Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 maggio 2017

27 maggio 2017 - Mario Albanesi: "Un'unica Corea"

Vaccinazioni la furia frettolosa del governo italiano in assenza di qualsiasi urgenza per servire al meglio le multinazionali del farmaco

LA SVEZIA VIETA LE VACCINAZIONI OBBLIGATORIE…

Maurizio Blondet 26 maggio 2017 

Il 10 maggio il Parlamento svedese ha respinto 7 proposte che avrebbero promosso le vaccinazioni obbligatorie. Il governo svedese ha deciso infatti che le politiche di vaccinazione forzata sono contrarie ai diritti costituzionali dei loro cittadini.

La Svezia, invece di aderire alla pressione delle aziende farmaceutiche o delle tattiche spaventose dei media mainstream, ha adottato la decisione di rifiutare l’applicazione della vaccinazione obbligatoria ai suoi cittadini. Infatti, un tale mandato, hanno affermato, violerebbe la Costituzione del paese.

Anche altri fattori hanno influenzato questa decisione. Da un lato c’è stata la pressione dei cittadini che hanno manifestato chiaramente il loro dissenso oltraggio al concetto di vaccinazioni forzate. Il testo di uno dei moti relativi alla decisione ha rilevato che i parlamentari avevano osservato “una grande resistenza a tutte le forme di coercizione per quanto riguarda la vaccinazione“.

I politici hanno anche citato alcuni dati dal sistema sanitario svedese (NHF) che hanno rivelato frequenti e “gravi reazioni avverse” al vaccino MMR (morbillo, orecchioni e rosolia) ed hanno osservato che tali reazioni sono specificate anche nel foglietto informativo del vaccino. I politici hanno affermato che siccome i bambini dovrebbero ricevere due dosi di questa vaccinazione, questi considerevoli rischi sarebbero raddoppiati. Inoltre hanno sottolineato che tali rischi non erano limitati al vaccino MMR, ma che altri vaccini causavano “reazioni avverse simili”.

Ecco il testo originale in svedese di ciò che è avvenuto:

“La NHF svedese ha inviato una lettera al Comitato e ha spiegato che violerebbe la nostra Costituzione se introdusse la vaccinazione obbligatoria o la vaccinazione obbligatoria come è stata presentata nel moto di Arkelstens. Molti altri hanno anche presentato una corrispondenza e molti hanno richiamato il Parlamento e il politico. I politici parlamentari hanno sicuramente notato che c’è una massiccia resistenza a tutte le forme di coercizione per quanto riguarda la vaccinazione.”

“La NHF svedese mostra anche le frequenti reazioni avverse in base al tasso a cui FASS specifica nel foglietto illustrativo del vaccino MMR, quando si vaccina un gruppo intero di anno. Inoltre, bisogna tener conto che ogni gruppo di età riceverà due volte il vaccino MMR, per cui gli effetti collaterali sono raddoppiati. Non dobbiamo dimenticare che, inoltre, si applicano simili liste di reazioni avverse per altri vaccini. Nella lettera abbiamo anche incluso una vasta lista degli additivi trovati nei vaccini – sostanze che non sono sostanze per la salute e non appartengono a bambini o bambini. Abbiamo finito l’opinione dei politici con una scoraggiante lista di studi che dimostrano che la vaccinazione è una cattiva idea.


Ceta - i servi delle multinazionali, zitti zitti, licenziano il disegno di legge per approvare la cessione di un altro pezzettino di Sovranità Nazionale

Gentiloni approva il CETA in silenzio stampa

L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.

di Guido Rossi - 26 maggio 2017 

E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo. Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per approdare al parlamento italiano per seguire l’iter legislativo ed essere votato. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

Roma - Atac e gli incendi degli autobus continuano

Anagnina, bus Atac in fiamme


Paura venerdì pomeriggio per un incendio, le cui case non sono ancora state accertate, che ha distrutto un bus autosnodato dell’Atac nel parcheggio di via Vincenzo Giudice all’Anagnina. L’autista, rimasto illeso, ha provato a spegnere l’incendio, divampato intorno alle 17.30, con un estintore, ma è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco. Non si segnalano persone ferite e intossicate perché il mezzo era fermo nell’area di sosta. L’Atac ha aperto un’indagine interna

La Strategia del Caos divora anche i suoi ideatori, interessi configgenti tra i paesi e il Movimento degli Stati Identitario che avanza al di là delle volontà di essere sudditi del Globalismo Finanziario Capitalistico

AI FANATICI DELLA NATO TRUMP NON E’ PIACIUTO.

Maurizio Blondet 26 maggio 2017 

No, non ha ripetuto che l’Alleanza Atlantica è “obsoleta”. Ma col linguaggio del corpo, Trump è stato inequivocabile. A cominciare da come ha sbattuto da parte il primo ministro del Montenegro Dusko Markovic, prossimo membro della NATO: certo, Donald non lo conosceva (e chi mai lo conosce?) ma l’atto è altamente simbolico: Stoltenberg e i servi europei di Obama hanno voluto il Montenegro nella NATO, contro Mosca, a tutti i costi, al punto da tentare un colpo di Stato per farlo. Per il resto, ha ripetuto agli alleati a muso duro: pagate per la nostra protezione. Un discorso da commerciale, il che è un benefico miglioramento rispetto moralismo bellicista coltivato dai Stoltenberg e dai Tusk in funzione anti-Mosca, il Bene in lotta contro il Male, contro il Putin “aggressivo alle frontiere”.

Soprattutto, attenzione, Trump si è rifiutato di evocare esplicitamente l’articolo 5: ossia il principio che l’attacco ad un solo membro dell’Alleanza sarà considerato automaticamente un attacco a tutti. Ogni presidente americano prima di lui ha ripetuto l’impegno a rispettare l’aricolo 5, ad alta ed esplicita voce; a Trump era stato chiesto, con insistenza, dietro le quinte; lui, duro, niente. Un anonimo funzionario della Casa Bianca ha spiegato poi che l’impegno all’articolo 5 veniva da sé…


Ma no, ha risposto The Guardian fremente di rabbia: “Per gli alleati, specie per quelli sulla frontiera d’Europa all’ombra di una Russia sempre più aggressiva, non va da sé”. Insomma i baltici e la Polonia “avevano bisogno di sentirlo dalle labbra del presidente, e non l’hanno sentito”. Il Guardian giunge al punto di dire: “L’ostinazione del suo rifiuto di usare il linguaggio che è stato consueto a tutti i presidenti di prima, ha rafforzato i diffusi e persistenti riferimenti che Mosca ha una qualche influenza sul presidente”: il che è la solita accusa demente a cui in Usa gli anti-Trump cercano invano di dare concretezza, ma è bello vedere un giornale progressista schierarsi coi più guerrafondai dell’Alleanza.

“Un grave colpo per l’Alleanza”, ha commentato un ex ambasciatore americano alla NATO, Ivo Daalder

Invece di nominare Mosca come nemica, Trump alla NATO ha dedicato molti passi alla “lotta contro il terrorismo e contro l’immigrazione”, e ancora una volta il Guardian non si contiene dal commentare: “Non è chiaro che ruolo si aspetti che la NATO svolga nella gestione dell’immigrazione”. Chissà, magari bombardare meno la Siria? Smettere di destabilizzare la Libia? Sparare agli scafisti?

“La prima visita di Trump era una opportunità di unire l’Alleanza; purtroppo, la NATO è oggi più divisa che mai”, ha commentato l’ex ambasciatore Daalder. Del che personalmente non ci addoloreremo troppo.

Perché Macron riceve Putin, a Versailles

Un altro colpo all’Alleanza è pronto: sorprendentemente, il neo-presidente Emmanuel Macron sta per ricevere Putin. Lo riceverà a Versailles, laddove fu ricevuto nel 1717 Pietro il Grande, gesto altamente simbolico. Il motivo per cui Macron ha deciso di dedicare alla Russia la prima visita ufficiale che accoglie, è molteplice. Da una parte, si tratta di correggere l’orrenda mascalzonesca ostilità che Hollande ha dedicato a Mosca, a cominciare dal rifiuto di venderle le navi Mistral che aveva pagato, fino a provocare Putin a annullare una sua visita a Parigi un anno fa, per le restrizioni offensive che Hollande aveva posto al viaggio. Una stupidità politica e diplomatica senza precedenti.

Più vicini di quanto si creda?

L’altro motivo è che Macron ha bisogno di una sponda, in vista della dura opposizione che si aspetta dalla Merkel: il giovinotto ha promesso di “fare le riforme” (tagli ai salari) come Angela chiede, ma per poter poi esigere “un bilancio comune della zona euro controllato da un parlamento dell’eurozona”. Buona fortuna: vuol costringere Berlino a mettere in comune i suoi surplus con i deficit e debiti italiani, spagnoli, francesi, greci, in un debito pubblico condiviso e solidale. Ciò ovviamente non avverrà mai: la Germania ha sempre ripetuto a tutti, “prima”, fate le riforme. Ossia riducete il bisogno di solidarietà, anzi fate sparire il bisogno di solidarietà verso i paesi in deficit, e solo poi noi accederemo alla solidarietà. In questo però Trump ha dato una mano insperata a Macron, ripetendo che la Germania è “cattiva” per via dell’enorme surplus (280 miliardi) della sua bilancia commerciale.

Insomma la situazione è in movimento. Di fatto, fino ad oggi, è stata la Germania non solo a dettare la linea ostile a Putin nella UE, ma anche a fare la sola interlocutrice (e grassi affari) a nome della UE con la Russia; ora Macron, certo su consiglio del suo creatore Attali, sta cercando di riprendere una certa iniziativa in fatto di politica estera, una vaga eco di gollismo…

Un’altra ragione è che, al contrario di Hollande, Macron non ha manifestato alcuna voglia di impegnare le forze armate francesi contro Assad, nella “lotta al terrorismo”, insomma ha dei motivi per allentare un po’ l’impegno bellicista in Medio Oriente. Lo ha detto in modo singolarmente esplicito: “Metterò fine agli accordi che favoriscono il Katar in Francia. C’è stata troppa compiacenza…”. Il Katar? Il massimo finanziatore (in concorrenza con l’Arabia Saudita, più che in coordinamento) dei terroristi in Siria, è un cliente di gran valore per la Francia, perché compra i suoi “Rafale”.

Ryad e il Katar ai ferri corti, quasi in guerra

Un grosso affare che profuma di scandali mal coperti e di mazzette miliardarie, di cui non ci si stupirebbe di apprendere, un giorno, che alcune sono finite nelle tasche di Hollande e del suo entourage: tutto l’affare è stato basato sulla “amicizia personale” fra Hollande e il pretendente al trono katarino Tamim bin Hamad Al Thani, spesso invitato all’Eliseo; reciprocamente, Hollande ha visitato il Katar due volte, confricandosi coi miliardari locali.

Al Thani sotto attacco saudita.

Ora, sta succedendo qualcosa di grave proprio alla famiglia Al Thani del Katar: la sua tv Al Jazeera è stata attaccata e silenziata da hackers; la tv saudita Al Arabyia ha dato notizia che il Katar “ha convocato i suoi ambasciatori dall’Arabia Saudita , Bahrein, Egitto, Emirati”: notizia falsa, che il Katar ha dovuto smentire.

Sono, come si è potuto intuire, atti di ostilità messi in atto dal principe saudita Bin Salman (notoriamente “Impulsivo”) che comanda al posto del vecchio re Alzheimer, contro il mal sopportato concorrente in terrorismo. Fonti chiaramente saudite attribuiscono al katarino Al Thani propositi come: Hezbollah è “un movimento di resistenza” (fra i wahabiti è obbligo definirlo “terrorista”), “c’è della pazzia nel voler persistere in ostilità verso l’Iran”, lui, Al Thani, vuole “cooperare coi vicini a portare la pace nella regione”, intrattenendo buone relazioni sia con l’Iran sia con gli Usa, le cui truppe “proteggono il Katar dalle voglie territoriali dei vicini” (delicata allusione a contestazioni confinarie coi sauditi).

Al Jazeera vittima di hackers (no, stavolta non è stato Putin).

Sono frasi che fanno di Al Thani un filo-sciita e dunque, per i Saud e i wahabiti in genere, un candidato alla decapitazione come kafir. Non si sa se le abbia davvero pronunciate, anzi si tende ad escluderlo: si tratterebbe di “fake news” messe in giro per ordine della corte saudita, e dell’impulsivo Bin Salman, che ha un modo tutto suo di usare l’informazione. Certo è che ciò avviene a sole 48 ore dalla visita di Trump con la sua volontà di costituire una “NATO del Golfo” per combattere il “terrorismo” iraniano.

Luna - siamo ancora a carissimo amico

RIVOLUZIONE ALLO STUDIO PER LA MESSA IN ORBITA DEI SATELLITI

(di Redazione)
25/05/17 
Boeing e DARPA (agenzia del dipartimento della Difesa USA) stanno collaborando per realizzare e testare un prototipo per il programma Experimental Spaceplane (XS-1).
Boeing svilupperà un velivolo autonomo e riutilizzabile in grado di trasportare e e mettere in orbita bassa piccoli satelliti da 3.000 libbre (1.361 kg). Boeing e DARPA investiranno congiuntamente nello sviluppo del sistema.
Una volta che il velivolo - chiamato Phantom Express - raggiungerà l'orbita prevista, rilascerà un modulo di carico (a perdere) per poi tornare sulla Terra. Una volta atterrato su una pista di volo l'XS-1 verrà rifornito per il lancio successivo applicando principi di manutenzione simili a quelli dei velivoli tradizionali.
"Phantom Express è progettato per trasformare il tradizionale lancio dei satelliti creando una nuova capacità che può essere ottenuta in modo più conveniente e con meno rischi", ha dichiarato Darryl Davis, presidente di Boeing Phantom Works
Il propulsore Aerojet Rocketdyne AR-22, una versione moderna del motore principale dello Space Shuttle (progettata per essere riutilizzabile ed alimentata ad ossigeno ed idrogeno liquido) equipaggerà il Phantom Express.
Per la fase dei test, Boeing e DARPA hanno in programma di effettuare 10 lanci consecutivi in 10 giorni.
(immagini: Boeing)

Giulietto Chiesa - G7 una passerella inutile

G7 Taormina, Giulietto Chiesa: "Incognita Trump. E Grecia sarà il primo disordine europeo"

26 maggio 2017 ore 12:35, Stefano Ursi

Oggi si apre il G7 di Taormina, e sul tavolo sono moltissime le tematiche di strettissima attualità. Dalla questione migranti passando per la lotta al terrorismo, e la questione commerciale con lo spettro del protezionismo e l'accordo sul clima. Gli occhi sono puntati sui personaggi e su cosa porteranno all'attenzione del mondo. In particolare la figura di Donald Trump è quella più attesa. E sullo sfondo l'attentato a Papademos in Grecia e l'eco dello scontro, post-attentato di Manchester, fra le intelligence americana e inglese. IntelligoNews ha chiesto al giornalista ed esperto di geopolitica Giulietto Chiesa di provare a decriptare i significati profondi dell'incontro e gli scenari internazionali che si dipanano attorno ad esso: ''In ballo c'è l'interrogativo Trump. Che è venuto a chiedere impegno europeo in Siria''.


Giulietto Chiesa Il G7: rapporti di forza e cosa c'è realmente in ballo.

''In ballo c'è l'interrogativo di Trump: cos'è per l'Europa. Tutti si chiedevano cosa fosse e dunque dovevano ricollocarsi rispetto agli Stati Uniti guidati da un uomo che tutta Europa considera imprevedibile. Ora, però, mi pare che Trump abbia fatto una serie di correzioni importanti che hanno dissipato i dubbi degli europei, quindi, sostanzialmente, ci sarà una tranquillizzazione generale intorno alla prosecuzione della linea precedente, ovvero quella di Obama. Questo, mi pare, sarà il senso vero di della riunione, dunque non mi aspetto grandi novità se non il peggio, nel senso che Trump è venuto a chiedere agli europei di impegnarsi direttamente in Siria e dunque saremo davanti a problemi molto complessi per l'Europa, che dovrà attaccarsi al carro degli Usa, andando a rompersi la testa, assieme a loro e sotto il loro comando, in un ginepraio senza fine''. 

Certo che affrontare temi di enorme importanza senza pezzi grossi dello scacchiere internazionale come Cina e Russia... 

''Il G7 è l'Occidente e credo che resterà così com'è: l'Occidente contro il resto del mondo. E non penso ci sia da aspettarsi nessuna modifica di questo assetto''. 

L'attentato a Papademos: c'è chi dice che c'è un tentativo di destabilizzare la Grecia. E' d'accordo? 

''Credo che la Grecia sia sull'orlo della catastrofe vera e propria e prima o dopo dovrà avvenire una rivolta popolare. La Grecia è stata un esperimento politico voluto dall'Europa, e dalla Troika in particolare per verificare certe politiche, che nel Paese ellenico si sono rivelate catastrofiche; ormai sono passati alcuni anni e a questo punto nessuna soluzione è praticabile: si va verso il disordine e la Grecia sarà il primo vero disordine europeo''. 

Cosa c'è realmente dietro allo scontro fra intelligence americana e inglese? Solo la scelta della pubblicazione di una foto appare blanda come motivazione. 

''La faccenda di Manchester si rivela ancora una volta, per tutti noi, una 'false flag operation'. Ancora una volta coloro che hanno compiuto l'attentato erano conosciuti alla polizia britannica e dunque ai servizi segreti occidentali. È una prosecuzione dell'operazione libica: il padre dell'attentatore era un uomo al servizio dell'intelligence britannica. Chi organizza queste cose sono spezzoni di servizi segreti occidentali. La disputa è intorno al fatto che questi centri non sono coordinati fra loro e dunque può accadere che nella gestione del post-attentato terroristico ci siano valutazioni diverse e contraddittorie''.

Autovelox - se qualcuno aveva qualche dubbio che questi strumenti servivano a fare cassa, con la nuova norma, il corrotto Pd ha chiarito che servono a fare cassa, a tosare gli automobilisti in presenza di limiti di velocità irreali

Manovra, autovelox come bancomat. Passa l'emendamento che scippa i soldi alla sicurezza stradale


Via libera nella notte a una modifica al decreto di correzione dei conti. Comuni e città metropolitane potranno utilizzare i proventi delle sanzioni per finanziare oneri di viabilità e polizia locale

di ROBERTO PETRINI
26 maggio 2017

MILANO - Torna la temuta norma autovelox che permette a Province e Citta metropolitane di utilizzare i soldi delle multe per fare cassa. Nella notte di ieri è stato approvato un emendamento all’articolo 18, firmato da un ampio spettro di forze politiche a partire dal Pd, che inserendo il comma3-bis prevede la possibilità per le province e le città metropolitane di utilizzare i proventi delle sanzioni (le contravvenzioni) per le violazioni al Codice della Strada, comprese quelle relative all’eccesso di velocità rilevato con autovelox e dispositivi analoghi, per finanziare, nel 2017 e 2018, gli oneri relativi alle funzioni di viabilità e polizia locale per migliorare la sicurezza stradale.

Tale norma deroga alla normativa vigente che prevede l’utilizzo di una quota dei proventi delle sanzioni spettanti agli enti locali per una serie di specifiche destinazioni, tra cui gli interventi relativi alla segnaletica delle strade di proprietà dell'ente, il potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni stradali ed altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale, nonché, per i proventi da violazioni ai limiti di velocità, alla realizzazione di interventi di manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture stradali.

Pronta la rivolta di consumatori e automobilisti. "Noi siamo a favore della sicurezza stradale e per multe severe nei confronti di chi non rispetta i limiti di velocità – avvisava il Codacons nei giorni scorsi quando si era ventilata la possibilità dell’emedamento -, ma questa norma, così come studiata, appare pericolosissima perché le amministrazioni, grazie a tale misura, potranno disseminare le strade di autovelox e utilizzare i soldi delle multe non per incrementare la sicurezza sulle strade, ma per coprire i buchi di bilancio, pagare straordinari e stipendi dei vigili e realizzare opere stradali per le quali i cittadini pagano già le tasse".

Abbarbicato alle sue clientele il corrotto Pd non riesce a svecchiare, semplificare, ammodernare

Scandalo bollino SIAE. È preistorico, inutile e costoso, ma il Governo ieri ha bocciato la sua abolizione

di Roberto Pezzali - 26/05/2017 09:06


Bocciato dal Parlamento per mancanza di copertura l'emendamento che proponeva l'abolizione del contrassegno SIAE. Un adesivo arcaico e inutile ai tempi dello streaming, che costa alle imprese milioni di euro l'anno.

Il contrassegno SIAE, l’adesivo olografico applicato su CD, DVD e altri supporti fisici non può essere eliminato, secondo il Governo mancano le coperture. Questa è la motivazione per la quale l’emendamento proposto in Commissione Bilancio al Ddl Spettacolo dal vivo, che prevedeva appunto l’eliminazione del “bollino”, è stato bocciato.

Il bollino SIAE era nato per combattere la pirateria ma con il passare degli anni ha ormai esaurito la sua funzione: la pirateria su CD e DVD si è ridotta, quasi nessuno vende più CD e DVD contraffatti, e il mercato ormai si è spostato sullo streaming, servizio al quale inevitabilmente non può essere applicato un piccolo e insignificante adesivo.


Adesivo che tuttavia è un costo, soprattutto per le imprese che devono pagare la SIAE per emetterlo. Enzo Mazza, Presidente FIMI, si è scagliato apertamente contro la decisione: “L'effetto dell'improvvida decisione della Commissione Bilancio sarà di mantenere un onere inutile e gravoso solo per le imprese che hanno stabile organizzazione in Italia, che investono sul repertorio italiano e che producono musica per i consumatori italiani anche su supporto fisico, l'unico gravato dal contrassegno”. Paradossalmente, ricorda Mazza, “Anche secondo la stessa Siae mantenere il contrassegno sarebbe un'incombenza che graverebbe sulla società con impegni di personale e costi”.

Un bollino inutile e costoso, anche perché i CD ed i vinili che arrivano tramite e-commerce da Paesi esterni ne sono per lo più sprovvisti: il bollino poteva servire a distinguere un prodotto pirata da uno originale quando ci si recava in un negozio, ma oggi chi ancora compra dischi cerca spesso pezzi da collezione, li acquista da piccoli negozi tramite internet e nella maggior parte dei casi questi dischi di importazione sono privi di bollino ma comunque originali.

La mancata abolizione del bollino SIAE è paradossale soprattutto per la motivazione: “Mancata copertura finanziaria” per un prodotto che non è una tassa e non rappresenta in alcun modo un ricavo per lo Stato. Il bollino, ricorda sempre Mazza, “è solo uno strumento realizzato e apposto con oneri a carico delle imprese da parte di Siae, un ente anch'esso privato e che rappresenta autori ed editori. Quale copertura? A meno di ritenere che Siae sia un'amministrazione pubblica, cosa esclusa anche alla luce della Direttiva sulle società di gestione collettiva.” - chiude il presidente di FIMI.

Industria Italiana Autobus - le istituzioni, in mano al corrotto Pd lavorano consapevolmente per distruggere la poca industria italiana che ci è rimasta

Attualità » Fismic: “IIA, denaro pubblico per favorire polacchi tedeschi e turchi”

Fismic: “IIA, denaro pubblico per favorire polacchi tedeschi e turchi”


La Segreteria Provinciale della Fismic di Avellino ha riunito presso la sede Provinciale di via Circumvallazione 108 delegati e iscritti della IIA di Flumeri per una prima valutazione del deludente incontro Romano al Mise.

“Stiamo vivendo una situazione paradossale – dichiara il Segretario Generale Giuseppe Zaolino – il governo, dopo 10 anni, trova i soldi per l’ammodernamento del Parco Autobus e l’Italia improvvisamente diventa terra di conquista per produttori Turchi-Polacchi e Tedeschi. Produrre all’estero in Paesi dove la manodopera e le forniture costano molto meno e vendere in Italia senza controlli preventivi “statici e dinamici”, significa acquistare al buio, penalizzando l’unico “produttore italiano” di autobus che è Industria Italia Autobus.”

“E’ arrivato il momento di fare chiarezza – continua Zaolino – qui ci stiamo giocando 500 posti di lavoro tra Bologna e Avellino e se la prima fase delle gare è andata male, la seconda per oltre 3000 commesse, può essere l’occasione per il Governo, BUSITALIA e CONSIP di recuperare. Si tratta nel rispetto delle leggi, di dare al Made in Italy un vantaggio competitivo, esattamente come fanno nel resto d’Europa.”

“La Fismic insieme alle altre organizzazioni, ritiene importante per il prossimo incontro Ministeriale, giocarsi la carta dei Presidenti delle Regioni De Luca e Bonacini, e la presenza del Premier Gentiloni. Ne va di mezzo la credibilità del sistema Italia.”

“Fare squadra – conclude Zaolino – tra politica ai massimi livelli, parti sociali e Del Rosso in un momento di grave difficoltà economica ed occupazionale, può essere il viatico per ridare fiducia e credibilità ai cittadini e ai lavoratori Italiani.”

Mobilità insostenibile - il corrotto Pd ancora una volta si è schierato a favore di una multinazionale che paga i suoi autisti quattro soldi per attaccare i tassisti, un settore della piccola impresa

Uber vince contro i taxi, revocato il blocco

Il tribunale di Roma ritira l'ordinanza del 7 aprile che aveva disposto lo stop per il servizio black. La app era stata autorizzata comunque ad operare in attesa del pronunciamento definitivo. La società: "Felici, ma ora aggiornare la normativa". Federtaxi: "Sconcertati, vittoria dei poteri forti"

26 maggio 2017

(reuters)

MILANO - Niente stop per Uber. Il tribunale di Roma ha revocato oggi la propria ordinanza del 7 aprile scorso con cui era stato disposto il blocco su tutto il territorio nazionale del servizio Uber-Black e l'oscuramento della app.

La società - di cui il tribunale ha accolto il reclamo, respingendo il ricorso dei tassisti - potrà quindi continuare ad operare in Italia mediante il servizio Uber Black. Gli altri servizi denominati Uber Pop e Uber X continuano invece ad essere vietati, come stabilito dal Tribunale di Torino con sentenza del 22 marzo 2017.

Il Tribunale di Roma ha ritenuto così di dare attuazione alla decisione del Parlamento di sospendere sino al 31 dicembre prossimo alcune norme della legge nazionale che disciplina il settore taxi e noleggio con conducente. La sospensione era stata introdotta nella legge di conversione del decreto Milleproroghe con il cosiddetto emendamento Lanzillotta e aveva scatenato le proteste dei tassisti dello scorso febbraio.

Il 14 aprile scorso il Tribunale aveva accolto già la sospensiva che permetteva alla app di continuare ad operare in attesa della pronuncia definitiva, arrivata oggi.

Soddisfatta la società: "Siamo davvero felici di poter annunciare a tutte le persone e agli oltre mille autisti partner di Uber che potranno continuare ad utilizzare la nostra applicazione in Italia", ha spiegato con un comunicato. "Ora più che mai è forte l'esigenza di aggiornare la normativa datata ancora in vigore, così da consentire alle nuove tecnologie di migliorare la vita dei cittadini e la mobilità delle città".

Dura la reazione di Federtaxi: "La politica e i veri poteri forti hanno avuto la meglio", ha commentato iol portavoce nazionale Federico Rolando. "Il Tribunale - ha spiegato - ha ritenuto di non poter non tenere in considerazione l'emendamento Lanzillotta approvato nel corso di questa causa che è andato ad incidere sul principio di territorialità e sull'obbligo di rientro a rimessa a carico degli ncc. Pertanto, grazie al nostro Parlamento e agli impegni assunti e non rispettati dal Governo, un servizio completamente abusivo (come Uber Black) potrà continuare ad operare in Italia.

Non abbiamo parole per descrivere il nostro sconcerto per un Governo, un Parlamento, una Autorità a tutela della concorrenza ed una destinata a regolare proprio i trasporti, che hanno fatto di tutto per 'salvare' una multinazionale aspirante monopolista che vuole sottrarre il lavoro a cittadini italiani, impedendo alla magistratura di proseguire nella propria lotta all'abusivismo. Noi possiamo solo ribadire che continueremo a lottare per il nostro lavoro contro ogni forma di abusivismo e in tutte le sedi fino a quando non debelleremo questa piaga che si chiama: Abusivismo".

http://www.repubblica.it/economia/2017/05/26/news/uber_vince_il_ricorso-166469158/

26 maggio 2017 - G7: Sotto l'ombrello della Nato, riaperto in tutto il suo splendore, tut...

venerdì 26 maggio 2017

One Belt One Road - parte la via della seta terrestre

KORLA (RPC)
Dalla Cina alla Francia, partito il super treno: 8.000 km in 18 giorni
Un treno lungo 800 metri e carico di 82 contenitori cisterna ISO esce dalla stazione ferroviaria di Korla, nella Cina nord-occidentale, alla volta dell'Europa


Dopo una lunga attività preparatoria, gli esperti logistici di Hupac e Markor hanno dato il via libera al treno che da Korla, nella regione nord-occidentale della Cina, arriverà in Europa. Esso trasporta 82 container di prodotti chimici di elevato valore, per una lunghezza totale di 800 metri e un peso di 3000 tonnellate. “Ci ripromettiamo di percorrere 8000 km in 18 giorni, attraversando i confini e adempiendo le procedure doganali di sei nazioni diverse”, annuncia Silvio Ferrari, responsabile della produzione presso Hupac.

Punti di scambio per lo scartamento largo russo sono Dostyk a est e Sestokay ad ovest. Le compagnie ferroviarie coinvolte sono China Rail, le Ferrovie kazake (KTZ), le Ferrovie russe (RZD), le Ferrovie bielorusse (BC), le Ferrovie lituane (LG) e le Ferrovie tedesche (DB).

Markor è impegnata da lungo tempo nello sviluppo del corridoio logistico “Xinjiang-Europa- Mediterraneo”.

Allo scopo di accelerare il processo di internazionalizzazione, Markor recepisce la strategia cinese “One Belt, One Road” e stimola la cooperazione internazionale facendo leva sulla sua posizione strategica nel cuore della Cintura economica della Via della Seta si rivolge al mercato europeo attraverso la cooperazione con società di primo piano come Hupac, per implementare soluzioni intermodali innovative e realizzare corridoi logistici che colleghino Xinjiang con l’Europa e l’area del Mediterraneo. L’obiettivo globale è la realizzazione di un grande canale che unisca risorse, prodotti e mercati di Occidente e Oriente.

Hupac sta perseguendo una strategia di sviluppo dell’asse intercontinentale est-ovest come naturale integrazione dei suoi tradizionali mercati europei. Con le sue filiali di Mosca e di Shanghai, costituite rispettivamente nel 2011 e nel 2016, e con l’acquisto di materiale rotabile per lo scartamento largo russo, Hupac ha preparato il terreno per nuove aree di attività in Oriente ed Estremo Oriente. “Vogliamo aprire la nostra rete europea ai flussi di traffico da e verso l’Asia e fornire soluzioni solide e affidabili per il trasporto intermodale intercontinentale, nonché partecipare attivamente al progetto cinese One Belt One Road”, sottolinea Peter Weber, vicedirettore di Hupac e Head of corporate development.

Le spedizioni in arrivo dall’Asia via rotaia possono avvalersi della capillare rete di Hupac per tutte le destinazioni europee, ivi inclusa la nuova galleria di base del Gottardo che attraversa le Alpi e pone in collegamento con l’Italia e l’area del Mediterraneo. La cooperazione con Markor e con i suoi partner logistici è di importanza strategica per la società svizzera. ”Hupac mira all’aggregazione dei volumi e alla creazione di collegamenti stabili. L’effetto trainante di regolari treni intercontinentali è importante e contribuirà enormemente allo sviluppo del settore”.
di Redazioneredazione@varesenews.it
Pubblicato il 26 maggio 2017

Mauro Bottarelli - Guerra, guerra, guerra. Siria, Iraq, Libia, Yemen, Mali, Filippine, Corea del Nord, Venezuela, Afghanistan, Brasile. Questo è il risultato della Strategia del Caos al cui interno la Strategia della Paura ha un ruolo fondamentale. Terra, cibo, economia vera: devastati da Wall Street e dai suoi giochini. Dopo anni di denaro a pioggia creato dal nulla e debito insostenibile stiamo arrivando al nodo finale. Donald Trump sarà il perfetto capro espiatorio e le ultime mosse sull'Iran, Arabia Saudita e gli ebrei ne fanno il degno agnello sacrificale

SPY FINANZA/ Le manovre delle banche centrali che contano più del G7

Il mondo, inteso come sistema finanziario-industriale, ha bisogno di instabilità affinché le Banche centrali continuino a salvarlo, spiega MAURO BOTTARELLI

26 MAGGIO 2017 MAURO BOTTARELLI

Janet Yellen (Lapresse)

Da ieri, la Nato fa ufficialmente parte della coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti. Lo ha annunciato il segretario generale dell'Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, prima dell'apertura del Vertice che vedeva presente, tra gli altri, Donald Trump. Nel più palese caso di excusatio non petita, accusatio manifesta, sempre Stoltenberg ha immediatamente sottolineato che la Nato non parteciperà ad azioni di combattimento, ma diverrà il centro di collegamento dove convoglieranno le informazioni di intelligence per la lotta contro Daesh. Prendiamone atto, l'attentato di Manchester ha davvero accelerato molti processi, fino alla scorsa settimana rallentanti, se non bloccati, da veti incrociati e pareri discordanti. 

Oggi, poi, a Taormina prenderà il via il G7 con al centro della discussione, nemmeno a dirlo, la lotta al terrorismo globale. E chi mancherà al tavolo dei grandi? Il soggetto che maggiormente, tra le potenze mondiali, sta combattendo sul campo quel fenomeno eversivo e destabilizzante: la Russia. Capite da soli e senza bisogno di dotte analisi geopolitiche che quel vertice nasce già con lo stigma del fallimento, perché pensare di combattere il terrorismo senza coinvolgere Mosca è folle. A meno che, tramite strani giochi di prestigio politici e abile propaganda, non si voglia far finire nel calderone dei soggetti pericolosi proprio la scomoda Russia di Vladimir Putin. E, per proprietà transitiva neo-con, il suo alleato in Siria, cioè quell'Iran che Donald Trump ha attaccato senza soluzione di continuità nella sua due giorni tra Arabia Saudita e Israele. 

Già, perché forse questo G7 ha una sua agenda precisa, ma non è quella ufficiale, bensì quella nata proprio tra Ryad e Tel Aviv e sviluppatasi tra l'orrore di Manchester. Metto in fila, senza un ordine particolare, i focolai di guerra o destabilizzazione in atto a tutt'oggi: Siria, Iraq, Libia, Yemen, Mali, Filippine, Corea del Nord, Venezuela, Afghanistan, Brasile e sicuramente ne sto scordando qualcuno. Sedici anni di "guerra preventiva" ed "esportazione della democrazia" hanno portato a questo: siamo più sicuri o insicuri? E poi, cosa unisce tutta questa messe di guerre sparse, la famosa Terza Guerra Mondiale a pezzi di cui parla Papa Francesco? Il denaro, inteso come sistema finanziario che necessita di destabilizzazioni per stare in piedi attraverso mosse emergenziali. Come mai, di colpo, le Filippine finiscono al centro dell'attività del braccio locale di Daesh, guarda caso mentre il presidente, Rodrigo Duterte, stinge alleanze e partnership con Vladimir Putin? Perché il Brasile, di colpo, vede i manifestanti assaltare e incendiare i palazzi ministeriali, tanto da portare il presidente a firmare un atto che conferisce alle forze armate poteri di ordine pubblico? Anche in Gran Bretagna, per la prima volta dall'allarme del 2007 per un temuto attentato in Scozia, si vede l'esercito per le strade, 4800 uomini: un vulnus non da poco per la patria della common law. E la Corea del Nord, fino a quattro giorni ombelico del male? Sparita. Probabilmente la produzione in serie dell'ultimo missile sparato nel Mar del Giappone non spaventa più tanto. C'è Manchester che garantisce mano libera e fogli bianchi su cui scrivere le nuove regole. 

C'è talmente tanta calma, garantita paradossalmente dal caos, che la Fed l'altra sera ha potuto permettersi di inserire toni da falco nelle minute (le quali vengono sempre riviste e ritoccate prima della pubblicazione, fidatevi) dell'ultimo Fomc, facendo trasparire la possibilità di un rialzo dei tassi imminente, quindi certificando - implicitamente - ai mercati e ai cittadini la buona salute dell'economia americana. I mercati? Nemmeno un plissé, anzi l'Asia ha festeggiato. Festeggiamenti giustificati? Fate voi, alla luce di questi grafici: il primo ci mostra come il cosiddetto "National team", ovvero un consorzio di banche e istituzioni finanziarie che agiscono su mandato del governo cinese, sia massicciamente intervenuto sul mercato per sostenere i corsi azionari, in perfetta contemporanea con il crollo dell'acciaio: il downgrade di Moody's ha dato il colpo di grazia a una dinamica che sta già schiantando tutte le commodities da settimane. Ma Draghi dice, salvo poi rimangiarsi la parola, che la ripresa ormai è globale. Il secondo, invece, ci mostra come questa dinamica, ovvero la finanziarizzazione della materie prime attraverso i futures, stia colpendo l'economia reale, nella fattispecie l'agricoltura Usa e i prestiti contratti da proprietari terrieri per portare avanti la loro attività. Dal quarto trimestre del 2014 al primo di quest'anno, il tasso di delinquencies su quei prestiti è salito del 225%, stando a dati ufficiali del Board of Governors della Fed. Terra, cibo, economia vera: devastati da Wall Street e dai suoi giochini, ora con l'aggravante di qualche triliardo di contratti derivati che hanno come collaterale proprio futures legati alle commodities che pagano lo scotto al rallentamento della crescita cinese. Il terzo, invece, ci mostra come dal dicembre 2016 questa logica di intervento delle Banche centrali per evitare l'armageddon si sia concentrata anche sul mercato obbligazionario sovrano, ovvero quello dei governi: questo, al netto di Bce e Bank of Japan che stanno comprando anche l'aria. 




Vi serve altro per capire che il mondo, inteso come sistema finanziario-industriale, ha bisogno di instabilità affinché soggetti ormai onnipotenti come le Banche centrali continuino a salvarlo con soldi vostri? Stiamo tutti quanti camminando sul filo dell'equilibrista circense, ma la rete di salvataggio sotto di noi diventa ogni giorno più piccola e piena di buchi. La scorsa settimana vi ho ricordato come in un articolo dello scorso gennaio già avessi profilato l'ipotesi che l'elezione di Donald Trump fosse stata il perfetto capro espiatorio per giustificare un crash del mercato, evitando così che l'opinione pubblica additasse i veri responsabili di quello che era un epilogo già scritto, dopo anni di denaro a pioggia creato dal nulla e debito insostenibile. E dove siamo, oggi? Con i tassi che, formalmente, stanno salendo negli Usa, la meteoritica ascesa del mercato è andata in stallo. 

Negli ultimi mesi, i corsi azionari hanno introitato un misero punto percentuale di rialzo o ribasso alla settimana. Poi, stranamente, la scorsa settimana è successo qualcosa: i mercati, senza apparente motivo sono crollati di quasi 400 punti in un solo giorno. Andate a riprendervi i titoli dei principali media, italiani ed esteri e troverete la narrativa ufficiale rispetto a quel tonfo: l'instabilità generata da Trump e dai suoi guai legati al Russiagate, con il rischio addirittura di un impeachment. Insomma, è colpa del presidente Usa. Sembra il signor Malaussene dei romanzi di Daniel Pennac, professione capro espiatorio: Banche centrali e grande finanza, sentitamente ringraziano. 

E attenzione, perché se avete voglia di fare una rassegna stampa più accurata ed estesa nel tempo, questa narrativa i grandi media hanno cominciato a montarla ancora prima dell'elezione di Trump, quando si era in campagna elettorale: ma se tutti i sondaggi davano Hillary Clinton come vincitrice in carrozza, quale bisogno c'era di creare quella cortina di terrorismo finanziario? Basti vedere Bloomberg, agenzia il cui mantra fu quello di dipingere Donald Trump come un uomo fortunato, perché riceveva in eredità da Barack Obama un'economia florida e in ripresa. Balle, quale economia abbia lasciato l'ex inquilino di Pennsylvania Avenue è ormai sotto gli occhi di tutti: mercato in bolla assoluta, peggio del dot.com e livello di debito ormai insostenibile, sovrano e privato. Ovviamente, con la colpevole collaborazione fattiva di chi detiene la stampatrice, ovvero la Fed. Addirittura, il settimanale Fortune scrisse che l'iniziale rally di mercato che aveva salutato l'elezione di Donald Trump altro non era se non una creazione del palcoscenico per un sorprendente crash del mercato. Diciamo che o hanno poteri divinatori o forse c'era un'agenda condivisa da far accettare all'opinione pubblica. 

Non vi pare che quanto accaduto da quando il presidente Usa ha messo piede a Ryad fino a oggi, risponda a una logica simile ma a livello geopolitico? Attenzione a cosa verra deciso al G7, per quanto realisticamente inutile - stante l'assenza della Russia -: ci dirà quale piega prenderanno gli eventi. Ovvero, quando - e non se - sarà guerra.

Paolo Barnard - 2 - un Parlamento capace di stracciare i trattati

Economia, intervista ASI a Paolo Rossi Barnard Parte2

Scritto da Ettore BertoliniCategoria: SpecialePubblicato: 25 Maggio 2017


(ASI) Intervista esclusiva di Agenzia Stampa Italia a Paolo Rossi Barnard, esperto di economia, saggista, scrittore e giornalista (parte 2).

Quindi dalla sua tesi si evince che l’euro e il servilismo economico alla moneta unica da parte dei politici italiani dettato da una politica economica germanocentrica rafforzata poi dalla svendita del patrimonio strategico italiano grazie ai governi che si sono succeduti che non hanno salvaguardato l’economia italiana ha portato il Paese a cadere drasticamente a livello economico.

Da questa situazione come si esce? uscendo dall’euro? come si può riprendere la sovranità monetaria? Nazionalizzando ad esempio la Banca d’Italia?

Il problema dell’uscita dall’euro è un problema enorme perché mentre è possibile e l’abbiamo visto nel caso dell’Inghilterra, con i trattati europei, la possibilità di uscire dall’Unione Europea, i trattati che stabiliscono invece l’Euro, non prevedono questa possibilità e tutto questo è stato fatto apposta, per cui è per questo che purtroppo l’impresa di salvare l’Italia dall’eurozona è un’impresa disperata, perché significa rendere partecipe il pubblico, di quello che il pubblico non sa, e poi significa avere una maggioranza in parlamento che ha il coraggio di un atto unilaterale, come si faceva ai tempi degli imperi dell’800, quindi un parlamento capace di votare a camere unite e di stracciare i trattati, Lei immagini in un Paese che non ha il coraggio di raccontare a se stesso come è messo, se riusciremo mai ad arrivare ad atti di coraggio di politiche internazionali. Per me, è un dovere morale scrivere e dire la verità ed avvisare i cittadini, ma non ho nessuna speranza che saremo mai in grado di fare questo, a meno che non accada qualcosa in Europa, come sempre l’Italia va a traino e ad esempio nonostante non sono un lepeniano, ma la storia della Le Pen in Francia e se la Le Pen avesse tenuto fede alle promesse elettorali, quello poteva essere il momento in cui poteva esplodere l’Europa e in questa esplosione, l’Italia avrebbe avuto l’opportunità o sarebbe stata costretta ad uscire.

Da un suo articolo su Trump, si legge ‘Stronca i paperon dè paperoni. Obama li ingrassava’ qual è la differenza tra loro? e quanto Soros ha influito in quella elezioni, dicendo di aver perso tantissimi milioni di dollari puntando sulla Clinton?

Soros è chiaro che è un investitore senza scrupoli che fa i suoi giochi, ma che poi abbia il potere che gli si attribuisce, ovvero di avere un’influenza non ci credo, ed è una cosa che non intendo trattare. Mentre la storia tra Obama e Trump è una storia dell’orrore. Obama è come il centrosinistra italiano e i nuovi laburisti inglesi e i socialisti francesi. Obama è stato una cosiddetta sinistra finanziaria, che ha devastato la democrazia americana, il partito democratico americano ed ha esasperato il popolo americano al punto di eleggere il primo candidato populista che sbraitava giustizia per i colletti blu, gli americani, tra l’altro molto incolti politicamente, sono corsi a votarlo. Quando ci si lamenta dei populismi bisogna girare lo sguardo alle sinistre internazionali, false sinistre, traditrici sinistre, assolutamente finanziarizzate; colpevoli di aver tradito la gente, le pensioni, i servizi, vendendo tutto alle banche. Adesso la gente è furiosa, adesso il primo che si presenta, diventa Presidente degli Usa, diventando un pericolo per il mondo, ma se è li non è colpa sua ma è colpa di Obama.

Su Macron in un articolo si legge ‘è talmente fatto ad arte da non vedere i fili che lo muovono’, il fatto che Macron in un anno riesca a formare un partito, formare una coalizione ed essere eletto presidente della Francia, la dice lunga a quali poteri possa appartenere?

Secondo Lei, aldilà dell’elezione di Macron , valutando la situazione legata anche alla Brexit e quindi a Theresa May che non è intenzionata a pagare i soldi dovuti alla comunità europea, non pensa che ci possa essere una nuova lotta strisciante che può incidere per un cambio di rotta?

Difficile, direi proprio di no, anche perché il problema è che i giochi sono fatti dai mercati e quello che ho detto e scritto in un pezzo molto recente, è che osservando i mercati, si sta premiando sia la Brexit che il Macron francese e quindi la staticità del sistema franco-tedesco dell’eurozona e dell’Unione Europea.

Per cui, se avessimo visto uno sbilanciamento molto forte molto e diretto dei mercati e degli investimenti in questi ultimi giorni allora forse questa guerra di cui parla Lei, sarebbe stata possibile o sarebbe già in corso, non credo che l’Inghilterra tornerà indietro sulla sua decisione, probabilmente non ci sarà una Brexit forte, ci sarà poi alla fine un accordo, perché non conviene neanche all’Europa fare il muso duro.

l’Inghilterra, non tornerà indietro e non ci sarà ‘hard Brexit’, quindi non ci sarà una guerra, e l’Europa continuerà sulla sua strada; ma dall’altra parte l’Inghilterra è premiata dai mercati tanto quanto la Francia, per cui io questa scintilla sinceramente per adesso non riesco a vederla, quello che poi viene venduto ai giornali come una guerra d’attrito sono tutte cose non veritiere di ‘cosmetica’. Pensi che la Gran Bretagna ha in mano quasi l’80% dell’intelligence in Europa, in un epoca come questa paralizzata dal terrorismo figuriamoci che voce forte può fare l’Europa, insomma non la vedo proprio questa guerra.

Fine Parte 2 , continua...

Ettore Bertolini - Agenzia Stampa Italia

25 maggio 2017 - L'eurocentrismo è una malattia mortale

La Strategia della Paura e le ambiguità della sua manovalanza

MANCHESTER SATANIC. NESSUNO E’ INNOCENTE.

Maurizio Blondet 25 maggio 2017 

Ora viene fuori che il papà dell’attentatore di Manchester, il signor Ramadan Abidi, era un uomo reclutato dai servizi britannici, coinvolto in un vasto piano dell’esercito libico per assassinare Gheddafi, salvato – dopo che la sua copertura era stata svelata – dai servizi che l’avevano fatto esfiltrare con la famiglia.

Il Lybia Herald lo indica come” “un federalista della Cirenaica, che lottava per l’autonomia della regione, ma non noto per affiliazione religiosa”.

E’ stato nella Libia orientale che fu innescata la insurrezione tribale che portò alla caduta ed uccisione di Gheddafi, nel marzo 2011. Arrivarono carichi di armi dal Katar. Truppe speciali britanniche erano sul terreno ad aiutare i rivoltosi: la BBC riportò allora che sei elementi SAS erano stati catturati dalle truppe fedeli a Gheddafi; negli stessi giorni, sei corpi speciali olandesi (sic) furono catturati nella Libia occidentale mentre, dissero, aiutavano l’esfiltrazione di loro connazionali.

(Leggere qui:


Dunque, membri della NATO stavano assistendo (comandando, guidando) il Gruppo Islamico Libico Combattente, il cui capo sul fronte orientale era Abdelhakim Belhadj, noto esponente di Al Qaeda.

Ora, secondo l’Independent, Salman Abedi, il figlio stragista di Manchester, si trovava nella Libia Orientale nel 2011, quando gli aerei britannici bombardavano le truppe di governo libico per portare al potere i takfiri. Era giovanissimo. Secondo i suoi compagni di scuola, cambiò allora: “Prima era un ragazzo di compagnia, beveva, fumava erba – ma quando tornò dalla Libia nel 2011 era un’altra persona. Diventò religioso. Per qualche tempo è stata innalzata una bandiera nera con scritte in arabo sul tetto della casa degli Abedi a Elsmore Road..”


Spero che i lettori non abbiano dimenticato come, sotto gli auspici di Hillary Clinton allora segretaria di Stato, carichi e carichi di armamenti saccheggiati dai forniti arsenali di Gheddafi furono spediti in Siria, per armare i takfiri mercenari arruolati per abbattere il legittimo governo. Una sporchissima faccenda in cui trovò la morte l’ambasciatore Usa Chris Stevens, sacrificato con la sua scorta di Marines per non far saltare fuori la storia. Potevano essere salvati, un commando era pronto a decollare dalla Sicilia, fu dato l’ordine di “stand-down”.

Insomma la strage “islamica” di Manchester è un effetto collaterale delle sovversioni britanniche in Libia e in Oriente in obbedienza ai neocon americani. A meno che non sia un’operazione voluta dagli stessi servizi britannici – l’attentatore era ben noto agli agenti – per distrarre l’opinione pubblica da qualcos’altro (Brexit? Elezioni?). Personalmente penso che valga più la prima ipotesi. Ma, come si dice: mai sprecare un disturbato mentale utilizzabile come islamista kamikaze.

La kabbalista.

Quanto alla pop-star Ariana Grande, idolo delle giovanissime: nel 2014, in una intervista a Billboard, ha rivelato di essere divenuta “kabbalista” (complimenti) secondo “gli insegnamenti del rabbino Philip Berg”, un agente d’assicurazione di New York, fondatore di una organizzazione magica chiamata Centro della Kabbala. Ariana Grande non è la sola celebrità ad aderirivi: Naomi Campbell, Madonna, Leonardo di Caprio, Britney Spears, Demi Moore e (poteva mancare?) Paris Hilton si dice ne facciano parte.

La giovanissima Ariana Grande ne deve essere particolarmente addentro, perché in una intervista ha parlato di come talora venga “abitata” da presenze inequivocabili: “Appena ho chiuso gli occhi ho sentito questa vampata davvero forte vicino alla mia testa…… quando ho chiuso i miei occhi ho iniziato di nuovo con i sussurri per molto tempo……ho iniziato a vedere questa immagine veramente inquietante, come con forme rosse”.

Sul web naturalmente si sono affollati complottisti che hanno intuito “messaggi” kabbalisti , per esempio, nell’età dell’attentatore e nella data della strage (22 è il numero delle lettere ebraiche su cui si basa la magia della Kabbala); altri hanno indicato simboli kabbalistici nei videoclips della piccola. La cosa ci stupirebbe poco e poco ci interessa.

Oltretutto un produttore cinematografico che ha passato la vita ad Hollywood, Jon Robberson, ha appena accusato l’industria cinematografica holywoodiana di essere “un nido di pedo-criminalità” di “natura luciferina”. Il che, naturalmente, ci stupirà ancor meno.

Stupirebbe di più il fatto che nessun giudice in Usa voglia riprendere in mano la faccenda della strana morte di Seth Rich, un addetto del comitato elettorale democratico che aveva rivelato a Wikileaks migliaia di mail compromettenti sul funzionamento interno del Partito: fra cui i trucchi e i giochi sporchi con cui esso partito favoriva la Clinton e sabotava l’altro candidato, Bernie Sanders.

Seth Conrad Rich, 27 anni, fu assassinato per strada l’8 luglio in Washington DC, da una o diverse persone che non gli rubarono nulla di quello che indossava, lasciando anche la sua ventiquattrore, il suo orologio o il cellulare.” Julian Assange accusò Hillary come mandante dell’omicidio ( Hillary : “Ma non c’è un drone, qualcosa, per ammazzarlo”). Il fatto è che prove, indizi e testimonianze si stanno accumulando che puntano ai colpevoli nel Partito Democratico.

(Vedere qui:


Ma i giudici e i politici Usa sono tutti concentrati a cercare prove sul delitto originale di Trump, quello di essere un agente di Putin.

Afghanistan - e dopo 16 anni la Nato ha permeato tutte le istituzioni afgane con corruzione

Gli stranieri hanno la maggior parte della responsabilità dell’aumento della corruzione in Afghanistan

25.05.2017 - Redazione Italia
Atai Walimohammad
(Foto di Paresh)

È oggi chiaro a tutti che nel nome della “guerra contro il terrorismo” l’Afghanistan è praticamente diventato terra di nessuno, e si trova in una situazione peggiore che nel 2001.
Io mi domando: ma cosa significa nella pratica la parola corruzione in Afghanistan? Qual è il problema principale dell’Afghanistan? Il 59% degli intervistati risponde “la corruzione”; i servizi e gli impieghi pubblici in Afghanistan sono visti da molti come se fossero in vendita. La polizia, il sistema giudiziario, le amministrazioni municipali ed i dipartimenti doganali sono considerati ampiamente le istituzioni più corrotte. L’estorsione ed altri crimini di corruzione commessi dalla polizia e dalle reti legati al traffico e commercio di droga sono le questioni più urgenti da affrontare. l’Afghanistan è diventato un buco nero che assorbe in modo insaziabile il denaro che arriva dall’estero. La corruzione si è diffusa in tutto il sistema. In teoria le donne hanno nuovi diritti e libertà. Ma, nella pratica, la loro situazione è cambiata di poco. Il burka continua a far parte del paesaggio afghano e le donne continuano a essere discriminate. Il narcotraffico è diventato l’industria più prospera del Paese. Esperti Onu confermano l’aumento progressivo ogni anno dei terreni coltivati. L’Afghanistan è al secondo posto tra i paesi più corrotti al mondo e per quanto il nuovo presidente Ashraf Ghani, un economista della Banca Mondiale, si sia messo di impegno a sradicare la corruzione, sembra un’impresa quasi impossibile in un paese dove tutto gira intorno ai soldi, alle mazzette e ai favori. Il problema maggiore degli afghani non è l’insicurezza, e nemmeno la povertà, ma la corruzione. A questa conclusione è giunto il rapporto condotto dall’Unodc, l’ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine.

L’Unodc ha compiuto un’indagine a tutto campo sull’idea che gli afghani hanno di se stessi, del loro Paese e del governo.
L’inchiesta ha coinvolto 7.600 persone in 12 capitali provinciali e in 1.600 villaggi sparsi per l’intero territorio. Lo scopo dello studio era migliorare la percezione del Paese reale anche all’estero e favorire il progresso verso una forma più compiuta di democrazia. Con i talebani sempre più forti grazie a oppio e corruzione, un altro grave problema è l’assenza di controlli transfrontalieri terrestri relativamente al trasporto di denaro contante e più in generale la scarsa chiarezza delle norme doganali previste per le merci e i soldi: la maggior parte delle zone di confine, siano terrestri o aeroportuali, sono definite dal governo statunitense “scarsamente o per nulla sorvegliate” e nonostante gli accordi transnazionali firmati negli ultimi anni dal governo di Kabul con i Paesi vicini i traffici illeciti si sono moltiplicati, invece che diminuire.
Tra gennaio e novembre sono morti 6.785 tra soldati e poliziotti afghani, i feriti sono stati oltre 11.777, rispetto ai circa 5.000 caduti del 2015, questi numeri significano il vertiginoso aumento del 35% delle perdite in combattimento. Così pure un anno di perdite record tra i civili: 11.418 (3.498 morti e 7.920 feriti) come pubblicato dalla missione dell’ONU (UNAMA) con un aumento del 3% rispetto al 2015.
La produzione e il traffico di droga e la corruzione in Afghanistan sono aumentati da quando la guerra è iniziata, nel 2001. La missione di pace della Nato, che aveva promesso anche un contenimento e uno sradicamento di questa economia illegale, ha miseramente fallito. Un susseguirsi di episodi che vedono i signori della droga profondamente connessi al potere politico del governo afghano di Karzai (agente CIA dalla fine degli anni 80) e con frange di militari in missione. Molti esperti raccontano come la “missione di pace” sia in realtà una copertura per favorire la produzione di droga in Afghanistan e come la CIA sia coinvolta in essa. Un finale a sorpresa prende in esame il coinvolgimento della CIA in traffici di droga legati a guerre in tutto il mondo, spiegando come questo sia un mezzo spesso usato dall’intelligence americana (e non solo) per reperire fondi; e infine il ruolo della ‘ndrangheta in questo traffico, i luoghi che la droga afghana attraversa per arrivare in Italia, per poi essere smistata nel resto del mondo.

La corruzione è uno dei maggiori ostacoli per lo sviluppo dell’Afghanistan, in quanto rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti umani poiché implica discriminazione, ingiustizia e non rispetto della dignità umana. mNon ci sarà alcuna giustizia nel mondo né l’abolizione della povertà finché la corruzione minaccerà l’educazione, la salute, il mercato e l’ambiente. Se vogliamo migliorare la vita di milioni di persone che vivono nella povertà più estrema allora alla lotta contro la corruzione deve essere data il massimo della priorità a tutti i livelli. Tutti siamo responsabili della povertà, dal più povero alle nazioni più benestanti.
L’Afghanistan ha cambiato la sua facciata, ma non la sua essenza. A livello formale è stata fatta una grande rivoluzione, ma al governo ci sono gli stessi signori della guerra che c’erano prima: per questo non devono stupire i negoziati tra le istituzioni e i Taliban. Sono la stessa cosa.

Italia prossimo presente - Il corrotto Pd è parte attiva per attaccare l'identità italiana, che è strettamente connessa, con la cultura del popolo, è parte integrante di ogni italiano

Perché il TAR del Lazio ha bocciato la nomina dei direttori stranieri di alcuni musei italiani

25.05.2017 - Giovanni Succhielli

(Foto di quellichelafarmacia.com)

Con due sentenze, il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha accolto i ricorsi contro le nomine di cinque direttori di importanti musei italiani (a Mantova, Modena, Taranto, Napoli e Reggio Calabria). Queste erano tra le venti previste dal bando della cosiddetta riforma Franceschini del 2014. Oltre a motivare la propria decisione affermando che la prova orale si sarebbe svolta a porte chiuse e ci sarebbero stati “criteri magmatici” per la selezione, la Corte ha anche evidenziato l’illegittimità della concessione di quei ruoli a cittadini non italiani. Questa è la parte che più ha fatto discutere.

Franceschini si è detto esterrefatto, Matteo Renzi ha chiesto di “cambiare i TAR” e il ministro della Giustizia Orlando gli ha fatto eco, evidenziando la necessità di de-politicizzare i tribunali amministrativi.

Ma cosa dice la sentenza? Che il ruolo dirigenziale dato dalla direzione di un museo non può essere affidato a cittadini stranieri. I giudici fanno riferimento a due leggi dello Stato italiano. La prima è il decreto legislativo 165 del 30 marzo 2001, il quale afferma che i ruoli di impiego nella PA possono essere generalmente concessi a cittadini stranieri (ad esempio, dell’Unione Europea), tranne quelli che “implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri”.

L’articolo 1 del D.P.C.M. 174/1994, anche citato dai togati, specificava inoltre quali fossero questi incarichi. Per questo motivo, le nomine a direttori di musei riguardanti stranieri sarebbero illegittime.

Possibile che il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali guidato da Franceschini non abbia tenuto conto di queste due norme? In realtà, lo ha fatto solo in parte. La nomina dei direttori dei Musei è avvenuta con la legge 29 luglio 2014, n. 106, la quale afferma: “I relativi incarichi (per i dirigenti di poli museali di rilevante interesse nazionale, ndr) possono essere conferiti, con procedure di selezione pubblica […] a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali e in possesso di una documentata esperienza di elevato livello nella gestione di istituti e luoghi della cultura”. E, continua, “anche in deroga ai contingenti di cui all’articolo 19, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165”.

Non ignora del tutto, quindi, questa legge che il TAR ha pur citato per bocciare parte del provvedimento – come detto sopra. Ma il MIBACT, lungi dal cambiare il principio di cittadinanza previsto all’articolo 38, nel 2014 toccò soltanto l’articolo 19 del decreto, a cui viene appunto posta una deroga. E questo parla unicamente di criteri di merito per l’assunzione (curriculum, pubblicazioni, qualifiche accademiche…). La cittadinanza italiana resta, infine, indispensabile per l’accesso a quei ruoli.

La magistratura, sottolineando questo aspetto, non ha potuto che applicare dunque le norme vigenti. Quelle di cui il Ministro Franceschini parrebbe non essersi accorto.

In ogni caso, il governo è deciso ad appellarsi al Consiglio di Stato, dove la sentenza potrà essere confermata o ribaltata.

Migrazione di Rimpiazzo produce l'effetto voluto del decadentismo dell'Italia. Il corrotto Pd complice consapevole

25 MAGGIO 201715:06
Migranti, il procuratore di Caltagirone: "Cara di Mineo ingestibile, le donne temono stupri"

Il magistrato parla di numerosi casi di abusi registrati nella struttura



"Ci sono molte donne che vivono nel Cara di Mineo che hanno paura di essere stuprate". Così il procuratore di Caltagirone Giuseppe Verzera parlando dei numerosi casi di abusi registrati e non tutti denunciati nel centro di accoglienza. "L'arresto di un pachistano per violenza sessuale commessa nei confronti di una nigeriana è l'ennesima conferma che la struttura, che ospita al momento circa 3.500 migranti, è ingestibile", aggiunge.

Giusto mercoledì la polizia ha infatti arrestato in 33enne pakistano, Mubashar Mushtaq, per violenza sessuale su una nigeriana domiciliata nel Centro di accoglienza richiedenti asilo del Catanese. Gli investigatori sono intervenuti dopo la denuncia della vittima, la quale ha raccontato che l'uomo, dopo avere divelto la porta d'ingresso, ha fatto irruzione nel suo alloggio, l'ha schiaffeggiata e ha abusato di lei.

L'aggressione e' stata interrotta dall'arrivo di un inquilino della struttura che, allertato dalle urla della vittima, è intervenuto e ha allontanato di forza il violentatore.