Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 maggio 2017

Francia - e il popolo francese si sveglia con l'euroimbecille Macron che ha il compito della riduzione del costo del lavoro (cioè meno salario)

Francia: austerità ieri, oggi… domani?


EDIZIONE DEL 20.05.2017

Macron è presidente della Francia. Il paese, diviso fra i due candidati «né destra né sinistra», quello neoliberista-finanziario e quello demagogico-identitario, ha fatto la scelta rassicurante della continuità. Ma senza dare un occhio alle dinamiche economiche è difficile capire il rivolgimento attuale: polverizzazione dei partiti tradizionali (sinistra socialista e destra gaullista di Sarkozy), trionfo dei candidati che entrambi a loro modo, rifiutano di essere incasellati nello schema destra-sinistra.

Cosa è successo? Prima di tutto le banche.

Gli istituti di credito francesi graveranno, secondo il belga Eric Toussaint, per circa 60 miliardi di euro sul bilancio statale, fra salvataggi e sconti fiscali concessi nel corso degli anni della crisi (2008-2017), con la ben disposta sponda dei governi che si sono succeduti: destra gaullista di Sarkozy (2007-2012) e socialisti di Hollande (2012-2017) entrambi hanno «riformato» le pensioni nel 2010 e nel 2014 (innalzamento dell’età pensionabile e aumento degli anni di contributi).

Da una parte si salva la finanza e le banche, mentre dall’altra si toglie a lavoratori e pensionati. È così sconcertante un rifiuto diffuso delle oligarchie politiche nel loro complesso?

Un’analisi del pensatorio progressista CEPR di Washington (aprile 2017) mostra come la Francia non sia stata affatto immune dal vento di austerità europea promossa da Commissione e governo tedesco sul continente (in modo particolarmente acceso verso il sud Europa); oltre alle «riforme» pensionistiche, durante la presidenza Hollande vi è stata una particolare accelerazione sul mondo del lavoro, con l’approvazione di tre leggi distinte: legge Macron (agosto 2015), legge Rebsamen (agosto 2015) e legge El Khomri (agosto 2016) la cui convergenza aumenta il precariato, liberalizza alcuni settori e decentra la contrattazione salariale alla singola azienda dal piano nazionale.

Si tratta di una esecuzione piuttosto zelante dell’agenda della governance europea e uno degli assi delle raccomandazioni della Commissione alla Francia. Nel report del 2017 (Commissione Ue, Country report France febbraio 2017) si registra infatti un sostanziale progresso sulla «riduzione del costo del lavoro» (cioè meno salario) – mentre in altri punti il successo è assai meno soddisfacente.

Il Macron di tale legge non è un omonimo: è proprio Emmanuel Macron che invece di concorrere alle primarie socialiste si è fatto un suo partito personale e dimessosi dal governo nel 2016 (ministro dell’economia), si è accreditato come l’alternativa innovatrice. Con qualche riscontro: Stefan Kreuzkamp di Deutsche Bank si felicita che «la Francia avrà per la prima volta un Presidente favorevole alle riforme».

In realtà non pare una grande novità (Wall Street Italia titola: «Macron si sceglie governo “tedesco” pro austerity»). Non sorprende più di tanto perciò che il gruppo di Economistes Atterrés (gruppo di studiosi progressisti) abbia liquidato in un agile report l’agenda economica di Macron come «economia a marcia indietro» e come «continuità coi predecessori nella linea della austerità con scarse rotture» (in un altro articolo dello stesso gruppo si parla ancora più sbrigativamente di «vecchie ricette liberiste sotto qualche orpello modernista»).

E non pare che tale panorama abbia dato frutti particolarmente soddisfacenti, considerando che secondo l’Uniceff un quinto dei bambini francesi vive in famiglie sotto la soglia di povertà e il tasso di disoccupazione si arrampica verso il 10% (qualche punto sotto l’Italia).

Rispondendo al povero Varoufakis che protestava contro l’imposizione dell’austerità in Grecia, il ministro Schäuble rispondeva: «L’ho nel Baltico, in Portogallo, in Irlanda, dobbiamo preoccuparci della disciplina … e voglio portare la Troika a Parigi».

Di certo i collettivi anticapitalisti che hanno manifestato il giorno dopo i risultati («Macron dimissioni!», «Un giorno solo è troppo!») non la accoglieranno bene. Vedremo alle legislative di giugno.

20 maggio 2017 - DIEGO FUSARO: Vi spiego il pensiero unico con Platone, Hegel e Gramsci

Decadentismo degli Stati Uniti - la non separazione tra banche commerciali e d'investimento è il fulcro del Globalismo Finanziario Capitalistico e Trump lo mantiene in vita

BANCHE: NUOVO PASSO INDIETRO DI TRUMP

Standard by Matteo Cavallito 19 maggio 2017 No Comments

Il segretario al Tesoro Mnuchin. Foto: Department of Treasury (public domain)

L’amministrazione Trump non intenderebbe reintrodurre di fatto il Glass-Steagall Act, la legge - approvata in piena Grande Depressione e abolita durante la presidenza Clinton – che sanciva laseparazione tra le banche retail e quelle di investimento. Lo si intuisce dalle dichiarazioni rilasciate ieri dal Segretario al Tesoro Steven Mnuchin davanti al Senate Banking Committee. “Pensiamo che ci siano delle potenzialità che potremmo esaminare in merito alla regolamentazione”, ha dichiarato Mnuchin, ripreso da Business Insider; “ma non sosteniamo la separazione tra istituti (retail, ndr) e banche di investimento”. Emblematica la replica fornita nell’occasione dalla senatrice Elizabeth Warren: “Che cosa pensa che fosse il Glass-Steagall se non esattamente questo (principio di separazione, ndr)?”.

Le parole di Mnuchin confermano in definitiva l’ennesimo passo indietro di Trump rispetto alle promesse elettorali in merito all’atteso giro di vite nei confronti degli eccessi di Wall Street. Non bastasse la nomina alla squadra di governo di alcuni contestati esponenti dell’alta finanza Usa (a partire dallo stesso Mnuchin), le (non) scelte compiute dalla nuova amministrazione appaiono oggi come tutt’altro che ostili ai grandi operatori del mercato. Appena due settimane fa, interpellato sull’argomento da Bloomberg, Trump aveva aperto uno spiraglio all’ipotesi di reintroduzione della norma (“Ci sto pensando”). Ma le affermazioni del Segretario al Tesoro sembrano delineare ora uno scenario poco edificante: una riforma annacquata incapace di andare al cuore del problema.

Siria - la forza aerea dell'Isis è composta dall'areonautica degli Stati Uniti, tre indizi fanno una prova. il primo, l'attacco e l'uccisione dei 70 soldati siriani uccisi per sbaglio a Deir Ezzor durante una tregua

SIRIA: SECONDO ATTACCO AEREO USA. BOMBARDATI I PARAMILITARI IRACHENI CHE COMBATTONO L’ISIS (CON L’AIUTO USA…)


(di Giampiero Venturi)
19/05/17 

Il clamore suscitato ieri dal bombardamento del convoglio siriano vicino ad Al Tanf sul confine siro-iracheno ha offuscato la notizia di un altro raid aereo compiuto da aerei americani della Coalizione anti ISIS.

Secondo quanto riporta la tv satellitare irachena Afaq, caccia USA avrebbero colpito ripetutamente una colonna di miliziani sciiti iracheni all’altezza di Abu Kamal, sul fiume Eufrate a ridosso del confine tra Siria e Iraq (200 km a est di Al Tanf).

I miliziani appartenevano alla KSS (Katai’b Sayed Al Shuada, KSS), Brigata dei Martiri nata nel 2013 e parte delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hashd Al-Sha’abi), potente milizia sciita irachena protagonista nella lotta contro l’ISIS nell’Iraq del nord.

Secondo l’International Institute for Counter-Terrorism il gruppo paramilitare avrebbe una forza compresa tra i 500 e 1000 uomini addestrati ed equipaggiati dalle forze Quds iraniane.

La guerra siriana, nella tragedia, finisce alle volte per diventare grottesca. Il dato curioso è che le milizie sciite impegnate in queste ore nella battaglia a Sinjar in Iraq (ovest di Mosul) fanno parte della grande armata a guida USA che intende debellare lo Stato Islamico. In sostanza i caccia americani avrebbero bombardato in Siria una milizia che in Iraq gli è alleata. Il motto di Inherent Resolve “One mission, many nations” a questo punto strappa un sorriso.

L’attacco che avrebbe causato una vittima, otto feriti e ingenti danni materiali, è avvenuto a 120 km a sud di Deir Ezzor dando conferma di quanto sostiene Difesa Online da alcune settimane:

- il fronte sud della Siria sta diventando lo scacchiere decisivo per le sorti politiche del Paese;

- gli Stati Uniti sono ormai coinvolti direttamente nella guerra e la loro attività militare cresce di giorno in giorno.

Sul quadrante di Deir Ezzor e lungo tutto il corso dell’Eufrate fino all’Iraq, si attendono novità importanti nei prossimi giorni. Abu Kamal è ancora sotto controllo dello Stato Islamico, ma il raggio d’azione delle milizie sciite si allarga, fino a cozzare apertamente con gli interessi della Coalizione in Siria.

Ricordiamo che l’Iraq è l’unico Paese arabo a maggioranza sciita. Dopo la caduta del sunnita Saddam Hussein nel 2003, il peso politico e militare degli sciiti è cresciuto esponenzialmente, fino a dimostrarsi un boomerang per gli Stati Uniti che lo avevano alimentato. Gli alleati principali degli sciiti iracheni sono il governo alawita di Assad, hezbollah e ovviamente il grande fratello Iran. Nonostante la guerra allo Stato Islamico (sunnita) sia impossibile senza l’aiuto dei miliziani sciiti (circa 100.000 uomini armati in Iraq), i primi ad esserne preoccupati sono i due principali alleati USA nella regione: Israele e Arabia Saudita.

(foto: US DoD, Inherent Resolve)

Siria - Spetsnaz in azione tiene sotto scacco la Rivoluzione a Pagamento

300 CONTRO 16: COSA ACCADE QUANDO UN'ORDA TERRORISTA VUOLE SOPRAFFARE FORZE SPECIALI...

(di Tiziano Ciocchetti)
19/05/17 

Le forze speciali russe, gli Spetsnaz, hanno guadagnato una straordinaria reputazione di efficienza e abilità; il loro nome deriva da una contrazione di spetsialnoye naznacheniya (di designazione speciale o di scopo speciale).

Ai tempi dell’Unione Sovietica gli Spetsnaz erano la migliore forza militare che i sovietici potessero schierare, uno status mantenuto anche con la Federazione Russsa.

A tal fine hanno costituito la punta di lancia negli interventi militari di Mosca: i reparti Spetsnaz sono stati l’avanguardia delle Forze del Patto di Varsavia nell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968; durante la fase iniziale dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, nel dicembre del 1979, squadre Spetsnaz hanno attaccato il palazzo presidenziale di Kabul (indossando uniformi dell’Esercito afghano), consentendo l’accesso a una squadra di agenti del KGB che aveva il compito di eliminare il presidente Amin.

I compiti degli Spetsnaz, nelle operazioni in Siria, sono essenzialmente di ricognizione in profondità, illuminazione di bersagli e azioni dirette.

All’inizio di questo anno un distaccamento di forze speciali russe, composto da 16 militari, è protagonista di un significativo fatto d’armi nella Provincia di Aleppo...

300 contro 16

Ricevute informazioni che miliziani di Al-Nusra – gruppo armato jihadista salafita – stanno implementando i loro attacchi nei confronti delle truppe governative in una zona della Provincia di Aleppo, un distaccamento Spetsnaz viene inviato per condurre un’operazione di ricognizione nonché di localizzazione di concentrazioni di miliziani, in modo tale da poter guidare un attacco aereo contro di essi.

Una volta giunti nella zona di operazione, i soldati russi individuano una serie di edifici occupati dal nemico, postazioni difensive, veicoli blindati e depositi di munizioni.

Le informazioni vengono comunicate al comando operazioni che provvede all’invio in zona del supporto aereo (CAS, Close Air Support). Nel corso dell'attacco vengono distrutti tre carri armati, una batteria di lanciarazzi, diversi lanciatori artigianali e due depositi di carburante.

Il giorno dopo la situazione muta, le posizioni russe cominciano ad essere oggetto di un massiccio fuoco di artiglieria. Le forze siriane, a causa di problemi di comando e controllo tra le varie unità inferiori, decidono di abbandonare la linea del fronte, lasciando gli Spetsnaz senza appoggio.

Un drone rileva la presenza di un shakhid-mobile, un veicolo con a bordo un attentatore suicida (VBIED), in avvicinamento.

La fortuna proprio non sorride ai terroristi: del distaccamento fa parte un operatore addetto al sistema ATGM (Anti-Tank Guided Missile), probabilmente un AT-14 Spriggan (secondo la terminologia NATO, foto apertura). Il veicolo suicida salta in aria ben prima dell'obiettivo... Il VBIED era un bulldozer ricoperto da 3-4 strati di acciaio, con della terra tra le intercapedini; di regola è seguito da un veicolo da combattimento BMP-1. Dopo aver preso posizione sul fianco destro del proprio schieramento, l’operatore dello Spriggan colpisce il BMP al primo colpo, l’esplosione che ne consegue è talmente potente da coinvolgere anche il bulldozer.

La situazione resta comunque precaria, gli Spetsnaz cambiano posizione.

Viene rilevata la presenza tra le fila dei miliziani jihadisti di numerosi sistemi anticarro di fabbricazione occidentale.

Nella successiva ora e mezza i russi eliminano un carro armato che sparava sulle loro posizioni da una collina. Verso sera, grazie ancora allo Spriggan, viene distrutto un camion che monta(va) sul cassone due cannoncini ZU-23 da 23mm.


In un solo giorno, un piccolo distaccamento di Spetsnaz ha respinto quattro attacchi portati con armi pesanti. Pur con una stima al ribasso, la forza attaccante non risulta essere inferiore alle 300 unità.

Quando i soldati russi riescono ad ispezionare il campo di battaglia, scoprono che i terroristi dispongono di ottimi equipaggiamenti: uniformi provenienti dall’estero, visori termici da fissare sugli elmetti, costosi kits medici, armi non solo di fabbricazione sovietica e cinese ma anche statunitense e israeliana.

Sopraggiunge la notte. Il comandante degli Spetsnaz ha già ordinato di minare gli ingressi alle loro posizioni. I guastatori si spingono fino a 500 metri dalle linee, sotto la copertura degli snipers. È dispiegato uno sbarramento difensivo composto da mine anti-uomo e anti-carro.

Il giorno seguente la situazione sembra tranquilla. Solo una breve parentesi: i bastardi tornano nuovamente all’attacco.

Per dare il bentornato si cominciano a far esplodere le mine. Diversi blindati saltano in aria, molti jihadisti concludono traumaticamente la propria esistenza.

A detta del comandante russo degli Spetsnaz è impossibile accertare il numero delle vittime nemiche.

Quando lo slancio dei terroristi termina, si lasciano le posizioni per ricongiungersi con i siriani.

Epilogo

Secondo il comandante del distaccamento, il non essersi ritirati e aver accettato battaglia, è stata una scelta ponderata in quanto i jihadisti non potevano alimentare attacchi continuati, inoltre il terreno offriva ampie possibilità difensive. In caso di ritirata, i terroristi avrebbero occupato una posizione estremamente favorevole dal punto di vista tattico, costringendo le forze governative ad uno sforzo dispendioso per riconquistarle.

Questo è un esempio del tipo di operazioni che gli Spetsnaz possono portare a termine, grazie alla loro flessibilità, addestramento e spirito di corpo rappresentano la perfetta sintesi del nuovo strumento militare che la Russia sta mostrando al mondo.

(foto: MoD Fed. russa / YouTube)

11 settembre 2001 due aerei tre torri - Riyadh rilancia la sua pazienza (e i suoi soldi) sono finiti. Sono gli Stati Uniti e gli ebrei responsabili della fake news hollywoodista, la verità, più passa il tempo e più trasborda da tutte le parti

MONDO
11 settembre, perché il consulente saudita dice che dietro c’erano gli Usa?


di Giulietto Chiesa | 19 maggio 2017

Strane cose dal mondo mentre un’America lacerata e isterica fatica a mantenere il controllo degli scenari in cui è impegolata. Ora è l’Arabia Saudita che manifesta ripetutamente segni di inquietudine e di rivalsa.

Inquietudine ben giustificata se si tiene conto che Riyadh è letteralmente appesa alla protezione americana e israeliana, e ha fondati motivi per credere che una tale America sia sempre più bisognosa di cure psichiatriche. Inquietudine che potrebbe innescare inedite reazioni vendicative, per quanto collidenti con l’interesse strategico. Come nei casi che qui stiamo esaminando, che si stanno trasformando in accuse devastanti per l’immagine e il ruolo guida di Washington.

La più clamorosa delle quali è la rivelazione saudita secondo cui “l’11 settembre 2001 è stato una operazione esclusivamente americana, progettata ed eseguita all’interno degli Stati Uniti”. Boom! Affondati in un colpo solo i servizi segreti americani e i debunkers che da sedici anni difendono la versione ufficiale dell’11/9.

La dichiarazione è uscita sul quotidiano saudita (con sede a Londra), Al-Hayat, firmata dall’esperto legale del governo saudita, Katib Al-Shammari. Dichiarazione interessante, ma soprattutto “interessata” in quanto Riyadh è impegnata a sottrarsi alle accuse di avere partecipato in varie forme all’attacco terroristico, e di evitare quindi il micidiale codazzo di indennizzi alle famiglie delle vittime che si rovescerebbero sulle finanze dei sovrani feudali dell’Arabia Saudita. Dunque l’offensiva di Katib Al-Shammari sarebbe finalizzata a bloccare in anticipo sentenze di qualche tribunale americano. Tant’è che qualche mese fa il governo saudita ha fatto sapere a Washington che, in caso ci si incamminasse su questa strada, Riyad sarebbe pronta a ritirare quasi un miliardo di dollari dalle banche americane.

Il piatto è ricco e Katib non pronuncia parole al vento in un momento d’ira. L’11 settembre – ha detto – è uno dei temi che hanno consentito agli Usa gettare la colpa su una serie variabile di capri espiatori: da Al-Qaeda ai Taliban, dal regime iracheno di Saddam Hussein all’Arabia Saudita. E ora la minaccia di pubblicare documenti che proverebbero la partecipazione saudita all’atto terroristico dell’11/9 sarebbe la “solita operazione” di scaricare il barile sulle spalle altrui.

Il legale saudita entra pesantemente nel merito della ormai più che quindicinale disputa: “Tutte le persone ragionevoli del mondo, che conoscono le politiche americane e che hanno esaminato immagini e video [dell’11/9] , sono unanimemente concordi sul fatto che l’assalto alle Twin Towers fu una operazione esclusivamente americana, pianificata e portata a compimento all’interno degli Stati Uniti. Prova di ciò è la sequenza di continue esplosioni che drammaticamente si verificò lungo entrambi gli edifici (…). Esperti ingegneri strutturali li demolirono con esplosivi, mentre gli aerei che si sfracellarono [contro di essi] diedero il via libera alle detonazioni, ma non furono il motivo dei collassi”.

Credere in toto al signor Katib Al-Shammari non è possibile, essendo egli stipendiato per difendere Riyadh. Lo si vede bene là dove egli, insistendo sull’operazione “esclusivamente pianificata e portata a compimento negli Usa”, difende i suoi patrocinati e il Mossad israeliano, oltre all’intelligence pachistana Isi: tutti comprovatamente e variamente partecipi dell’operazione. Tuttavia chi — come me e i milioni di persone che non hanno mai creduto alla versione ufficiale dell’11 settembre — possono sentirsi in qualche misura confortati da queste deduzioni, che provengono dal campo avversario e sono destinate comunque, prima o dopo, a far saltare il coperchio della menzogna.

Ma quella di Katib Al-Shammari non è l’unica cicogna a volare fuori formazione. Il mese scorso un altro cittadino arabo-saudita, il direttore del Centro d’informazioni per gli Studi arabo russi, Dottor Majed Abdulaziz Al-Turki, ha sorpreso il foltissimo uditorio di militari di tutto il mondo (eccetto i paesi Nato) riuniti a Mosca per la Sesta Conferenza sulla Sicurezza Internazionale, con una relazione in cui ha dichiarato con tutta chiarezza che i gruppi terroristici “esprimono non se stessi ma le intenzioni di forze ignote, non visibili, in quanto sottoposti ai servizi segreti di alcuni paesi”.

Non è entrato nel dettaglio e non ha rivelatori di quali paesi stesse trattando ma, affinché non vi fossero dubbi sul significato delle sue deduzioni, ha aggiunto che questi gruppi “non hanno ideologia“, i loro scopi sono “mutevoli in quanto corrispondono ai desiderata degli sponsor e di coloro che li assoldano”. In altri termini il rappresentante saudita ha descritto i gruppi terroristici come mercenari al servizio di altri paesi, non necessariamente islamici.

Se il cognome Al-Turki indica – come si presume – la nobile famiglia di provenienza, si deve immaginare che, anche in questo caso, qualcuno a Riyadh stia cominciando a perdere la pazienza e lascia intendere che è pronto a dire, se necessario, chi guida la danza della guerra in Siria e chi c’è dietro al Califfato.

Siamo dunque di fronte a fughe di notizie che, tutte insieme, chiariscono come gli alleati degli Stati Uniti sono ben consapevoli, anche i più fedeli, del ricatto, cui sono sottoposti in continuazione, mediante la pubblicazione di materiali compromettenti. Se vale per l’Arabia Saudita, non c’è motivo di pensare che non valga per tutti gli altri, compresi gli alleati europei (intendendosi tanto di Stati quanto, personalmente, dei loro leaders).

Così si spiega assai bene come mai questi signori siano così inclini a prendere decisioni assurde, o apertamente contrarie ai loro interessi. Al punto che talvolta ci si chiede come sia possibile che siano diventati così stupidi. La spiegazione di un tale dilemma è invece molto semplice: essi eseguono ordini sotto ricatto.

Un vaccino contro l'idiozia, un ulteriore attacco alla famiglia, un accanimento feroce contro chi non vuole vaccinarsi ma solo in Italia

Decreto Vaccini: il commento che sui giornali non leggerete mai.

Pubblicato 19 maggio 2017 - 21.58 - Da Claudio Messora



C’era un tempo in cui qualcuno mandava affanculo tutti, per qualunque cosa. Era la rivoluzione. Mandava affanculo i corrotti, mandava affanculo i ladri. Mandava affanculo chi viveva attaccato alle poltrone, i giornalisti servi, i ministri, i banchieri senza scrupoli, mandava affanculo le case farmaceutiche e i loro business.

Oggi, proprio le case farmaceutiche e i loro business hanno messo a segno un colpaccio mica male. Con un decreto legge scritto dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, con il probabile aiuto dal consulente ministeriale Roberto Burioni, il Governo ha emanato un decreto in base al quale i vaccini obbligatori passano da 4 (di cui uno conseguente a una tangente da 600 milioni pagata da GlaxoSmithKline al Ministro della Salute De Lorenzo, con sentenza confermata in cassazione), a 12. Dodici vaccini obbligatori. Non solo: impossibilità di frequentare le scuole da zero a sei anni per i non vaccinati, mentre per le scuole dell’obbligo pesanti sanzioni a carico dei genitori che non vaccinano, in tutto o in parte: fino a 7500 euro. E la segnalazione al Tribunale dei Minori per la sospensione della patria potestà.

Mica male eh? Dai, diciamocelo: un provvedimento che al confronto Mussolini era Gandhi. Ma non solo. Voi direte: cos’hai contro i vaccini? “Fanno bene, sono supersicuri“, dice Burioni. E poi sono necessari: tutte quelle malattie terribili come il morbillo. E se scoppia un’epidemia? Vacciniamoci tutti! Vacciniamoci contro qualunque cosa. Ma un vaccino contro l’idiozia esiste? Immagino di no: è controproducente.

La questione non è se i vaccini facciano bene o male, o – più probabilmente – bene e male contemporaneamente, perché come tutti i farmaci (ebbene sì, hanno dei bugiardini con delle controindicazioni, che vi fanno firmare, e voi firmate come se li capiste) si dovrebbero prendere quando servono, e non a tappeto. La questione non è neppure se per discutere di vaccini sia necessario avere una laurea o meno. Innanzitutto perché se – come ci dicono – noi genitori dovessimo avere la laura in medicina per decidere in merito ai vaccini, allora tantomeno a decidere per tutto un Paese dovrebbe essere una signora (il ministro Lorenzin) che ha la maturità classica, eppure non solo fa sfoggio di convincimenti che neanche un premio Nobel, ma legifera in conto terzi con spocchia e alterigia senza pari. Ma poi anche perché – e qui un vaccino contro l’idiozia sarebbe utile – se i genitori non possono “capire” perché non hanno la laura in medicina, allora tantomeno possono firmare astruse liberatorie prima della fatidica inoculazione al loro piccolo. Come possono infatti non essere in grado di mettere in discussione i vaccini perché non competenti, e contemporaneamente essere in grado di dare un consenso informato? Allora, se pretendi che io sia informato, sei obbligato a spiegare e a convincermi, e io posso decidere. Altrimenti, visto che adesso i vaccini sono obbligatori, voi non dovete firmare più niente, anzi: devono firmare la Lorenzin e Gentiloni, e assumersi tutta la responsabilità del caso, insieme allo Stato, responsabile in solido di tutte le eventuali reazioni avverse, già scoperte o ancora da scoprirsi.

Ma noi possiamo andare oltre alla questione della mera competenza, e fare un ragionamento che anche un uzbeko con la prima elementare potrebbe fare (con tutto il rispetto degli uzbeki, a cui chiedo scusa per l’incauto paragone). Anzi, possiamo fare molto più di un solo ragionamento. Mi limiterò a fare i primi tre che mi vengono in mente, se no mi viene fuori la Treccani.



Primo ragionamento: il decreto d’urgenza

Lo sapete cos’è un decreto legge? Facciamo finta di no: ve lo dico io: è una legge del Governo che entra immediatamente in vigore e che supera la discussione parlamentare. In una democrazia, infatti, l’iniziativa legislativa (il potere di fare le leggi) spetta al Parlamento, dove siedono i rappresentanti del Popolo (sì, con la p maiuscola). Ma allora, se le leggi le deve fare il popolo, perché il Governo può fare un decreto legge? Ricordiamo en passant che il Governo è scelto da un signore nominato dal Presidente della Repubblica, e non scaturisce direttamente come conseguenza dell’esito del voto: infatti dopo le dimissioni di Renzi, nominato a sua volta, non siamo andati mica al voto, ma Mattarella ha messo un avatar di Renzi a Palazzo Chigi. Risposta: il Governo può fare una legge, superando il Parlamento, solo se esistono i presupposti della straordinaria necessità e dell’urgenza. Ora, voi che non siete vaccinati contro l’idiozia, rispondetemi: quando esistono i presupposto di straordinaria necessità e di urgenza per un decreto legge sui vaccini? Ma quando esiste un’epidemia, naturalmente! A meno che non vogliate sconfessare quei quattro neuroni che ancora vi restano in testa. La domanda successiva è: esiste un’epidemia in Italia al momento – o esiste il rischio di una qualunque epidemia – tale per cui non si poteva aspettare una discussione parlamentare, dove a decidere sarebbero perlomeno stati i rappresentanti del popolo? Come dite? La meningite? No… quella era una fake news dei media per svuotare le scorte di magazzino delle farmacie, sconfessata dallo stesso Ministero della Salute (dopo che i magazzini si erano però svuotati) e dai media che l’avevano lanciata. Allora la polio? La parotite? Il prurito agli alluci dei piedi? Oppure… no, non ditelo… l’avete detto: il morbillo?

Se pensate che ci sia un’epidemia di morbillo in atto, fatevi vedere da uno bravo. Tanto per stendere un velo pietoso sull’ennesima fake-news dei servi della carta stampata, stipendiati da qualcuno, l’Istituto Superiore di Sanità ha appena certificato un calo del 600% dei casi di morbillo per maggio rispetto ad aprile, e dell’800% rispetto a marzo. E guardare i casi di morbillo dal 1970 vi farà capire che anche quelli del 2017 non sono niente di speciale. Ce n’erano più del doppio nel 2008, in piena copertura vaccinale. Allora, in proporzione ad oggi, cos’avremmo dovuto fare? Organizzare dei lager per i genitori e i bimbi non vaccinati? Evidentemente, visto che non è stato fatto, non rappresentava un problema. Ma forse la GlaxoSmithKline(quella della tangente da 600 milioni a De Lorenzo, che rese obbligatorio il loro vaccino dell’Epatite B) non aveva ancora scommesso 1 miliardo di euro nei prossimi 4 anni sui vaccini in Italia, partendo da un bel 60% (ancora con ‘sti 600 milioni, che numero fortunato!) dedicato al vaccino per la meningite (anche qui, lo sapete, vero, che la meningite ha tantissime cause, e che il vaccino ne copre solo una piccola parte? Certo, come no: questo la Lorenzin ve lo dice tutti i giorni).

Quindi non c’era nessuna condizione di straordinaria necessità ed urgenza per fare questo decreto legge. E dulcis in fundo, reo confesso è proprio Paolo Gentiloni, che va dicendo candidamente in conferenza stampa che non c’era nessuna emergenza. Ma allora perché è stato fatto? E soprattutto, visto che è stato fatto in maniera incostituzionale, è valido? Scommetto che la Corte Costituzionale non se ne occuperà. Ma anche laddove lo facesse, visto che in passato ci ha messo anche otto anni a prendere una decisione, nel frattempo qualcuno potrà fregarsi le mani per bene, nel suo retrobottega.

Secondo ragionamento: sicuri che sia un’evidenza medica che tutti questi vaccini debbano essere obbligatori?

No, neanche qui dovete essere laureati in medicina per capirlo, non preoccupatevi. Certo, non essere idioti aiuta, ma potete farcela. Seguite il labiale. Vi condurrò nel magico mondo della logica.

Quello che vi dicono è che bisogna assolutamente vaccinarsi (anche se Gentiloni stesso dice che non c’è nessuna emergenza), al punto da fare addirittura un decreto legge per la straordinaria necessità bla bla bla. Ma allora, se fosse necessario farsi tutti questi vaccini perché altrimenti Burioni si incupisce, uno si aspetterebbe che anche negli altri civilissimi paesi dell’Unione Europea ci siano tutte queste vaccinazioni obbligatorie e anche di più. Perché, signori, se non ve ne siete resi conto c’è Schengen, quindi non solo merci e persone possono circolare liberamente, ma anche i loro ospiti: virus, batteri e altre terribili amenità.

Allora prendiamo i dati ufficiali del 2010 (non è il secolo scorso, eh?) sui vaccini obbligatori (ovvero che si devono fare in conseguenza di una reale necessità sanitaria) o soltanto raccomandati (cioè, se li farete o no ai vostri bambini è una vostra scelta, ma anche se non li farete non rappresenterete di certo un pericolo per la società, altrimenti sarebbero obbligatori, no?). Li prendiamo da Eurosurveillance.org, un'”European peer-reviewed scientific journal devoted to the epidemiology, surveillance, prevention and control of communicable diseases“, così Burioni è contento che non è il blog di Montanari.

Bene. Allora cosa dite? Anche le economie trainanti dell’Unione Europea sono così vessatorie e fascitoidi nei confronti dei loro cittadini? Anche loro hanno tanti piccoli Burioni e tante mini Lorenzin a dare multe da 7.500 euro e a sottrarre i bambini ai genitori?

Sorpresa (per voi, non per me). Facciamo la classifica dei paesi per numero di vaccini obbligatori. Volete sapere Austria, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Islanda, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Regno Unito quanti vaccini obbligatori hanno? Tre? Quattro? Due? Uno No… Zero! Avete capito bene: Z-E-R-O! Nessuno! Null! ноль! Ma come? Nessun genitore in galera? E i bambini che muoiono per il temibile morbillo? E immunodepressi non ne hanno? E l’immunità di gregge? Sarà mica forse che gli altri popoli d’Europa sono molto meno gregge di noi? No, perché in Svezia hanno appena votato contro tutte le 7 proposte di legge che proponevano i vaccini obbligatori (eh sì, sai… lì c’è ancora un Parlamento che funziona, mica come da noi), e la Svezia è un paese che supera gli Stati Uniti nei fondamentali sulla salute come il tasso di mortalità infantile, la salute e il benessere materno, e la speranza di vita. Ditelo a Burioni e alla Lorenzin! Sempre che abbiate possibilità di esprimervi.

E va bene: non saremo come i francesi, come i tedeschi, come gli inglesi, come gli olandesi, gli austriaci, gli spagnoli… Non saremo perfino manco come gli estoni e i ciprioti, ma gli altri paesi? Quanti vaccini obbligatori hanno? Qui ho fatto la classifica, a manina.

Il Belgio ne ha solo uno (la polio); la Francia e Malta ne hanno tre; la Grecia ne ha solo quattro (come quattro ne avevamo noi fino a ieri, prima che la Lorenzin – dall’alto del suo diploma al classico – decidesse di fare il trattamento sanitario obbligatorio a tutti); la Repubblica Ceca e la Slovenia sette; l’Ungheria, la Polonia e la Romania ne hanno otto; la Bulgaria e la Slovacchia nove. And the winner is… ladies and gentleman… con un distacco di ben tre punti sui secondi classificati (squillo di trombe e di tromboni): l’ITALIA! (a pari merito con la Lettonia, che prestigio): dodici vaccini!

Da oggi siamo i primi in tutta Europa (compresi Islanda e Norvegia) per numero di vaccinazioni ai nostri bimbi. Tutti gli altri, sentiamo, stanno morendo di morbillo? E guardatevi un po’ la mappa dei paesi che ne hanno dai quattro in su. Uuups… saranno mica tanti paesi dell’Est europeo dove si suppone che la corruzione sia un fenomeno molto più importante della salute delle persone e delle verità scientifiche? Ma allora… allora l’Italia cos’è? Ai posteri (se li avremo) l’ardua sentenza.

Terzo ragionamento: l’ipocrisia politico-sanitaria

I giornali scrivono che l’accesso alle scuole sarà vietato solo ai bambini fino ai sei anni, non in regola con il calendario vaccinale “Burioni-Lerenzin“. E gli altri? Nessun problema: potranno tranquillamente iscriversi alle scuole dell’obbligo (primarie, secondarie, liceo etc)! Già… perché per questi ultimi Valeria Fedeli (il ministro dell’Istruzione, ndr) ha espressamente chiesto ed ottenuto (grandissima vittoria di Pirro) che l’istruzione (diritto costituzionale) fosse garantita. Eh sì! perché così lo sarà di certo! Infatti, i bambini non in regola con il calendario delle vaccinazioni potranno frequentare tranquillamente le elementari, le medie e le superiori! …a parte il piccolo particolare che i loro genitori verranno deferiti alle ASL, che in caso di ulteriore rifiuto alla vaccinazione dei pargoli (non importa se motivato o no) commineranno loro ogni anno multe fino a 7.500 euro (sì, ogni anno) e li denunceranno al Tribunale dei minori per fare loro sospendere la patria potestà (e quindi, plausibilmente, una volta sospesa, procedere alla vaccinazione coatta). Questo, cara Fedeli, significherebbe che il diritto all’istruzione è salvaguardato dal punto di vista costituzionale? Cioè i bambini possono andare a scuola, ma poi vengono di fatto “espropriati” dallo Stato? Come si chiama uno Stato che fa una cosa del genere? Stato di polizia? Stato orwelliano? Stato nazi-fascista? Prigione? Lager? Come si chiama?

Nel 2018 ci saranno le elezioni (almeno ce lo si augura, perché francamente oggi come oggi non si sa più). Qualcuno andrà al potere. Ricordatevi di votare chiunque vi metta per iscritto che butterà nel cesso questo abominio di legge e metterà sotto inchiesta i responsabili da parte di una specifica commissione parlamentare.

Nel frattempo… iniziate a imparare lo svedese.

addendum

Il 27 ottobre 2015 la posizione del Movimento 5 Stelle in Europa era questa:” Una vaccinazione di massa obbligatoria è un regalo alle multinazionali farmaceutiche ed è quanto di più lontano ci possa essere da un approccio appropriato. L’appropriatezza in medicina vuol dire “fare esattamente ciò che serve”, evitando di fare ciò che è superfluo. Tra vaccinare tutti e non vaccinare nessuno, c’è una via di mezzo molto più appropriata, e cioè vaccinare di meno e vaccinare meglio!”.

Autismo - Vaccini si ma perché l'obbligatorietà di un esavalente, non possiamo ne dobbiamo vaccinarci su tutto

Vaccino esavalente, ecco il documento “riservato” Glaxo che cita l’autismo



SCIENZA

Il Tribunale di Milano ha stabilito che il ministero della Salute dovrà versare un assegno a un bimbo di 9 anni affetto dalla malattia dopo che nel 2006 ipotizzando una correlazione con il farmaco Infanrix Hexa Sk. Ilfattoquotidiano.it ha letto il documento della casa produttrice che cita tutte le possibili reazioni avverse

di Davide Patitucci | 28 novembre 2014

Fa discutere la sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano che afferma l’esistenza di “un nesso causale” tra il vaccino esavalenteInfanrix Hexa Sk (contro difterite, tetano, poliomelite, epatite b, Haemophilus influenzae di tipo B e pertosse) prodotto da GlaxoSmithKline e l’autismo, e condanna il ministero della Salute (che ha “adottato” questo farmaco) a versare per tutta la vita un assegno bimestrale a un bimbo di nove anni affetto dalla patologia, al quale nel 2006 fu iniettato il vaccino.

La sentenza cita la perizia del medico legale Alberto Tornatore, nominato dal Tribunale milanese, il quale sottolinea che “è probabile, in misura certamente superiore al contrario, che il disturbo autistico del piccolo sia stato causato, o almeno concausato dal vaccino Infranrix Hexa Sk”, e che questo vaccino “mostra una specifica idoneità lesiva per il disturbo autistico”. La relazione del medico legale fa riferimento a “un poderoso documento riservato della GlaxoSmithKline (GSK)”. Un documento “confidenziale rivolto agli enti regolatori”, di 1271 pagine, quasi interamente tabelle, datato 16 dicembre 2011, che IlFattoQuotidiano.it ha avuto modo di analizzare (qui è possibile leggere la versione integrale). Le tabelle mostrano i cosiddetti “eventi avversi dell’Infanrix Hexa Sk”, gli effetti collaterali del vaccino esavalente “emersi nel corso della sperimentazione clinica pre-autorizzazione o successivamente, fra l’ottobre 2009 e lo stesso mese del 2011”. Il perito del Tribunale milanese fa in particolare riferimento a “cinque casi di autismo segnalati durante i trial, ma omessi dall’elenco degli effetti avversi sottoposto alle autorità sanitarie per l’autorizzazione al commercio”.


Il documento della Glaxo è basato su 1.742 referti medici internazionali, provenienti da 41 Paesi, in prevalenza Italia, Germania e Francia, inviati “spontaneamente” nel corso del biennio 2009-2011. Secondo l’indagine, a partire dal 2000, anno di lancio del vaccino esavalente approvato in 92 Paesi, sono state distribuite complessivamente più di 70 milioni di dosi e sono tra 6 e 24 milioni – un numero variabile in base al dosaggio raccomandato – i bambini vaccinati. Il documento presenta, in forma di tabelle, le “reazioni avverse al vaccino” elencate nelle varie relazioni mediche redatte dopo la vaccinazione: 3825 casi differenti di complicazioni mediche, relative a diversi apparati del corpo, come il sistema cardiovascolare, nervoso, respiratorio, o immunitario. Di questi 559 sono considerati più gravi, ma solo 56 sono elencati nel documento ufficiale. Nelle tabelle si fa riferimento anche all’autismo, inserito tra i cosiddetti “disordini mentali”, e ai cinque casi citati dal perito del Tribunale. Il rapporto si conclude affermando che “il profilo beneficio/rischio dell’Infanrix hexa continua a essere favorevole”. Manca, però, una descrizione dettagliata dei casi e della correlazione con l’autismo, malattia che in Italia colpisce circa 600mila persone.

Una correlazione che fa discutere, mai dimostrata scientificamente, tanto da spingere l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad affermare che “I dati epidemiologici disponibili indicano che non ci sono prove che suggeriscono che qualsiasi vaccino dell’infanzia possa aumentare il rischio di disturbi dello spettro autistico e che, in base a revisioni commissionate dall’Oms, non vi è alcuna associazione tra l’uso di conservanti come il Thimerosal, che contiene etilmercurio nei vaccini e disturbi dello spettro autistico”.

Proprio il mercurio è adesso finito sul banco degli imputati nella sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano. In attesa di nuovi progressi della ricerca, soprattutto sulle cause all’origine della malattia, ancora in parte sconosciute, c’è da giurare che le polemiche non si placheranno. Il ministero della Salute, infatti, contrariamente a quanto circolato inizialmente, ha preannunciato di aver presentato ricorso in appello contro la sentenza milanese, affermando in un comunicato che “sono destituite di ogni fondamento le dichiarazioni attribuite dalla stampa al difensore del ricorrente, secondo cui la sentenza sarebbe ormai passata in giudicato”.

Il regalo stabilisce un rapporto confidenziale, familistico, relazioni che diventano speciali a cui poi non si possono sottrarre da eventuali richieste più o meno corrette delle varie parti. Il regalo tra un ruolo istituzionale e un'azienda è sempre finalizzato a scopi e chi riceve e da il regalo ne è pienamente consapevole anche se non viene esplicitato

«L’orologio è solo un regalo
Chi corrompe non ringrazia»

La sottosegretaria dimissionaria Vicari: conosco Morace, ma ho favorito una categoria e non lui
di Monica Guerzoni
19 maggio 2017



«Sono Simona Vicari, mi aveva cercato?». Alle nove della sera l’ormai ex sottosegretaria alle Infrastrutture e ai Trasporti ha voglia di parlare e spiegare. La senatrice alfaniana, architetta, nata a Palermo nel 1967, si dice «assolutamente serena», ma il tono della voce tradisce emozione e stanchezza.

Il ministro Delrio è rimasto «molto stupito» per la sua scelta di prendere quel Rolex in regalo e le ha consigliato di dimettersi. Avete discusso?
«Ma no, e perché mai? Come avrà letto, Delrio ha detto di apprezzare il mio gesto».


Anche il premier Gentiloni le ha telefonato per chiederle di fare un passo indietro?
«Assolutamente no, mi hanno detto entrambi di prendere liberamente le mie decisioni».

Decisione sofferta, quella di lasciare?
«Nessuna sofferenza, perché io non ho agito nell’interesse di una persona, ma nell’interesse di una categoria. Il trasporto marittimo era l’unico mondo del trasporto pubblico rimasto fuori dall’esenzione dell’Iva e il ministro Delrio era a conoscenza di quell’emendamento».

Perché, al telefono con l’armatore Morace, rivendica il merito di averlo fatto modificare lei?
«Il testo ha fatto il percorso che doveva fare. Lo abbiamo mandato al Mef, poi all’ufficio legislativo...».

Al di là dell’inchiesta, non pensa che sia stato un errore anche dal punto di vista dell’opportunità politica accettare da Morace un orologio del valore di 5.800 euro? Lo rifarebbe, da sottosegretaria ai Trasporti?
«Ho letto sulle agenzie che sarei accusata di corruzione. Ma di che parliamo? Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo che si tratta di un regalo di Natale. Poi sì, io ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?».

Morace ha risparmiato 7 milioni di tasse.
«Ecco, non le pare che rispetto a questo, il valore del Rolex fosse un po’ sproporzionato? Un po’ poco, intendo».

In Parlamento gira voce che la contropartita del suo interessamento sia stata ben più alta. È vero che, dal suo posto al governo, lei ha convinto l’armatore Morace ad assumere suo fratello Manfredi?
«Ma quando mai? Mio fratello si è laureato in Giurisprudenza un anno, un anno e mezzo fa e alla Liberty Lines sta facendo uno stage a tempo determinato».

Glielo ha chiesto lei, di far entrare sul fratello?
«No, lui cercava qualcuno... Il mio rapporto con Morace non nasce da questo episodio, in Sicilia ci conosciamo tutti. Certo, in questo periodo i rapporti tra noi si sono intensificati. Ma voglio dirle un’altra cosa, anche se può suonare un po’ antipatico».

Prego.
«Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica».

Con questa uscita si farà qualche nemico. Altri se n’è fatti in Sicilia, ad esempio con quella vecchia storia della villa di lusso sul meraviglioso litorale di Kalura, che sua madre avrebbe costruito abusivamente quando lei era sindaco di Cefalù.
«Non c’è niente, assolutamente. È solo fango. Ma una come me, che fa politica da quando era ragazzina, è abituata a queste cose. Io ho fatto carriera dal basso, non sono di quelle nominate».

Il suo curriculum dice che a 23 anni era già assessore a Palermo.
«Esatto, la più giovane di sempre. Posso dire con orgoglio di essermi fatta sette campagne elettorali in Sicilia con la preferenza, che nella nostra terra non è facile».

Carriera brillante, non c’è che dire. La deve in grandissima parte all’amicizia con Renato Schifani, giusto?.
«Ah no! Basta dottoressa, per favore. Se vogliamo parlare di politica, bene, altrimenti la saluto».

Nel centrodestra raccontano che Schifani si senta «tradito», perché quando è tornato con Berlusconi lei ha deciso di restare con Alfano. Lei gli deve molto, politicamente...
«Io gossip non ne voglio fare ed è per questo che mi sono dimessa. Per dare serenità all’azione del governo Gentiloni».

E adesso? Come vede il suo futuro?
«Difenderò la mia correttezza e il mio operato».

Le comunità meridionali si uniscono per iniziare un processo per un Progetto di Vita

Quaderni del Sud, Pino Aprile: «Sud 2.0, ecco uno strumento per creare una rete di giovani imprenditori»

Ven, 19/05/2017 - 10:43

Didascalia Foto: 
Sud alla riscossa: gli studenti dell'Unical sul Fondo Lamberti confiscato alla camorra

AL 5° Forum delle R-Esistenze Meridionali, che si terrà, a partire da domani, a Scampia presso l’Officina delle Culture Gelsomina Verde, saranno presentati diversi progetti a sostegno dello sviluppo del Mezzogiorno attraverso lo strumento del crowdfunding.


Tra le idee in discussione nella tre giorni partenopea, lo scrittore e giornalista pugliese Pino Aprile spiegherà le ragioni della sua proposta denominata Sud 2.0.

Pino Aprile, cos’è Sud 2.0?

«Uno strumento per creare una rete di giovani imprenditori al Sud. Lanceremo una raccolta fondi (crowdfunding) per un milione di euro, per creare un quotidiano online che sostenga diritti e ragioni del Mezzogiorno; e, in ogni regione meridionale, un incubatore per aziende innovative di giovani del Sud. Su www.sud2-0.it c’è tutto».


Non mancano gli incubatori per start up.

«Sud 2.0, però, è concepito per ricostruire la comunità meridionale che ha sì bisogno di lavoro, altrimenti i giovani se ne vanno, ma soprattutto di ragioni e conoscenze che rendano desiderabile restare o tornare al Sud. Per questo (ecco il giornale e le iniziative culturali in scia), è necessario riscoprire il valore della nostra storia, della nostra terra, delle sue diversità, dei legami con gli altri. I giovani le cui idee saranno selezionate e finanziate, dovranno impegnarsi a non de-localizzare l’azienda, né a cederla ad altri, per almeno cinque anni, e ad avere intrecci societari (anche poco più che simbolici) con le altre start up che nasceranno e con Sud 2.0. E così fare una rete che si radichi nel territorio».

Cosa sarà dato ai giovani aspiranti imprenditori?

«Un finanziamento metà in servizi e metà in soldi. L’avvio di una nuova impresa comporta tanti obblighi e richiede competenze che costano e son difficili da mettere insieme. Chi viene prescelto non dovrà preoccuparsene: avrà ufficio, segreteria, assistenza legale, commerciale, bancaria e ogni consulenza necessaria, guidato da un tutore. Questa non è farina del mio sacco, ma di Agostino De Luca, giovane ingegnere gestionale, con anni di esperienza nelle due più grandi agenzia d’affari del mondo, prima di fondare la sua, pioniera in Italia nel genere (personal financial consulting). A regime, avremo, per ognuno dei sei incubatori previsti, due selezioni di cinque start up all’anno, per la durata di quattro mesi ciascuna. Per avviare 60 aziende all’anno. Sarà l’inizio».

L’inizio?

«Sì, perché Sud 2.0 è un progetto a cerchi concentrici; un sasso nello stagno: ogni cerchio è completo in sé e contiene possibilità di crescita, ma ne genera un altro, che allarga il campo e ha le stesse caratteristiche. Ripeto: il nostro intento è rafforzare la comunità meridionale e per questo c’è bisogno delle condizioni economiche per fermare l’esodo dei giovani e offrire una alternativa a chi volesse tornare. Capito che l’Italia non darà mai al Sud le stesse infrastrutture e opportunità che al Nord, il cui benessere si regge sulla subordinazione imposta al Mezzogiorno, l’unica strada per uscirne è far da soli».

Se quello è l’inizio, l’obiettivo finale qual è?

«Non c’è: è una linea spostata sempre più avanti. Abbiamo idea di dove si può arrivare; anzi, dove vogliamo arrivare, ma non ha senso parlarne ora. La vera decisione è: partire. Quanto lontano andare dipenderà dalle adesioni al progetto. Io ne avevo paura: la mia competenza è altra. Il mio solo patrimonio è quel pizzico di credibilità conquistata in quasi mezzo secolo fra giornali e libri. La reputazione è come la verginità: si perde una volta sola e per sempre. Alla fine, mi hanno convinto: la tua bella faccia, lucida e al sicuro in un cassetto non è utile a nessuno».

Com’è strutturata Sud 2.0?

«I soldi che raccoglieremo saranno restituiti al territorio nel modo che ho detto. Altre risorse ed eventuali guadagni, per statuto, vanno reinvestiti. Dopo tre anni, i risultati diranno quanto vale Sud 2.0 e si potrà mettere in vendita almeno metà delle quote, mirando a un azionariato popolare. Per altri due anni, però, tutti gli introiti dovranno essere usati per creare lavoro, ricerca, sviluppo».

Chi ci guadagna?

«Chi ci lavora. Sud 2.0 e quel che ne deriverà deve esser conveniente, o non servirà ad attrarre i giovani e generare futuro. Tutti devono esser pagati per quel che fanno, al meglio che si può. Chi scrive per il giornale avrà un compenso decente, non i tre euro ad articolo che umiliano tanti ragazzi colpevoli di voler diventare giornalisti»

Molto bello, ma... ce la farete?

«Non ci credessimo, ci esporremmo così? Finché parliamo di come si potrebbe fare meglio e chi dovrebbe farlo, nessuno lo fa. Per vincere la lotteria devi comprare il biglietto. Sud 2.0 è un progetto che poggia sulla fiducia in se stessi e negli altri. Basta registrarsi sul sito www.sud2-0.it, per restare aggiornati e partecipare alla campagna di crowdfunding che parte il 15 giugno».

venerdì 19 maggio 2017

18 maggio 2017 - Claudio Borghi Aquilini - RPL - Il Giglio Renziano- De Bortoli - I Gremb...

19 maggio 2017 - Il #JobsAct di Renzi è morto. Ascoltate i nuovi dati

18 maggio 2017 - Giovanardi INDAGATO. Stiamo parlando di MAFIA amici

18 maggio 2017 - Se ci date una mano qui facciamo sul serio




Pubblicato il 18 mag 2017
SocialTV è pronto per fare il SALTO.
Volete partecipare a questo progetto? Ascoltate cosa vogliamo fare, ma senza di voi non ci riusciremo mai
Per partecipare questo il link: https://goo.gl/Ph5UiQ

Benedetto XVI, papa emerito

"Se non entriamo nel silenzio non capiamo la Parola"

di Benedetto XVI*18-05-2017 


Questo saggio, pubblicato sul sito del periodico cattolico statunitense “First Things” con il titolo “With Cardinal Sarah, the Liturgy is in Good Hands”, è stato scritto come postfazione al libro-intervista (con il giornalista Nicolas Dat) “La force du silence. Contre la dictature du bruit” (Fayard, Parigi 2017) del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e verrà incluso nelle prossime edizioni del testo.

Un passaggio della Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia mi ha particolarmente colpito sin da quando, negli anni 1950, ne lessi per la prima volta le epistole: «È meglio tacere ed essere [cristiani], che dire e non essere. Insegnare è una cosa eccezionale, se colui che parla pratica ciò che insegna. Ora, vi è un solo Maestro che ha parlato e ciò che Egli ha detto è avvenuto. E persino ciò che Egli ha fatto silenziosamente è degno del Padre. Colui che ha davvero fatto proprie le parole di Gesù è anche capace di ascoltare il Suo silenzio onde essere perfetto: onde agire attraverso il suo dire ed essere cosciuto dal suo silenzio» (15). Cosa significa ascoltare il silenzio di Gesù e conoscerlo attraverso il suo silenzio? Dai Vangeli sappiamo che spesso Gesù trascorreva la notte da solo a pregare «sul monte», in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo dire, la sua parola viene dal silenzio e che può essere maturata solo lì. Dunque è logico che la sua parola possa essere intesa correttamente solo se si entra anche noi nel suo silenzio, se impariamo ad ascoltarla dal suo silenzio.

Per interpretare le parole di Gesù è certamente necessaria una cultura storica che c’insegni a capire il tempo e il linguaggio del tempo. Ma da sola la cultura storica non è sufficiente, se vogliamo sul serio comprendere il messaggio del Signore in profondità. Chi legga i commenti sempre più ampi che vengono fatti oggi al Vangelo resta alla fine deluso. Impara molte cose utili su quell’epoca così come tante ipotesi che ultimamente non contribuiscono affatto alla comprensione del testo. Alla fine si percepisce che in tutto quell’eccesso di parole manca qualcosa di essenziale: l’ingresso nel silenzio di Gesù, da cui è nata la parola. Se non siamo capaci di entrare nel suo silenzio, percepiremo sempre la parola solo alla superficie e quindi non la comprenderemo mai davvero.

Leggendo il nuovo libro del cardinal Robert Sarah, tutti questi pensieri sono tornati ad attraversare la mia anima. Sarah c’insegna il silenzio: c’insegna a stare in silenzio con Gesù, vera quiete interiore, e proprio in questo modo ci aiuta ad afferrare di nuovo la parola del Signore. Ovviamente di sé parla appena, ma qua e là ci lascia intravedere qualcosa della sua vita interiore. Rispondendo alla domanda di Nicolas Diat, «Nella sua vita ha mai pensato che le parole stessero diventando troppo ingombranti, troppo pesanti, troppo rumorose?», il cardinale risponde: «Nella preghiera e nella vita interiore ho sempre sentito il bisogno di un silenzio più profondo, più completo […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno assoluto sono stati di grande sostegno. Sono stati una grazia senza precedenti, una lenta purificazione e un incontro personale con […] Dio […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno, nutriti solo dalla Parola di Dio, permettono all’uomo di basare la propria vita su ciò che è essenziale».

Queste frasi rendono palese ciò di cui vive il cardinale, ciò che dà alle sue parole la loro profondità interiore. Da questa posizione privilegiata, egli può vedere i pericoli che minacciano di continuo la vita spirituale, anche dei sacerdoti e dei vescovi, e che quindi mettono pure a repentaglio la Chiesa stessa, nella quale non è raro che la Parola venga rimpiazzata da una verbosità che diluisce la grandezza della Parola. Vorrei citare solo un passo che può diventare un esame di coscienza di ogni vescovo: «Può succedere che un sacerdote buono e pio cada rapidamente nella mediocrità una volta elevato alla dignità episcopale, preoccupandosi solo del successo mondano. Sopraffatto dal peso dei doveri che incombono, preoccupato del potere, dell’autorità e delle necessità materiali del suo ministero, gradualmente esaurisce le energie».

Il cardinal Sarah è un maestro spirituale che parla dal profondo del silenzio con il Signore, dalla sua unione interiore con Lui, e per questo ha davvero qualcosa da dire a ognuno di noi.

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco per avere nominato un tale maestro spirituale alla guida della congregazione che è responsabile della celebrazione della liturgia nella Chiesa. È vero che anche per la liturgia, così come per l’interpretazione delle Sacre Scritture, è necessaria una cultura specialistica. Ma è altrettanto vero che la specializzazione può finire per parlare della questione essenziale senza capirla se non si basa sull’unione profonda, interiore con la Chiesa orante, la quale continua sempre a imparare di nuovo dal Signore stesso cosa sia l’adorazione. Con il cardinal Sarah, maestro di silenzio e di preghiera interiore, la liturgia è in buone mani.

Traduzione di Marco Respinti

*Papa emerito

18 maggio 2017 - DIEGO FUSARO: Prima l'italiano Riprendiamoci la nostra lingua

18 maggio 2017 - Marco Zanni: l'indipendenza della banca centrale

Francia e non poteva essere altrimenti, l'austerità è la politica di Macron, tutti devono pagare escluse le elite finanziaria globalizzate

Francia: Macron si sceglie governo “tedesco” pro austerity

18 maggio 2017, di Daniele Chicca

L’era Macron non inizia sotto i migliori auspici se si pensa che in Francia sono già iniziate le prime polemiche. Con la scelta dei ministri fatta ieri l’intento evidente di Emmanuel Macron è quello di scompigliare le carte dello spettro politico e rompere con un passato che in Francia è stato dal 1958 caratterizzato dalla polarizzazione destra-sinistra. Il presidente della Repubblica, su consiglio del primo ministro Edouard Philippe, ha nominato i 18 ministri – tre in più di quanto promesso – del suo nuovo esecutivo: un pot-pourri variegato come non si era mai visto nella storia repubblicana.

La metà dei ministri sono donna, la metà vengono dalla società civile mentre l’altro 50% è rappresentato da politici di destra, di sinistra, di centro e del suo movimento En Marche!. Il minestrone è stato scelto non tanto per mandare un segnale all’opinione pubblica quanto in chiara ottica elezioni legislative e quindi con il voto di giugno fisso in testa.

L’intento del candidato centrista indipendente è quello di assicurarsi una maggioranza parlamentare che gli permetta di governare a briglie sciolte. Se per esempio la destra dovesse aggiudicarsi il secondo turno, o se addirittura Macron non dovesse passare lo scoglio del primo turno, lasciando a Repubblicani e Front National la divisione della posta in palio dei seggi parlamentari, per l’Eliseo sarebbe difficile varare le misure previste dal suo presidente, perché ogni legge dovrà passare lo scoglio delle Camere.

Con una coabitazione del genere la presidenza Macron avrebbe più le fattezze di una repubblica parlamentare in cui l’opposizione controlla il ramo parlamentare e il governo il potere esecutivo. Per evitarlo Macron ha voluto offrire un posto di primo piano agli esponenti di diverse fasce politiche. Tra quelli che si sono mostrati subito pronti a tradire il proprio partito e salire in sella e seguire il suo progetto figura l’ex premier Manuel Valls. Seppure non sia stato eletto ministro, l’ex Socialista è stato in parte accontentato e non affronterà un rivale di En Marche! nella sua corsa al seggio della circoscrizione di L’Essonne.

Politica economica improntata al rigore

La scelta più controversa di Macron è stata quella del Repubblicano Bruno Le Maire, ex ministro del governo Fillon sotto la presidenza Sarkozy, al dicastero dell’Economia e del Fisco. L’ex candidato alle primarie del centro destra (arrivato quinto con nemmeno il 3% dei voti) è stato definito un “traditore” dai suoi ex colleghi di partito. Aveva sostenuto fedelmente la corsa alla presidenza del candidato del suo partito, Francois Fillon, fino allo scoppio dello scandalo Penelopegate. Dopo aver rinunciato aveva tuttavia detto che avrebbe votato comunque per il candidato dei Repubblicani. In una settimana dalle elezioni ha cambiato idea salendo sul carro del vincitore.

Il problema di un governo ‘minestrone’ come quello presentato ieri non è tanto a livello di immagine, quanto piuttosto di creare amalgama. Come farà per esempio il fresco ministro dell’Economia, posto ricoperto da Macron prima della sua candidatura alle presidenziali, con idee di destra su temi fiscali (nel suo programma delle primarie diceva di voler eliminare la tassa sulla fortuna che penalizza i ricchi), economia (convinzioni di stampo liberale) e lavoro (soppressione di alcuni diritti dei sindacati e dei sussidi di disoccupazione), a trovare punti d’incontro con il ministro dell’Ecologia, un attivista ambientalista? Agli Interni e agli Esteri andranno due esponenti socialisti, mentre il ruolo delicato di ministro del Lavoro – la cui riforma è una delle prime priorità dell’agenda Macron – è stato assegnato a una donna, Muriel Penicaud, che viene dalle Risorse umane di Danone e che ha lavorato per società sia private, come Orange, sia a controllo statale, come le Ferrovie SNCF.

Dal momento che il ministro dell’Azione e dei Conti Pubblici, Gérarld Darmanin, è pure lui come il responsabile dell’Economia un uomo di destra favorevole a un’Europa forte e al rispetto degli impegni sui conti pubblici, si può dedurre che la Francia penderà per una politica economica orientata al rigore e all’austerity. In questo Macron è stato strategico: saranno loro – e non esponenti di En Marche! – a dover prendere decisioni delicate e assumere le responsabilità per il previsto aumento delle tasse (la contribuzione sociale generalizzata CSG) e preparare i tagli di bilancio da 60 miliardi di euro durante i cinque anni di mandato. 


Le Maire ha idee differenti da quelle di Macron su molti punti, almeno a giudicare dal suo programma presentato durante la campagna delle primarie di destra: voleva tagliare un milione di posti tra i funzionari pubblici (Macron ne vuole abbattere solo un sesto) e voleva ridurre la tassa CSG. Semplificare la burocrazia per le aziende e la riduzione della tassa sulle immobiliari sono due punti invece in comune tra i due. Sempre in materia economica, Macron vuole inoltre far sì che aumenti il salario netto che arriva in tasca ai francesi.

Macron ha scelto loro per ragioni anche politiche, quindi. Con la consapevolezza che dopo il voto delle legislative il governo potrebbe subire un rimpasto a seconda di quale forza politica si aggiudicherà la maggioranza parlamentare. Le Maire è stato ministro degli Affari europei e conosce bene il tedesco e la Germania. Questo potrebbe metterlo in una posizione di favore nei negoziati con la Germania per riformare l’Eurozona e possibilmente i trattati. Il rischio è che Macron, che voleva accontentare tutti, potrebbe finire per non accontentare nessuno.


Siria - fake news sui forni con fotografie del 2006

Siria, spuntano armi chimiche ISIS. G. Chiesa: "Nessuna novità. Da chi le hanno ricevute..."

18 maggio 2017 ore 13:03, Stefano Ursi

E' la CNN a rendere noto che in Siria potrebbe essere attiva una cellula Isis per le armi chimiche: una notizia che sta facendo molto riflettere soprattutto per quanto riguarda il dibattito acceso che si è sviluppato, proprio sul presunto utilizzo di armi chimiche, da parte del governo siriano di Assad, sul quale pendono le nuove accuse della comunità internazionale sul presunto utilizzo di forni crematori per nascondere le prove dei massacri effettuati. Sullo scenario, mediatico e geopolitico siriano, IntelligoNews ha sentito il giornalista ed esperto di geopolitica Giulietto Chiesa che non usa mezzi termini: ''Siamo di fronte ad un'operazione propagandistica che tende ad accusare Assad di essere Hitler, infilando nella testa della gente, per associazioni mentali, i forni crematori di Hitler. Armi chimiche Isis? Si sapeva già''. 


Giulietto Chiesa La CNN ritiene possibile che in Siria esista in Siria una cellula Isis per armi chimiche... 

''Esisteva già e ci sono già state numerose informazioni sulle cosiddette armi chimiche assegnate ad Assad, e che in realtà erano laboratori di Isis. Non è una novità, ma una scoperta che fanno gli americani quando smettono di raccontare balle sui rapporti fra Trump e la Russia e ne inventano altre nuove: grazie per l'informazione, ma la sapevamo già''. 

Da qui nuova luce sulla questione del presunto bombardamento chimico dell'aviazione siriana, che poi portò all'attacco americano?

''Ripeto, le armi chimiche le hanno usate sia a Damasco che in altre circostanze i terroristi dell'Isis: in parte queste armi le hanno ricevute dagli alleati occidentali, in parte hanno imparato a produrle artigianalmente. Tutta questa operazione è interamente occidentale e ora, sui media occidentali, viene fuori pian piano la verità: perché sia la Russia che Bashar al-Assad hanno ripetutamente detto che le armi chimiche erano in mano ai terroristi dell'Isis. Anche qui nessuna novità, sappiamo che le hanno usate loro e che ogni volta che lo hanno fatto hanno tentato di far emergere il contrario, cioè che le avesse usate Assad. Complici, in questo, tutti gli alleati occidentali''. 

Oggi l'accusa americana ad Assad di utilizzare forni crematori per nascondere le prove dei massacri: le prove? Siamo alle solite?

''Naturalmente. Le fonti che sono state usate nel rapporto di Amnesty sono già state smentite, perchè quelle fotografie risalgono al 2006 e non costituiscono elemento di prova, che non c'è. Ci sono solo fonti, che sono rimaste anonime, e che tuttora non vengono rivelate con la motivazione di proteggerle. Ma queste fonti sono già in Occidente da tanto tempo, dunque non c'è nessuna ragione per cui non si dica chi sono. Allo stato attuale delle cose, come detto, prove non ne esistono: siamo di fronte ad un'operazione propagandistica che tende ad accusare Assad di essere Hitler, infilando nella testa della gente, per associazioni mentali, i forni crematori di Hitler''. 

Circolano voci e indiscrezioni secondo cui Assad potrebbe cercare rifugio a Londra. Ci crede? 

''Non saprei, ma penso che Assad sappia di essere nel mirino di un assassinio. Abbiamo sentito un ministro israeliano dire apertamente che bisogna eliminarlo e dato che conosco come funzionano i servizi segreti, penso che possano esserci già delle squadre pronte ad assaltare i rifugi di Assad. Che sia minacciato di morte, dunque, mi pare evidente, che ci sia una chiarissima intenzione di ricominciare la guerra utilizzando le panzane sui crematori e le armi chimiche pure: dunque che lui tema per la vita sua e della sua famiglia è chiaro. E anche se è ancora in grado di difendersi, sono certo che la sua localizzazione sia stata già individuata e che non possa spostarsi di un centimetro senza che si sappia. Ci troviamo in una situazione nella quale l'Occidente sta organizzando l'assassinio di un capo di Stato ufficialmente riconosciuto all'Onu: siamo ormai al di là dei limiti di ogni decenza internazionale''.

18 maggio 2018 - Il Punto di Giulietto Chiesa: "La crisi dell'America mette in pericolo i...

Le Vie della Seta sono ridondanti, è un Progetto-processo, che potenzialmente si può sviluppare in senso multipolare. L'Italia ha il Mare Nostrum e deve partecipare al processo-Progetto


Pubblicato il 19 maggio 2017 di pierluigi fagan

La Belt and Road Initiative – BRI (che, come acronimo, prende il posto del precedente One Belt One Road – OBOR, detta anche “Vie della Seta”) ha avuto il suo primo summit fondativo. Si tratta di un progetto infrastrutturale (strade, porti, stazioni, ferrovie, reti elettriche – tlc, gasdotti etc.) che vorrebbe innervare l’eurasia, coinvolgendo Medio Oriente ed Africa, per cui sarebbe più giusto dire “afro-eurasia”. Il capofila è la Cina che traina l’economia asiatica (presa senza India e Giappone) che pesa un 21% dell’economia mondo.


Assieme all’area russo-centro asiatica, arrivano al 23%. Coinvolgendo Pakistan, Iran e Turchia, si supera il 25%, un quarto dell’economia mondo. Questa rete potenziale di stati-economie ha dalla sua tre carte importanti: 

1) la continuità geografica di aree differenti sia in longitudine, che in latitudine; 
2) ricca dotazione di energia (Russia, repubbliche centro-asiatiche, Iran); ma soprattutto 
3) ampi margini di sviluppo potenziale. 

Quest’ultimo punto dice che se oggi questa parte di mondo pesa un 25%, fra dieci anni (o forse prima) potrebbe crescere al 30%, è cioè all'inizio o poco dopo l’inizio, di un ciclo di sviluppo potenzialmente lungo. Lo sviluppo porta crescita di potenzialità, cioè essenzialmente “dinamica” e poiché la “dinamica” è molto attraente per tutti, non è detto che anche il Giappone (6,5% economia-mondo) ed area indiana (3.4%) oggi alieni dal progetto, non cambino idea. Poi c’è l’area del Golfo che vale un altro 2% mentre l’Africa che oggi vale solo il 3% dell’economia mondo è non solo apertamente in target al progetto ma è anche l’area di sviluppo più promettente del pianeta. Volenti o nolenti, i destinatari finali del network, sono gli europei oggi ancora il 22% dell’economia-mondo come UE ma, al di là del “peso quantitativo”, portatori di un ben maggiore peso qualitativo in termini di conoscenze e tecnologie. L’Europa è un’area storicamente in contrazione ma per il progetto in questione questo potrebbe essere un bene in quanto i valori quanti-qualitativi sono ancora -e per un bel tempo rimarranno- “alti”, così che un’Europa divisa, anziana, in contrazione ma ancora ricca e pesante, potrebbe essere partner e non dominus come è stato nella sua triseco-lare storia imperial-coloniale.

Su questo progetto (BRI) si possono dire alcune cose. Questo è il quarto progetto-mondo della storia. 

  • Il primo invero non fu un progetto ma la risultante di una serie di spinte progressive mosse dalla concorrenza intra-europea che portò olandesi, portoghesi, francesi e britannici a muovere verso est, passando dall’Africa e bypassando gli

 

           arabi. Gli europei si presentarono qui e lì, occupando zone, commerciando in forme ineguali, usando               spesso la forza militare. Fu quindi più che altro un fenomeno di rapina organizzata alimentato da                volontà di potenza. 
  • Il secondo fu un progetto che si strutturò nel suo sviluppo, ovvero l’Impero britannico. Questo accentuò il controllo dei territori che nella fase precedente si limitava a porti o tratti di costa per commerciare con l’entroterra, accrebbe l’uso della forza e portò a forme di dominazione istituzionale e finanziaria. 
  • Il terzo è l’impero informale americano che superò l’imperialismo formale britannico, addirittura promuovendo la decolonizzazione formale, ma sviluppando tramite World bank, Fondo monetario internazionale, dollaro, sistema banco-finanza-off shore, network delle multinazionali e network di basi militari, una nuova forma assai sofisticata di controllo e dominio, non direttamente territoriale ma proprio per questo, con più ampie condizioni di possibilità in termini di estensione.
  • BRI si presenta quindi come la nuova puntata dell’interconnessione planetaria ma con punti di distinguo ben marcati: 
  1.  è il primo progetto non occidentale; 
  2.  non è un progetto imperial-coloniale di dominio e controllo promosso da un solo agente; 
  3.  non è un progetto a base finanziaria e militare ma spiccatamente commerciale; 
  4.  è il primo progetto che si svilupperà in concorrenza ad altri interessi, quelli della potenza egemone che abita su un’isola (il Nord America può essere assimilato ad un’isola per quanto continentale). 
I progetti o le dinamiche precedenti hanno avuto scontri per l’egemonia come ben sostenuto da Braudel ed Arrighi ma non sulla logica del progetto o della dinamica. Si tratta cioè di un “progetto” che ha chiaramente un leader (la Cina) che col suo peso del 15% dell’economia mondo complessiva è certo egemone ma non dominante. Ciò porta alla formazione di una rete di cointeressenze che dovranno portare le entità coinvolte a cooperare. Ad esempio, la forza commerciale, produttiva e finanziaria della Cina non è anche forza militare ed energetica che sono atout russi; i ricchi di spazio non 


coincidono coi ricchi di fondi finanziari e così i ricchi di materie prime non coincidono con i ricchi di capacità trasformativa; il controllo e la difesa delle reti da stendere dovrà esser fatto dagli attori locali e non da quelli centrali; ogni eccesso di influenza e controllo potrebbe spingere i singoli pezzi della catena a defezionare magari sotto pressione ed inviti più o meno allettanti del concorrente principale (gli USA); la risultante dell’intreccio complessivo dei flussi commerciali dovrà mantenere una convenienza condivisibile, un grave problema locale -trattandosi di reti- diventerà generale e ciò porterà tutti i partner a condividere in simultanea l’interesse del bene comune infrastrutturale; sulla carta -e più ancora nel corso del tempo sul piano concreto- è un progetto-processo il che dovrebbe portare a forme di cooperazione di più alto livello (proprie istituzioni banco-finanziarie, nuove forme di valuta globale, nuove istituzioni politiche multilaterali, forse anche inedite collaborazioni militari). Insomma, alla luce di un’analisi non ideologica, BRI sembra corrispondere in potenza, a quanto affermano i suoi promotori: un progetto cooperativo mondiale che può portare pace e sviluppo, equilibrio dinamico e premessa per una nuova forma di convivenza planetaria. Qui non c’è da essere fiduciosi o diffidenti di quelle che certo rimangono dichiarazioni d’intenti, è l’analisi obiettiva delle linee generali del progetto a dire che o questo riuscirà a mantenere le sue promesse migliori o si disintegrerà ancor prima di compiersi. Se manterrà le sue promesse migliori, risulterà davvero una delle possibili precondizioni strutturali per lo sviluppo di un sistema mondiale complesso ma non caotico.

Sul progetto in quanto tale, ne sappiamo ancora molto poco. Non è ancora perfettamente chiara la cartina logistica delle reti, le stazioni ed i terminali, la natura dei canali e le zone coinvolte appaiono e scompaiono in versioni successive delle versioni pubbliche del piano. Ma, a parte il fatto che poiché il piano ha rilievo geopolitico e non è privo di concorrenti e nemici è ovvio tenere le carte anche un po’ coperte, è anche natura di un progetto cooperativo aspettare che si vada formando la rete dei cooperatori, la dimostrazione concreta dell’impegno di ciascuno per stabilire esattamente cosa fa chi, dove, come e quando. E’ natura del progetto essere per certi versi “ridondante”. Questa rete deve avere


sempre pronte una o due alternative di flusso poiché dai disastri naturali a quelli geopolitici procurati volontariamente o anche involontariamente (rivolte locali), il suo flusso principale est-ovest non si potrà interrompere mai del tutto. Altresì, per evitare l’effetto autostrada che desertifica le antiche reti locali, gli assoni principali dovranno comunque essere centro di più ramificate reti locali aumentando di molto la complessità logistica del progetto, complessità che conosce solo chi è in loco. L’impegno logistico e soprattutto finanziario quindi, ha solo stime ma è intrinsecamente difficile da stimare perché è un progetto che probabilmente avrà solo alcune parti definite ex ante ma molte più parti legate all’effettiva cooperazione tra partner diversi, cooperazione che potrebbe non accadere dove previsto ma accadere dove prima non si era previsto, secondo flessibile opportunità. Più che un piano di logica ingegneristica quindi è un piano di logica agricola, si semina, si cura, si vede che ne vien fuori, poi si taglia, si corregge etc. Abbiamo quindi a che fare con un progetto aperto, flessibile, ridondante la cui arborizzazione dovrà per certi versi seguire una logica di bio-geografia cooperativa per prendere l’esatta forma di ciò che dovrà strutturare.

Quello che invece già sappiamo è che il progetto ha sì capofila la Cina ma assomiglia ad una sorta di versione attiva dei “paesi non allineati”. Questa forma di cooperazione che nacque a Bandung nel 1955, ebbe una storia più passiva che attiva e la BRI sembra essere la sua evoluzione appunto in forma attiva. Questo dice anche dell’enorme rilievo geopolitico del progetto, molti stati di varie dimensioni e della più varia natura e cultura che si mettono assieme per fare una cosa di comune interesse, lasciandosi reciprocamente liberi di esercitare le proprie forme di sovranità. E’ questa la forma più conforme all’idea del destino multipolare di un mondo a 7,5 miliardi di persone,
prossimi 10 miliardi.



Il progetto non crea il fenomeno multipolare, lo accompagna. Non è possibile nella logica dei sistemi pensare ad un mondo di 7,5-10 miliardi di persone dominato da una gerarchia di vertice stretto, la reiterazione del “secolo di qualcuno”, semplicemente, non può funzionare “fisicamente”. Poiché quindi, ci piaccia o no, un aggregato così ampio ed eterogeneo, formerà spontaneamente i suoi grumi più fitti, i suoi attrattori naturali, BRI sembra essere l’ipoteca di un progetto che tende a tenere in relazione queste parti, secondo il più antico interesse che ha mosso qualsivoglia comunità umana di ogni tempo e luogo: scambiare le eccedenze con le mancanze, ovvero, commerciare. Tolti gli anglosassoni (britannici ed americani) è poi quello che hanno fatto anche veneziani, genovesi, portoghesi, olandesi, arabi, indiani, cinesi e financo giapponesi per lungo tempo, senza per questo che l’uno dominasse l’altro pensando di infine dominare il mondo intero.

E’ lecito domandarsi allora, se questa è la precondizione di una nuova forma di globalizzazione. Qui sarebbe il caso di definire meglio i termini che usiamo altrimenti rischiamo di nominare nello stesso modo forme non analoghe. Lo scambio tra economie-nazioni è antico quanto le società complesse e forse anche più antico, non è questo che porta alla globalizzazione, lo sono le forme giuridiche-politiche-finanziarie che sovrintendono lo scambio, oltreché la formazione di una partizione densa dell’umanità sul comune pianeta.



La globalizzazione WTO (in via di archiviazione) ad esempio, prevede un azzeramento degli attori statali e quindi anche delle loro forme politico-giuridiche e regola lo scambio tra privati, secondo regole esclusivamente di libero mercato stante che la valuta di transazione internazionale è il dollaro. Quella che si avrebbe con una ramificata e complessa rete di scambi inter-nazionali secondo ad esempio, accordi bilaterali, regolati dalla mediazione tra le doppie giurisdizioni ed assecondata da un riferimento ad un paniere di valute, sarebbe internazionalizzazione. Si deve allora anche notare, che è in effetti da qualche anno (almeno quattro) che il volume delle transazioni commerciali mondiali ristagna e che stante che la BRI certo ha natura ovvia di supporto allo scambio commerciale, forse non è questa la sua prima ragione d’essere. La BRI potrebbe avere anche un significato economico in quanto tale e senz’altro un significato geopolitico, che i più attenti credono sia la sua prima ragion d’essere.

Il significato economico primo va riferito alla sua realizzazione più che al suo uso. La BRI è una forma di keynesismo planetario in quanto la domanda di tubi, acciaio, ferro, rame, mattoni, cavi, traversine, locomotori, vagoni, navi, sistemi di controllo, ingegneria logistica, banchine, gru, magazzini, uffici, asfalto e cemento dovrebbe essere positivamente stimolata. Così la forza lavoro che dovrà dare forma a tutta questa materia iniziale ma anche in seguito alla manutenzione. Reimpiego del surplus cinese ovviamente, ma anche forme di finanza mista pubblico-privato in capo alle nuove istituzioni banco-finanziarie che si svilupperanno intorno al progetto.



Certo il capitale privato, viziato dagli ultimi anni di redditività geometrica intorno alla finanza algoritmica, faticherà un po’ a vedere l’opportunità di un ritorno a medio-lungo termine e chissà poi quanto incentivante ma altresì, non è neanche possibile credere ad altri venti o trenta anni di finanza delle bolle, prima o poi tra Cina, FMI che ha di recente sponsorizzato l’idea di riprendere gli investimenti pubblici infrastrutturali o il piano interno a gli USA che chissà se Trump arriverà a poter mettere in essere, i grandi attori dell’economia-mondo potrebbero recintare gli spazi di manovra dell’haute finance e costringerla a tornare ad investire nel mondo del concreto. Già Arrighi ci ammoniva sul fatto che quella tra potere del territorio e potere dei soldi è una dialettica dell’esito ricorsivo se si analizza il cosiddetto capitalismo nella sua lunga durata. Gli investimenti per produrre la rete potrebbero ritornare poi come spesa minuta per la nuova offerta di merci, l’industria dei paesi meno sviluppati potrebbe svilupparsi un po’ di più e così renderli maggiormente strutturati. E’ chiaro che in questo spazio economico, si dialogherebbe con più valute, almeno inizialmente. Da vedere poi se la richiesta di imprescindibile stabilità finanziaria, porterà a panieri che esprimono un nuova moneta di conto o se lo yuan prenderà forma egemone. Inoltre, è ancora tutto da vedere a chi andrà la proprietà di queste infrastrutture e quali saranno i rapporti tra consorzi internazionali che realizzano, quelli che gestiscono e le sovranità territoriali, nonché i pressanti e fondamentali problemi di compatibilità ambientale e di redistribuzione sociale. Se tutto questo mostrerà di poter crescere nel tempo, se le promesse verranno mantenute dalla difficile messa in opera delle intenzioni, questo aspetto del progetto è auto attrattivo: più cresce, più calamita risorse e partner, più cresce. Prima quindi di arrivare a definire le forme dello scambio cooperativo, si formeranno le logiche cooperative per realizzare il progetto.

Ma forse, il primo motore di questa ambiziosa iniziativa, più che economico o commerciale è geopolitico. La Cina sa di avere bisogno di alleati per proteggere ed alimentare la sua lenta ma inesorabile crescita di volume economico che poi diventerà immancabilmente politico. Questi alleati si trovano in forma naturale nella dinamica del mondo contemporaneo e sono rappresentati dall’avanguardia che il rapporto PWC The World 2050 ha definito gli E7 (emergent) ossia: Brasile, Russia, India, Cina (BRIC), Indonesia, Messico e Turchia. Oggi più o meno alla pari con i G7 come peso sull’economia mondo, nel 2050 varranno più del doppio degli occidentali (Pil a PPP).



La dinamica è inesorabile, crescono poderosamente non solo gli E7 ma anche un seguito fatto di Egitto, Nigeria, Pakistan, Malaysia, Filippine, Bangladesh, Vietnam; scendono ed a volte crollano tutti gli occidentali che tra dollaro ed euro, IMF, WB, OCSE, BIS, Società di rating, grandi fondi ed assicurazioni, Wall street e City, controllano ancora oggi il gioco economico del mondo. Del resto, se si combinano i dati demografici, con quelli che premiano le economie che hanno ancora ampi e necessari margini di sviluppo, stante che ormai il mondo intero adotta il modo economico occidental-moderno come standard, seppur adattato, non c’è altro possibile risultato. Il tutto prende schematicamente l’aspetto di quella “grande convergenza” in cui c’è un ancient règime calante e decadente ed una pletora di sfidanti che hanno il comune interesse a prenderne alcune posizioni e leve di possibilità, sempre che non si mettano a competere gli uni contro gli altri. Il BRI a guida cinese o cinese-russa, condivisa al momento nella Shanghai Cooperation Organization ma domani in chissà quanti altri forum di cooperazione pronti a nascere, sembra allora proprio la strategia per compattare il fronte degli aspiranti di modo che non si perdano per strada in qualche ottuso egoismo particellare magari incentivato dal divide et impera e del vecchio gioco de ”il nemico del mio nemico è mio amico” (e varianti) alimentato dall’universo occidentale in contrazione. L’obiettivo è che il fine comune prevalga su quello particolare e la “squadra” protegga tutti i suoi membri dalle inevitabili ritorsioni ed insidie procurate da chi sta perdendo il dominio e con esso, le comode condizioni di possibilità che sostengono i rispettivi sistemi sociali. BRI è una strategia sottile e lenta, una tela tessuta a più mani per accompagnare delicatamente ma solidamente, la grande convergenza che segnerà la storia planetaria per i prossimi trenta e più anni, anche se il capo-tessitore, chi ha preso l’iniziativa (per quello si chiama “iniziative” e non project), ha chiaramente gli occhi a mandorla.

= 0 =

Amanti del discorso metaforico, i cinesi hanno citato a metafora del BRI, le anatre cigno selvatiche che in formazione, riescono a volare tra venti e tempeste mantenendo il loro ordine sistemico perché fanno branco e si aiutano a vicenda[1], alternandosi alla guida come i ciclisti in fuga. Ecco allora tornarci alla mente l’ochetta Martina di K. Lorenz, l’oca



selvatica[2] che avendo avuto come imprinting della nascita lo studioso austriaco, lo seguì tutta a vita come fosse la sua guida. Chissà se Xi Jinping conosce Lorenz o se quel suo “Come diciamo spesso in Cina -l’inizio è la parte più difficile-” citato nella seconda delle tre parti del suo lungo discorso d’apertura del summit. L’inizio, l’impriting del progetto è quindi fondamentale[3]. Xi ha riassunto i principi alla base del progetto così: BRI può essere la struttura per la pace, BRI è la pre-condizione per lo sviluppo e lo sviluppo è la precondizione per l’ordine sociale e politico, BRI porta ad aprirsi ma non a dissolversi, BRI alimenta l’innovazione, ma ricordiamoci che BRI non collega solo economie diverse ma civiltà diverse.

Noi, in Occidente, abbiamo ormai smesso di credere ai discorsi cerimoniali e farà strano che io mi soffermi su i pistolotti retorici del presidente rosso. Ma quando si ha a che fare coi cinesi, consiglio di procedere con cautela nell’applicare copia+incolla le nostre logiche perché loro sono un sistema, certo umano, ma nato, cresciuto e sviluppato parallelamente al nostro e in molti punti ha un diversa genetica, un modo diverso d’intendere le cose, una logica propria, un senso comune diverso.

Nei cinque classici confuciani, ad esempio, il



Libro delle odi (Shijing 诗经, X – VII secolo a.C.), veniva usato dagli ambasciatori dei vari stati, spesso in lotta tra loro, anche come codice allegorico per dirsi le cose senza dirle direttamente, una sorta di canone diplomatico-poetico per essere franchi o allusivi, ma mai diretti. Le parole pubbliche quindi hanno un peso, quelle dette e quelle non dette, un peso diverso dal dovere retorico che ha da noi il discorso istituzionale pubblico. Consiglio quindi al lettore più attento e curioso di leggerselo tutto il discorso di Xi[4], prima di far scattare l’interpretazione standard del comunista globalista che eccita la Davos neoliberale. Peggio di non capire le cose c’è il pensare di averle capite avendole capite male o per niente.

L’etologo austriaco premio Nobel (1973), scrisse nello stesso anno del premio, gli “Otto peccati capitali della nostra civiltà” (Adelphi, 1973). L’ottagolo lorenziano, snocciolava queste insidie: la sovrappopolazione della Terra, la devastazione dell’habitat umano, l’accelerazione di tutte le dinamiche sociali a causa della competizione fra uomini, il bisogno di soddisfazione immediata di tutte le esigenze, primarie o secondarie che siano Il deterioramento genetico causato dalla scomparsa della selezione naturale, la graduale



scomparsa di antiche tradizioni culturali, l’indottrinamento favorito dal perfezionamento dei mezzi di comunicazione, la corsa agli armamenti nucleari. Lorenz vedeva, in sostanza, un rischio adattivo per la nostra civiltà, una civiltà che ha teso ad emanciparsi dai vincoli (biologici, geografici, delle risorse, dei limiti naturali e storici) ma che non ha ancora trovato un suo senso positivo, che è scappata da qualcosa ma non ha ancora definito bene dove andare e soprattutto “se” ci può andare. Forse Xi non conosce Lorenz ma per una naturale convergenza del pensiero umano, sembra che lui ed i cinesi abbiano risposto ai warnings di Lorenz, abbiamo definito dove “loro” vogliono andare, come e con chi. Cooperazione e competizione sono i due atteggiamenti naturali di ogni specie vivente, chi ha sviluppato più l’una, chi l’altra. La lotteria adattiva ha talvolta premiato l’una strategia o l’altra, tenendo conto che le due non sono solo in alternativa secca ma più spesso sono amalgamate in qualche “giusto mezzo”. Ad oggi, almeno a leggere le cronache, “loro” vantano cooperazione, “noi” -solo- competizione.

Va detto che il nostro Gentiloni è stato uno dei pochi occidentali ad aver raccolto l’invito, uno dei 29 capi di Stato presenti. Ma l’Italia fa parte anche dell’UE e della NATO e sebbene usa (come del resto tutti gli altri) a farsi anche degli affari in proprio, potrebbe esser frenata a seguire il suo istinto naturale (che è geografico come si evince prendendo una qualsivoglia cartina), poiché il capobranco americano che tra l’altro abita un altro continente, decide diversamente. E’ allora importante che noi tutti si cominci a domandarci da che parte stare, come ci vogliamo


presentare a quell’incontro di civiltà che propone Xi ma non solo. L’irruzione del “problema geopolitico” nel dibattito pubblico italiano è ben segnato dal numero in uscita di Limes dove il titolo “A chi serve l’Italia?” può e dovrebbe anche esser letto come “All’Italia chi serve?”, qual è il nostri interesse nazionale oggi e per i prossimi decenni? Chissà che nel nuovo mondo multipolare, per la terra di Marco Polo, non si aprano nuovi-vecchi orizzonti, quegli orizzonti mediterranei cantati da Braudel che suonano così diversi dalla metrica teutonico-anglosassone. Ora è quel momento iniziale, il momento dell’impriting, lì dove l’ochetta Martina decide che direzione prendere, a quale branco appartenere. Forse c’è politicamente qualcosa di più importante che seguire la mondezza romana o le vicende della tecnocrazia neoliberale europea o l’istant poll su quanto è cafone Trump o il dramma della dissipazione introflessa della fu-sinistra[5] o mettere i cuoricini su i post di che parlano bene di Putin. C’è da decidere cosa noi dovremmo fare per i prossimi trenta e più anni per darci nuove condizioni di possibilità senza le quali dovremo rassegnarci ad un futuro di utenti di like e dislike ininfluenti.

0 = 0


[2] Quella di Lorenz era una Anser anser mentre quelle citate dai cinesi sono Anser cygnoide, di origine mongola. La logica delle geometria variabile migratoria però è la stessa.

[3] Nella cultura della complessità, analogo (non identico) è il concetto di path dependence.


[5] Può essere interessante per coloro che vogliono ragionare sul diverso modo di sviluppare il marxismo la lettura dell’ultimo D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, 2017. Nel mio piccolo, convengo con lui sull’insostenibilità dell’atteggiamento eccessivamente idealista del marxismo occidentale e per altro, sono i fatti del sempre più esiguo ed anziano suo seguito politico concreto a dimostrare questa insostenibilità.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2017/05/19/xi-jinping-e-lochetta-martina/