Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 marzo 2017

Pierluigi Fagan - Complessità



Pubblicato il 18 marzo 2017

La nuova rivoluzione industriale è quindi una spada a doppio taglio. Essa può essere usata per il benessere dell’umanità […]. Ma se noi continueremo a muoverci sui binari liberi ed ovvi del nostro comportamento tradizionale, e a seguire il nostro tradizionale culto del progresso e della quinta libertà – la libertà di sfruttare – è certo che dovremmo aspettarci un decennio ed anche più di rovina e disperazione.

N. Wiener, 1950[1]

Tema caldo, di recente lanciato e rilanciato, è la prossima catastrofe nell’ambito del lavoro determinata dall’erosione della funzione umana da parte delle macchine. La retorica tecno-futurista induce a pensare che l’intelligenza artificiale stia per replicare l’umano ma piuttosto che replicare le funzioni superiori sono invece quelle inferiori, il calcolo, la elaborazione dei dati, la sequenza lineare di if…than ad essere replicate e visto che le macchine non hanno disturbi emotivi o limiti biologici, le svolgeranno senz’altro meglio degli umani stessi. Potremmo allora dire che più che scoprire quanto intelligenti stanno diventando le macchine, stiamo verificando quanto ancora è stupida ed alienante la routine di molti lavori umani. Senz’altro però, questa componente routinaria ed esecutiva che compone ancora la totalità o grande parte o piccola parte di molti lavori, vedrà l’implacabile sostituzione dell’umano con l’informatico-meccanico. Sebbene inizialmente molti lavori non saranno cancellati ma progressivamente mixati tra umano e info-maccanico, alla fine il saldo netto sarà in termini di posti di lavoro. Quello che giustamente preoccupa è la stretta relazione tra l’enorme quantità di ore lavoro umane sostituibili, l’incentivo del profitto che deriva dalla comparazione tra costo del lavoro umano e costo del lavoro info-meccanico e il tempo estremamente breve in cui tutto ciò sta accadendo. Ulteriore preoccupazione, sembra che gli esperti del problema prevedano a breve una sorta di salto quantico delle performance dei robot e dei software[2], una di quelle rivoluzioni stile “periodo Cambriano”[3] per le quali, ricombinandosi i fattori, il risultato è di molti gradi superiore alla somma delle parti[4]. Lo stato interconnesso delle nostre economie intorno la principio di concorrenza, imporrà il cambiamento come nuovo standard planetario, lo si desideri o meno.


Il libro inchiesta di Riccardo Staglianò, Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Einaudi, Torino, 2016, è un competente ed onesto lavoro sul tema, una aggiornata overview sul fenomeno su cui l’autore, già centrato da anni su i temi delle nuove tecnologie, ha raccolto informazioni negli ultimi cinque anni. La posizione di Staglianò è critica verso il tecno-entusiasmo[5] e cerca di indagare fattivamente quanto il fenomeno sia in effetti preoccupante[6], soprattutto in via previsionale.

Ma al di là delle ancora non stabilizzate previsioni c’è anche un segnale indiretto che avverte con chiarezza di dove la bilancia stia pendendo. Ci riferiamo alla mobilitazione dei grandi del settore (Google, Facebook, Amazon, Apple etc.), in favore di un set di idee che vanno dal reddito di base, alla partecipazione azionaria diffusa al capitale delle imprese che sfornano innovazioni di modo che quegli stessi che perdono il lavoro o parte del reddito ne recupererebbero almeno un po’ in quanto azionisti[7], alle spinte a rivedere a fondo la formazione scolastica in direzione meno specializzata e più complessa, alla commissione di studi (Deloitte, Forrester research, PWC ed altri) che cerchino di ribilanciare le previsioni più allarmate ed allarmanti. Stante che -comunque- nessuno di loro ha la minima intenzione di mettere in discussione quei 100-130 miliardi di dollari di sottrazione fiscale dovuta alla ricca offerta di tassazioni di favore di cui approfittano con implacabile sistematicità. Così, le previsioni sul futuro espanso dell’economia digitale, oltre a prevedere consistente crescita della disoccupazione tecnologica, indicano anche l’ennesima creazione di valore ristretta a sempre meno persone[8] con conseguente ulteriore radicalizzazione di quella diseguaglianze che ci sembravano già insopportabili ma il cui fondo insondabile siamo -pare- ancora ben lungi dal toccare.

Se a tutto ciò, uniamo i quarti di luna su i “web nazionali” che secessionano dall’impero delle signorie della Valle del Silicio[9], i propositi di web tax che aleggiano in molte parti d’Europa (con il significativo distinguo del nostro ex Presidente del Consiglio ormai colonna portante dell’internazionale libertarian-liberista-liberale, di recente proprio a prendere il brief in Silicon Valley), il sempre più vasto movimento di conflitto contro le ricadute perverse di Uber, Airbnb, Foodora e company e da ultimo, la certificazione pubblica data da Wikileaks (Vault 7) sull’utilizzo dei device personali e casalinghi (Internet of Things, IoT) da parte della Cia e dei suoi 15 tra fratelli e sorelle (più amici privati che ne 


hanno comprato le tecnologie sottobanco tanto tutto ha un prezzo), allora vediamo che il problema c’è, ci sarà sempre di più e le reazioni che s’annunciano preoccupano quelli stessi che prosperano sul fenomeno che crea e sempre più creerà tali problemi.

Loro sanno, prevedono e si preoccupano, quindi vanno presi sul serio e non come taluni hanno fatto, pensando che Bill Gates che si danna per propagare la “sua” idea di tassare i robot (guadagnare meno, guadagnare a lungo), ha i neuroni deteriorati dall’età e si è trasformato in un tecno-luddista. Questa gente si vede, si parla, fa piani e strategie comuni salvo poi azzannarsi nell’agone competitivo e pare evidente che questa cupola di tecnologi è preoccupata degli effetti del proprio stesso agire, stante che su questi effetti, ne sanno senz’altro più di noi avendo sdoganato fondi massicci su ricerche che hanno previsto gli effetti finali di ciò che si ripromettevano di produrre. Non certo preoccupati al punto da fermarsi ma al punto da spingere gli stati a fornire le migliori condizioni di possibilità sociali affinché loro possano continuare a sfornare salti quantistici di performance tecnica. Addirittura disponibili a far tassare i loro clienti, cioè le aziende che comprano robot e software per sostituire lavoro umano, stante che i margini sono così abbondanti (il caso medio sembra essere un vantaggio di costo di 1.10 se non di più) che un po’ di redistribuzione non fa male a nessuno[10]. Si preoccupano loro e con loro, l’industria finanziaria che li sorregge, i servizi d’informazione dello stato da cui provengono (sono tutti americani), il complesso militar-industriale che sulle loro invenzioni prospera, il complesso educativo-intellettuale che fornisce loro il personale e la giustificazione culturale nonché l’attraente immagine di mondo, l’area politica lib-dem che scambiando il concetto di progresso come incremento dell’emancipazione umana con la Legge di Moore, li coccola e li protegge. Ecco quindi la mobilitazione in direzione dell’ampio ventaglio di soluzioni-vasellina, sempre che Zukerberg, Bezos, Page e company non meditino di scendere direttamente in campo se le cose dovessero mettersi davvero male. Le operazioni di basic lobbyng ovvero usare gli utenti per premere sulle istituzioni locali in favore di questo o quel servizio-azienda della sharing economy, prefigurano nei fatti, un potenziale elettorato[11]. Potenziale elettorato affascinato dalla disintermediazione, la partecipazione diretta e dal basso che si veste di idealismo democratico quando, in assenza di concrete condizioni per una reale democrazia, si rivela solo come demagogia sfocata preda della sindrome da petizione stile Change.org et affini. Petizioni che fanno bene all’animo del “democratico indignato” che lascia poi la sua mail che verrà venduta al mercato dello spam.

Se quindi i nostri dioscuri si agitano tanto, vuol dire che i rischi sono all’orizzonte degli eventi. Staglianò apre ogni capitolo evidenziando la categoria che rischia l’impatto distruttivo delle innovazioni di cui poi ci fornisce il racconto aggiornato delle possibili minacce. Commercianti e vari addetti, distribuzione, logistica, trasporti, call center, traduttori, giornalisti, insegnanti e professori, industria già pesantemente aggredita ed 


anche la più esposta allo standard di concorrenza internazionale, giornalisti, fotografi, bancari, assicurativi, finanziari, medici, infermieri, farmacisti, tassisti, addetti alle attività turistiche, moltissimi lavoratori autonomi, sono solo le principali categorie che vanno variamente incontro al big bang info-tecnico. Per l’Italia, sono poco meno di 20 milioni di occupati a fonte ISTAT che vanno a rischio. Il rischio è rappresentato da una sempre più vasta rete di innovazioni che allargano il dilemma tra il vantaggio del consumatore e lo svantaggio del lavoratore stante che i due aspetti si riuniscono nello stesso individuo. La rete di innovazioni è fatta di laser, scanner ottici, braccia e mani servo-meccanici, robot antropomorfi e non, nano-tecnologie, reti di sensori auto-diagnostici, stampanti 3D che ormai stampano case, algoritmi imputati ma anche quelli che auto-apprendono, quel deep learning o learning machine che con il rientro dell’informazione che corregge o incrementa se stessa porta l’info-elettro-meccanico ad una soglia prima della soggettività. Tutto ciò messo in rete, una rete che convoglia tutte le informazioni uso-performance-utente in enormi stoccaggi di dati (Big Data) che fanno la memoria delle menti-corporation della Valley a cui l’intelligenza strategica del governo americano ha normalmente pieno accesso sebbene si premurino di farci sapere il contrario (tanto siamo in regime di post verità).

Un Internet che ci sta penetrando psico-biologicamente, costituendo un nuovo sistema accanto a quello respiratorio, circolatorio, nervoso, immunitario con la differenza che diversamente da questi, non fa capo a noi ma noi a lui. Un progetto che a sua volta aspetta di potersi congiungere alla biologia tecno-sintetica per aumentare la sua potenza strutturale. Lo sgretolamento progressivo del sociale e soprattutto dei suoi aspetti lavoro-reddito, inclusione-esclusione, identità-nullità, autonomia-eteronomia porterà i più ad un pulviscolo di lavoretti a cottimo, di collaborazioni gratuite che dovremo fornire per sperare di aumentare la nostra awareness dato che a quel punto ognuno di noi diventerà una marca (brand) col suo patrimonio di like e stelline e dovrà curare la sua reputazione, una marca che compete in un mercato globale di concorrenze al ribasso. Se di questo mercato globale sino ad oggi abbiamo temuto i concorrenti cinesi e vietnamiti de-sindacalizzati e sotto-pagati, in quello che viene dovremo temere le macchine che costano meno dei vietnamiti e fanno comunque di più e meglio di noi e di loro messi assieme. Macchine nate sofisticate ma che apprendono da noi e dai loro stessi sempre più residui sbagli fino all’errore zero, guasti zero, manutenzione zero, costo quasi zero quando ripartito su indici di produttività da distopia fantascientifica. Una realtà che non si chiama più “virtuale” ma “aumentata” e che punirà critici eccessivi ed eventuali ribelli con la più antica delle pene sociali: l’ostracismo (la de-connessione).

A questo punto, facendo perno sulla fallacia della linearità che postula che questa distruzione sarà pur sempre e come sempre è stato (dove “sempre” vale centosettanta anni o poco più[12]), sì una distruzione ma anche creatrice di nuove opportunità, ci si spiega con paterna accondiscendenza che l’umano evolverà sviluppando di più se stesso e che tutti dovremo acquisire capacità creative e di cognizione complessa, di modo da far del 


problema una opportunità[13]. Ci sono tre errori in questa linea di ragionamento. Il primo è proprio la linearità, cigni neri, salti non lineari che portano emergenze, tempi compressi, reti di feedback dicono che la previsione del “come è stato sempre sarà” è puro wishful thinking proiettato sull’indomabile disordine del mondo. Anche la globalizzazione doveva garantirci il migliore dei mondi possibili, anche la finanziarizzazione di massa, anche l’-Europa della conoscenza- promessa a Lisbona nel 2000. La seconda è che la prima distruzione di lavoro già avvenuta, ha devastato proprio l’ambito creativo e culturale (giornali, edicole, librerie, case editrici, case discografiche, musicisti, fotografi, riproduzioni gratuite e senza diritti) e proprio Staglianò indagando sulle promesse di farci diventare tutti youtuber o self-published-star, mostra le ridicole proporzioni tra le migliaia che ci provano per l’uno che ci riesce, forse. La piramide dell’auto-successo, al di là della critica che se può fare sul piano socio-culturale, ha invero una forma ben poco attraente anche rispetto alle sue stesse promesse. Il terzo è che la cultura dell’info-digitale va di sua natura dalla parte opposta a quella della creazione di un vasta e diffusa cultura complessa che si reclama come necessaria visto che ormai la cultura semplice verrà portata avanti dalle macchine[14]. Il diluvio della quantità informativa non si traduce in qualità conoscitiva. Insomma promesse infondate, esagerate, sbagliate. Infine, che sia la distribuzione di ricchezza individuale, che sia la distribuzione della ricchezza imprenditoriale e finanziaria, che sia la distribuzione della share of market[15], la geometria della piramide di questo macro-fenomeno è invece una certezza: base larghissima, sezione media in contrazione, punta sottile e sempre più affilata. Sempre più Pochi su sempre più Molti[16], la statica della società-Eiffel su cui si basa la geometria gerarchica contemporanea.

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Ma vediamo meglio il punto tre di questa impalcatura di promesse traballanti. Oggi siamo letteralmente annegati nell’informazione ma stiamo scoprendo che questa inflazione di informazione, disorienta e non fertilizza la conoscenza. La prima ragione di questa paradossale ricchezza sterile è che, con l’accesso individuale alle fonti del nuovo e potente informadotto che è Internet, ognuno di noi si trova in una bolla solipsistica. Il nostro “daily me” sarà anche tagliato a pennello su i nostri gusti e tendenze ma -nel tempo- tende a scavare un solco di reciproca incomunicabilità. Sia perché la fruizione dell’informazione è viepiù solitaria, sia perché temi e linguaggi specialistici formano il nostro vocabolario e la nostra mentalità senza alcun filtro, determinando menti “isola” che hanno forma, linguaggi ed aspettative sempre meno comuni, sia perché tendiamo a confermare i nostri interessi tanto da farli diventare “manie” e tendiamo a diventare del tutto alieni a quelli degli altri. Semplicemente, la modalità Internet + social network, tende a costituirci come mondi separati, il che, nell’epoca della comunicazione, è davvero un paradosso. Anche la complessità del mondo che in sé è un unico sistema, è rifratta in un caleidoscopio di frammenti di cui ognuno di noi conosce sempre più la parte ma ignora sempre di più il tutto. Emittenti e distributori generalisti dell’informazione, vanno perdendo ruolo e con essi, la nostra possibilità di capitare -per caso- nei pressi di una conoscenza inaspettata. Di contro, emittenti e distributori di informazione on line sono per molti versi, pre-decisi dall’architettura dei link quando non dall’offerta dei semimonopolisti della rete . Questi architetti invisibili decidono ex ante che in base al nostro profilo, ci potrebbe interessare questo o quello ma così facendo la vantata libera individualizzazione diventa invece massificazione poiché i


profili previsti sono sempre di meno dell’effettiva varietà sociale, sono “medie” di comportamento, definizioni statistiche, incasellamento in un numero prefissato di cluster idealtipici. Cluster definiti poi in base a specifici interessi commerciali. Questa continua riconferma narcisistica ci sta modellando nel profondo e da qui discende sia la violenza verbale di alcune discussioni su i social che presto deragliano in due paralleli “tu non hai capito che … “, sia la base cognitiva sempre meno in comune sulla quale prospera l’egotismo narcisistico. Così come la scrittura modificò sensibilmente i modi di trasmettere l’informazione rispetto all’oralità e modificò la forma ed anche il contenuto del messaggio, la sua fruizione, la struttura stessa dell’apparato cognitivo che come tutte le componenti biologiche rinforza i sottosistemi più usati e fa decadere e disconnette parzialmente quelli meno usati (o usati molto saltuariamente), c’è da aspettarsi che i formati espressivi molto brevi, il primato dell’immagine, la sintesi grafica, la seduzione musicale, daranno il format prevalente di ogni possibile messaggio. Spesso, chi scrive sul computer, non calcola che il suo messaggio sarà letto su uno smartphone, magari camminando o in attesa di qualcos’altro. Con ciò, un nuovo primato dell’emozione, dell’attention getting ed una progressiva decadenza della riflessione e con essa della razionalità[17]. Inoltre, si sta presentando anche lo spettro della perdita storica di informazione affidata a supporti che poi diventano obsoleti, a siti che poi verranno cancellati, a bisogni di “memoria” semplicemente impossibili da fornire stante una produzione ormai quantitativamente fuori controllo. Nel decidere cosa trattenere e cosa lasciar evaporare nell’entropia, si fisserà una certa memoria del tempo ma a chi deleghiamo questo compito storico?

Infine, il pur limitatamente positivo proliferare delle fonti informative sta portando le élite a introdurre la pericolosa nozione di “falsa verità” che se non prendesse le forme di un ostracismo repressivo della spontaneità informativa, sarebbe semplicemente da sbeffeggiare ricordando che i più ampi cultori del pensiero umano -i filosofi- si interorgano senza soluzione di continuità da più di due millenni sul sfuggente concetto di “verità”, del “fatto” e della sua “interpretazione”. Che ora sia la banda Zuckerberg a dirci quale sia la verità, ci pare segno dei tempi, brutti tempi, tempi in cui sbeffeggiare non basta più[18].

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Tutto lo sviluppo info-digitale è figlio di una intuizione originaria di Norbert Wiener, il fondatore della nuova scienza cibernetica, da lui stesso definita: scienza del controllo. Ma lo stesso Weiner, passò il resto della sua vita ad ammonire che per usare e non esser usati dalla scienza del controllo, occorreva averne il controllo[19]. Questo controllo, che siano


capitali, tasse, flussi di merci o di persone, distribuzione dei redditi, monopoli commerciali, programmi di ricerca, conseguenze ambientali del nostro agire, decisioni da prendere su i conflitti e la pace, rilievi etico – sociali – culturali e politici dell’innovazione tecno-scientifica, censure, non è nelle mani di nessuno che faccia l’interesse generale. Tutto ciò è sempre e solo nella mano invisibile del mercato ed in quelle visibilissime della Prima potenza geopolitica planetaria.

Per controllare questo che non è che l’ennesimo fenomeno di cambiamento profondo delle forme della nostra vita associata (oltre quello geopolitico, quello demografico, quello ambientale, quello distributivo), mancano due cose: la sufficiente conoscenza e l’istituzione della volontà generale che lo governi secondo il più ampio e responsabile interesse.

Il deficit di conoscenza che si rivela qui come altrove è proprio relativo alla complessità intrinseca di questo come di altri fenomeni. Ho letto analisi di economisti, tecnologi, sociologi, filosofi prima di scrivere questo articolo ma rimane sempre insoddisfatto il senso di completezza, di completa definizione della cosa. Come lavorano tutti questi fatti messi assieme nel reale? L’informazione non produce conoscenza se non fertilizzando un intelletto già ben formato. Ed è proprio la coincidenza tra massima produzione e diffusione dell’informazione e minima strutturazione e capacità dell’intelletto contemporaneo di processarla, il dato di prima preoccupazione. Da cui consegue che un vero soggetto generale in grado di valutare il suo interesse non c’è. La formazione è sempre più spezzettata in sottodiscpline e specialismi, il dibattito pubblico è sempre ostaggio di opinionisti al servizio dello status quo, le forme stesse dell’interrelazione sociale date dalle nuove tecnologie portano a stereotipie, semplificazioni, riduzionismi, esaltazioni a priori e sfoghi di rabbia impotente, la politica oscilla tra ignoranza, visione tattica a breve termine e sudditanza nei confronti dell’ordinatore economico che è il primo agente di disordine. La domanda di benessere economico, in tempi difficili, si fa sempre più isterica e quelle sull’adeguatezza del nostro modo di pensare e delle strutture sociali che dovrebbero riflettere le nostre consapevoli intenzioni è accolta col sorriso e l’indulgenza che si riserva all’ingenuità dei fanciulli.

Controllare la scienza del controllo è l’ennesimo punto in agenda per la democrazia che non c’è.

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[1] N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, Bollati Boringhieri, Torino, 1966-2001, pp. 203.204

[2] BANG = Bit, Atomi, Neuroni, Geni, messi in interrelazione, genereranno il nuovo macro-sistema.

[3] S. Jay Gould, La vita meravigliosa, Feltrinelli, Milano, 2008

[4] Personaggio inquietante. Ray Kurzweil, autore di La singolarità è vicina (Maggioli PDE, 2013), ha profetato che la “legge dei ritorni esponenziali” (qui) ci porterebbe alla nascita di macchine autocoscienti entro il 2050. Kurzweil che di primo acchito può sembrare un tipo eccentrico, ha lanciato la Singularity University in California con la partnership di Google, NASA, Nokia, LinkedIn ed altri ed è membro influente dell’Army Science Board (qui) snodo di incontro tra gli alti vertici dell’esercito americano e la più avanzata parte della comunità scientifica. L’impasto di genetica, nanotecnologie e robot lo fa l’esponente di punta del trans-umanesimo.

[5] L’atteggiamento verso la rivoluzione info-tecnica, è stato definito non senza malizia epistemica come tecno-entusiasta o tecno-scettico. Non si vede la necessità di apporre categorie dell’emotività al giudizio su i fatti. I fatti sono l’insieme degli aspetti coinvolti e componenti la rivoluzione info-tecnica, semmai le analisi si dividono tra ingenui e critici, tra coloro che accettano la narrazione del migliore dei mondi possibili e coloro che assumo un atteggiamento più critico, leggendo non solo gli aspetti migliori ma anche quelli peggiori e derivandone indicazioni per altri mondi possibili oltre a quello sfornato dalle dinamiche del mercato. Qui Staglianò intervista Eughenji Morozov (secondo filmato della pagina) sull’argomento:

[6] Due professori del MIT, A.McAfee e E.Brynjolfsson, in Race Against Machine (2011), dimostrano che dal 2000 le curve dell’incremento della produttività e dell’occupazione, cominciano a divergere. Classica ormai, la citazione del The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs to Computerisation 2013, C.B. Frey e M. A. Osborne della Oxford University che dimostrerebbero fondate preoccupazioni per poco meno del 50% dei mestieri, da qui a venti anni. Nel 2013 l’Economist, in Rise of the Software Machines (qui) decreta la prossima fine di tutte le imprese prosperate sulla tendenza all’outsourcing. Federal Reserve Economic Data, certifica che negli USA, dal 1987, si producono l’85% dei beni in più con due terzi della forza lavoro di allora. UNCTAD-ONU, prevede impatti molto negativi sulla forza lavoro dei paesi emergenti (qui). Anche se con stime meno tragiche, il tema di come “gestire” la quarta rivoluzione industriale di cui si ammette sia l’impatto occupazione, sia l’aggravio delle diseguaglianze, è stato al centro dell’annuale Forum di Davos 2017. Link commentati attraverso cui approdare ai rapporti Bank of America e Merrill Lynch (qui) e McKinsey (qui) . Economisti quali Jeffrey Sachs e L. Kotikoff, T. Cowen e Larry Summers (ex rettore di Harvard, tra le altre cose) ma anche P. Krugman, R. Reich e N. Roubini, oltre a R. Prodi, hanno sviluppato punti interrogativi sull’argomento.

[7] Idea promossa da R. B. Freeman economista di Harvard.

[8] I rapporti tra impiegati e capitalizzazione di borsa di queste imprese è ridicolo, specie se raffrontato con quello delle industrie o dei servizi “tradizionali”.

[9] Cina, Corea del Sud, Russia, Iran, Bielorussia, Arabia Saudita hanno già un loro Internet nazionale o pesanti firewall che ne limitano il libero accesso. L’India ha mostrato crescente nervosismo per certe invadenze esterne, l’hackeraggio e la pirateria internazionale ma anche lo spionaggio dati, privato o industriale, preoccupano più o meno tutti. La Germania, è capofila dell’idea di creare in Internet europeo. Poiché l’infosfera tende a coincidere con l’anglosfera è ovvio che in un processo di riconfigurazione multipolare del mondo, anche Internet “rete delle reti” diventerà un po’ meno la prima cosa ed un po’ più la seconda. Il BRICS Cable, 34.000 km di cavo sottomarino con portanza di 12,8 Tbit/s, prefigura la volontà di creare proprie reti da parte del mondo emergente.

[10] E’ il classico aggiustamento della mano invisibile che riguarda sempre gli altri. Gli stati spendano un po’ di più in welfare, le aziende acquirenti di robot vengano un po’ tassate, i lavoratori accettino un po’ meno ed un po’ di precarietà creativa in più, così noi possiamo continuare a prosperare.


[12] La datazione del cuore esplosivo della Rivoluzione industriale, ha subito varie oscillazioni. Oggi si ritiene che il più decisivo impatto (ciò che segna il tempo in cui accade effettivamente una “rivoluzione”) sia da collocare tra il 1850 ed il 1870 e non prima.

[13] C’è anche chi vede solo opportunità come Michael Nielsen, (Le nuove vie della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, 2012) per il quale “La conoscenza scientifica non è piú il frutto dell’avventura, eroica e solitaria, del grande uomo e dell’intelligenza singolare, o delle diverse convergenze fra industria, apparati militari, capitale finanziario e istituti di ricerca. La cultura scientifica contemporanea ha incorporato ormai come parte integrante degli stessi oggetti, obiettivi e protocolli della ricerca, fin dall’atto della loro primitiva elaborazione, il criterio della necessaria, e il piú possibile


ampia, condivisione di teorie, scoperte, modelli e paradigmi”. Ma se la fase di ricerca è sharing, lo è anche quella dell’applicazione brevettata?

[14] Ne accenna J.C. De Martin nell’introduzione a L. Floridi, La rivoluzione dell’informazione, Codice edizioni, Torino, 2015 e credo lo riaffermi nel suo Università futura, Codice edizioni, Torino, 2017. “Credo” perché non l’ho ancora letto ma ne ho desunto tesi da vari articoli.


[16] “Come ripete Jeremy Rifkin, la sharing economy è speculativa almeno quanto l’economia classica” riporta in una intervista a Wired, Andrew Keen autore di “Internet non è la risposta” Egea, 2015 (qui). In verità ha una struttura più simile a quella dell’economia finanziaria.


[18] Clamoroso il caso di censura operato dagli algoritmi di Facebook della famosa foto di Nick Ut/1972 (premio Pulitzer) dei bambini vietnamiti piangenti in fuga da un bombardamento al napalm perché compare una bambini nuda. (Qui)

[19] L’anello controllato – controllore prefigura una tipica situazione quale descritta nella cibernetica di second’ordine, si veda H. von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio, Firenze, 1987

le parole acquistano significato diverso secondo il contesto e chi le pronuncia e per quale motivo le usa


Posted: 17 Mar 2017 12:24 PM PDT



Piccolo vademecum del “pensiero unico” liberamente ispirato al “Dizionario dei luoghi comuni” di Gustave Flaubert.

Ecco alcune sintetiche norme di comportamento e di giudizio ad uso dei conformisti per evitare la fatica (e il pericolo) di pensare controcorrente e per essere perfettamente nel mainstream.

PATRIOTI

Il patriottismo? Se è italiano bisogna definirlo deprecabile sovranismo, sospetto di fascismo e di razzismo. Se è Europeo giudicarlo lodevole, segno di apertura mentale. Ritenerlo obbligatorio.

I confini e gli ideali europei sono da difendere, celebrare e proteggere, quelli nazionali italiani vanno bollati come “muri” e barbara xenofobia.

Nel caso in cui i sovranisti prevalgano nella polemica, fingere grande erudizione citando Samuel Johnson (che tanto nessuno sa chi sia): “il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie” (eventualmente ricordare il riciclaggio della battuta in “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick per mostrarsi pure moderni cinefili).

BREXIT

La scelta del popolo britannico di uscire dal mercato unico europeo va aspramente condannata come sciocco isolazionismo e disastroso nazionalismo. Dire – scuotendo la testa – che hanno votato per la Brexit solo i vecchi e la gente ignorante e rozza.

Poi accennare alle conseguenze devastanti che avrà quel voto nei prossimi anni. Lamentare la sorte dei giovani italiani che fanno i pizzaioli a Londra. Evocare con commozione la “generazione Erasmus” (evitando di parlare del tasso di disoccupazione giovanile in Italia).

Far capire con severità che, nelle trattative con la Ue, gli inglesi dovranno pagar cara la loro stupida Brexit.

Invece elogiare l’indipendentismo della Scozia che chiede un nuovo referendum per “restare in Europa”. Va definito illuminato segno di civiltà, “patriottismo europeo”. Evocare il film “Braveheart” a chi dice che “la Scozia vuole separarsi dalla Gran Bretagna per sottomettersi ai diktat dell’eurocrazia tedesca”.

Per i titolisti dei giornali si raccomanda di definire sempre un “incubo” la Brexit e un “sogno” il referendum indipendentista scozzese.

Fare spallucce o fingere amnesie se qualcuno ricorda che il referendum scozzese per l’indipendenza di tre anni fa (perso dagli indipendentisti) fu applaudito dai leghisti e fu guardato come pericoloso da coloro che oggi lo acclamano contro la Brexit. Cambiare discorso e – alle brutte – dire che avete un appuntamento dal dentista.

CONTRADDIZIONI

Attenzione però a non far confusione. Rapido ripasso. Naturalmente resta sempre validissima la condanna del secessionismo leghista del Nord Italia: nel caso venisse prospettato mostrare la faccia inorridita e definirlo un attentato all’unità nazionale.

Pure per il referendum autonomista di Lombardia e Veneto – voluto da Maroni e Zaia – si raccomanda il rifiuto totale e si consiglia di ignorare la notizia, seppellendola in un tombale silenzio in modo che il popolo non sia turbato dal dover scegliere.

Prepararsi invece – fra poco – a lodare anche l’indipendentismo nord-irlandese, finora deprecabile. Nel caso elogiare pure il secessionismo della California – se andasse avanti – in funzione anti Trump.

Sull’indipendenza del Tibet, invaso dal regime comunista cinese 60 anni fa, glissare, fare i vaghi e prendere tempo, tenendo presente che il Dalai Lama era “trendy” quando ci piaceva fare i buddisti, ma oggi è passato nella categoria “rompiscatole”.

La sua stessa semplice presenza irrita i cinesi e provoca le reazioni di quel regime. Chiedere con sussiego: vogliamo forse ostacolare il dialogo? C’illudiamo di fermare la globalizzazione? Vogliamo lo scontro di civiltà? Non sia mai.

NWO

Tenere bene a mente – senza mai dirlo – che non ci sono principi e valori, ma solo interessi. Quindi ogni situazione deve essere giudicata in base alla convenienza del Nuovo Ordine Mondiale così obamianamente democratico, cosmopolita, gender, ecumenico, interculturale, interreligioso e globalizzato. Tutto questo “ambaradan” va definito “la civiltà”.

Ripetere che oggi l’Unione europea è per il mondo il faro della civiltà contro la barbarie di Trump e Putin (mostrare un’espressione disgustata e sprezzante quando vengono nominati) e contro i leader nazionalisti e sovranisti (accennare una reazione irritata ai loro nomi come se vi avessero personalmente rigato la macchina con un chiodo e ammazzato il cane con una polpetta avvelenata).

Perciò riassumiamo un rapido quadro storico per dimostrarsi “civili” e saper emettere sempre la giusta sentenza con democratica consapevolezza. Per stare sempre dalla parte della ragione.

STORIA RECENTE

Ottimi sono da considerare il secessionismo e l’indipendentismo degli stati della ex Jugoslavia (Kosovo compreso) e quelli che hanno fatto esplodere la Russia in quindici repubbliche (alcune delle quali assorbite dalla Nato e dall’Unione europea). Vanno considerati tutti luminosi esempi di autodeterminazione dei popoli.

Cosa che non vale però per la Crimea. Anzi, in questo caso bisogna dire che è una violazione del diritto internazionale e che sono giuste le sanzioni alla Russia perché ha riconosciuto – a sua volta – l’autodeterminazione della Crimea stessa.

L’indipendentismo catalano è ancora in sospeso perché non è chiaro se convenga o no alla causa “illuminata” e globalizzata del Bene.

Condannare l’azione del governo siriano e dei russi per liberare Aleppo e la Siria dai jihadisti definendola “massacro” o “bagno di sangue”. Invece elogiare la nobile azione umanitaria dell’esercito iracheno e di quello americano che – con bombe identiche – fanno la stessa cosa a Mosul e in Iraq. Questa va definita “liberazione”.

Per le elezioni nei paesi europei dei prossimi mesi, mettere sempre in guardia dal pericolo mortale rappresentato dai – non meglio identificati – hacker russi, facendo sempre capire che (anche se non esistono) sono entità al servizio di Putin.

Invece nel caso in cui vi vengano ricordate le prove schiaccianti sulla Cia (e le altre agenzie Usa) scoperte a spiare davvero tutto e tutti negli anni di Obama, fare gli gnorri, mostrare noncuranza o – alla disperata – dire che ci hanno spiato per il nostro bene.

Dire che anche l’Unione europea ci bastona e ci punisce “per il nostro bene”. Come una madre severa, ma giusta.

Dire che dobbiamo cedere tutta la nostra (residua) sovranità a Bruxelles (cioè Berlino) e quando saremo definitivamente in ginocchio come la Grecia – mentre la Germania stapperà lo spumante per i suoi trionfali dati economici – commentare: ce lo siamo meritati. In effetti ci avrà rovinato il luogocomunismo.

Antonio Socci

Da “Libero”, 17 marzo 2017

La Strategia della Paura sarà sempre più presente in Francia devono impedire la vittoria di Marine le Pen



di REDAZIONE sabato 18 marzo 2017 - 15:44

Si arroventa la campagna elettorale per le elezioni francesi: sono ufficialmente undici i candidati ammessi a partecipare alle elezioni presidenziali in Francia il prossimo 23 aprile. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio costituzionale Laurent Fabius dopo il completamento del processo di validazione degli elenchi dei parrainages, il sostegno di almeno 500 personalità elette a cariche pubbliche a cui è condizionata la candidatura all’Eliseo. Tre i candidati ammessi in extremis: Philippe Poutou (Nuovo partito anti capitalista), l’indipendente Jean Lassalle e Jacques Cheminade (Solidarietà e progresso). Gli altri sono: il candidato del centrodestra François Fillon, formalmente sotto inchiesta per i fondi versati a moglie e due figli per il loro lavoro di assistenti parlamentari, il candidato indipendente leader del movimento En Marche, l’ex ministro dell’economia Emmanuel Macron, candidato indipendente e oggetto di un’inchiesta preliminare, la leader del Fronte nazionale Marine Le Pen, a tutt’oggi favorita nei sondaggi, il candidato socialista Benoit Hamon, il leader del movimento La France Insoumise ed ex socialista Jean Luc Melanchon, Nicolas Dupont-Aignan (Debout la Republique), Nathalie Arthaud, alla guida di Lotta operaia, il sovranista François Asselineau, dell’Unione popolare repubblicana. Nel 2012, i candidati alle elezioni presidenziali erano stati dieci.
La Le Pen sempre saldamente in testa

Marine Le Pen resta in testa nelle intenzioni di voto dei francesi al primo turno delle elezioni presidenziali. Secondo un sondaggio condotto da OpinionWay-Orpi per Les Echos e Radio Classique, la leader del Fn avrebbe il 27% dei consensi, contro il 25% del candidato centrista Emmanuel Macron ed il 19% del candidato della destra François Fillon. Al quarto posto il socialista Benoit Hamon, fermo al 13%. Lo stesso sondaggio conferma però che Macron avrebbe vittoria facile sulla Le Pen al ballottaggio del 7 maggio, quando otterrebbe il 60% dei voti contro il 40% della leader dell’a destra. Come si accennava, la procura di Parigi ha aperto una inchiesta preliminare su un presunto favoritismo in relazione alla missione a Las Vegas del gennaio del 2016 di Emmanuel Macron, allora ministro dell’economia e ora candidato indipendente alle elezioni presidenziali. Un rapporto dell’Inspection generale des finances ipotizza il favoritismo nella scelta da parte di Business France, organizzatore dell’evento a Las Vegas del ministero, dell’organizzatore della manifestazione avvenuta senza gara pubblica.

16 marzo 2017 - SCHIAVI ERA MEGLIO (almeno mangiavi e dormivi)!

18 marzo 2017 - LA VERITÀ È UNA RIVOLUZIONE DA FARE. FUSARO, PORRO E GRAMSCI

PTV news 17 Marzo 2017 - Crimea, a tre anni dalla riunificazione con la ...

Brasile - il colpo di Stato del Partito dei Giudici ha portato il neoliberismo che ha prodotto povertà ed eliminazione dei diritti sociali

Brasile nel caos

18 marzo 2017
di: Francesco Strazzari

«Noi brasiliani abbiamo bisogno di prendere coscienza della gravità del momento politico, sociale, economico e morale che stiamo vivendo negli ultimi mesi». Così interviene dom Joaquim Giovanni Mol Guimaraes, vescovo ausiliare di Belo Horizonte e rettore dell’Università cattolica di Minas Gerais.

Nel 2016 il governo ha preso decisioni che avranno conseguenze nefaste per lavoratori e poveri dovute alla Proposta di emendamento costituzionale (PEC 241 nella Camera federale e PEC 55 nel Senato), con la quale vengono praticamente a cessare i contributi per la riforma della Previdenza sociale.

Il Paese si trova a fare i conti con il continuo aggravarsi delle condizioni di vita delle popolazioni indigene, i mutamenti nello statuto del disarmo, le alterazioni nelle leggi riguardanti la classe operaia, i numerosi casi di corruzione che coinvolgono politici, imprenditori e giuristi sospettati di far sparire le tracce delle loro inique attività.

Famiglie della classe media – osserva il vescovo – si vedono rapidamente diminuire il loro potere di acquisto, lasciando da parte i sogni di avere una casa propria, aumentare il nucleo familiare, dare possibilità ai figli di accedere all’università o prendersi un po’ di svago dopo un lavoro spesso massacrante.

Dura la requisitoria del vescovo contro il governo, che difende gli interessi del grande capitale, chiedendo sacrifici ai più poveri alle prese con la sopravvivenza. Il sistema finanziario è privilegiato. Le banche vanno molto meglio del Paese e accumulano ricchezze. Si assiste a un triste arretramento di iniziative di riscatto della dignità popolare. Imperversa il neoliberalismo.

Le dinamiche di partecipazione democratica sono fortemente osteggiate e ridotte a frammenti in un’ora in cui – sottolinea ancora dom Joaquim – bisognerebbe alzare la testa e camminare. E alzare anche la voce, soprattutto in difesa delle popolazioni indigene. Nei quasi 30 anni da quando entrò in vigore la Costituzione, che diede impulso alla protezione dei diritti degli indigeni, oggi queste popolazioni stanno correndo gravi rischi a tal punto che le Nazioni Unite hanno steso un drammatico rapporto.

Nel Brasile di oggi lo Stato continua a vivere separato dalla società civile e il deterioramento delle condizioni di vita delle popolazioni indigene e dei settori più poveri dovrebbe scuotere le coscienze. «Nessuna nazione – annota il vescovo – può realizzarsi in mezzo a tanta disuguaglianza. Il compito principale dell’Università cattolica di Minas Gerais non è solo quello di esprimere la sua solidarietà alle masse dei poveri, operai, impiegati o non, uomini e donne di buona volontà e di tutte le età, ma anche contribuire alla formazione della coscienza critica, civile, ecologica integrale, progressista, etica, umanizzante, inclusiva, giusta e libera».

2 - Lo stato può creare moneta per investire invece le chiede alle banche pagandoci gli interessi per farle arricchire

Trump, l’1% (Parte 2)

18 marzo 2017

Peries: « E il governo stesso non paga il suo debito. »

Hudson: « Giusto. L’idea è che non lo fa.

Gli Stati hanno due tipi di debito. Hanno un debito nei confronti di chi detiene buoni del Tesoro, e questo lo pagano. E hanno un debito nei confronti di chi beneficia del sistema previdenziale. Hillary aveva promesso che avrebbe fatto dei tagli al sistema previdenziale. Avrebbe tagliato la spesa sociale, il sistema previdenziale e l’assistenza medica perché il governo avesse abbastanza soldi per pagare i suoi sostenitori a Wall Street. Così avrebbe seguito le orme di Obama, [sarebbe stata] un burattino di Wall Street.

Un burattino è un politico che può consegnare il suo elettorato ai suoi finanziatori di Wall Street. Questo È quello che fa un politico in America. Ottieni un elettorato; fai sì che creda alle tue promesse, dopodiché lo consegni ai finanziatori della tua campagna elettorale. È quello che la politica è diventata, un’arte dell’inganno come lo è l’economia. »

Peries: « Donald Trump sta proponendo di spendere migliaia di miliardi di dollari nello sviluppo di infrastrutture. Questo sembra molto positivo. Ovviamente nel futuro immediato questo significa lavoro per le persone. Ma qual è il problema con questa tipologia di sviluppo di infrastrutture nel lungo periodo? E a che tipo di piano sta pensando quando parla di sviluppo di infrastrutture? »

Hudson: « Ci sono molti modi di costruire infrastrutture. Il modo che piacerebbe a Donald Trump è quello di spendere un centinaio di milioni di dollari per costruire un nuovo ponte sull’autostrada. Poi, vorrebbe venderlo ad un acquirente privato come lui, privatizzarlo, per 10 milioni di dollari. Così il governo spenderebbe una grande quantità di denaro che avrebbe potuto essere usata per un ponte o per una strada gratuiti. Quindi lo venderà per 10 milioni di dollari ad un privato, che vi costruirà un casello per il pedaggio e richiederà soldi per il passaggio, e ci guadagnerà.

Questo è quello che è successo in Inghilterra con Margaret Thatcher. È il cosiddetto Thatcherismo, ed è ciò che ha distrutto l’economia inglese. È quello che sta distruggendo l’economia europea e che sta trasformando l’Europa in una zona morta. Alternativamente si potrebbe costruire un’infrastruttura nella forma di un dono. Una vera infrastruttura implicherebbe infatti che lo Stato pagasse per costruirla. Ma l’idea di quello che ha reso ricca l’America nel diciannovesimo secolo consisteva nel fatto che il governo sviluppasse infrastrutture e le mettesse a disposizione della popolazione gratuitamente. Perché se si iniziano a richiedere pedaggi per ponti, strade e parcheggi come a Chicago, e per qualunque altra cosa sia stata privatizzata, si avranno costi della vita ancora più elevati. I salari dovranno continuare ad aumentare e sarà ancora più difficile competere con i Paesi stranieri ed esportare, perché non è possibile riuscire a pagare i prezzi che i lavoratori americani devono pagare per vivere ed esportare [competendo] con concorrenti quali l’Asia, o l’Europa o la Germania.

La Germania non sostiene tutti questi costi. I tedeschi hanno affitti molto bassi, pari a circa il 10-15% del loro reddito, non al 40% come qui. Sanità pubblica a basso costo, autostrade gratuite su cui guidare. Fondamentalmente Donald Trump vuole raddoppiare il costo della vita per tutti e regalare i capitali ai suoi finanziatori repubblicani, e lasciare disoccupato l’intero Paese – mentre l’1% sarà molto, molto ricco. »

Peries: « Bene, torniamo a qualche esempio specifico di che tipo di infrastrutture Donald Trump vuole costruire. Vuole costruire nuovi aeroporti. Dice che i nostri aeroporti sono obsoleti. Vuole costruire nuove strade e nuovi ponti, e un muro lungo il confine USA-Messico. Tutte queste sono considerate infrastrutture. Nel passato ci è stato detto che in realtà un partenariato pubblico-privato è una cosa positiva. Un partenariato pubblico-privato sembra una cosa buona, per il progresso della società. Ma in realtà non lo è. In termini della costruzione di un mito, dove ci porterà questo? »

Hudson: « Il partenariato pubblico-privato è in realtà una relazione a senso unico. Il settore privato dice al governo cosa fare. I costi sono sostenuti dal governo, i rischi e i profitti vanno al settore privato. In realtà significa che stiamo creando un’opportunità per le banche di mettere a segno un gran colpo attraverso i prestiti, perché tutto questo sarà finanziato da credito bancario. Banche e detentori di titoli riceveranno tassi di interesse elevati.

Lo Stato potrebbe creare questi soldi allo stesso modo delle banche. [Anche] il governo ha tastiere di computer, è così che le banche creano denaro. Il governo potrebbe creare il proprio denaro senza dover pagare interessi a nessuno. Potrebbe caricare costi alle compagnie aeree, o potrebbe mettere a disposizione aeroporti gratuiti. Ma i partenariati pubblici sono pensati per quadruplicare o quintuplicare i costi effettivi del fare impresa, e fingere che questo avvenga nell’interesse pubblico e non in quello delle banche e degli insider delle multinazionali a cui le banche sono disposte a prestare soldi.

I giornalisti d’inchiesta hanno visto una storia dell’orrore dopo l’altra di partenariati pubblico-privato per le ferrovie di Londra. Guardate cos’ha fatto l’Inghilterra con l’acqua. Partenariati pubblico-privato per l’acqua fanno in modo che le persone adesso paghino grosse somme solo per avere acqua, che una volta in Inghilterra era gratuita. La qualità dei trasporti cala, mentre i prezzi aumentano. Quindi il partenariato è molto speculativo. Non stiamo parlando di un partenariato equo. Stiamo parlando di un partenariato di dominio/sottomissione sadomasochistica. »

Peries: « Quindi, quando dicevi che il governo può stampare tutta la moneta che vuole se vuole investire in infrastrutture e mantenerne il possesso. Che, se ne ha bisogno, può creare la moneta per ripagare i titoli del Tesoro. Ma che invece chiederà i soldi in prestito da queste banche, e si indebiterà. Questo debito è una cosa negativa? »

Hudson: « Bene, Il debito è una cosa negativa quando bisogna ripagarlo. Tutta la nuova moneta è un certo tipo di debito. Tutta la moneta è creata sui computer. Ci si può pensare in termini di bilancio. Quando vai in una banca e chiedi un prestito, la banca ti darà un deposito bancario e tu firmerai una cambiale. La banca ha un asset e tu hai un debito verso la banca. Puoi spendere il tuo deposito come vuoi, ma la banca richiederà un interesse per questo.

Lo Stato può fare la stessa cosa. La Federal Reserve e Il Tesoro possono stampare una moneta da mille miliardi di dollari, per esempio. Può darla alla Federal Reserve e la Federal Reserve può emettere banconote in cambio. La si può chiamare come si vuole. È costituzionale, perché si può assegnare il prezzo che si vuole ad una moneta metallica. Tutta la moneta si crea artificialmente.

È un monopolio, un privilegio attribuito per legge. Per migliaia di anni, dalla Mesopotamia alla Grecia e a Roma, tutta la moneta era creata dai templi per essere sicuri che fossero soldi onesti. Ma nel corso di migliaia di anni di storia è stata tutta privatizzata, e adesso le banche incassano interessi per qualcosa che lo Stato potrebbe fare gratuitamente. »

Peries: « Michael, Donald Trump e i Repubblicani sono contrari alla creazione di debito, vero? »

Hudson: « No. Sanno che la maggior parte delle persone ha paura di indebitarsi. Perché se ci si indebita bisogna in realtà ripagare quel debito. Il debito del governo non dev’essere ripagato. Se si ripagasse il debito del governo, non ci sarebbe più moneta. Quello che stanno cercando di fare, in realtà, è abbassare il debito effettuando tagli al deficit – e quello che vogliono tagliare è la previdenza sociale. Vogliono ridurla, praticamente. Hilary voleva portarla sul mercato azionario per ridurre la spesa sociale. Vogliono meno assistenza sanitaria. Vogliono spendere meno per il 95% della popolazione in modo da spendere tutto per il 5% più ricco.

Quindi in realtà sono contrari al motivo della spesa che poi dà luogo al debito. Sono contrari al debito democratico. Sono contro la democrazia. Quello che vogliono davvero è un debito oligarchico, che una volta era il socialismo di Stato.

Il governo darà soldi solo alle banche. Sono tutti per quel tipo di debito, quello relativo al bailout bancario del 2008. Sono tutti per dare soldi a Wall Street. Sono tutti per dare sussidi a Donald Trump per costruire i suoi edifici a New York e permettergli di mettere a segno un grande colpo. Sono contrari a fare debito per i lavoratori o per la classe media o per le città o per chiunque non sia in quel 5%. »

Peries:
« Bene, quindi è questo il tipo di piano di austerity che Paul Ryan… »

Hudson: « Austerity è la parola. »

Peries: « Sta provando a promuoverla perché Donald Trump la sottoscriva? »

Hudson: « Giusto. »

Peries: « Bene Michael, ti ringrazio tanto per essere stato con noi oggi. E grazie per essere stato con noi a Real News Network. »

Traduzione a cura di Luca Giancristofaro, Supervisione di Maria Consiglia Di Fonzo

1 - dal 2008 si è accelerato il flusso di denaro che fa diventare sempre più ricchi i pochi e dissangua i molti



Trump, l’1% (Parte 1)
10 marzo 2017

Michael Hudson: Donald Trump vuole rendere l’1% ancora più ricco. The Real News Network, 18 novembre 2016

L’economista Michael Hudson spiega come termini economici come plusvalenze siano usati per ingannare la popolazione su chi sta traendo benefici dalle politiche economiche e dove è indirizzato il benessere.

Sharmini Peries, TRNN: « Bentornati al Real News Network. Sono Sharmini Peries, da Baltimora. Oggi è con me – nel nostro studio di Baltimora – l’economista Michael Hudson. Il 20 gennaio uscirà un nuovo libro di Michael: J is for Junk Economics [1], Guida di sopravvivenza al vocabolario economico in un’era di inganni. Michael è un insigne ricercatore, professore di economia all’università del Missouri, Kansas City. Grazie tante per essere con noi, Michael. »

Michael Hudson: « È bello essere qui nel vostro studio di Baltimora. »

Peries: « Grazie a te. Allora Michael, nella prima parte abbiamo parlato più in generale del modo in cui la popolazione è ingannata dai nostri policy maker di Washington, in particolare. Ma dacci qualche esempio specifico di alcuni termini usati per ingannarci. »

Hudson: « Bene, prendiamo la parola plusvalenze. Quando le persone pensano alle plusvalenze, immaginano crescita industriale e innovazione. È un segnale, come se, in qualche modo, quando i prezzi del settore immobiliare e quelli delle case aumentano, tutti stessero diventando più ricchi e, quando le quotazioni di borsa aumentano, le economie stessero diventando più ricche. Così Hilary Clinton ha potuto dire: guardate come sono aumentate le quotazioni di borsa negli ultimi 8 anni, grazie a Mr. Obama.

Bene, le quotazioni di borsa sono salite, ma lo stesso non è accaduto alle condizioni di lavoro degli impiegati che lavorano in borsa. La maggior parte delle plusvalenze non riflette quello che dicono i libri di testo. I libri di testo dicono che un’impresa ha valore qualsiasi siano i suoi guadagni futuri attesi. Quindi il motivo per cui le quotazioni di borsa stanno salendo, le obbligazioni stanno salendo e il settore immobiliare sta crescendo è che gli affitti stanno aumentando, i profitti stanno aumentando e l’economia si sta espandendo. E tutti stanno diventando più ricchi. Ma non è affatto per questo che le quotazioni di borsa salgono.

Dal 2008, le quotazioni di borsa sono salite in America, in Europa e in tutto il mondo perché le banche centrali hanno inondato l’economia creando nuova moneta. Non hanno creato questa moneta per assumere lavoratori. Non l’hanno creata per costruire infrastrutture, non hanno creato moneta per investire nell’economia. Non hanno creato moneta per estinguere i mutui di persone che avevano contratto mutui spazzatura e sono state sfruttate. Non hanno creato moneta per ripagare i prestiti degli studenti. Tutta la moneta creata, ogni penny, è stata creata per essere data alle banche – alle banche di Wall Street, al tasso d’interesse dello 0,1%, per creare riserve presso la Federal Reserve e permettere alle banche di prestare soldi. E cosa hanno fatto? A chi li hanno prestati?

Bene, li hanno prestati agli sciacalli delle grandi imprese. Quindi uno dei motivi per cui le quotazioni di borsa sono salite è che gli sciacalli delle grandi imprese hanno preso in prestito a buon mercato, diciamo all’1%, da una banca, e hanno rilevato imprese i cui tassi di crescita degli utili sono al 3%, al 4% o al 5%, guadagnando la differenza tra i due tassi, il cosiddetto arbitraggio. Così, in un attimo rilevi una società con soldi presi in prestito. Siccome su questo prestito si pagano gli interessi alle banche, sullo stesso non devi pagare tasse sul reddito perché viene considerato un costo di avvio impresa, e non un costo di acquisizione.

La prima cosa che fanno è rendere più severe le condizioni di lavoro. Fanno lavorare più duro. Fanno sì che la forza lavoro ne esca. Quando le persone vanno in pensione, non assumono nuovi lavoratori. Fanno semplicemente lavorare di più i lavoratori che restano. Quindi quello che c’è stato non è un nuovo investimento. È esattamente il contrario. È un disinvestimento. Svendita delle attività. Ciò che fa salire le quotazioni di borsa non è la creazione di capitale. È la svendita di attività. Quando Donald Trump la chiama creazione di ricchezza, intende la sua ricchezza – i soldi che è riuscito a fare. Ma quei soldi sono stati fatti rendendo l’economia [più] povera.

Quindi, quando le persone parlano di economia, devono capire che in realtà si tratta di classi sociali. Non tutti sono milionari che lavorano a Wall Street. Alcune persone devono lavorare per avere il salario con cui pagare costi della sanità crescenti, dare più soldi alle banche , pagare somme crescenti per il servizio del debito. Devono prendere in prestito più soldi solo per mantenersi in pareggio. I loro affitti stanno aumentando assorbendo porzioni più ampie dei loro stipendi.

Quindi quello che alle persone rimane da spendere in beni e servizi è pari circa al 25% o 30% del loro stipendio, dopo aver pagato tasse, costi finanziari, costi assicurativi e costi del settore immobiliare. Che sia l’assicurazione sulla casa o sul mutuo. Quindi c’è l’idea di distrarre le persone. Non pensate alla vostra condizione. Pensate a come sta andando l’economia nel suo insieme. Ma non pensate all’economia come ad un tutt’uno. Pensate come se l’economia fosse il mercato azionario. Pensate ai ricchi come se fossero l’economia. Guardate gli yacht che sono costruiti. Qualcuno sta vivendo molto meglio. Non potresti essere tu?

Bene, non spiegano perché non sei tu. Il motivo per cui “loro” stanno vivendo meglio è quello che siamo soliti chiamare ridistribuzione del reddito. Qualcosa che non è davvero guadagnato, ma che è solo un trasferimento di reddito, come un affitto quando il proprietario lo aumenta, all’improvviso: stessa casa, nessuno ha investito di più, ma dice “Oh, il tuo affitto questo mese è aumentato di circa 50$ al mese”. Questa è una redistribuzione del reddito. Devi solo pagare di più. Il proprietario non ha fatto niente per quel guadagno aggiuntivo. Ha solo scoperto che riesce a spremerti più soldi.

Spremerti soldi per far fare soldi ad una rentier class – questa è una parola che veniva usata 100 anni fa. I rentier erano persone che vivevano di rendita. Erano taccagni, proprietari terrieri, ricchi nullafacenti che avevano ereditato soldi. In qualche modo si usano anche le parole “vedove” e “orfani”. Le persone dicono che bisogna avere ampie plusvalenze, intendendo inflazione del prezzo degli asset finanziati a debito, così che altre vedove ed orfani possano sopravvivere. Le vedove e gli orfani stanno tutti vivendo grazie ai fondi fiduciari. O ad un mantenimento. O alla ricchezza ereditata. Le persone dimenticano che, prima del 1900, di solito le vedove e gli orfani erano persone povere. Parliamo di quelle raccontate nei romanzi di Charles Dickens. Vedove e orfani erano le persone che avevano bisogno di sussidi pubblici. Non erano i milionari.

Oggi, quando le persone parlano di vedove e orfani intendono i milionari. Quando parlano dei bassi tassi di interesse che i capitalisti stanno pagando per diventare ricchi a sufficienza, stanno in realtà danneggiando i fondi pensione. I nostri cuori sanguinano per i lavoratori. Ma i loro cuori non stanno per niente sanguinando per i lavoratori. Stanno tirando in ballo i fondi pensione come i loro factotum, per dire: “Rendi più ricchi i fondi pensione”. E dietro di loro c’è il fatto che il 75% di tutte le azioni e le obbligazioni sono detenute da una piccola percentuale della popolazione americana. In realtà stanno parlando di loro stessi.

Così il vocabolario economico diventa vocabolario di inganno. Così, riesamino questo vocabolario, quali sono i concetti e parlo anche di quali erano i concetti originari nell’economia classica. Tutti, da Adam Smith a John Stewart Mill, erano riformatori. La riforma che volevano consisteva nel liberarsi della classe parassita di proprietari terrieri che aveva conquistato l’Inghilterra nel 1066, gli eredi dei signori della guerra che finirono col prendere la terra e far pagare tutte le persone e i loro discendenti, solo per essere stati conquistati.

Si può vedere a cosa ha portato questo oggi. Agli affitti che quelle persone devono pagare, ai soldi che devono pagare alle banche invece di poter avere un’alternativa pubblica. È il prezzo che ancora devono pagare per essere stati conquistati. Il gruppo con cui lavoro sta cercando di promuovere un’alternativa pubblica. Stiamo cercando di promuovere banche pubbliche che possano fornire carte di credito, servizi bancari, servizi di base ad un prezzo ridotto che Chase Manhattan o Citibank o Bank of America addebitano.

Tutti questi addebiti che la popolazione paga sono superflui da un punto di vista economico. Non c’è un vero costo che li giustifichi. Quindi sono quello che gli economisti classici chiamavano prezzi vuoti. Prezzi senza il valore di un costo reale. Quello che chiamano capitale fittizio. Guadagni su chi ha preso in prestito mutui spazzatura. La messinscena che tutti questi debiti possano essere pagati è fittizia, perché tutti sanno – almeno, a Wall Street tutti sanno – che i debiti non possono essere pagati, che qualcuno deve fallire, e il piano di Wall Street è di farci rimborsare dal governo, come nei bailout del 2008, così che non siano loro a perderci. Trasferiamo tutte le perdite a chi paga le tasse senza cambiare le banche, senza mandare i nostri uomini in galera nonostante si siano trattati mutui concessi in modo fraudolento. »

Note del Traduttore

1.^ Junk Economics, letteralmente Economia Spazzatura

ci si aspetta l'esplosione della mostruosa bolla finanziaria da dove potrà nascere l'Araba Fenice

STEVE BANNON ASPETTA L’APOCALISSE. ED ANCHE I SUOI NEMICI.

Maurizio Blondet 18 marzo 2017 

Domanda: quando esploderà la mostruosa bolla finanziaria, se cominciano le rivolte e i saccheggi dei supermercati e distributori di benzina, e gente armata piena di rabbia ti cerca – come fai tu, povero milionario di Wall Street, ad uscire da Manhattan? Perché se sei milionario, magari hai pensato a comprarti un rifugio ben arredato negli Appalachi o in Nuova Zelanda; ma comunque abiti a Manhattan, o al massimo a Long Island. Le quali sono due isole. Il che in caso di apocalisse, rende difficile filarsela: i traghetti sarebbero presi d’assalto, i ponti sarebbero intasati di auto di deplorevoli di bassa casta, raggiungere o chiamare elitaxi mica semplice (i piloti penseranno anzitutto a salvare le proprie famiglie)…Il problema è serio. Così serio che apposite ditte hanno calcolato il tempo necessario per evacuare i principali centri degli Stati Uniti in caso di gravissime emergenze (rivoluzioni, terremoti, alluvioni, bombardamenti atomici): per Long Island per esempio, dove abitano milioni di newyorkesi, ci vorrebbero da 20 a 29 ore. Ore in cui attraversare ingorghi di traffico e folle inferocite, affamate, saccheggiatori armati.


Tempi di evacuazione in caso di disastro. O rivolta.

Ma la soluzione c’è: il motoscafo di salvataggio. Per un abbonamento di 90mila dollari annui, l’azienda Plan B Marine ti garantisce che quando l’apocalisse scoppia, un motoscafo ti aspetterà alla banchina, col pieno e tutta l’attrezzatura, e potrai farci salire chi vuoi. Lo piloterai tu stesso, è meglio non dover dipendere da piloti in quei frangenti. “Uno scafo è il mezzo più rapido per uscire da Manhattan”, spiega il cofondatore dell’azienda, Chris Dowhie.

Un’altra ditta, la Survival Retreat Consulting, offre un servizio completo: consulenza personalizzata in base alle tue specifiche esigenze, se ti occorre una “strategic relocation”, un trasloco strategico. Ti trova rifugi arredati e con ricca dispensa in foreste, ville fortificate in località amene ma irraggiungibili, o ti procura la cittadinanza della Nuova Zelanda ( gli americani che la chiedono sono aumentati del 70% dopo l’elezione di Trump), e ti istruisce come raggiungerle, strade alternative che evitano le autostrade e ponti (immediatamente intasati), ti fornisce le guardie armate di scorta – alla peggio, nel caso non riesca a scappare, trasforma una delle stanze del tuo attico a Manhattan in una camera sicura corazzata.


In Usa, frange di marginali che si preparano all’apocalisse e si riempiono i sotterranei di è proiettili e carne in scatola, sono sempre esistite: si chiamano “preppers”. Il fatto che adesso la mania abbia contagiato i milionari, la dice lunga sulla loro coscienza della società che hanno potentemente contribuito a creare. Paura, senza di colpa, la consapevolezza che la bolla scoppierà, la povertà estrema si rivolterà; i “deplorables” disoccupati e operai che hanno votato Trump sono, per quelli di Goldman Sachs, un segnale d’avvertimento: la fine del “nostro” mondo è vicina.
Scandalo: un “intellettuale” alla Casa Bianca

Molti di loro probabilmente non sanno che la loro sensazione di apocalisse imminente è condivisa dall’uomo che, nel gruppo che Trump s’è portato alla Casa Bianca, certamente detestano di più: Steve Bannon, il capo strategico di Donald, per i media la sua anima nera, il suo ideologo: di destra, fascista, razzista, suprematista bianco e via insultando.

I motivi degli improperi derivano dalla difficoltà, da parte degli avversari, di far entrare negli schemi un personaggio singolare, una figura insolita in America: l’intellettuale poltico, come in Europa Charles Maurras o Marcello Veneziani. Ancor più raro, è un intellettuale di destra. Rarissimo poi, un intellettuale di destra che ha successo in politica. Ed energico. Abbastanza per giustificare l’odio più nero.

Di famiglia cattolica operaia, che ha sempre votato democratico, Bannon è uomo di molti mestieri; tutti però “alti”, come è logico per un figlio di un operaio che ha conquistato cum laude un Master ad Harvard, università costosissima che s’è pagato a forza di borse di studio, dopo un paio di altre laureee (una di sicurezza nazionale alla Georgetown University). Ufficiale di Marina nel 1970-80 su un cacciatorpediniere; poi è entrato in Goldman Sachs, ha fatto i soldi; ne è uscito sbattendo la porta nel 2008, quando ha constatato che il lavoro che faceva aveva rovinato suo padre: quel Marty Bannon che – per garantirsi una vecchiaia tranquilla e lasciare qualcosa ai cinque figli – aveva accumulato per mezzo secolo azioni della azienda di cui è stato fedele dipendente appunto per cinquant’anni, la telefonica At&T. Il collasso di Lehman travolse anche quella azioni, e babbo perse 100 mila dollari. “Mio padre è uno di quegli uomini che rispettano le regole, rappresenta l’ossatura di questa nazione”.

Un film di Bannon

Chiusa la carriera di speculatore, Bannon s’è dato anima e corpo all’altra attività, che lo occupava in parte fin dagli anni ’90: quella di produttore e regista cinematografico. I suoi sono tutti film intensamente politici, come si capisce dai titoli: I n the Face of Evil: Reagan’s War in Word and Deed, regia di Steve Bannon (2004), · Border War: The Battle Over Illegal Immigration, (2006) Battle for America, con la sua regia (2010) e la sua opera più ambiziosa, Generation Zero (2010), un documentario narrativo sulla crisi dei subprime del 2008 nel contesto delle generazioni che l’hanno provocata e di quelle che la devono soffrire. Infine nel 2012, il salto nell’ultimo (penultimo) mestiere: giornalista d’assalto. Dopo la misteriosa prematura morte di Andrew Breitbart nel 2012 (aveva alluso alla pedofilia di John Podesta), Steve Bannon prende il comando di “Breitbart News”, il sito d’informazioni e commenti, e ne fa l’organo del movimento Alt-Right, la galassia di tutte le destre americane “non rappresentate” politicamente, che va dal Tea Party al KKK.

Ed è come leader di questa galassia che Bannon comincia a diffondere la sua visione. Inizia i suoi discorsi agli attivisti raccontando l’evento che lo ha visto spettatore da Goldman Sachs: “il 18 settembre 2008, ore 11, il ministro al Tesoro Hank Paulson [ex Goldman Sachs] e il governatore della Federal Reserve Bernanke andarono a dire al presidente USA che loro nelle precedenti 24 ore avevano iniettato 500 miliardi di dollari di liquidità nel sistema finanziario, ma avevano bisogno di altri mille miliardi di dollari il giorno stesso. Dissero: se non ci dà immediatamente il permesso, il sistema finanziario americano implode nelle prossime 72 ore, il sistema finanziario mondiale in tre settimane, e entro un mese seguiranno rivolte sociali e il caos politico”. Così noi americani abbiano sul gobbo “200 mila miliardi di debiti, ma attivi netti, tutto compreso, di 50-60 mila miliardi”. Le donne del Tea Party (sono in maggioranza donne) capiscono benissimo queste cifre esoteriche, assicura Bannon. “Sono quelle che sanno come sono aumentati i prezzi degli alimentari, quelle i cui ragazzi hanno un debito studentesco di 50 mila euro (per pagarsi l’università) e vivono ancora a casa, senza alcuna prospettiva di lavoro. “Questa è la Generazione Zero, come da titolo del mio film: i giovani fra i 20 e i 30. Li abbiamo azzerati”. Per far durare un sistema insostenibile, una bolla che scoppierà e ci trascinerà tutti nella catastrofe.

Ora si deve sapere che dieci anni prima, nel 2000, Donald Trump enunciava le stesse preoccupazioni in un libretto in cui mostra di accarezzare perla prima volta l’idea di candidarsi: “Voglio dire la mia: io non vedo solo un’incredibile prosperità, ma anche la possibilità di uno sconvolgimento economico e sociale … Guardo al futuro e vedo formarsi nubi di tempesta. Big Trouble. Spero di sbagliare, ma secondo me abbiamo di fronte un crack come non ne abbiamo mai visto prima”. E’ una linea pessimista che Trump ha mantenuto durante tutta la sua campagna, rifiutando il colore rosa pre-elettorale: “Siamo in una enorme bolla”; “Basta alzare i tassi anche un minimo e tutto crolla”.

Naturalmente ci si chiede come mai, se Trump pensa che l’economia è già in bolla e stra-indebitata, prometta a Wall Street di togliere anche le minime regole, tagli alle tasse delle imprese, grandi spese pubbliche a debito…Ed è lecito domandarsi se Steve Bannon, il suo consigliere strategico, sia d’accordo.
La storia è ciclica

“Entrambi sono intelligenti. Trump capisce di affari, Bannon di finanza. Conoscono certo i venti contrari contro cui navigheranno”, fra cui “la probabilità che la Federal Reserve aumenti i tassi finché qualcosa si rompe”. E allora perché continuano?

La risposta, secondo Alastair Crooke, biografo simpatizzante, va cercata nel film Generation Zero. Dove Bannon collega esplicitamente la sua ideologia ad un saggio del 1997 scritto da due storici, Neil Howe e William Strauss: “ The Fourth Turning: An American Prophecy”, ossia “La Quarta Svolta, una profezia americana”. I due storici rigettano la concezione lineare della storia, ottimista e progressista; essi adottano il criterio di storia ciclica “proprio delle civiltà tradizionali” (citano esplicitamente il grande orientalista Mircea Eliade) e scorgono nella storia americana cicli ricorrenti, “un numero limitato di climi sociali che si ripetono in un ordine fisso”.

I cicli sarebbero quattro. Comincia con “la Prima Svolta”, la fase di alta intensità (High) e di rinascita dopo una grande crisi: qui le istituzioni sono forti, e l’individualismo debole; la società ha fiducia ed unità nei suoi scopi collettivi. Seguirebbe la “Seconda Svolta”, un “Risveglio”, in cui le istituzioni vengono criticate o attaccate in nome di principi presunti più alti e valori ritenuti più autentici. La società si stanca della disciplina sociale, proprio mentre raggiunge il vertice del progresso pubblico; e la gente vuole riprendere possesso della propria (presunta) autenticità.

La Terza Svolta è definita “Disfacimento”: l’opposto della prima. Le istituzioni sono disprezzate e deboli, l’individualismo trionfa e fiorisce, l’egoismo e l’edonismo hanno la meglio sui doveri comuni e i sacrifici che essi richiedono.

Ed ecco la Quarta Svolta: la fase di “Crisi”. Quando , di fronte a una minaccia urgente e inevitabile che mette in gioco la sopravvivenza stessa della nazione, le istituzioni vengono ricostruite da zero, in uno sforzo prometeico di risolutezza civile. In Usa, è accaduto che i leader abbiano “creato” questa minaccia apposta (Roosevelt e Pearl Harbor, 11 Settembre…) per accendere questa unità civica, che ricarica l’identità nazionale.

Steve Bannon accusa della crisi e truffa finanziaria del 2008 la “generazione Woodstock”, i “figli dell’abbondanza” che si radunarono nella gran festa del rock,della droga e della libertà sessuale, distrussero la morale puritana delle istituzioni in nome del “diritto al piacere” e del “Io” narcisista degradarono le istituzioni. Sono costoro, figli di papà, diventati adulti, anzi anziani, che sono riapparsi come i pescecani di Wall Street, i crudeli senza scrupoli che rubano i soldi ai lavoratori ridendo; privi di ogni rispetto per le persone ma anche per ogni tradizione, hanno creato la società dell’edonismo di massa, dove le istituzioni servono all’egoismo privato: aborto legale e deregulation assoluta per la speculazione, abolizione della Glass-Steagall, sono due epifenomeni dello stessa egemonia. L’impunità per gli speculatori.

Se l’età di Woodstock, degli hippies e dei Figli dei fiori fu una seconda fase (“Risveglio”) quella che viviamo è la Terza svolta, “Disfacimento”: massima debolezza delle istituzioni, incapacità per viltà dei politici di prendere decisioni difficili, politici al servizio degli interessi bancari invece che dei cittadini, potenti incentrati sull’ethos del bambino viziato, e quindi dominatori del “capitalismo da casinò”: “l’Uomo di Davos”, secondo Bannon.

Il colossale salvataggio delle banche internazionali fatto pagare ai contribuenti, l’irresponsabilità e l’impunità dei colpevoli del crack del 2008, il necessario repulisti sventato temporaneamente con l’inondazione di liquidità a tasso zero, che ha permesso altre bolle, le banche cui è stato permesso, per 1 euro che hanno in deposito, di prestarne 40 – e che quindi hanno indebitato tutti a livelli insostenibili sono i segni che il “Disfacimento” ha raggiunto il livello patologico, che per Bannon è una “bancarotta culturale”, “fallimento del senso di responsabilità, del coraggio di affrontare le scelte moralmente dure”.

Un obbrobrio indegno per Bannon, che dal suo lungo servizio in Marina – dicono tutti coloro che lo conoscono bene – ha tratto la forma mentis della responsabilità, e un alto senso del dovere. “Ha rispetto del dovere. La parola che usa molto è “Dharma””, che la letto nel Bhagavad Gita: il dovere che ciascuno deve adempiere, il re facendo il re, il monaco il monaco, senza preoccuparsi dei risultati. Il successo o l’insuccesso non devono far deflettere dalla fedeltà al proprio dharma. A Goldman Sachs, detestava i colleghi che deridevano “gli allocchi” che “si son fatto fottere”, gli onesti rovinati.

Ora, Bannon vede che viviamo l’inizio della Quarta Svolta: il momento in cui tutte le scelte “facili” che i politici, i banchieri, la società tutta ha fatto in passato, si “ritorcono contro di noi”. Il Sistema si rivolgerà contro “di noi” (per “noi” intende la gente del Tea Party, lavoratori, quelli che Hillary ha deriso chiamandoli I Deplorevoli, o Hollande “I senza denti”) perché vuole durare a nostro danno. Sarà “un periodo brutale, il più cattivo e brutto della storia”; e secondo lui durerà dieci-vent’anni.

Alla fine del film Generation Zero, la voce narrante dice: “La storia è stagionale, e ora arriva l’inverno”. Come affrontarlo e vincere? “Col carattere”. E cominciando col rendersi conto che la crisi che viviamo è una “tragedia” – una tragedia nel senso greco del termine: quella per cui Edipo uccide suo padre e va a letto con sua madre per esempio – e non “un incidente d’auto”; una circostanza sfortunata: “Il significato greco della tragedia – dice Bannon – è che quel terribile che accade deve accadere, a causa della natura dei partecipanti. Perché tutti quelli coinvolti lo fanno accadere. E non possono che lasciarlo accadere, perché tale è la loro natura”.

La truffa dei subprime che ci ha dato 10 anni di depressione mondiale ha dovuto avvenire, perché i Figli dei Fiori della generazione Woodstock sono quelli che sono: adepti del principio del piacere, narcisisti, spregianti delle regole morali dei padri e di nonni.

Edipo non è innocente come credeva di essere.

Nel film , Bannon fa dire al narratore: “Stop! Smetti di fare quel che fai. Smetti di spendere come prima. Smetti di impegnarti a spese che non puoi permetterti. Smetti di ipotecare il debito futuro dei tuoi figli. Smetti di manipolare il sistema bancario. E’ il momento del pensiero duro, del “no” ai salvataggi della finanza; di cambiare la cultura, di ricostruire la vita istituzionale”
Ufficiale nel 1978, ha partecipato al tentativo (fallito) di liberare i 52 ostaggi nell’ambasciata Usa a Teheran.

E per ricostruire la vita istituzionale, Bannon guarda a quegli strati della popolazione che hanno mantenuto una cultura del dovere e una formazione professionale alla responsabilità. L’ufficiale di Marina che è in lui, nelle riunioni degli attivisti Alt-Right, saluta per primi “veterani” (i reduci) e gli ufficiali in servizio, elogiandone il carattere.

Guarda anche ai lavoratori, gli “americani dimenticati” della classe media, agli operai devastati dalle localizzazioni, la gente che ha votato Trump, per la quale Trump parla, e in cui Bannon crede si siano mantenute le virtù che ha visto in suo padre: il senso del dover, lo spirito di sacrificio, lo stringere i denti e andare avanti, l’onestà fondamentale.

Trump sa che non ha alcun bisogno di “fabbricare” la crisi finanziaria, come Roosevelt fabbricò Pearl Harbor per consolidare lo spirito civico e patriottismo. Lui, come Bannon, sanno che la crisi avverrà : la tragedia nel senso greco è iscritta nella natura di “questa generazione”. Sarà spazzata via, questa generazione, gli invecchiati Figli dei Fiori che sono diventati gli squali di Wall Street saranno inceneriti dall’Apocalisse, le masse “illuminate” e consumiste non sopravviveranno a quel sistema “trasgressivo”, edonista e individualista che hanno creato ed oggi si accartoccia in oppressione mortuaria, in cui volontariamente si estinguono- perché fateci caso, tutte le nuove leggi progressiste sono funerarie: sterili nozze fra sodomiti, suiicidio assistito, eutanasia.

Bannon scommette che i “dimenticati”, i lavoratori disoccupati, le famiglie che hanno perso la casa ipotecata ed ora vivono nelle tende, la classe media fedele ai principii familiari, i soldati che hanno sofferto la guerra, i loro ufficiali, sappiano ricostruire le istituzioni da zero: la Quarta Svolta, l’Intensa.

Ora , lettori (vi conosco) non correte a giudicare, come siete tentati di fare con “la pancia”. La vostra petulanza “di pancia”, con cui fastidiosamente interloquite su cose serie di cui non avete alcuna esperienza, vi rivela come parte della fatua generazione che non sopravviverà all’Inverno.

Noi, qui, abbiamo cercato solo di capire, di intravvedere un senso nella politica che Bannon e Trump stanno cercando di attuare. Se sia bene o male, peggio: se vi piaccia o non vi piaccia, non ha alcuna importanza. Non c’è fretta di giudicare, del resto, una crisi di civiltà che è già in corso “e coinvolge tutti i campi, uno sconvolgimento insieme metastorico e escatologico” (Philippe Grasset). Ci rallegriamo intellettualmente che alla Casa Bianca abiti, fosse solo per poco, un intellettuale che – pur nella forma o deformità americana, – si può definire un tradizionalista, addirittura un guénoniano (per dirla con Grasset), conscio del tempo ciclico degli eventi, consapevole di ciò che deve finire: e che la crisi va portata fino al suo estremo catastrofico, perché si possa sperare in una rinascita escatologica.


Post Scriptum.

Questo articolo è largamente ispirato da quello di Alastair Crooke. Che è lui stesso un personaggio singolarmente analogo a Bannon: ex agente britannico MI6, poi consigliere dell’alto rappresentante della UE (il noto Javier Solana) negli anni 2000, ha poi abbandonato carriera e sicurezze per l’indipendenza. Ha creato un suo think tank,


“senza sostegni istituzionalizzati, caratterizzato dalla rottura col pensiero dominante o del Sistema e la sua doxa”. Un intellettuale anche lui. Guénoniano, ritengo.