richiamano – questi sì – l’attenzione dei media) è frutto soprattutto di processi più ampi. La presenza nel nostro paese dei servizi di grandi operatori dovrebbe far riflettere su ciò che ci attende nei prossimi anni e su come gli attori industriali, i politici e i e regolatori nazionali dovrebbero operare, senza continuare a volgere lo sguardo al passato: per evitare di scoprire che il sole nel frattempo è sorto alle nostre spalle.

Tratto dal sito www.lavoce.info



venerdì 10 marzo 2017

No la Fratellanza Musulmana non è morta e viva e ha piani in Europa con le decine di associazioni, le centinaia di mosche che hanno in tutti i paesi europei


La lenta agonia dei Fratelli Musulmani

Pubblicato: 09/03/2017 14:52 


Sono ormai passati oltre quattro anni da quel 16 Novembre 2012, quando l'allora premier egiziano Hisham Qandil si recava nella Striscia di Gaza su mandato del presidente Mohamed Morsi per ribadire che la sua nazione non sarebbe mai rimasta ferma dinanzi alla "sofferenza dei fratelli palestinesi".

Morsi aveva inviato a Gaza il suo primo ministro in un momento drammatico e di altissima tensione, dopo che era ripreso, in maniera estremamente violenta, il conflitto tra i palestinesi della Striscia e gli israeliani, a suon di razzi da una parte e bombardamenti dall'altra, dopo che era stato da poco ucciso l'allora capo militare di "Hamas" Ahmed Jabari, colpito a terra da un missile sparato dall'aviazione israeliana.

L'operato di Morsi non era affatto casuale, in quanto quello che allora si poteva definire un presidente nuovo di zecca per l'Egitto (eletto solo a giugno dello stesso anno dopo 30 anni di potere assoluto di Hosni Mubarak) era espressione del partito "Libertà e Giustizia", ovvero dell' incarnazione egiziana dei "Fratelli Musulmani", il più importante movimento islamista fondato, proprio nella terra dei faraoni e delle piramidi, nel 1928 da Hasan Al Banna.

E tutti sapevano, e sanno bene ancora, che Hamas (padrona indiscussa di tutta Gaza e ritenuta una fazione terroristica a tutti gli effetti) non è altro che la costola palestinese della fratellanza musulmana, creata nel lontano 1987 proprio per dare respiro alla sua organizzazione e per darle modo di insinuarsi nella questione palestinese.

È stato quello, in maniera indiscussa, il punto più alto delle ambizioni di dominio della fratellanza, proprio quando all'orizzonte essi avevano intravisto la possibilità di costituire un serio progetto di potere egemonico su tutto il mondo arabo-musulmano, approfittando di quello che era accaduto durante la stagione delle "Primavere".

Non solo in Egitto, infatti, erano riusciti a occupare i vertici più importanti dello Stato. La stessa operazione era da parte loro largamente in corso, nel frattempo, sia in Tunisia, con il proprio partito di riferimento "Ennahada" che era al governo, quanto in Libia, dove avevano giocato un ruolo determinante nella cacciata di Gheddafi.

Da tanto tempo, ormai, la vera culla culturale dei Fratelli Musulmani è il Qatar, dove già a partire dagli anni '60 molti dei loro più importanti esponenti politici avevano trovato rifugio, dopo le persecuzioni subite dall'allora presidente egiziano, Gamal Abd Nasser. In questi ultimi anni, agendo anche di concerto con la Turchia, altra nazione dove la presenza della fratellanza è pesantissima e di notevole influenza, hanno cercato in tutti i modi di riequilibrare i poteri geopolitici all'interno del mondo arabo-musulmano, approfittando dei cataclismi provocati dalle rivolte del 2011 e da un sottile beneplacito che, in quel periodo, è arrivato loro dagli Stati Uniti e da tutto l'Occidente.

La defenestrazione di Morsi, avvenuta nell'estate 2013 con un golpe in pieno stile napoleonico da parte del generale Abdel Fattah Al Sisi, non solo ha provocato un'altissima tensione nei rapporti diplomatici tra Egitto e Qatar (con la cacciata dell'ambasciatore qatariota dal Cairo). È stato anche il primo evento che ha iniziato a far vacillare tutto l'ambizioso piano di supremazia costruito, ideato e pensato dai seguaci di Al Banna.

Dopo la fine di Morsi sono caduti infatti come birilli, come in un classico effetto domino, tutti gli altri riferimenti politici dei Fratelli Musulmani prima in Libia, poi in Tunisia (dove Ennahada non è più al governo e ha da poco rinnegato la vocazione legata all'islam politico) e anche in Siria, dove la fazioni islamiste supportate e finanziate dal Qatar (anche quelle più radicali e fondamentaliste) e utilizzate per cercare di abbattere il regime alawita di Bashar Assad hanno fallito in tutto e per tutto.

Siamo quindi di fronte a una lenta, progressiva agonia di un ciclopico progetto di potere pianificato nel tempo, che però è costato delle guerre civili sanguinose e sanguinarie nel cuore del mondo arabo, nel quale sono avvenuti fatti indicibili, di un'atrocità che non si riteneva più possibile dopo gli orrori messi in scena dalla storia per tutto il '900.

Ma attenzione a ritenere, o a pensare, che questo capitolo nero del XXI secolo sia ormai del tutto finito insieme all'inarrestabile decadenza a cui i Fratelli Musulmani stanno andando progressivamente incontro. Perché è terribilmente e funestamente vero che quello che è avvenuto una volta può succedere ancora, e nella storia il ''mai più'' non è mai esistito.

La contraddizione tra quello che dice il Circo Mediatico e il suo clero asservito e la realtà di ogni giorno di milioni di persone

WikiLeaks-Cia, Giulietto Chiesa: "Fiducia in sistema occidentale si sgretola, non per i russi..."

08 marzo 2017 ore 14:06, intelligo
di Stefano Ursi 

Le rivelazioni di WikiLeaks secondo cui la Cia spierebbe tramite smartphone, smart tv e altri apparecchi hanno fatto scattare una bufera mediatica e politica di grandi proporzioni. Come funziona questo sistema e a chi è rivolto? Nessuno può dirsi al sicuro dagli occhi del grande fratello? A queste e altre domande ha risposto, a IntelligoNews, il giornalista ed esperto di geopolitica Giulietto Chiesa. 

Dalla Russia che entra nelle elezioni americane, alle rivelazioni di WikiLeaks sulla Cia che spierebbe tramite tv e smartphone. Chi spia chi?

''E' esattamente quello che in molti iniziano a pensare, salvo i corrispondenti da New York che se ne stupiscono... Noi abbiamo già sentito la prima ondata di rivelazioni che riguardava la NSA, grazie a Snowden che io proporrò, cercando di coinvolgere anche Gorbaciov, come Nobel per la pace, e adesso scopriamo che la stessa cosa, forse in maniera ancora più articolata e sofisticata la sta facendo anche la CIA, sorpassando ogni limite di correttezza politico-diplomatica internazionale. Uno dei suoi consolati in Europa è stato trasformato in una vera e propria agenzia in cui si controllano governi, dirigenti di vario genere e così via. Naturalmente si capisce che sono stati elaborati raffinati sistemi di penetrazione in tutti gli apparati privati che servono per comunicare al giorno d'oggi, dagli smartphone ai televisori, che sono stati trasformati in ricetrasmittenti senza che il proprietario ne sia informato. Siamo dentro Orwell''. 

Giulietto Chiesa

Nessuno è al sicuro? 

''Io credo che questo meccanismo sia già entrato nelle case di tutti. Quel che sta facendo l'agenzia americana fuori dai confini si riferisce a ogni cittadino; e siccome gli algoritmi sono tali che se ne può ricavare un dato statistico, siamo nella situazione in cui ci sono detentori di informazioni statistiche collettive, che possono completamente modificare le scelte politiche dei governi. Siamo di fronte ad un cambiamento del ruolo del sistema informativo, da spionaggio in organismi dirigenti dei flussi mentali delle persone. Che non si rendono conto di quel che sta accadendo, ma ciò che emerge è che la democrazia è ormai finita da tempo, non per colpa dei russi: all'avanguardia di queste operazioni ci sono gli Usa, va detto con chiarezza. Sappiamo che lo possono fare e lo stanno facendo, vediamo chi si è spinto più in là''. 

Come risuonano oggi le parole di Trump su Brennan? 

''Sicuramente non aveva torto. Vede, questi signori hanno in mano una enorme quantità di informazioni su tutti i cittadini americani, come ha già denunciato Snowden, e spesso chi ha questo potere diventa improvvisamente più potente di organismi e uomini che dovrebbero controllarne il funzionamento''. 

Nonostante tutto, però, negli Usa ha vinto il candidato non appoggiato dall'establishment. 

''Si, perché c'è una gravissima crisi del sistema della comunicazione che questi signori hanno messo in moto. Il mainstream si è così strettamente intrecciato con il potere politico, che una parte del pubblico si trova di fronte ad una, per così dire, 'disconnessione cognitiva', perché si sentono dire dal sistema una serie di cose che non corrispondono alla vita quotidiana. Ci viene detto, ad esempio, che le cose vanno bene ma in realtà milioni di persone intuiscono o vivono una realtà diversa, ed ecco la disconnessione. La fiducia nel sistema occidentale sta sgretolandosi di fronte alla contraddizione con la realtà delle cose''.