Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 maggio 2017

Parte da Gioia Tauro l'Alternativa Istituzionale

Il Filosofo Diego Fusaro Candidato A Gioia Tauro A Sostegno Di Francesco Toscano

Pubblicato in GIOIA TAURO POLITICA 06 Maggio 2017
“Italia Unita” ha da tempo individuato nella “Rivoluzione Culturale” l’arma più efficace e potente per aprire a Gioia Tauro e nella Calabria intera una stagione all’insegna dei diritti e del progresso. Il ritrovato protagonismo dello Stato- finalmente forte, presente e autorevole anche in territori periferici come il nostro- unito alla capacità di preparare e formare giovani e migliori classi dirigenti, segnerà l’inizio di una epoca nuova in grado di trasformare radicalmente e in profondità il nostro modello di società. Naturalmente non sottovalutiamo la capacità di reazione di un “sistema” che, anche in tempi recentissimi, ha dato prova di eccellere in ipocrisia, trasversalismo e gattopardismo. I tentativi di cambiamento sostanziale, quelli che mettono cioè in discussione per davvero i capisaldi devianti di un modello consolidato che genera povertà, violenza, disuguaglianza e sfruttamento, provocano giocoforza la reazione unitaria e compatta delle “forze della conservazione”. Non bisogna però scoraggiarsi o credere che ogni sforzo, anche il più nobile e generoso, risulterà necessariamente vano. La rassegnazione è il nemico più subdolo e insidioso che siamo chiamati a combattere! Tutto può cambiare, e tutto cambierà quando la società civile calabrese abbandonerà i retaggi di un passato compromissorio per apprezzare la bellezza e l’importanza di vivere un contesto finalmente permeato da un “fresco profumo di libertà”. La nostra “Rivoluzione Culturale”, partendo da Gioia Tauro, coltiva perciò l’ambizione di produrre ovunque possibile luminosi frutti, trattandosi di una battaglia ideale e di pensiero che trascende necessariamente i diversi localismi. Il tema della Rinascita del Mezzogiorno deve infatti tornare al più presto ad essere centrale nel dibattito nazionale ed europeo. E proprio alla luce di questa lunga premessa, sono orgoglioso di annunciare la candidatura del filosofo Diego Fusaro[1] alla carica di consigliere comunale al Comune di Gioia Tauro nella lista di Italia Unita alle prossime elezioni amministrative dell’11 giugno. Un gesto forte e generoso, che testimonia in maniera tangibile la straordinaria lungimiranza di un giovane e brillantissimo intellettuale già nei fatti divenuto punto di riferimento certo e imprescindibile per una intera generazione di italiani che non intende passivamente accettare la logica del declino.

Francesco Toscano

Candidato sindaco di Italia Unita a Gioia Tauro

[1] Diego Fusaro è nato a Torino nel 1983 ed insegna filosofia in Università a Milano. E’ docente presso l'”Istituto Alti Studi Strategici e Politici” (IASSP) ed è tra i membri del progetto “Eticonomia”. Intellettuale dissidente e non allineato, teorizza il superamento delle vecchie categorie di destra e sinistra. L’influenza del pensiero di Hegel, Marx, Gentile e Gramsci è evidente nella formazione di Fusaro. Tra i suoi lavori più recenti: Bentornato Marx! (Bompiani, 2009), Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012), Il futuro è nostro (Bompiani, Milano 2014), Antonio Gramsci. La passione di essere nel mondo (Feltrinelli, Milano 2015), Pensare altrimenti (Einaudi 2017).

Immigrazione di Rimpiazzo - Soros e il corrotto Pd con uno dei suoi uomini come primo ministro la vogliono con tutte le loro forze, serve a destabilizzare l'Italia e a rapinarla dei suoi immensi tesori con questo venduto partito a fare da legumaio

SOROS DA GENTILONI, PRIMA DEL FALLIMENTO

06 maggio 2017


Sono quattro le Ong, non riconducibili ad associazioni italiane di volontariato, su cui pesano i sospetti di traffico internazionale di valuta ed esseri umani. “Organizzazioni non governative” oggi nel mirino dei servizi segreti britannici, Ong che godrebbero della beneficienza di George Soros: speculatore finanziario con un patrimonio stimato di 26 miliardi di dollari, e potrebbe investire in Italia.

È lo stesso Soros che nei giorni scorsi ha incontrato il premier Gentiloni. Un speculatore finanziario ricevuto a Palazzo Chigi con onori degni di un capo di Stato? Domanda retorica, pregna di falso stupore, utile a stigmatizzare come gli addetti ai lavori ben conoscano le mire di Soros. Il ricco internazionale fa visita ai capi di stato alla vigilia di fallimenti e catastrofi.

Valga da esempio il settembre 1992, quando Soros vendette sterline allo scoperto per oltre 10 miliardi di dollari, approfittando del fatto che, la Banca d’Inghilterra non aumentava i propri tassi d’interesse in rapporto con gli altri Paesi del “Sistema monetario europeo” e non lasciava fluttuare il tasso di cambio della moneta: Soros costrinse la Banca d’Inghilterra a far uscire la sterlina dallo Sme e a svalutare. La speculazione fruttò a Soros 1,1 miliardi di dollari. Nello stesso settembre (1992) Soros sferrava un attacco contro la Banca d’Italia: vendendo lire allo scoperto contribuiva a causare una perdita valutaria di 48 miliardi di dollari.

A causa dell’azione speculativa la lira perdeva in valore più del 30 per cento e usciva dallo Sme. Oggi Soros si riaffaccia al capezzale italiano perché lo Stivale è vulnerabile, è in zona prefallimentare. Lo speculatore sa bene che sotto instabilità politica e crisi si possono fare buoni affari. Va aggiunto che a chiedere il fallimento dell’Italia sono i grandi amici di Soros, ovvero Attali, Macron ed il ministro delle finanze tedesco Schäuble. In questa strategia s’incastra il forte interesse internazionale verso i crediti deteriorati: quelli italiani sono tra i più alti della zona euro, e fanno gola ai fondi speculativi di Soros. Non dimentichiamo che il Quantum Group of funds ed il Blackrock sono i colossi di Soros che vantano partecipazioni per due miliardi di dollari nelle banche italiane ed altrettanti investimenti in aziende quali Eni, Enel, Generali, Telecom Italia, Mediaset... Insomma Soros tiene per le palle l’Italia. Ma c’è anche il risvolto giudiziario, e qualche vocina malevola e beninformata sosterrebbe che le Ong intercettate dalle procure italiane per traffico d’esseri umani sarebbero proprio le quattro “aiutate” da Soros. Sorge il dubbio siano le stesse già nel mirino dei servizi segreti britannici per traffico di migranti.

Del resto il recente caso delle mail hackerate ha rafforzato le svariate ipotesi sulle azioni lobbystiche di Sorsos, che per molti avrebbero come obiettivo finale favorire i colpi di Stato. E qui c’è chi sosterrebbe che, il sostegno all’immigrazione avrebbe come obiettivo incrementare la destabilizzazione politica dell’Europa mediterranea. Non dimentichiamo che Soros ha finanziato la campagna di non uscita della Gran Bretagna dall’Ue, come i movimenti che per le elezioni europee del 2014 hanno fatto propaganda a favore dell’Unione europea. Recentemente il finanziere avrebbe anche commissionato un dossier sull’affidabilità degli europarlamentari.

Insomma, Soros è un finanziere che ordisce complotti contro governi e monete? Certamente è definito da chi lo conosce bene come il più importante speculatore internazionale, abile nell’ammantare di beneficenza le sue importanti campagne di destabilizzazione politica. Per concludere quest’uomo è stato ricevuto dal primo ministro Paolo Gentiloni, che forse teme un benservito, visto e considerato che Soros non nasconde le proprie simpatie per Matteo Renzi.

Immigrazione di Rimpiazzo - e non poteva essere altrimenti, il Dubbio, uno degli ultimi giornali nati dalle coste dei Radicali italiani sempre in sintonia con le loro proposte di diritti individuali che distraggono dai diritti sociali si è schierato apertamente con Soros, d'altra parte segui i soldi e capirai diceva un noto magistrato fatto saltare in aria

Il mantra dei neo-razzisti: «È tutta colpa di Soros!»

Da Salvini a Forza Nuova, passando per i Cinque Stelle e complottisti vari, il magnate viene accusato di voler creare «una società meticcia»


Destra radicale e sinistra radicale ultimamente sono unite su due cose. Il populismo: penale, sociale, economico, comunque sia populismo. E da qualche tempo hanno un altro elemento in comune: l’avversione nei confronti del magnate George Soros. Qualsiasi cosa accada nel mondo la colpa è di quel signore riccastro, che sarebbe impegnato in un gigantesco complotto per ridisegnare a suo favore i confini e addirittura i caratteri somatici dei popoli del mondo.

A sinistra li abbiamo visti in azione sul caso del giornalista Gabriele Del Grande, tenuto, senza motivo, nelle carceri turche e poi liberato grazie anche all’intervento delle autorità italiane. La sua immagine, giustamente osservata con grande rispetto e apprensione, si è incrinata davanti a questa accusa: i suoi lavori – è anche infatti un documentarista – sono finanziati da Soros! Accusa che Del Grande ha respinto con uno sdegno sinceramente incomprensibile: che cosa ci sarebbe infatti di male, qualora fosse vero, a farsi finanziare dalla sua Fondazione?

Ma Soros oggi ha soprattutto un’altra colpa. Sarebbe il responsabile di un progetto preciso per far saltare in aria il nostro Paese. L’obiettivo, attraverso il finanziamento dell’immigrazione, è quello di favorire… il meticciato. Lo pensa il leader della Lega, Matteo Salvini. «Sono sempre più convinto ha detto – che sia in corso un chiaro tentativo di sostituzione etnica di popoli con altri popoli. Questa non è un’immigrazione emergenziale ma organizzata che tende a sostituire etnicamente il popolo italiano con altri popoli, lavoratori italiani con altri lavoratori». Le guerre, la povertà, la disperazione per Salvini non hanno alcuna valenza. Il vero responsabile, la mente diabolica, il Grande Fratello, è uno, è lui: il magnate. «È un’operazione economica e commerciale – dice il segretario leghista – finanziata da gente come Soros. Per quanto mi riguarda metterei fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come lui. Non potrebbero poter mettere piede in Italia».

Sì, perché l’imprenditore ungherese naturalizzato statunitense nei giorni scorsi era in Italia dove ha incontrato il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. L’equazione è presto fatta. Mentre il pm Carmelo Zuccaro veniva audito dalla commissione difesa a proposito delle sue accuse rivolte alle Ong che lavorano per salvare i migranti, il premier italiano riceveva il responsabile dell’invasione migratoria. Come non vedere la coincidenza? Come non leggere il significato recondito ma vero? Insieme a Salvini lo hanno pensato diversi utenti del web che hanno rilanciato la notizia dei due incontri paralleli e anche Giorgia Meloni ( Fratelli d’Italia) lo ha sottolineato: «Non mi è chiara la ragione per la quale, in questi giorni, in cui il tema delle Ong è al centro del dibattito, Gentiloni abbia ricevuto Soros». Il complotto è servito. E poco importa che il premier lo abbia incontrato proprio per chiedergli di fare investimenti in Italia come suggeriva polemicamente la stessa leader di destra.

La convinzione è questa. Forza Nuova, che ha srotolato uno striscione ( «Ong scafisti» ) davanti alla sede dell’Oim, lo ha ribadito: tutta colpa di Soros. Contano non i fatti, ma le paure; non le notizie, ma le bufale. L’intreccio tra fake news ( notizie false), complottismo e giustizialismo è molto forte. Si alimentano l’uno con l’altro, istigando le paure delle persone. Non si cerca di comprendere che cosa sia davvero il lavoro delle Ong, in quale situazione si muovano. Questo passa in secondo piano. Emerge invece il complotto che favorirebbe il meticciato, come se già non vivessimo in una cultura meticcia.

I fatti restano altri. Migliaia e migliaia di persone che fuggono da guerre e povertà e un magnate che, per fortuna, aiuta chi li aiuta. Ma le teorie complottiste per quanto assurde o campate in aria hanno sempre più presa sulle persone: il complotto dà comunque una visione lineare della realtà, la semplifica a uso e consumo del senso comune. Ed è sempre più difficile non cadere nella trappola.

Immigrazione di Rimpiazzo - l'informazione ha superato le menzogne propinataci dal Circo Mediatico e allora Soros e Gentiloni sono corsi ai ripari per adottare una strategia comune per uscire fuori dal ginepraio delle Ong che fanno la tratta dei schiavi

RICORDATE IL CURRICULUM DEL MAGNATE UNGHERESE?

Gentiloni e Soros, l'incontro dello «scandalo»

Che cosa è venuto a fare George Soros a Palazzo Chigi? Se lo sono chiesti in molti, dopo che la stampa ha riportato la notizia del bizzarro incontro tra il premier italiano e il magnate ungherese


Il premier Paolo Gentiloni e il finanziere ungherese George Soros. (© ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

ROMA - Cosa è venuto a fare George Soros a Palazzo Chigi? Se lo sono chiesti in molti, dopo il bizzarro incontro tra il premier italiano e il magnate ungherese, incontro sul quale poche spiegazioni sono state date. E la domanda è legittima, visto il calibro del personaggio di cui stiamo parlando. E vista l'interessante tempistica: perché il finanziere è noto per elargire, attraverso la sua ormai famigerata Open Society Foundation, generosi aiuti alle ong che si occupano di recuperare i migranti in mare, ong che proprio in questi giorni sono finite nell'occhio del ciclone a causa delle discusse rivelazioni del pm Zuccaro. 

Speculatore «di talento»

In Italia, George Soros è assurto all'onore delle cronache già nel lontano 1992: non tutti si ricorderanno, infatti, che il magnate dell'Est fu colui che vendette sterline allo scoperto, causando una perdita valutaria nel Regno Unito di 48 miliardi di dollari. Lo stesso, però, fece con l'Italia: vendette lire allo scoperto, causando una perdita di valore della valuta del 30%, e l'uscita della lira dal Sistema monetario europeo. Vi rientrammo solo «grazie» a una pesantissima manovra finanziaria (da 93 miliardi di lire).

Legittima operazione finanziaria

Un precedente lontano, ma che i vertici di Palazzo Chigi non avranno certo dimenticato. Anche perché Soros non ha mai dimostrato alcuna delicatezza nei confronti delle conseguenze delle sue azioni. Tutt'altro: in un'intervista successiva definì la sua iniziativa una «legittima operazione finanziaria». «Mi ero basato sulle dichiarazioni della Bundesbank, che dicevano che la banca tedesca non avrebbe sostenuto la valuta italiana. Bastava saperle leggere», spiegò, dimostrando al mondo il suo talento da speculatore.

Dall'Ucraina a Hillary Clinton

Ma Soros è molto più che un semplice speculatore: noi del Diario ve ne abbiamo parlato molte volte. Qualcuno lo considera addirittura il «burattinaio dell'ordine mondiale». E anche non volendo sposare le tesi più complottiste, alcune evidenze depongono a favore di tale definizione. Fu Soros stesso ad ammettere, alla Cnn, di aver avuto un ruolo nella crisi ucraina, sovvenzionando il fronte europeista. In occasione delle ultime elezioni americane, la sua Open Society ha più o meno apertamente sostenuto Hillary Clinton. E dopo la vittoria di Donald Trump, è stato il magnate ungherese a mettere in piedi le decine di manifestazioni contro il tycoon, finanziando la piattaforma che ha organizzato i cortei MoveOn.org.


Soros e le ong

Quanto alle controverse ong, pare che Soros sia il principale finanziatore di quella galassia di piccole organizzazioni finite di recente nell'occhio del ciclone: si parla di donazioni da 500 milioni di dollari. Il retroscena sarebbe stato svelato dallo stesso numero uno di Frontex Fabrice Leggeri, che ha denunciato come le navi di quelle organizzazioni carichino migranti sempre più a ridosso delle coste libiche. Si tratterebbe di una vera e propria «flotta fantasma», con navi che battono bandiera del Belize, delle isole Marshall, di Moas, alcune delle quali armate dalla società tedesca Sea Watch.


Soros e Orban

Soros è anche stato accusato di organizzare proteste antigovernative nell'Europa dell'Est: non solo dall'Ungheria di Viktor Orban, ma anche dal capo del partito al governo ed ex primo ministro della Romania, Liviu Dragnea. Questa nomea di Soros è in effetti piuttosto diffusa. Il vicepresidente del governo ungherese Fidesz, lo scorso gennaio, aveva preannunciato che il Paese avrebbe usato «tutti gli strumenti a disposizione» per «spazzare via» le ong del finanziere ebreo di origine ungherese. Lo stesso Orban, di recente, è stato duramente criticato dalla comunità internazionale per aver fatto approvare una legge che potrebbe determinare la chiusura della Central European University, università fondata proprio da Soros, in quanto la norma prescrive che atenei stranieri possono essere attivi in Ungheria solo se hanno una sede vera e propria nel Paese d'origine.


La nomea di Soros in Europa dell'Est

Romania e Ungheria, però, non sono gli unici casi di questo tipo. Anche il primo ministro macedone Nikola Gruevskij ha annunciato la sua intenzione di «de-sororizzare» lo Stato, accusando il magnate ungherese di aver sovvenzionato in Macedonia ong, media, politici senza i quali l'economia sarebbe stata molto più forte. Accuse analoghe, inoltre, gli sono giunte da Albania, Bulgaria, Croazia, Serbia e Polonia.

Interessato all'Italia

Alla luce di tutto ciò, insomma, l'amichevole chiacchierata tra Soros e Gentiloni ha destato più di qualche preoccupazione. Soprattutto perché, come ha rivelato Milano Finanza, il magnate e «filantropo» ungherese avrebbe chiesto allo staff del suo gruppo d'investimento, e in particolare a Shanin Vallée, uno studio approfondito sull'Italia, dal punto di vista finanziario, economico, industriale e politico. Il tutto, allo scopo di valutare eventuali investimenti, diretti o indiretti, a medio-lungo termine, sul mercato locale.

Prima di Gentiloni, Renzi

Se così fosse, però, Gentiloni avrebbe illustri precedenti. Perché c'è chi sostieneche anche il suo predecessore Matteo Renzi abbia fatto affari con Soros, quando era sindaco di Firenze. L'Open Society, infatti, avrebbe finanziato il progetto «Smart dissident» nel capoluogo toscano, al fine di mettere in piedi un gruppo di lavoro per creare «case rifugio» per i blogger dissidenti.

24 maggio 2016 - Caught In The Act: NGO's Smuggle Migrants From Libya Into Europe

24 maggio 2016 - Police car torched in Paris at 'anti-cop hatred' protest

5 maggio 2017 - Migrazione di Rimpiazzo - Demographics will decide the world’s history

3 dicembre 2016 - people trafficking

Siria - Deir ez-Zor - guarda caso dove in tempo di tregua aerei statunitensi e loro amici uccisero una 70 di soldati siriani asserragliati intorno all'aereoporto

Siria, Isis si appresta a subire l’offensiva finale: quella a Deir ez-Zor

6 maggio 2017


Le nuove zone cuscinetto (de-confliction) permetteranno a tutte le parti di combattere Isis

In Siria Isis si appresta a subire un assedio non solo a Raqqa grazie alle SDF, ma anche a Deir ez-Zor. Il Syrian Arab Army (SAA) si prepara a lanciare un attacco a Sukhnah, a circa 50 chilometri a est di Palmyra, sulla strada che collega l’antica città alla roccaforte del Daesh. L’obiettivo delle manovre, considerate la prima fase dell’intera operazione, è conquistare un nuovo avamposto. Questo sarà strategico per avanzare ulteriormente verso l’obiettivo finale. Il prossimo avvio dell’avanzata SAA contro lo Stato Islamico, peraltro, è stato confermato anche dal ministero della Difesa russo. Questo ha anche ribadito il sostegno delle forze aerospaziali della Federazione alle truppe sul terreno. La tregua presso le zone cuscinetto (di de-confliction), infatti, non si applica alla lotta al terrorismo, come ha fatto sapere Mosca. Inoltre, grazie al cessate il fuoco tutte le parti dovrebbero concentrare i loro sforzi nella lotta a Isil.
Le Tiger Forces in arrivo da Aleppo e Hama si uniranno alle forze Al-Ashaer e al Quinto Corpo d’Assalto

In previsione dell’offensiva anti-Isis a Sukhnah, le Tiger Forces del SAA si sono spostate dalla zona rurale a est di Aleppo e quella settentrionale di Hama all’area est di Palmyra. Queste si uniranno alle forze Al-Ashaer e al Quinto Corpo d’Assalto nell’operazione contro Daesh. Il Supporto aereo ravvicinato (CAS), invece, verrà fornito dai caccia e dagli elicotteri d’attacco russi. Intanto il SAA ha conquistato dallo Stato Islamico 4 alture a ovest della Riserva Talila, 18 chilometri a est di Palmyra. Ciò per avere un vantaggio tattico sul nemico. Intanto i caccia siriani continuano a mantenere elevata la pressione sui jihadisti a Deir ez-Zor, bombardando le zone a maggior concentrazione di miliziani come il cimitero.

Isis concentra il grosso delle forze a Deir ez-Zor

Isis, appresa la notizia dell’imminente offensiva, sta concentrando un grande numero di forze a Deir ez-Zor. I vertici Daesh sanno, infatti, che l’altra roccaforte in Siria, Raqqa, è persa. I miliziani al suo interno cercheranno di resistere il più possibile, ma non hanno possibilità di vincere. Di conseguenza, la sua caduta è solo questione di tempo. L’ultimo vero presidio rimane Deir ez-Zor e perciò va difeso con tutte le forze. Anche perché vi si sono rifugiati i capi dello Stato Islamico fuggiti da Mosul, da Tabqa e da Raqqa. Questi ormai sono chiusi in zona. Non è possibile spostarsi verso l’Iraq a seguito delle offensive in corso lungo i confini con la Siria. Non si può tornare nemmeno indietro, in quanto la Coalizione monitora le strade e ha già condotto operazioni elitrasportate in zona, eliminando i comandanti dei miliziani che vi si sono avventurati.

6 maggio 2017 - DIEGO FUSARO: Antonio Gramsci. Popolo e sovranità [Rai1]

Senza lo Stato non c'è crescita, questo deve provvedere alla produzione dei beni comuni

Augusto Graziani

Biografia

Augusto Guido Graziani è stato un economista e politico italiano.

Nasce a Napoli il 4 maggio 1933 da una famiglia ebraica originaria di Modena, figlio del giurista Alessandro Graziani e nipote dell’economista Augusto Graziani (1865-1944), entrambi docenti a Napoli.

Consegue la laurea in economia e commercio presso l’università Federico II di Napoli con l’economista Giuseppe Di Nardi, proseguendo successivamente i suoi studi dapprima alla London School of Economics con Lionel Robbins (economista inglese, conosciuto per la sua definizione di “economia” e per i suoi apporti alle teorie economiche, scaturiti da basi marshalliane) e, in seguito, presso la Harvard University di Boston (USA), dove incontra Wassily Leontief (economista russo naturalizzato americano, scienziato di fama mondiale, vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 1973) e Paul Rosenstein-Rodan (economista polacco, esponente della Scuola Austriaca).

Nel 1962 diviene Professore di Economia Politica presso l’Università di Catania e, nel 1965, ricopre il ruolo di Professore di Politica Economica presso l’Università di Napoli. Dal 1989 è Professore ordinario di economia politica presso la facoltà di economia e commercio dell’Università La Sapienza di Roma.

Durante la XI Legislatura (1992-1994) viene eletto Senatore della Repubblica nel gruppo del Partito Democratico della Sinistra.

Fu membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, della Società nazionale degli economisti, dell’Accademia delle scienze di Torino, del consiglio direttivo della Fondazione Antonio Gramsci e dell’Advisory Board dello European Journal of the History of Economics Thought.

Muore a Napoli il 5 gennaio 2014 all’età di 80 anni, dopo una lunga malattia.
Perché ricordare il Prof. Augusto Graziani?

Egli merita senz’altro di essere ricordato per aver elaborato la Teoria del Circuito Monetario, di cui è considerato uno dei padri fondatori insieme ad Alain Parguez.

Tale teoria rappresenta il punto di arrivo di un percorso di studio e ricerca, intrapreso nella metà degli anni ’70 e conclusosi nel decennio successivo, sull’economia monetaria e l’origine della moneta. Graziani infatti ha delineato, prendendo spunto dall’opera di Karl Marx Il Capitale, lo schema di creazione e circolazione della moneta analizzando i redditi, i prezzi, i profitti, i mercati finanziari e le dinamiche ad essi sottesi.

La Teoria si focalizza sui principali 5 temi-cardine:
  1. la natura e le funzioni della moneta;
  2. il circuito monetario, suddiviso in 3 fasi (apertura, circolazione e chiusura);
  3. il sistema bancario;
  4. il circuito e le teorie della distribuzione del reddito, il prezzo, i profitti;
  5. il ruolo dei mercati finanziari.
Il metodo d’indagine di Graziani si ispira all’analisi degli “antagonismi tra le classi sociali” che era tipica degli economisti classici e di Marx, e che anche Keynes utilizzò nel Trattato della moneta e in altre opere economiche.

Secondo Graziani, infatti, l’accesso privilegiato alla moneta sotto forma di credito diviene fondamentale per la distribuzione del reddito tra le classi sociali.

Gli imprenditori determinano i beni resi disponibili ai lavoratori e, onde perseguire l’obiettivo di incrementare la ricchezza del cittadino attraverso lo sviluppo economico, fattori cruciali sono per Graziani la disponibilità di credito bancario per le imprese, che può limitare la produzione e l’investimento, e il relativo tasso di interesse, che costituisce una sottrazione al profitto lordo.

Graziani ritiene giustificato il consiglio, solo apparentemente paradossale, dato da John Maynard Keynes durante la Grande Depressione del ’29, secondo il quale “era meglio scavare buche per farle riempire di nuovo, piuttosto che lasciare i lavoratori disoccupati”.

Non di meno, quando le carenze dell’apparato produttivo sono profonde e i bisogni collettivi oltremodo insoddisfatti, secondo Graziani, sarebbe grave non vagliare accuratamente ogni spesa e sarebbe uno spreco non dar vita a una composizione della produzione socialmente utile e produttiva.

Per Graziani, se si vuole assicurare ai cittadini la disponibilità reale di specifici beni e servizi, è insufficiente che il Governo operi per il tramite di sussidi e detassazioni, né è sufficiente che esso semplicemente aumenti la domanda che rivolge alle imprese. Esso deve piuttosto provvedere in termini reali a quei beni e servizi, e deve farlo direttamente in natura.

Ne consegue che, nel pensiero economico di Graziani, è costantemente manifesta una preferenza a favore di una politica industriale attiva da parte dello Stato.

Graziani fu anche un critico del Sistema Monetario Europeo e, già prima della nascita dell’euro, previde l’emergere di un problema di tenuta dell’Unione Monetaria Europea.

Sono numerosi gli economisti italiani che hanno tratto ispirazione dai contributi di Graziani nel campo della teoria e della politica economica: tra di essi Riccardo Bellofiore, Emiliano Brancaccio, Giuseppe Fontana, Marcello Messori, Riccardo Realfonzo.
Opere principali
Graziani, A., The theory of the monetary circuit, Economies et Societes, vol. 24, no. 6, pp 7‐36, 1990
Graziani, A., The theory of the monetary circuit, The money supply in the economic process: a post Keynesian perspective, vol. 60, eds M. Musella and C. Panico, Elgar Reference Collection, International Library of Critical Writings in Economics, Aldershot, U.K., 1995
Graziani, A., La Teoria del circuito monetario, Milano, Jaca Book, 1996
Graziani, A., The monetary theory of production, Cambridge University Press, Cambridge, UK, 2003

ChiantiBanca - ci sono delle differenze tra le due proposte, quella del Sistema massonico mafioso politico di Lorenzo Bini Smaghi e quella di Fedeltà alla Storia e alla Cooperazione

«A Bini Smaghi voglio chiedere di unire le due liste» 

Piero Becciani avrà un confronto con il presidente dell’istituto che ha incorporato la Bcc Pistoia e che presenterà il suo cda 

di Pasquale Petrella
05 maggio 2017


PISTOIA. Stasera alle 19 nella sede della filiale di Chiazzano della Chianti Banca arriverà Lorenzo Bini Smaghi non solo nelle vesti di presidente dello stesso istituto ma anche e soprattutto in quelle di candidato di una delle due liste che si sono presentate per guidare l’istituto per il prossimo mandato. Le elezioni si svolgeranno il 14 maggio prossimo all’Obihall di Firenze e l’incontro di stasera è con i soci pistoiesi, una parte dei ventiseimila che conta l’istituto che ha di recente incorporato la Bcc Pistoia, per poter illustrare il proprio programma. «Sarà una occasione per parlarsi, confrontarsi, fare domande al presidente in un momento molto importante per la banca» si legge nel comunicato di presentazione dell’incontro in cui si fa riferimento appunto al rinnovo delle cariche sociali. «Il presidente Bini Smaghi pur avendo davanti ancora due anni di mandato, ha deciso di presentarsi davanti ai soci per chiedere una riconferma. Nell’ottica di una massima trasparenza e del confronto con una base sociale ampia, che dopo le ultime incorporazioni vede una banca radicata in molte province della Toscana». L’incontro nella filiale di Chiazzano farà seguito a quello nella filiale di Fontebecci a Siena e anticipa quello di domattina nella filiale di San Casciano.

Ma non sarà un confronto sereno quello che si annuncia a Chiazzano. «Sarò presente così come saranno presenti i miei amici che hanno sottoscritto la lettera» dice Piero Becciani, imprenditore ed ex presidente di Confindustria Pistoia che nei giorni scorsi ha inviato una lettera aperta per avere un confronto televisivo fra le due cordate che aspirano a guidare la banca. Lettera sottoscritta anche da Massimo Capecchi, Giacomo Dini, Maurizio Gori, Stefano Marini, Giovanni Giovanelli, Roberto Maltinti, Anna Nardi, Roberto Tonti, Rolando Vannucchi, Vittorio Nardini, Alessandro Niccoli e Alessandro Vettori.

La seconda lista, chiamata “Fedeltà alla Storia e alla Cooperazione” fa riferimento al settantacinquenne commercialista fiorentino, Gianpietro Castaldi che proprio ieri, in una nota, ha chiesto che né il suo nome, né quello degli altri componenti della lista venga associato alla qualifica a presidente. 

«Saremo presenti perché vorremmo che finissero queste guerre intestine – continua Piero Becciani – Se anche Trump ha dato la disponibilità ad incontrare Kim Jon Un, non vedo perché si debbano presentare due liste. Facciamone una sola, mi sono meravigliato che ce ne fossero due. A noi interessa che la banca funzioni. A guidarla ci devono essere persone disinteressate che vogliono il bene delle aziende e dei correntisti».

«Gente di-sin-te-ressa-ta - scandisce sillabando Becciani – Non parteggio né per l’una né per l’altra lista e mi auguro che si possa arrivare ad una sintesi altrimenti non sarà una buona cosa».
“Fedeltà alla storia e alla cooperazione”, la lista capeggiata dal fiorentino Castaldi mette insieme una serie di professionisti, docenti universitari e cittadini provenienti dalle diverse aree in cui è presente la Banca (Roberto Mugnaini, Antonio Balenzano e Valentina Carloni da Siena, Marco Poli, Ilaria Camiciottoli e Alessia Naldini da San Casciano e Tavarnelle, Fabrizio Pagliai e Marco Giusti da Prato, Cristiano Iacopozzi e Alberto Marini da Firenze e Campi, Giorgi Petracchi e Marco Barbieri da Pistoia, mentre di Firenze sono i membri del collegio sindacale Leonardo Focardi, Sara Vignolini e Federico Pianigiani, di Pistoia Franco Michelotti e di Siena Stefano Andreadis).

Bini Smaghi chiede ai soci invece la riconferma alla guida con una lista formata da professori universitari, di finanza, economia e rischio aziendale, come Elisabetta Montanaro, già preside di economia a Siena, il fiorentino Oliviero Roggi e la pratese Maria Lucetta Russotto, professionisti e imprenditori, a cominciare dall’ex direttore del Consorzio Chianti Classico Giuseppe Liberatore, e poi Emilio Bertini, Massimo Brogi, Pierpaolo Pantanelli, Niccolò Brandini Marcolini, Lorenzo Checcucci, Alberto Guarnieri, Diletta Marzi, Serena Pucci, Duccio Bari, Stefano Maestrini e Giancarlo Zucca (nel collegio dei sindaci Marco Tanini presidente, Lia Adriana Borgioli e Serena Papini sindaci effettivi, MonicaCioni e Elisa Ciari supplenti).

Immigrazione di Rimpiazzo - continua lo strenuo lavoro delle navi delle Ong per attuare la strategia del Rimpiazzo attraverso la tratta degli schiavi



La Libia smaschera le Ong: “Dicono ai migranti che l’Italia li aspetta a braccia aperte”
di GUIDO LIBERATIvenerdì 5 maggio 2017 - 16:46

I sospetti del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro sulle Ong sono fondati. La conferma arriva direttamente dalla Libia. «Le organizzazioni non governative fanno credere ai migranti in Libia che verranno comunque soccorsi e questo li spinge a imbarcarsi aggravando la crisi». È questa l’accusa formulata dal capo della Guardia Costiera libica per la regione centrale, Rida Aysa.

La Guardia costiera libica contro le Ong
E il fenomeno migratorio, a causa di questa sventurata comunicazione, è addirittura in crescita. «Centinaia di migliaia di migranti clandestini» sono pronti a imbarcarsi per l’Europa. Le autorità libiche non sono in grado di fornire cifre precise, ma la massa di persone che arriva nella regione è visibile ad occhio nudo. «La maggior parte di questi migranti proviene dai Paesi dell’Africa orientale e occidentale, come Eritrea e Somalia», precisa Aysa che attacca duramente le Ong italiane e internazionali.

“Le Ong nel Mediterraneo hanno aggravato la crisi”

«Le organizzazioni presenti nel Mar Mediterraneo con la missione di salvare i migranti hanno dato loro ad intendere che saranno inevitabilmente soccorsi e questo ha aggravato la crisi, aumentando il numero di migranti». Il funzionario libico spiega quindi che «abbiamo comunicato tutto questo sia all’Ue sia ai comandanti dell’Operazione Sophia, che hanno manifestato irritazione verso queste organizzazioni, ma finora non hanno preso alcuna misura al riguardo».

“Le navi delle Ong sono d’accordo coi trafficanti”

Quanto alle accuse rivolte alla Guardia Costiera libica di aver attaccato le navi delle ong, Aysa risponde che «tali imbarcazioni entrano in acque territoriali libiche senza avvisare la Guardia Costiera, che è l’organo preposto ad autorizzare questo e di conseguenza è logico rispondere per proteggere le nostre acque e le nostre coste». «Quando le navi delle organizzazioni si fermano a 12 miglia dalla costa libica, in una zona visibile dalla costa, le loro luci notturne segnalano ai trafficanti che possono iniziare a imbarcare i migranti e questa è una delle cause delle ondate migratorie cui si assiste periodicamente», conclude Aysa.

Globalismo Capitalistico contro il Movimento degli Stati Identitari, sarà una guerra senza esclusioni di colpi e nessuno si illuda di avere la vittoria in tasca, bisognerà lottare in ogni ridotta, Noi Italiani dobbiamo attrezzarci prima di tutto a livello culturale, dobbiamo sviluppare teoria e dobbiamo essere capaci ad implementarla. Il Fronte è ampio e mutevole e ci tocca presidiarlo in tutte le sue parti, imparare dalle sconfitte e ritornare ad avanzare o resistere o arretrare, dipende dal contesto della situazione

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Ma, insomma, questa Ue viene giù o no?


Dibattito molto interessante, quello che si è svolto ieri a Milano, organizzato dalla rivista Logos e da Breitbart Italia, di fronte a un pubblico foltissimo a cui ho avuto il piacere di contribuire con oratori di prestigio come Ted Malloch, Giulio Tremonti, Giuseppe Valditara, Thomas Williams. Moderava Gianluca Savoini.

Il tema era più che mai attuale, si parlava di sovranità e di globalizzazione in un’ottica diversa da quella mainstream, che è favorevole alla seconda. I conferenzieri erano, ognuno a modo loro, sostenitori dei diritti dei popoli e degli Stati, contrari all’omologazione culturale, difensori strenui della democrazia nella sua forma naturale e che dovrebbe essere ovvia ma che ovvia non è più in questi strani tempi: quella che si basa sulla sovranità popolare. Già, perché per l’establishment di quasi tutti i Paesi occidentali il costante e forzato trasferimento di poteri a enti sovranazionali diritti, è ineluttabile. Ed è cosa sana e giusta. Con il risultato che chi fa appello ai valori democratici rischia di essere tacciato di populismo e chi priva di fatto i cittadini dei propri diritti basilari, assecondando un disegno globalista e iperélitario, passa per democratico e progressista.

Uno dei punti più interessanti riguarda il futuro dell’Unione europea. Brillante l’intervento di Giulio Tremonti, convinto che la “cattedrale ideologica” che sostiene questa Unione europea stia “venendo giù”. Personalmente ne dubito. La mia impressione – ed è la tesi che ho sostenuto nel mio intervento – è che in realtà l’establishment stia tentando di riprendere il controllo, dopo i rovesci della Brexit e, indirettamente, la vittoria di Trump negli Usa. Ho ricordato l’articolo del consigliere di Obama, Kupchan, che delineava la strategia sostenendo che bisognava “adoperare il sistema legislativo, i tribunali, i media, l’opinione pubblica e l’attivismo” e indicava nell’Unione europea il nuovo, irrinunciabile hub strategico dei globalisti.

Ripensate a molti fatti di attualità degli ultimi 3-4 mesi e troverete ampi riscontri al quadro delineato da Kupchan: manifestazioni di massa, invasioni di campo delle Ong, sentenze e scandali giudiziari, rumore mediatico assordante in una sola direzione. Negli Stati Uniti ma anche per l’Unione europea, che infatti ha preso una posizione negoziale durissima con Londra, al fine di dimostrare chi è il più forte e soprattutto scoraggiare altri Paesi membri della Ue da intraprendere passi analoghi.

Ecco perché sono scettico sul fatto che non solo la Ue stessa ma anche la sua costruzione ideologica possano crollare. L’establishment non può permetterselo; anzi, deve dimostrare che l’onda sovranista è destinata a infrangersi proprio a Bruxelles.

Il che, naturalmente, non significa che avranno successo. Significa, semmai, che la battaglia è lunga e che sarà durissima.

Banca Etruria - Roberto Rossi lo specialista di archiviazione per i Boschi e che ha mentito al Consiglio Superiore della Magistratura, sta facendo la medesima operazione per la truffa praticata da questa banca

Risparmiatori Azzerati di Banca Etruria incatenati in Procura. Il caso di Carmela

Sotto le finestre della Procura i risparmiatori si sono incatenati per protesta

Enrica Cherici

5 maggio 2017 14:49

“Io sono qui perché non ho avuto nessun tipo di rimborso, ho esposto la mia situazione, che riguarda il mio babbo che ha 84 anni, all’avvocato e mi ha detto che è truffa. Nel febbraio 2016, sono stata 4 ore in Guardia di Finanza ad Arezzo e guardando tutti gli incartamenti mi hanno detto che è truffa. Ecco io ancora aspetto una risposta, perché qualcuno dovrà dichiarare questa truffa. Attendo, sollecito, stimolo la Procura che venga dichiarata la truffa, sono qui per questo, voglio giustizia”.

Il caso della signora Carmela esclusa dal rimborso forfettario per una firma, e le sue parole sono emblematiche della manifestazione organizzata da comitato dei Risparmiatori Azzerati dal Salva Banche che rappresenta i possessori di obbligazioni subordinate e di azioni di Banca Etruria della zona di Arezzo.

Sotto le finestre della Procura i risparmiatori si sono incatenati per protesta, dalle loro parole la spinta perché le indagini continuino nella direzione di trovare i veri responsabili del collocamento nel mercato di prodotti finanziari complessi quando gli stessi mifid tracciavano un profilo di rischio basso ammissibile, ma anche la ricerca di spiegazioni per quanto accaduto nelle varie procure italiane che si sono occupate di filoni d’inchiesta collegati al crack di Banca Etruria, come a Civitavecchia o a L’Aquila.



La manifestazione ha visto la presenza di decine di poliziotti, ma si è svolta in maniera pacifica alla presenza anche della senatrice del M5S Laura Bottici che oltre ad essere Questore del Senato fa parte della commissione finanze e della deputata aretina Chiara Gagnarli e dei vertici della Federconsumatori di Arezzo.

Nei prossimi giorni probabilmente si terrà un incontro tra una delegazione dei risparmiatori, i vertici della Federconsumatori e il pool guidato dal procuratore capo Roberto Rossi.

Nel video di copertina le interviste ai risparmiatori, ai rappresentanti del Comitato, alla Federconsumatori e alle parlamentari del Movimento Cinque Stelle.



http://www.arezzonotizie.it/attualita/risparmiatori-azzerati-banca-etruria-incatenati-procura-caso-carmela/

Monte dei Paschi di Siena ci si avicina al grande appuntamento con molti dubbi e poche certezze, una di queste e che pagheranno i risparmiatori

MPS: sarà un altro bagno di sangue per i clienti come per Banca Etruria? Cresce la tensione in attesa dell'ok al salvataggio pubblico


Banca Mps reuters

Non sarà un salvataggio indolore. Nelle prossime settimane è atteso il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale di banca MPS, una sorta di salvataggio pubblico che però, secondo le attuali regole europee, prevede anche il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti. Gli operatori temono che il bagno di sangue dei clienti di banca Etruria, Marche, Carichieti e Cariferrara, azzerati in seguito al decreto Salvabanche di fine 2015, in confronto al caso MPS sarà ricordato come una goccia nel mare.

In questo caso infatti, non si parla di quattro piccole banche del territorio, ma di quella che ancora viene considerata la “terza banca” del Paese, un vanto per la Toscana e un’istituzione per l’Italia intera fino a poco tempo fa. Sono migliaia quindi i risparmiatori che, in modo più o meno trasparente, sono stati convinti ad investire tutti i lori risparmi nelle azioni e nelle obbligazioni della banca più antica del Paese.

MPS attende che Governo, BCE e Commissione europea si mettano d’accordo per dare il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale da 8,8 miliardi di cui circa 6 arriveranno dalle casse dello Stato. I clamorosi ritardi sul via libera all’operazione e l’assordante silenzio calato nelle ultime settimane fanno temere il peggio.

Perché serve così tanto tempo alle istituzioni europee per dare il via libera ad un’operazione prevista dalla loro normativa? Il timore è che ci siano ancora alcuni delicati nodi da sciogliere: il primo riguarda i tagli a personale e filiali, su cui serve l’intesa con i sindacati e la disponibilità del Governo a finanziare prepensionamenti o ammortizzatori sociali; la seconda riguarda il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti ed eventuali rimborsi per coloro che riusciranno a provare di essere stati truffati dalla banca.

Tutto tace, ma MPS affonda

Il consiglio di amministrazione di MPS ha approvato i conti del primo trimestre 2017 chiusi con un rosso di 169 milioni. Un risultato in netto peggioramento rispetto allo scorso anno quando la banca aveva chiuso con un utile di 93,1 milioni di euro. Contrariamente a quanto detto qualche settimana fa dall’amministratore delegato Marco Morelli, i conti di MPS non stanno migliorando affatto e la banca continua ad affondare.

Per questo è necessario il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale concordata con il Governo sul finire del 2016. Quando l’aumento di capitale sul mercato è clamorosamente fallito, il premier Gentiloni ha attivato in fretta e furia uno scudo da 20 miliardi per le operazioni di messa in sicurezza delle banche italiane in difficoltà.

Il problema è che la bolla di urgenza entro cui era sprofondata MPS si è sgonfiata all’alba del nuovo anno. Stanziati i soldi e individuata la soluzione, tutto si è fermato. BCE e Commissione devono ancora dare il via libera alla ricapitalizzazione che intanto è salita a 8,8 miliardi (chiesti dalla BCE). Lo Stato è pronto a stanziare circa 6 miliardi.

Con l’ok agli aiuti di Stato, nel dicembre scorso, è stata scampata l’ipotesi fallimento e bail-in di MPS, scenario disastroso che avrebbe provocato un bagno di sangue per azionisti, obbligazionisti e forse anche correntisti di MPS.

La ricapitalizzazione precauzionale prevede l’intervento dello Stato e un coinvolgimento, anche se meno incisivo, dei clienti della banca, così come previsto dalla discplina europea che vieta gli aiuti di Stato alle banche in difficoltà. Anche questa soluzione quindi sarà tutt’altro che indolore per i clienti di MPS, ma almeno garantisce la continuità operativa e non coinvolgerà in alcun modo i correntisti.

Clienti MPS: altro disastro in arrivo?

Business Insider aggiunge un altro inquietante tassello alla vicenda MPS già costellata di inchieste, processi, condanne e tanti misteri. Secondo il giornale online infatti, dai piano alti di MPS nel 2012 è partito l’ordine diretto alle filiali e in particolare a coloro che si occupavano di vendita di strumenti finanziari allo sportello di “piazzare alla clientela obbligazioni subordinate”. L’ordine, partito più volte nel corso di quel delicato 2012 (quando alla guida della banca senese c’erano Giuseppe Mussari e poi Alessandro Profumo) sarebbe arrivato tramite un serie di mail partite dall’ufficio prodotti delle varie aree territoriali e indirizzate ai titolari delle filiali sul territorio.

I vertici di MPS quindi avrebbero spinto i bancari a vendere alla clientela retail bond subordinati, quelli che, non appena arriverà il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale saranno convertiti forzatamente in azioni. Si tratta di circa 4 miliardi di euro, di cui oltre 2 miliardi in mano ai piccoli risparmiatori e il resto nelle tasche di investitori istituzionali.

Quindi per gli obbligazionisti sarà un disastro? Difficile dirlo, dal momento che ancora mancano i dettagli dell’operazione. Secondo qualcuno l’unico a rimetterci sarà lo Stato che pagherà più di quanto dovuto azioni e obbligazionisti subordinate convertite, per altri il saldo finale per quei clienti convinti nel 2012 ad acquistare bond subordinati sarà negativo. Tutto sta nel vedere il prezzo al quale il Governo pagherà le azioni di MPS. Come spesso accade infatti, il diavolo si nasconde nei dettagli.

In attesa del via libera e dei contorni dell’operazione però, sale la tensione tra i clienti di MPS. L’Associazione Vittime del decreto Salvabanche teme che il burden sharing legato al salvataggio pubblico di MPS si possa rivelare un altro disastro per migliaia di famiglie così come accaduto sul finire del 2015. Lo scenario diventa ancora più inquietante se si paragonano i numeri in gioco. Con il decreto Salvabanche per il salvataggio di banca Marche, Etruria, Carichieti e Cariferrara sono stati azzerati gli investimenti di circa 130mila famiglie per un valore di circa 780 milioni. Per MPS i numeri sono nettamente superiori.

L’Associazione sottolinea la gravità della situazione soprattutto alla luce del silenzio assordante delle istituzioni che non danno nessuna risposta ai risparmiatori preoccupati. Nell’ultima assemblea, i vertici di MPS hanno fatto capire che i termini del Burden sharing saranno decisi dalle istituzioni europee e niente si potrà fare per mettere in salvo i clienti.

Da un giorno all’altro arriverà il via libera alla ricapitalizzazione precauzionale di MPS e solo allora saranno chiare le conseguenze per le migliaia di famiglie che si sono (af)fidate della banca senese.

La Moneta Complementare si può anche esplicare in moneta fiscale che potrebbe essere usato sia se si resta nell'ambito degli euroimbecilli sia se ci si presta a lasciare l'euro. Questi soldi in più servono solo per investire nella creazione della Piena Occupazionene Dignitosa altrimenti NON serve a niente

Una moneta fiscale per la ripresa

5 maggio 2017

Apprezziamo lo stimolo di Luigi Zingales ad approfondire il dibattito sull’euro come moneta unica. Forse però Zingales ha liquidato troppo frettolosamente la moneta fiscale come «illegale nel contesto della Ue». Concepita come “sconto fiscale” (sul modello dei “tax anticipation warrants” di Irving Fisher), la moneta fiscale non è una moneta parallela a corso legale, e quindi non entrerebbe in conflitto con l’euro. Anzi, contribuirebbe a migliorare l’euro, trasformandolo in una moneta comune.

Codogno e Galli (nell’articolo su queste pagine del 25 aprile) hanno criticato la moneta fiscale, con un contributo utile a mostrare visioni contrapposte sul rilancio dell’economia italiana. Con Codogno e Galli si schierano tutti quelli che considerano il debito pubblico come il problema principale, da affrontare con l’austerità fiscale e le “riforme strutturali”. La ricetta si traduce in una ricerca della competitività tramite riduzioni progressive nel costo del lavoro. Applicata alla Grecia, si è rivelata tragicamente inefficace.

L’economia italiana dal 2014 ha ripreso a crescere, ma a tassi molto bassi. Il reddito nazionale pro-capite, depurato dall’inflazione, era diminuito nel 2013 di oltre il 12% dal massimo del 2007, con una perdita di circa 3mila euro pro-capite, a prezzi del 2010. Un governo che volesse colmare il gap con una crescita dell’economia del 2%, porterebbe gli italiani nel 2021 al livello di reddito che avevano nel 2007: 14 anni perduti. Tassi di crescita più bassi allungano ulteriormente i tempi della ripresa e accentuano il divario tra l’Italia e gli altri Paesi, contribuendo a rendere “attraente” l’emigrazione per i nostri giovani.

La crisi ha diverse concause, ma ha trovato nelle regole dell’eurozona un perverso “destabilizzatore automatico”, già paventato da Keynes: se il sistema monetario assegna ai soli Paesi debitori il riaggiustamento degli squilibri, questi ultimi dovranno attuare politiche recessive, che si trasmetteranno ai Paesi partner e infine ai Paesi creditori. Senza riaggiustamenti sul cambio, resi impossibili con una moneta unica, il sistema regge solo se i Paesi in surplus trasferiscono liquidità ai Paesi in deficit, o perché aumentano le loro importazioni da questi ultimi, o perché sono disponibili a finanziarli senza limiti.

La seconda soluzione, puramente finanziaria e basata su movimenti di capitali a breve termine, ha consentito la fragile tenuta dell’eurozona fino alla crisi greca, per trasformarsi poi in un fattore di aggravamento della crisi. Quando si impone ai debitori di saldare il conto, questi potranno farlo se il loro reddito aumenta. Se invece si adottano misure di austerità, il cui primo effetto non è di diminuire il debito ma il Pil, il rapporto debito/Pil aumenta anziché ridursi e la bancarotta diviene ancora più difficilmente evitabile.

Nel campo opposto ai fautori dell’austerità sta chi pensa che il problema principale sia la creazione di lavoro, con azioni di contrasto all’aumento della povertà, e il rilancio del sistema-Paese, con politiche della ricerca e dell’innovazione: azioni che richiedono un incremento della spesa pubblica e non una sua riduzione. Ma un aumento della spesa pubblica è vincolato dagli accordi dell’eurozona, e, tanto più questi accordi sono rigidamente imposti per giustificare tagli al welfare e aumenti delle imposte, tanto più cresce l’idea che “liberarci dell’euro” sia l’unica strada per evitare il declino.

A fronte di tali vincoli, la cui modifica richiederebbe un passaggio lungo e faticoso per la revisione dei trattati, la proposta di una moneta fiscale è la soluzione più immediata per finanziare politiche di ripresa. A partire dalla crisi greca, molti contributi sono andati in questa direzione. Nel caso greco, la reintroduzione di una moneta nazionale vera e propria, che potesse svalutarsi rispetto all’euro, appariva preferibile, giacché ci si aspettavano benefici in termini di competitività di prezzo, al costo di probabili effetti sull’inflazione. Per l’Italia, che è in surplus commerciale, prioritario è invece il rilancio della domanda interna. Una spesa pubblica aggiuntiva, finanziata con l’emissione di moneta fiscale (per importi ragionevoli) consentirebbe di raggiungere lo scopo, con un impatto limitato o nullo, e ragionevolmente misurabile, sul deficit pubblico rispetto a una manovra espansiva in euro.

Dal punto di vista degli equilibri esterni, l’emissione della moneta fiscale avrà un impatto sulla competitività che dipenderà da come la liquidità aggiuntiva sarà effettivamente spesa.

Ma chi accetterebbe di essere pagato in moneta fiscale? Un dubbio apparentemente legittimo, ma forse non poi così tanto. Non in un Paese dove si offrono lavori non retribuiti, dove l’allungamento dei tempi di pagamento sta assumendo dimensioni inquietanti, e dove le piccole imprese iniziano addirittura a pensare di accettare bitcoin in pagamento, pur di vendere. La moneta fiscale è un mezzo di pagamento ben più affidabile dei surrogati appena menzionati, giacché ha una spendibilità di ultima istanza assicurata per il suo pieno valore nominale (beninteso, per coloro che le tasse le pagano).

Keynes ci ha insegnato anche che se un singolo debitore tira la cinghia, potrà (forse!) migliorare la sua capacità di rimborsare i propri debiti, ma quando tutti tirano la cinghia e nessuno spende, le imprese non vendono, i redditi crollano, i debitori falliscono e le banche accumulano sofferenze. A quasi dieci anni dall’inizio della crisi, e dopo che il debito pubblico - grazie all’austerità - è salito dal 100% del Pil nel 2007 al 132% del 2016, il tempo per invertire la rotta è quasi esaurito.

In conclusione, e a scanso di equivoci: così pensata e istituita, la moneta fiscale non è un sotterfugio per prepararsi a uscire dall’euro, bensì uno strumento per rafforzarlo. Affiancato da monete fiscali nazionali, emesse secondo le esigenze di ciascun Paese, l’euro potrebbe diventare ciò che avrebbe potuto essere fin dall’inizio: una moneta comune, complementare alle monete nazionali, e capace di sostenere il commercio fra Paesi membri senza alimentare quegli squilibri che stanno portando l’Europa sull’orlo della rottura.

Bibliografia 
Sul punto, si veda L. Fantacci, “Reforming money to exit the crisis: examples of non-capitalist monetary systems in theory and practice”, in J. Pixley and J. Harcourt (eds.) Financial crises and the nature of capitalist money: Mutual developments from the work of Geoffrey Ingham, Palgrave Macmillan, London: 2013. Si vedano anche B.Bossone, M. Cattaneo, M. Costa, e S.Sylos-Labini, “Uscire dalla crisi con la Moneta Fiscale”, Economia e politica, 20/4/2017, e la documentazione su monetafiscale.it.

La nostra proposta è in M. Amato, L. Fantacci, D.B. Papadimitriou, e G. Zezza (2016) “Going Forward from B to A? Proposals for the Eurozone Crisis”, Economies, 4(3):18. Una proposta simile è in T. Andresen e R.W. Parenteau (2015) “A program proposal for creating a complementary currency in Greece”, Real-world economic review, 71. Per una proposta di reintroduzione di monete nazionali vere e proprie, mantenendo l’euro, si veda ad esempio D. Meyer (2015) “A concept of the euro as a parallel currency—a gradual solution for the eurozone’s problems”, Capital Markets Law Journal, 10(3) 390-409.

Una proposta in tal senso è stata formulata in Francia da Bruno Théret , «Dettes et crise de confiance dans l’euro : analyse et voies possibles de sortie par le haut», Revue Française de Socio-Économie, 2/2013 (n° 12), p. 91-124.

7 maggio 2017 - Giulio Sapelli - Non c'è dubbio l'euroimbecille Mcron vuole il Globalismo Capitalistico mentre Marine le Pen è parte integrante del Movimento degli Stati Identitari

ELEZIONI FRANCIA/ Sapelli: Le Pen può ancora vincere, ecco perché

Emmanuel Macron e Marine Le Pen si giocano la poltrona di Presidente della repubblica francese nel ballottaggio, preceduto da un confronto tv. Il commento di GIULIO SAPELLI

05 MAGGIO 2017 GIULIO SAPELLI

Elezioni in Francia verso il ballottaggio (Lapresse)

Bisognava assistere al dibattito televisivo tra la signora Le Pen e il signor Macron che il 3 maggio ha incatenato dinanzi al televisore la maggioranza dei francesi e, spero, buna parte degli opinion makers internazionali. Ma a quel dibattito bisognava assistere avendo letto di Celine Viaggio al termine della notte e di Voltaire le numerose pagine in cui dileggiava Rousseau assimilandolo alle scimmie e agli animali a quattro zampe che si avvoltolano nel fango. Se non si fosse conosciuta la vita di Celine, il suo profondo antisemitismo, il suo legame intellettuale con una delle radici più forte della destra internazionale, ossia l'Action Francaise e tutta la tradizione secolare vandeana di un grande popolo come quello francese, quel capolavoro del Novecento sarebbe parsa la decostruzione linguistica della Commedia umana di Balzac, o dei Miserabili di Hugo: sarebbe parso un romanzo socialista, anarchico, un grido di dolore angoscioso e smarrito che proveniva dalle viscere della rivoluzione. Come gran parte della letteratura di "destra" del Novecento, basta pensare a Ezra Pound, Celine apriva un nuovo mondo, cercava una nuova via, che partiva dall'impulso di morte per risalire a una disperata utopia. Un romanzo vivo, palpitante, terribile e, se esiste un bivio nella storia, ebbene la scelta al bivio di Celine portava al dolore, ma anche alla trasformazione. Le invettive di Voltaire contro Rousseau erano invece l'arroganza suprema che aveva perso ogni dignitosa sprezzatura aristocratica per diventare cecità dinanzi al dominio di una ragione senza senso e senza fondamenti morali; quella stessa ragione illuministica che Adorno e Horkheimer faranno a pezzi nei Minima Moralia proclamando ad alta voce che, da un mondo senza utopie e senza illusioni, potevano scaturire solo immani sciagure, come infatti accadde con la Shoah. 

Questa si chiama non solo inversione della rappresentanza politica, come oggi accade quando la destra rappresenta i poveri e gli emarginati e coloro che decadono, mentre la sinistra rappresenta i ricchi, i semi ricchi, quelli che salgono e quelli che assalgono. In mezzo, come è noto, rimane il popolo degli abissi, che azzanna ora di qua e ora di là e ci fa capire che qualsiasi Leviatano è meglio di qualsiasi Behemoth, il mostro biblico che sguazza senza fine nel fango e nel sangue. 

Sì, ricordo tutto questo perché in quella sorta di sfida a duello in tivù, l'altra sera, si sono rappresentati due grandi filoni della storia, ma anche due scuole della storiografia economica e del pensiero economico. La prima è quella dell'anticapitalismo di destra, che ha avuto diverse declinazioni storico-concrete in diversi paesi, ma è inutile far sfoggio di erudizione. L'anticapitalismo di destra è un anticapitalismo nazionalistico, ossia nasce dal cuore e dalla mente, e non solo dal ventre, come dicono i detrattori, più ignoranti che mai, dei disoccupati, dei poveri, degli emarginati. E lo stesso anticapitalismo di destra pensa di difenderli e di migliorane le sorti continuamente costruendo e ricostruendo lo spirito di nazione, attraverso il respingimento dei migranti, una xenofobia intermittente, ma sempre presente, e poi una politica economica di protezionismo, di sovranità fiscale ancor prima che monetaria, favorendo - e questa è una contraddizione tipica di questa politica economica - quei poteri situazionali di fatto che di queste misure si avvantaggiano, spesso dimenticando una delle promesse centrali che si son fatte agli ultimi, ossia la redistribuzione della ricchezza e del potere.

La signora Le Pen è una rappresentazione fisicamente anche concreta di ciò: si veste più che spartanamente; ha una fisiognomica più popolare che mai, da come si pettina a come sorride; da come sa interrompere e instupidire l'avversario, in una lotta intellettuale che è anche fisica, ancestrale, quasi voluttuosa. Dall'altro lato c'è tutta l'egemonia culturale che ha conquistato nel mondo, anche nella Francia patriottica e non nazionalista, il pensiero liberista, il mito del mercato autoregolato, l'illusione dell'equilibrio sempre raggiunto, di cui oggi, come aveva ben previsto in Italia Augusto Del Noce e negli Stati Uniti Lipset e Riesman, si fa portatore di ciò che rimane della storica sinistra europea, socialista e postcomunista. 

In Europa, questo ribaltamento della tradizione ha però incontrato davanti a sé una sorta di insuperabile contraddizione: l'Unione economica europea con un sistema a cambi fissi, grazie alla creazione di una moneta unica che sottrae via via ogni forma di sovranità economica tanto alle patrie quanto alle nazioni, a seconda della tradizione culturale cui si appartenga. La contraddizione è che tutto il liberismo oggi dilagante si è inverato attraverso l'ordoliberalismus, ossia l'inveramento delle teorie di Eucken nel suo libro fondamentale Die Nationale Oekonomie, che si è inverato nel suo punto archetipale più nefasto, ossia dell'inserimento nelle costituzioni nazionali, sempre e solo dei principi economici liberisti e monetaristi antiinflattivi. Di qui due altre contraddizioni che nel dibattito televisivo sono emerse nelle parole di Macron. Un simile meccanismo è quanto di più illiberale vi sia (ricordate la distinzione, sempre attualissima, di Benedetto Croce tra liberismo e liberalismo?) e quindi diventa ben difficile sostenere la tesi che si vuole una forte Francia protetta da una forte Europa, perché lo squilibrio tra centro e periferia, ossia tra Germania e tutte le altre nazioni, è troppo forte per sostenere che si tratti di protezione e non di dominazione. L'altra contraddizione è quella che è stata disvelata dalla Brexit, ossia da un Regno Unito che sceglie di sfidare il mondo e insieme di vivere nel mondo, grazie alle regole del Wto, ossia di un libero mercato aperto, costellato volta a volta tanto dal free trade, quanto dal protezionismo selettivo. E questo non è l'Unione europea, che è invece tutto il contrario del free trade perché è uno Zollverein, ossia un'area doganale che apre i suoi mercati all'interno, ma che eleva barriere protettive a tutto il suo esterno, creando infinite contraddizioni tra ciò che rimane delle sue nazioni all'interno, per i diversi livelli di produttività esistenti, e opponendosi di fatto a ogni forma di cooperazione economica, con sistemi di nazioni o con nazioni a essa esterna, come dimostra la storia del commercio mondiale degli ultimi trent'anni. 

Nel dibattito televisivo queste contraddizioni sono esplose discutendo del possibile futuro dell'euro: eliminarlo, accompagnarlo con monete nazionali? Non si è discusso del fatto essenziale, ossia di quanto l'euro sia una concausa della crisi economica mondiale di tipo deflazionistico che continua a tormentarci dopo le ubriacature da esuberanza borsistica. Era il giovane Macron che doveva discettare di questi temi, lui fisicamente uomo dell'ordoliberismus: giovane e bello, con gli occhi azzurri; vestito da tecnico senza una punta di creatività; così presuntuoso e arrogante da dimenticare che ruolo stava svolgendo e a chi dovesse riuscir simpatico, con quelle sue invocazioni finali ai francesi di rimanere fedeli ai valori dell'Illuminismo, che gli costeranno un bel po' dei volti cattolici, con questa sua dimenticanza di quanto sia tormentata, e storicamente divisiva, quella che il grande Maestro Fernand Braudel chiamava l'identitè della France che per lui teneva miracolosamente insieme santa Giovanna d'Arco e l'ala moderata della rivoluzione francese, in quel meraviglioso equilibrio di cui De Gaulle era stato l'interprete più esaltante. 

È vero: la conferenza episcopale dei vescovi di Francia ha apertamente consigliato ai cattolici di non votare la signora Le Pen. Anche a questo ho pensato, oltre a Celine e a Voltaire, ascoltando la signora Le Pen e il signor Macron. E se a questo pensiero aggiungo che non c'è continente al mondo più secolarizzato dell'Europa, ecco un altro elemento che mi fa presagire che la signora Le Pen corre calzando gli stivali delle sette leghe. Verso che cosa? Certamente attraverso la trasformazione che è sempre meglio della glaciazione, nonostante ciò che pensano coloro che non hanno mai nessun dubbio sul cosiddetto cambiamento climatico.

Il Globalismo Capitalistico alle corde il Movimento degli Stati Identitari poggia su basi sempre più solide e alternative

Corea del Nord come esempio della fase finale del collasso dell’imperialismo USA

© Sputnik. Iliya Pitalev
15:16 05.05.2017(aggiornato 15:17 05.05.2017) 

La nuova distribuzione dell'equilibrio del potere globale ha preso in contropiede i vecchi signori del mondo che si rifiutano di accettare il loro tramonto e vogliono continuare a dettare la politica.

Le minacce degli USA alla Corea del Nord non costituiscono solo una violazione, l'ennesima, del diritto internazionale che stabilisce (Carta delle Nazioni Unite) che l'uso della forza o semplici minacce di questa, sono inaccettabili nelle relazioni internazionali, ma sono anche la più chiara espressione, a cui stiamo assistendo, della fase finale del collasso dell'imperialismo.

Gli USA sono feriti a morte da molto tempo, da quando nel 2008 ebbe inizio la crisi economica dalla quale il mondo capitalista tradizionale non ha potuto, né saputo ancora uscire, benché esista qualche indizio di ripresa e da quando due paesi hanno visto arrivare il loro momento di vedere saldati i vecchi debiti. Questi due paesi sono la Cina e la Russia.

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E' in questo periodo che il mondo ha cominciato a girare fuori dell'influenza statunitense, con iniziative come l'Unione Economica Euroasiatica, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, il Banco Asiatico di Investimento in Infrastrutture o la Nuova Via della Seta. Perfino con iniziative come quella dei BRICS e la sua Nuova Banca di Sviluppo, benché abbiano attraversato qualche momento di paralisi come nel caso del golpe avvenuto in Brasile contro Dilma Rousseff (1). Recuperato il fiato, i BRICS si sono opposti non solo con fermezza all'attacco contro la Siria, qualificandolo "inaccettabile" e reclamando il rispetto della legalità internazionale, dell'integrità territoriale e della sovranità del paese arabo, ma hanno cominciato a studiare la possibilità di allargarsi a nuovi membri, benché esista un certo divario tra India, che non è molto a favore a questa scelta e Cina, che invece la promuove.

Se a questo si sommano l‘incorporazione dello yuan come moneta di riserva del paniere di valute del Fondo Monetario Internazionale e il fatto che Cina e Russia stiano lavorando sul proprio sistema di finanziamento internazionale del commercio (MIR e CIPS rispettivamente) e al tempo stesso si stiano accaparrando in questi anni praticamente la totalità del mercato dell'oro, si ottiene un disegno più completo di questa realtà.

Pertanto, quello che apparentemente sono azioni di forza degli USA, come il bombardamento di una base aerea dell'esercito siriano o il lancio di una poderosa bomba in Afghanistan, ai quali si accompagna ora la pompa magna di minacce e spedizioni di portaerei alla Corea del Nord, non sono altra cosa che disperati tentativi di fermare questo collasso. Gli USA non hanno oramai nessuna altra offerta da fare, né economica, né politica, né un'altra forza da presentare che non sia la superiorità militare e questo sta diventando sempre di più un problema. Precisamente in questi giorni la Cina ha varato la sua seconda portaerei e ha annunciato l'inizio della costruzione di una terza (gli USA ne hanno in totale 11, mentre la Russia solo una).

Il risultato è che la minaccia contro la Corea del Nord va unicamente in questa direzione mentre viene deviata l'attenzione dalle costanti violazioni al diritto internazionale da parte degli USA, con la scusa del presunto appoggio di altri paesi, specialmente della Cina, con la sua politica contro Pyongyang. Perché gli USA guardano costantemente alla Russia e alla Cina che a poco a poco stanno falciando l'erba sotto i suoi piedi di superpotenza. Se nel primo caso è riuscita a rallentare un po' il suo deterioramento (raggiungendo una certa unanimità tra i suoi vassalli europei con le sanzioni alla Crimea e al Donbas ucraino), nel secondo non solo ha fallito, ma sempre più paesi che si presuppongono alleati degli USA si rivolgono verso la Cina.

© REUTERS/ HYUNGWON KANG

Agli Stati Uniti risulta molto facile fare una guerra contro un paese debole, come quelli che ha attaccato e demolito dopo il dissolvimento dell'URSS: Yugoslavia, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria… ma non sarà così facile con la Corea del Nord.

Negli Stati Uniti si parla della guerra portata avanti contro la Corea negli anni 50, come "la guerra dimenticata". Ma, quello che è quasi inesistente per gli statunitensi — a dispetto dei tre milioni di morti causati, la distruzione delle infrastrutture, delle terre coltivabili e l'uso di agenti chimici — per i coreani è molto vivo, perché quanto accaduto sta alla base del tradizionale comportamento della Corea del Nord, dato che tutta la politica che questo paese ha perseguito da allora cerca di dissuadere il prossimo attacco di chi crede ancora di essere "il principale impero militare della Storia". E come si dimentica la storia, si dimentica che quando gli USA si mostrano meno bellicosi verso la Corea del Nord, a sua volta questa diminuisce la sua presunta aggressività.

Così è accaduto nel 1990 quando Clinton patrocinò una normalizzazione delle relazioni tra i due paesi e si arrivò alla firma di un accordo per "congelare e ridurre" il programma nucleare nordcoreano (abbastanza simile a quello che dopo anni firmò Obama con l'Iran, per esempio), ma detto accordo fu ignorato da George Bush nel 2003 quando collocò la Corea del Nord nell'"asse del male" insieme a Iran e Iraq. La risposta della Corea del Nord fu logica, l'unica che poteva dare: rispondere alla retorica di guerra con la ripresa del suo programma nucleare e missilistico. Soprattutto e questo è quello che si cela normalmente, perché gli USA dagli anni '50 hanno in Corea del Sud centinaia di armi con capacità nucleare.

Senza fare un ripasso storico, che in ogni caso sarebbe favorevole alla Corea del Nord, bisogna dire che la situazione attuale si deve unicamente ed esclusivamente agli Stati Uniti e che bisogna partire dal 2015, anno in cui sembrava che il tema nucleare nordcoreano si stesse risolvendo quando la Cina propose, di comune accordo con Pyongyang, un accordo con gli USA: "la doppia sospensione." Cioè che la Corea del Nord rinunciava ai suoi test nucleari e missilistici e in cambio USA e Corea del Sud sospendevano le loro esercitazioni militari su larga scala. Ma gli USA, con Obama presidente, rifiutarono. Da allora Cina e Corea del Nord hanno insistito sullo stesso accordo, l'ultima volta il 9 marzo di quest'anno, già con Trump alla presidenza, anche se con lo stesso risultato negativo (2).

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Vale la pena notare che l'accordo parlava di "sospensione delle manovre su larga scala" che la Corea del Nord ha visto sempre come preludio a un'invasione e/o un attacco. E poi le manovre si svolgono sempre nei mesi di marzo-aprile-maggio cioè quando c'è il raccolto del riso e poi la semina. L'esercito nordcoreano normalmente partecipa alla raccolta e a causa di queste mega manovre è obbligato a diminuire di numero di coloro che vi si dedicano, perché ogni volta che ci sono queste manovre, l'esercito si mette in stato di massima all'erta. Se a ciò si somma che la Corea del Nord ha difficoltà ad ottenere fertilizzanti per le sanzioni, che ha attraversato un momento molto complicato dovuto alla siccità e anche per le inefficienze in termini di pianificazione economica, si capisce quanto per i nordcoreani la sospensione di queste manovre sia una questione vitale. Questo lo sanno anche gli USA e per ciò le realizzano in quelle date.

Ma in questo momento gli USA danno una virata molto pericolosa per la pace mondiale dato che vanno oltre le minacce di un attacco che riceverebbe senza alcun dubbio risposta. Molta o poca, ma una risposta che provocherebbe un clima di tensione così come non si è visto neanche nella guerra del Vietnam, l'ultima su larga scala nella quale si sono visti coinvolti gli USA. Perché ora ci sono altri attori che, allo stesso modo, rispondono in un modo o nell'altro e quegli attori sono Cina e Russia.

Tre avvenimenti per accentuare il collasso…

Le mosse degli Stati Uniti non sono casuali, né hanno a che vedere con la Siria, né l'Afghanistan, nel caso dei bombardamenti, né con la Corea del Nord. Hanno a che vedere con una serie di avvenimenti che hanno avuto luogo questo anno e che significano la fine definitiva degli USA come superpotenza.

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Il primo è la candidatura che a inizio marzo hanno presentato 13 paesi per essere ammessi come membri della Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (AIIB). Tra questi paesi ci sono gli occidentali Belgio, Ungheria e Irlanda e Canada, un paese prettamente "nemico" come il Venezuela e un altro, il Perù, fino ad ora partner privilegiato del defunto Accordo Trans Pacifico.

Nel caso di approvazione di detta candidatura — prevista per maggio — sarebbero già 70 i paesi che fanno parte dell'AIIB, una chiara minaccia per il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale che sono egemonizzati e sottomessi agli Stati Uniti.

Anche se formalmente l'AIIB non si presenta come un'alternativa alle istituzioni di Bretton Woods, nella pratica la maggioranza dei crediti che sta concedendo nell'anno in corso (da gennaio 2016) si stanno facendo in yuan e non in dollari. Per esempio, gli ultimi sono stati concessi all'Indonesia per un valore di 1.550 milioni di yuan (225 milioni di dollari) e al Bangladesh per un valore di 413 milioni di yuan (60 milioni di dollari). Questo è accaduto il 29 marzo e il 21 aprile, quando il vicepresidente USA visitava l'Indonesia "che cerca di resistere all'influenza economica e militare della Cina".

Uno degli organismi sussidiari della Banca Mondiale, la Banca Asiatica per lo Sviluppo, perde sempre di più terreno e in modo sempre di più veloce.

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Il secondo avvenimento, che ha a che vedere col primo, è la celebrazione nei giorni 13 e 14 maggio del Forum Internazionale "Una cintura, una strada", la nuova grande strategia commerciale geostrategica della Cina (3) che riunisce né più e né meno che 28 capi di Stato e di governo di altrettante nazioni.

Questo non sarebbe più significativo di quello che già è, se non fosse che quei capi rappresentano paesi come Russia, Bielorussia, Indonesia, Turchia, Vietnam, Filippine, Kazakistán, Pakistan, Uzbekistan, Malesia, Myanmar, Laos, Sri Lanka, Kenya, Etiopia… e perfino paesi occidentali come Italia, Ungheria, Grecia, Serbia, Cile, Argentina e forse anche la Spagna, paese che l'anno scorso ha deciso di unirsi con molti dubbi all'AIIB. Significa che i vassalli tradizionali degli USA sono sempre più alla ricerca di un nuovo signore da servire.

E il terzo, che ha a che vedere col secondo, è la celebrazione l'8 e 9 giugno dell'assemblea annuale dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), alla quale si uniranno come membri a pieno titolo India e Pakistan.

© SPUTNIK. MIHAIL KUTUZOV

Furono ammessi l'anno scorso, ma la norma è che non acquisiscano lo status di membri a pieno titolo fino all'anno successivo. Questi due paesi, nemici storici, potenze nucleari entrambi e che si sono affrontati in varie guerre dal 1948, devono ora adattarsi alle norme della SCO che servirà da ammortizzatore e mediatore delle loro divergenze. Allo stesso tempo si rinforzano i legami di India e Pakistan con Cina e Russia.

A rendere importante questo fatto che fa si che la SCO sia composta da otto paesi che costituiscono il 43% della popolazione del pianeta e generano il 24% del Prodotto Interno Lordo mondiale, lo è ancora di più il fatto che molto probabilmente in questa riunione l'Iran sarà accettato come nuovo membro, una volta scomparsi gli impedimenti — come le sanzioni — a una sua piena accettazione.

Con l'adesione dell'Iran, la SCO conterà su una formidabile leva commerciale e controllerà circa un quinto del petrolio del mondo, diventando ancora più impermeabile alla vulnerabilità dei prezzi — la Cina ha aperto la propria borsa petrolifera, la Russia prevede di fare la stessa cosa — e alle sanzioni.

Se a ciò si aggiunge la sorpresa capeggiata dall'Egitto e dalla Siria che quest'anno hanno chiesto la loro inclusione alla SCO, come già avevano chiesto negli anni precedenti la Turchia, la Mongolia, l'Afghanistan, la Cambogia, il Nepal, l'Armenia, l'Azerbaigian, lo Sri Lanka e la Bielorussia, si osserva con precisione come per l'Occidente le porte si vanno chiudendo una dietro un'altra e che il collasso imperiale è sempre più accentuato.

…e una collaborazione che si stringe

© REUTERS/ KIM KYUNG-HOON

Se una virtù hanno avuto i bombardamenti degli USA in Siria e Afghanistan, come le minacce alla Corea del Nord, è stata quella di stringere ancor più l'alleanza tra Cina e Russia. Si è detto che la visita del presidente cinese agli USA aveva come obiettivo, da parte statunitense, di "rompere" quell'alleanza. Quello che Trump ha annunciato a Jinping nel mezzo della cena, di bombardare la Siria, avrebbe dovuto essere "un messaggio" da lanciare e i soliti mezzi di propaganda, prima chiamati mezzi di comunicazione, si sono incaricati di presentare un'immagine bucolica tanto di quella riunione, come dei messaggi a forma di bombe. Hanno presentato come un successo tutto USA il fatto che la Cina si astenesse al Consiglio da Sicurezza dell'ONU nella risoluzione in cui l'Occidente (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) pretendevano di condannare il governo siriano come autore dell'attacco coi gas e a cui la Russia ha posto il veto. Ma non si tiene conto che la Cina non ha tanti interessi come la Russia nel paese arabo e che, normalmente, alterna astensione e veto seguendo la strategia della Russia. È la stessa cosa che succede con la Corea del Nord, dove la Russia non ha tanti interessi come la Cina e normalmente si orienta con la strategia cinese.

Che la collaborazione tra i due paesi sia solida e si fortifichi ogni giorno si evince da alcuni piccoli esempi: quando Tillerson, il Segretario USA, visitò Mosca dopo i bombardamenti in Siria, il giorno dopo la sua partenza, nella capitale russa arrivava il viceministro cinese, Zhang Gaoli, membro del Comitato Permanente dell'Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese. Cioè non solo un membro del governo, bensì un'alta carica del partito e dice chiaramente che la Cina ha informazioni di prima mano su quello che fu detto a Tillerson e della posizione della Russia non solo in Siria bensì rispetto al diritto internazionale e agli attacchi "preventivi" cui gli USA tanto piace ricorrere. E viceversa, la Russia ha informazioni di prima mano su quello che fa o non fa la Cina in Corea del Nord, per esempio. Un'altra visita importante a Mosca avrà luogo dal 25 al 27 di aprile e in questa occasione sarà Li Zhanshu, capo della Commissione Nazionale di Sicurezza a visitare il Cremlino per parlare di questioni "precedentemente concordate dai leader dei due paesi", secondo nota ufficiale cinese.

Questo significa una cosa: la comunicazione tra Cina e Russia è di alto livello e tra loro la coordinazione è quasi totale in politica internazionale. Per non avere alcun dubbio, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Cina ha detto che entrambi i paesi "hanno l'intenzione di spegnere tutti i punti caldi del pianeta, inclusa la guerra civile di Siria e le tensioni intorno al progetto nucleare della Repubblica Popolare Democratica di Corea."

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Smentendo i soliti propagandisti, specialmente gli statunitensi, che affermavano che gli USA erano riusciti a "rompere" questa alleanza, i cinesi hanno aggiunto che "tutta la politica estera della Cina e della Federazione Russa è logica e razionale" — viene da dire che quella statunitense non lo è — e che i paesi "rafforzeranno la loro cooperazione strategica, al fine di migliorare la stabilità internazionale".

Se a ciò sommiamo altre due questioni economiche rilevanti, per esempio il fatto che lo yuan o renminbi sia stato portato allo 0,7% delle riserve monetarie mondiali in quanto parte del paniere di valute del FMI, e questo è avvenuto ad ottobre 2016 benché la sua approvazione risalisse a dicembre dell'anno precedente (per avere un'idea di cosa rappresenta questa percentuale apparentemente piccola, bisogna dire che lo yen o la lira sterlina e altre monete di riserva del paniere FMI, da quando furono incorporate quasi 30 anni fa, rappresentano ognuna il 4% del totale delle riserve dei paesi del mondo) o che la Russia abbia già praticamente applicato l'alternativa alla SWIFT occidentale (il sistema che si usa per le transazioni finanziarie internazionali), la fune che normalmente brandisce sempre l'Occidente per minacciare e spaventare i governi che non si arrendono alle sue pretese — l'Iran è stato minacciato di non poter fare nessuna operazione commerciale attraverso SWIFT e lo stesso è stato fatto con la Russia dopo l'annessione della Crimea — si capisce meglio il titolo di questo articolo: assistiamo alla fase finale del collasso dell'imperialismo USA e tutti le mosse che stanno facendo hanno come fine di ritardare l'inevitabile.

Il nuovo potere politico, militare ed economico si sta muovendo molto in fretta verso est, verso l'Asia e sono già molti a muoversi affinché l'Occidente non sia in quel futuro o abbia un ruolo molto meno rilevante, se non irrilevante del tutto.

© FOTO: PIXABAY

Russia e Cina stanno facendo gli adeguati preparativi affinché sia così. La nuova distribuzione dell'equilibrio del potere globale ha preso in contropiede i vecchi signori del mondo che si rifiutano di accettare il loro tramonto e che vogliono continuare a dettare la politica mondiale e hanno solo una carta vincente da giocare e neanche sicura: il potere militare. Se ci sarà un attacco contro la Corea del Nord, questa carta verrà testata in modo molto concreto.

di Alberto Cruz

Note

(1) Alberto Cruz, "Eurasia como eje del siglo XXI (y II)" http://lahaine.org/eY7n


(3) Alberto Cruz, "El cinturón, la carretera y los pasos hacia el "gran salto" http://lahaine.org/fE8U