Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 giugno 2017

L'Energia pulita c'è, eolico offshore e gli investimenti non possono ne devono ricadere sugli utenti ma su uno stato investitore

La politica energetica degli ultimi 20 anni adottata dall’Europa e dall’America di Gore e Obama ci sta distruggendo.

Maurizio Blondet 3 giugno 2017 

Franco Battaglia – Sab, 03/06/2017

Se c’è qualcuno che sta salvando il pianeta, questo è Trump. La politica energetica degli ultimi 20 anni adottata dall’Europa, prima, e dall’America di Gore e Obama poi, lo sta invece distruggendo.

Ha creato povertà nei Paesi ricchi, e reso più poveri quelli poveri. Per darvi contezza del problema e farvelo toccare con mano, v’invito all’esercizio che segue. Se le conservate, prendete le vostre bollette elettriche del 2007 e confrontatene la somma con quella delle bollette elettriche del 2016: scoprirete un aumento di costi del 130%, ingiustificato dall’inflazione. Le conseguenze dell’aumento ricadono sull’economia, posto che qualunque cosa si faccia la facciamo usando in un modo o nell’altro le risorse energetiche. L’assenza di disponibilità d’energia abbondante e a buon mercato ha devastanti conseguenze sul settore produttivo: alcune aziende chiudono, altre delocalizzane ove si risparmia, se non sull’energia, almeno sulla forza lavoro.

La causa degli abnormi costi, dicevo, va cercata nella dissennata politica energetica, che ha voluto promuovere le fonti alternative, che devono essere ancora inventate. In mancanza, sono state promosse quelle farlocche: fotovoltaico ed eolico nella produzione elettrica; e qualunque altra cosa diminuisse le emissioni di CO2. Il nucleare è stato escluso. Il presupposto principe di questa fissazione di voler ridurre le emissioni di CO2 è che questa molecola cibo degli alberi sarebbe responsabile di cambiamenti climatici catastrofici. Cambiamenti che, secondo i nani della Terra quali Obama, Merkel, Hollande (e mi scuso con quelli che non nomino), sarebbero già in atto da diversi decenni.

Per cambiamento climatico deve intendersi l’aumento di temperatura media del pianeta. E nient’altro. Non fatevi idee fasulle. Se domani succede un uragano da qualche parte, contrariamente all’ovvio, non è un cambiamento climatico. Peraltro, se si contano il numero di uragani registrati tra il 1950 e il 2000, sono stati tanti quanti quelli registrati tra il 1900 e il 1950. Bene. Chiarito ciò, vi chiederete come fanno a sbroccolare una temperatura media del pianeta. Fanno così: hanno messo termometri qua e là sparsi nel globo, ne registrano i valori e fanno la media. Non vi dico che questa procedura dà la stessa informazione della media aritmetica eseguita sui numeri di un elenco telefonico, perché v’è un’altra cosa più interessante che voglio dirvi: negli ultimi 100 anni questa media è aumentata di 0.8 gradi. È questo che i nani chiamano cambiamento climatico.

Ma se questo è il dato, esso è la prova che non v’è alcun cambiamento climatico in atto. Il perché è di una semplicità disarmante: la temperatura del pianeta ha una variabilità di 100 gradi, da 50 ai poli a +50 all’equatore. E in uno stesso luogo ha una variabilità di decine di gradi da una stagione ad un’altra. Una variazione di 0.8 gradi in 100 anni significa solo che il clima è straordinariamente stabile! Altro che mutevole. Qualcuno deve averlo fatto osservare a Trump. Questi deve aver pensato qualcosa del tipo sono-pazzi-questi-europei, e siccome il motto della politica di Trump è il-popolo-americano-innanzitutto, il presidente ha pensato bene di rompere il giocattolo dei pazzi. Lunga vita a Trump.

Fonte: IL GIORNALE

VEDI ANCHE :

Italia prossimo presente - è ufficiale la Finanza Globalizzata vuole destabilizzare l'Italia per rapinarla e asservire i popoli italici con l’avallo del Sistema mafioso massonico politico

SPY FINANZA/ Soros e il piano per far diventare l'Italia una "colonia muta"

Continua a essere troppo sospetta la voglia di andare al voto in autunno in Italia con un sistema elettorale che non garantisce governabilità. Il commento di MAURO BOTTARELLI

03 GIUGNO 2017 MAURO BOTTARELLI

George Soros (Lapresse)

Non una parola. Nessun telegiornale, ieri, ha dato cenno dell'unica notizia che valesse la pena riportare agli ascoltatori: George Soros ha lanciato la versione 2.0 del 1992, mettendo sotto la luce dei riflettori gli stessi Paesi che piegò in quell'anno, ovvero Italia e Gran Bretagna. Certo, ora non c'è più una lira su cui speculare, ma nemmeno Soros è più quello di un tempo: all'epoca era uno speculatore senza scrupoli e reo confesso, oggi è un filantropo. E, si sa, non sta bene che i filantropi escano allo scoperto con i loro piani di destabilizzazione politica, devono sembrare consigli per il bene comune: in Ucraina, ad esempio, ha funzionato a meraviglia, visto che l'Occidente ha accolto un vero e proprio golpe come fosse la festa di liberazione, finanziandone poi l'instaurazione al potere. E cosa ha detto Soros, parlando al Brussels Economic Forum a Bruxelles? «La crisi bancaria e migratoria in Italia sono oggi la minaccia più pericolosa per l'Unione europea». 

Stranamente, quelle parole assumevano un peso, anche simbolico, particolare, visto che Pier Carlo Padoan aveva appena chiesto uno "sconto" di 9 miliardi alla Commissione Ue per il 2018, un taglio frazionale che permetterebbe di ridurre a 6 miliardi il fabbisogno necessario a Roma per evitare l'aumento dell'Iva. Stranamente, poi, in Italia c'è aria di voto anticipato. E la Gran Bretagna? «La Brexit è estremamente nociva e rovinosa per entrambe le parti. L'Unione europea deve, quindi, resistere alla tentazione di punire la Gran Bretagna e, invece, intraprendere i negoziati con spirito costruttivo e cogliere l'occasione per lavorare su riforme di ampia portata». Inoltre, Soros ha indicato in cinque anni il tempo necessario per la completa separazione tra Regno Unito e Ue, non escludendo addirittura un'eventuale riunificazione. 

Guarda caso, in vista del voto di giovedì prossimo, stiamo assistendo alla meteoritica ascesa dell'impresentabile Jeremy Corbyn, un ferro vecchio del marxismo capace di tramutare Bernie Sanders nel nuovo che avanza: poco più di un mese fa, il suo Labour era staccato di 22 punti percentuali dai Tories della premier Theresa May, oggi sono sul filo di lana e si comincia a parlare di rimonta miracolosa. Cos'ha fatto, per ottenere un tale consenso in così poco tempo? Ha scoperto la cura definitiva per la calvizie? Oppure risolto il cronico problema del sistema sanitario nazionale? Ha certificato che c'è vita su Marte? No. Non ha fatto assolutamente niente, se non attaccare la politica estera di Blair in Iraq e Cameron in Libia, dicendo che quando si destabilizzano Paesi, si rischiano ritorsioni tragiche come l'attentato di Manchester. Buon senso, di fondo, ma anche la scoperta dell'acqua calda. E la May, cosa ha fatto per dar vita a un tracollo simile? A parte un paio di topiche nel manifesto elettorale (la cosiddetta dementia law che comporterebbe la fine della gratuità per l'accesso al servizio sanitario nazionale per determinate fasce di reddito), nulla di che. Imputarle responsabilità per le tragicomiche falle dell'intelligence riguardo l'attentatore di Manchester sarebbe idiota, prima ancora che ingiusto e anche il refrain in base al quale sarebbe incoerente che a gestire il Brexit sia qualcuno che ha apertamente fatto campagna e votato per il Remain, lascia il tempo che trova. Soprattutto, tra i sudditi di Sua Maestà. 

Chi sta facendo spostare l'ago della bilancia verso Corbyn? E chi lo ha detto che sia davvero così? Siamo sicuri della veridicità di quei sondaggi o ci troviamo di fronte a una campagna auto-alimentante, in vista delle urne? Anche perché cominciano a essere un po' troppe le vittorie al termine di marce folgoranti. Che dire di Emmanuel Macron, passato da ministro dell'Economia a presidente della Repubblica in meno di un anno e alla guida di un partito così di plastica da rendere Forza Italia paragonabile al Pci degli anni Sessanta? Non il sottoscritto, ma due notoriamente autorevoli e pacati analisti della realtà come Ferruccio De Bortoli e Massimo Cacciari, non più tardi di tre settimane fa, ammisero candidamente a Otto e mezzo, ospiti di Lilli Gruber, che la vittoria di Macron era anche frutto dell'operato della Massoneria francese. Insomma, logge potenti più Banca Rothschild: decisamente il presidente del popolo, decisamente una democrazia compiuta. 

E poi, avete saputo cosa è accaduto giovedì in Francia? No? Non mi stupisce, tg e giornali al riguardo sono stati davvero massonici, come livello di segretezza. Ve lo dico io: il capo dell'Agenzia francese per la cybersecurity (Anssi), Guillaume Poupard, ha dichiarato che l'indagine che ha sovrainteso non ha trovato alcuna traccia di gruppi hacker russi implicati nell'attacco alla campagna elettorale di Emmanuel Macron. Di più, «l'hackeraggio è stato così generico e semplice che praticamente potrebbe essere stato chiunque. Penso che possa essere opera di una persona sola e che abbia potuto agire da qualsiasi nazione». Meglio non farlo sapere in giro, meglio continuare a vendere la favola di Putin che intercetta anche i piccioni. 

È in questo contesto che l'Italia si appresta ad andare al voto anticipato, un contesto che vede Soros pontificare a Bruxells che «l'Ue va drasticamente ripensata», che «occorre contrastare i populismi» e che «il voto in Olanda e Francia ha ridato un po' di slancio all'Europa». Ora, per quale diavolo di ragione dovremmo andare a votare, tra fine settembre e inizio ottobre? Cosa cambia attendere la scadenza naturale di febbraio/marzo, visto che è dal 2011 che siamo eterodiretti a livello governativo? Come si può mandare Padoan a trattare con l'Ue sulla manovra lacrime e sangue del 2018, con la prospettiva che possa non essere lui a mettere mano al Def in autunno? Che garanzia diamo? Se, per caso, Pierre Moscovici abbozzasse ancora e facesse finta di niente di fronte a questa palese contraddizione politica, significa che a Bruxelles hanno deciso che occorre cambiare cavallo a palazzo Chigi. E, soprattutto, al Mef. D'altronde non è un mistero che il numero uno della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, abbia in testa un piano per la germanizzazione dell'Unione, lo ha scritto nero su bianco in un foglio di lavoro che è rapidamente circolato a Bruxelles. 

Juncker propone un ministero del Tesoro unico e un presidente permanente dell'Eurogruppo, mentre fra il 2020 e il 2025 dovrebbero iniziare i lavori per emettere un titolo pubblico europeo con la garanzia degli Stati. Nel documento non si parla di eurobond, bensì di european safe asset: di fatto, una securitization che mantenga però al sicuro i conti tedeschi, visto che il bond ibrido che ne nascerà avrà differenti livelli di concentrazione dei vari debiti. E Berlino comprerà solo quelli sicuri. Infine, ciò che vi dico da sempre: alla scadenza del mandato di Mario Draghi, nel 2019, l'approdo alla Bce di Jens Weidmann, attuale numero uno della Bundesbank. Insomma, un piano ambizioso che richiede governi proni e fedeli. Eppure, nell'ultimo periodo del suo mandato, Matteo Renzi non era stato tenero con l'Europa: vi ricordo che stiamo parlando di chi promise di abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum del 4 dicembre, non penso serva dire altro per declinarne il grado di coerenza e affidabilità. 

Matteo Renzi è semplicemente accecato dal potere, ne ha bisogno fisico. E per ottenerlo è pronto a tutto, anche a condannare il Paese a una cura greca. Perché è quello che ci attende. Prima salirà l'Iva, poi arriverà la patrimoniale, poi si metterà mano al sistema bancario: dall'altro giorno, Telecom ha un capo francese e Macron ha riaperto il tavolo Stx con Fincantieri. Nel frattempo, la Germania - proprio alla vigilia dei mesi turistici - si è comprata con due spiccioli, tutti gli aeroporti greci. Questo non è complottismo, è la realtà. Se poi voi volete credere alla coincidenze e alla casualità del timing di certi avvenimenti, fate pure, ma attenzione perché il passo successivo è quello di credere agli asini che volano e prendere delle pastiglie colorate tutti i giorni. 

Quella che sta per aprirsi ufficialmente, sarà la più falsa e traditrice campagna elettorale di sempre: il 1994, in confronto, fu un leale confronto. Non a caso, si è scelto il modello elettorale perfetto per blindare la situazione: Pd e Forza Italia ad agire da manovalanze dei desiderata esteri, Ue in testa e Lega Nord e M5S a far finta di fare l'opposizione, loro ruolo naturale, essendo incapaci di governare. Il Paese mutilato perfetto, la colonia paciosa che suona il mandolino e mangia gli spaghetti, mentre Berlino e Parigi si fanno i comodi loro. Stavolta non serve nemmeno la simil-segretezza del Britannia, da cannibalizzare è rimasto talmente poco che con un governo su procura ci vorrà davvero nulla per ottenere quanto desiderato. Oltretutto, in perfetto regime bipartisan. 

Quanta fretta di andare alle urne, quanta voglia di democrazia. Più che altro, quanta sete di vendetta da parte di Matteo Renzi e quanta paura per i propri interessi personali da parte di Silvio Berlusconi. Scommettete che se si andrà davvero alle urne a settembre, in ottobre il contenzioso tra Mediaset e Vivendi su Premium si chiuderà senza morti, né feriti? E il bello di essere una colonia senza dignità, accetti tutto e ringrazi pure. A noi toccherà ringraziare per la gentile concessione di poter andare alle urne, come se in queste condizioni avesse un senso. Sono solo giochi di potere e noi ne siamo ai margini, anzi siamo il tabellone del Risiko sopra cui i potenti giocano. Chissà, magari Maurizio Molinari e Beppe Severgnini potranno dirci qualcosa di più al riguardo, lunedì. Per quel giorno, infatti, dovrebbero essere tornati da Chantilly, in Virginia (Usa), dove hanno preso parte ai lavori del 65mo meeting del Bilderberg Group, tenutosi nell'esclusiva Westfields Marriot, di cui vi regalo un'immagine 


Sì, lo so, ha un'aria parecchio massonica, l'architettura della facciata sembra quella del tempio di una loggia, ma non credete a queste cose, sono dicerie da complottisti. Così com'è passata rapidamente in cavalleria la querelle Boschi-De Bortoli, senza che la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio (e fedelissima renziana) desse seguito alle minacce di querela. Insomma, Ferruccio De Bortoli pare abbia detto il vero, quando ha scritto che la Boschi avrebbe cercato di piazzare Banca Etruria a Unicredit, parlandone direttamente con Federico Ghizzoni. Per giorni non si parlò d'altro, poi tutto nel dimenticatoio. Forse, però, quella polemica può essere stata uno starter occulto, un segnale che la grande campagna d'autunno poteva avere inizio. E, state certi, che non ci sarà profumo di sottobosco dopo la pioggia nell'aria. Ma odore stantio di massoneria.

Pronta la moneta elettronica mondiale non contrattata ma imposta dalle multinazionali



Ethereum ai massimi record: supererà il Bitcoin nel 2018

3 giugno 2017 · 
Flavia Provenzani

Ethereum supererà il Bitcoin nel 2018. E’ questa la previsione che sta prendendo sempre più piede nel mercato delle criptovalute.

La quotazione dell’Ethereum ha recentemente segnato i massimi di sempre a quota $236,97 il 31 maggio, per un aumento di oltre il 35% in sole 24 ore.

L’aumento del prezzo segna così un +1400% negli ultimi tre mesi, grazie alla crescente visibilità dell’Ethereum e alla diffusione dell’interesse nelle criptovalute a livello mondiale.

Ethereum sostenuto dalle multinazionali

A febbraio la seconda valuta digitale più diffusa al mondo, Ethereum, ha inaugurato una forte ascesa, nonostante a giugno 2016 qualcuno ha rubato circa 59 milioni di dollari di "ether" forzando la blockchain. In quel momento un’alleanza di alcune aziende finanziarie e tecnologiche tra le più avanzate del mondo tra cui JPMorgan Chase, Microsoft, Intel e oltre due dozzine di altre società hanno collaborato per sviluppare delle nuove tecnologie per rendere più facile alle imprese l’utilizzo del codice blockchain per l’Ethereum - e non per il bitcoin - nel tentativo di indirizzarsi verso il sacro graal di un mondo post-banche centrali in cui ogni transazione è debitamente rintracciabile.

Accenture lo scorso mese ha rilasciato un report in cui sostiene che la tecnologia blockchain potrebbe far risparmiare alle 10 banche più grandi del mondo tra gli 8 di e i 12 miliardi di dollari all’anno sui costi delle infrastrutture - circa il 30 per cento dei loro costi totali. Da allora molte multinazionali effettivamente hanno adottato Ethereum come standard per i distributed ledger technology (DLT), dei libri mastri digitali distribuiti.

Ethereum batterà il bitcoin nel 2018

Tre mesi dopo i fatti, con la quotazione dell’Ethereum aumentata di 15 volte oltre i 230 dollari, Bloomberg scrive: "Fatti da parte, bitcoin. C’è un altro token digitale in città che sta conquistando i cuori e i portafogli degli appassionati di criptovalute in tutto il mondo".

Il valore dell’Ether - la moneta digitale legata alla blockchain di Ethereum - potrebbe superare il bitcoin entro la fine del 2018, secondo Olaf Carlson-Wee, chief executive officer dell’hedge fund su criptovalute Polychain Capital, intervistato da Bloomberg.

"Ciò che abbiamo visto sull’Ethereum è un ecosistema molto più ricco ed organico che si è sviluppato molto, molto rapidamente, che è ciò che ha determinato la crescita del prezzo dell’Ethereum, che in realtà è stata molto più aggressiva di quella del bitcoin",

ha detto Carlson-Wee in un’intervista a Bloomberg martedì.

Nonostante l’Ethereum abbia subito un attacco hacker imbarazzante la scorsa estate, che ha portato al furto di milioni di dollari in Ether, la criptovaluta ha attirato l’interesse delle industrie dalla finanza all’assistenza sanitaria perché la sua blockchain fa molto più che permettere agli utenti di trasferire bitcoin da una persona ad un’altra.

"I suoi sostenitori ritengono che possa essere una macchina universalmente accessibile per gestire le imprese, in quanto la tecnologia consente alle persone di fare azioni più complesse in modo condiviso e decentrato".

Ecco perché l’Ethereum sta guadagnando sempre più adepti. Carlson-Wee non è il primo a prevedere un futuro luminoso per Ethereum. Fred Wilson, co-fondatore e partner di Union Square Ventures, ha presentato uno scenario ancora più ambizioso per la criptovaluta in un’intervista all’inizio di questo mese.

"La capitalizzazione di mercato dell’Ethereum supererà la capitalizzazione del bitcoin entro la fine dell’anno",

ha dichiarato Wilson, che è anche presidente del consiglio di amministrazione di Etsy.
Infatti, se si esamina la quota di mercato relativa delle varie criptovalute e ne si ricavano le tendenze attuali, l’Ethereum potrebbe superare il bitcoin in pochi mesi.

Ethereum vs. Bitcoin: lotta alle quote di mercato

Attualmente il bitcoin domina poco meno della metà del mercato delle valute digitali, in calo da circa il 90 per cento di tre mesi fa, secondo i dati di Coinmarketcap. Nel frattempo, l’Ethereum ha quadruplicato la sua quota, che ora rappresenta più di un quarto della torta.

Indicativamente, in questo momento la capitalizzazione di mercato di Bitcoin è di 37 miliardi di dollari, il 75% in più rispetto a quella dell’Ethereum. Se le previsioni sono accurate, Ethereum, attualmente quotato a $230, arriverà a quota 400 dollari molto presto, se non di più. Ciò che è interessante notare è che mentre il bitcoin ha colpito i massimi di tutti i tempi sopra i 3.000 dollari una settimana fa, non è più riuscito a salire, mentre l’Ethereum ha continuato a salire sempre più in alto.

"Siamo ancora nella fase della costruzione delle infrastrutture",

ha detto Carlson-Wee.

"Ma penso che entro uno o due anni, inizieremo a vedere le prime applicazioni virali".

In ogni caso, per i lettori interessati a mettere denaro nelle criptovalute, estremamente volatili, siate preparati ad una possibile perdita completa del proprio investimento, dato che esporsi a rincorse speculative raramente ha un lieto fine. E cercare di anticipare l’apice di una qualsiasi bolla è un inutile spreco di tempo.

La crescita del bitcoin ha iniziato a superare i suoi fondamentali, che costituivano la gran parte della spiegazione del suo rialzo astronomico. Altri hanno attribuito l’aumento alla speculazione, oltre ad un aumento dell’interesse verso l’Asia e l’adozione della criptovaluta da parte di alcune multinazionali.

Articolo originale pubblicato su Money.it

Nino Di Matteo - Cosa Nostra e istituzioni sono due facce della medesima medaglia, tenere sottomesso e togliere qualsiasi speranza al popolo italiano d'accordo con i loro padroni d'oltre oceano

Nino Di Matteo: Cosa Nostra, le stragi, la politica


-Nino Di Matteo– Buona sera a tutti. Innanzitutto voglio ringraziare gli onorevoli Di Maio e Bonafede che mi hanno invitato e mi hanno consentito di partecipare a questo convegno così interessante in una sede così prestigiosa. Io esprimerò il punto di vista di un magistrato che da ormai 25 anni si occupa di inchieste e processi su Cosa Nostra. Mi sono occupato di processi di ordinaria criminalità mafiosa, estorsioni, traffici di stupefacenti, omicidi, guerre di mafia. Mi sono occupato anche di stragi ed omicidi eccellenti ed anche soprattutto di processi che hanno riguardato ipotesi di accusa di collusioni tra esponenti politici, esponenti del mondo del potere ed organizzazione mafiosa. Mi sono occupato di processi che hanno riguardato ipotesi di riciclaggio del denaro mafioso ma credetemi, mi approccio a questa discussione con sincera umiltà, senza nessuna pretesa di esaustività, però con una consapevolezza maturata in questi 25 anni che è, consentitemi di dire, molto precisa e netta. La questione mafiosa, la diffusione di metodi mafiosi anche al di fuori delle compagini criminali tradizionali perfino all’interno delle istituzioni o comunque del potere, la sempre più evidente connessione ed interazione tra il sistema mafioso e quello corruttivo, costituiscono oggi un gravissimo fattore di condizionamento e compromissione della democrazia reale nel nostro paese. Una intollerabile e sistematica violazione di fondamentali diritti costituzionali. Ecco perché sono convinto, e questa convinzione, credetemi, è sincera, che nell’ottica della finalmente auspicabile effettiva applicazione dei principi della nostra Costituzione, la lotta alla mafia, alla corruzione e alla illegalità, e soprattutto, all’illegalità dei cosiddetti colletti bianchi e del potere, dovrebbe essere ciò che finora non è stato, ovvero il primo obiettivo di ogni governo di qualunque orientamento o colore politico.

Storicamente Cosa Nostra è stata l’organizzazione criminale di stampo mafioso che più di ogni altra ha alzato e concretamente esercitato a livelli altissimi la sua pretesa di partecipare attivamente alla gestione reale del potere nel nostro paese. È stata protagonista, lo sapete tutti, dei più efferati delitti, omicidi eccellenti e stragi, che hanno pesantemente condizionato e continuano in parte a condizionare la nostra democrazia. E questo non è una novità. Non credete a coloro i quali vi dicono che oggi la mafia è cambiata rispetto a ieri. Da sempre Cosa Nostra ha nel suo D.N.A. la capacità di instaurare, coltivare e mantenere nel tempo uno stretto rapporto di convivenza e sinergia con il potere ufficiale: politico, economico, finanziario, istituzionale.

Questa tremenda e peculiare capacità di Cosa Nostra è dimostrata ed esemplificata da tante vicende sfociate in procedimenti giudiziari, che non sarebbe concettualmente onesto relegare al rango di ordinarie od occasionali collusioni criminali. Esse rappresentano qualcosa di più significativo. Sono storie delle quali non si parla più, dopo che in passato se n’è parlato poco e male, spesso con consapevole travisamento della verità perfino quando è stata consacrata in sentenze definitive della magistratura. Mi riferisco, tra le altre, alla vicenda sfociata nella sentenza definitiva a carico del sette volte Presidente del Consiglio Andreotti ed alla sentenza sfociata nel procedimento a carico di uno dei maggiori esponenti di livello, prima della polizia di Stato e poi dei servizi di sicurezza, come il Dottor Contrada. Mi riferisco inoltre alla sentenza Dell’Utri, alle vicende giudiziarie più recenti che hanno riguardato due degli ultimi Presidenti della Regione Sicilia, il Senatore Salvatore Cuffaro e l’Onorevole Lombardo.

Questo soltanto per ricordarvi e ricordarci tutti un dato che una volta Salvatore Cancemi, un collaboratore di giustizia appartenente alla cupola di Cosa Nostra, mi raccontò con particolare enfasi, affermando: “Guardi, Riina ci diceva sempre: ‘se noi non avessimo avuto il rapporto con la politica, il rapporto con il potere, saremmo stati una banda di sciacalli e quindi una banda di criminali ordinari’”. Ed io aggiungo una banda facilmente debellabile con un’azione ordinaria di repressione criminale. Le teste pensanti dell’organizzazione, anche il Riina, hanno la consapevolezza precisa della decisività del rapporto esterno con il potere per la loro stessa esistenza in vita. Ciò che continua, e che mi ha molto amareggiato e preoccupato in questo periodo, è l’assenza di una speculare e contraria consapevolezza istituzionale e politica circa la necessità, per operare un salto di qualità: recidere una volta per tutte ogni possibilità di rapporto tra la mafia e la politica. Loro hanno la consapevolezza della decisività di questi rapporti. Noi, Stato dobbiamo maturare questa consapevolezza e tradurla in fatti. Per vincere la guerra è necessario creare le condizioni per recidere questi rapporti. Il percorso non può prescindere dal recupero dell’autonomia e primaria del ruolo della politica.

Per troppo tempo la politica ha preferito delegare esclusivamente alla magistratura il compito di contrastare il crimine. Per troppo tempo ha abdicato ad un suo ruolo primario ed irrinunciabile in democrazia. Ha preferito fingere di non capire che certe condotte, a prescindere dalla loro rilevanza penale, devono necessariamente essere considerate eticamente e politicamente censurabili.

Per troppo tempo il potere in tutte le sue declinazioni ha volutamente sovrapposto, fino a farli coincidere, due tipi di responsabilità profondamente ed ontologicamente diversi: la responsabilità penale e quella politica., fingendo di rispettare il principio costituzionale della presunzione d’innocenza di ogni imputato fino alla condanna definitiva, che è altro ed attiene al processo penale.
A mio parere è proprio grazie a questo meccanismo perverso che si è verificata, ad esempio, la santificazione di Andreotti, dopo la sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato, almeno fino al 1980. È per questo perverso meccanismo che, ad esempio, Cuffaro e Dell’Utri sono stati nuovamente candidati ed eletti nel 2008, nonostante la notorietà oggettiva, già all’epoca, dei loro rapporti con i mafiosi. E’ per lo stesso meccanismo che, nonostante quanto consacrato nella sentenza definitiva a carico del senatore Dell’Utri e le condanne definitive per gravi reati a sua volta personalmente riportate, l’onorevole Berlusconi è ancora oggi in grado di ricoprire un ruolo importante e decisivo nel contesto politico nazionale. Da cittadino, prima ancora che da magistrato, ciò sembra ancora più paradossale in un contesto nel quale recentemente il Parlamento, che non ha votato la decadenza di un suo membro condannato definitivamente, negli stessi giorni sembrava preoccuparsi solo di porre delle regole stringenti per evitare che i magistrati potessero candidarsi alle elezioni politiche. Mi sembra un mondo al contrario!

Ecco perché, essendo necessario richiamare la doverosità di meccanismi di responsabilità politica che prescindano dall’eventuale responsabilità penale, credo che costituisca un importante segnale positivo e di svolta l’approvazione del codice etico del Movimento Cinque Stelle. Quest’ultimo muove dalla distinzione di due concetti di responsabilità differenti e, finalmente, anche in applicazione dell’articolo 54 della Costituzione, consente ed in alcuni casi impone, l’attivazione di meccanismi di responsabilità che muovono dal basilare rispetto del principio costituzionale. Principio che impone, ad ogni cittadino cui sono affidate le funzione pubbliche, di adempierle con disciplina ed onore.

Sempre su questo tema si è parlato molto, ed ormai se ne parla ininterrottamente da quasi 30 anni, di guerra tra politica e magistratura. Io sono convinto che questa sia una rappresentazione falsata della realtà. Sono convinto che abbiamo assistito ad un’azione unilaterale, costante, sistematicamente ben organizzata, di un’ampia parte della politica trasversale ai vari schieramenti contro quella parte della magistratura, in molti momenti minoritaria, che ancora si ostina a voler esercitare il controllo di legalità anche nei confronti del potere. Un’azione contro quei magistrati che non si conformano ai desiderata dei governanti di turno.

Siamo abituati, ogni qualvolta abbiamo notizie di un’indagine relativa all’emersione di un possibile rapporto collusivo tra mafia e politica, a due tipi di reazione. Da una parte si grida al complotto giudiziario, dall’altra parte si afferma che è necessario attendere il lavoro della magistratura e le sue sentenze definitive. Personalmente mi inquieta di più questo secondo atteggiamento perché nasconde la consapevole rinuncia ad esercitare un controllo politico di certe condotte, anche ove non sia possibile configurare o provare l’illecito penale. La politica si è vigliaccamente tirata indietro addossando quindi solo sulle spalle della magistratura il compito di combattere la mafia. Altro che invasione di campo da parte della magistratura!

Ogni tanto mi fa quasi impressione ascoltare uno degli ultimi interventi di Paolo Borsellino poche settimane prima di essere trucidato insieme agli agenti della sua scorta in Via D’Amelio. Intervenendo in un dibattito pubblico che riguardava il già allora annoso problema dei rapporti tra mafia e politica, Paolo Borsellino sottolineava come fosse grave l’atteggiamento della politica di non censurare condotte di comprovato rapporto con la mafia quando queste condotte non potessero essere consacrate come penalmente rilevanti in sentenze definitive.

Ebbene, io mi trovo a riflettere amaramente, credetemi, senza nessuna polemica, sul fatto che probabilmente dal ’92 ad oggi la situazione è anche peggiorata perché oggi non bastano neppure le statuizioni contenute in sentenze definitive per fare scattare certi meccanismi di responsabilità.

Mi fece una certa impressione che proprio nel giorno in cui la Cassazione decretava la definitività della sentenza di condanna nei confronti del Senatore Dell’Utri e stigmatizzava la conclusione dei Giudici di merito di Palermo della Corte D’Appello, confermata dalla Cassazione, affermando con sentenza definitiva che dal 1974 al 1992 fu prima stipulato poi mantenuto reciprocamente ed alimentato un patto di reciproca protezione tra le famiglie mafiose palermitane principali e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi, proprio in quei giorni, l’allora Presidente del Consiglio Renzi discuteva con l’Onorevole Berlusconi di come riformare la nostra Carta Costituzionale.

Oggi molte cose sono state dette. Cercherò anche di non ripetere quanto, condivisibilmente a mio parere, rappresentato da chi è intervenuto prima di me sull’interazione tra mafia e corruzione. Ormai nel perseguire il loro intento di profitto, gruppi imprenditoriali di diversa consistenza ed estrazione, sempre più spesso ricorrono, alternandoli o integrandoli gli uni agli altri, a metodi corruttivi e a metodi tipicamente mafiosi. A loro volta le mafie, per riciclare il loro denaro ed investirlo in attività apparentemente lecite, ricorrono direttamente al metodo corruttivo o sfruttano l’esercizio di quel metodo da parte dell’imprenditore colluso in grado di oliare meglio e a dovere, i meccanismi dell’amministrazione della Cosa Pubblica.

Per questo oggi mafia e corruzione si evidenziano come due facce della stessa medaglia, segmenti di un sistema criminale integrato. Allora noi dobbiamo trovare la capacità di individuare e reprimere in maniera omogenea queste due facce della stessa medaglia. Ed invece, ad oggi, così non è. La situazione dei numeri dei detenuti nelle nostre carceri lo dimostra: le statistiche sono state poc’anzi ricordate. Un numero irrilevante di detenuti, veramente irrilevante, sta scontando una pena definitiva per reati di corruzione, concussione, turbativa d’asta o scambio politico elettorale mafioso.

Dobbiamo dire la verità e dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e cognome. Versiamo in una situazione di sostanziale e totale impunità di condotte gravissime e ciò pesa ormai in maniera insopportabile non solo per i danni economici, di cui no mi appassiona la stima dei danni economici, ma ancor prima per la mortificazione delle legittime e sacrosante aspettative dei cittadini onesti e per un effetto generalizzato di induzione al delitto che la certezza della sostanziale impunità produce nella nostra società.

E allora, dobbiamo cercare anche di prospettare dei rimedi. Come operare un salto di qualità nell’azione di contrasto alla mafia e al sistema criminale integrato mafioso-corruttivo. Parto dalla base. Sono stati fatti dal ’92 ad oggi dei passi in avanti notevoli nella repressione della cosiddetta mafia militare però dobbiamo mantenere i capisaldi di quegli strumenti giuridici che hanno consentito questo progredire nella lotta alla mafia militare.

Mi preoccupa sentire ancora oggi parlare ripetutamente dell’opportunità di abolire l’ergastolo cosiddetto ostativo anche per i mafiosi. Mi preoccupa sentire parlare della possibilità di allargare l’applicabilità di benefici penitenziari di varia natura, anche ai detenuti per reati di mafia. Mi preoccupo perché so bene, con l’esperienza che ho maturato in tanti anni di processi, che l’ergastolo e il 41 bis da sempre sono state le principali spine nel fianco per Cosa Nostra, tanto che l’abolizione dell’ergastolo e l’abolizione del 41 bis erano certamente tra gli oggetti principali delle richieste che i capi della mafia facevano allo Stato nella vicenda del cosiddetto Papello per smettere di fare stragi, per cessare la strategia stragista inaugurata con l’omicidio Lima e poi proseguita fino al fallito attentato all’Olimpico di Roma nel Gennaio del 1994.

E allora facciamo attenzione perché credo, e lo credo anche ovviamente sulla base dell’esperienza quotidiana di investigazione, che ancora oggi molti dei capi della mafia che potrebbero pensare di iniziare a collaborare con la Giustizia, e magari sarebbero anche in grado di farci fare un salto di qualità nell’indagine, trovano una controspinta a questa scelta per loro così difficile, nella speranza alimentata da queste discussioni e progetti di Legge che lo stato possa rivedere la disciplina e la normativa sull’ergastolo e il 41 bis.
 Ma come fare il salto di qualità? Bisogna mantenere quindi gli strumenti che sono stati via via adottati. Dobbiamo superare un pericolosissimo pregiudizio ideologico, quello che ancora oggi fa ritenere le fattispecie di concorso esterno come meno gravi in rispetto ad ogni situazione di appartenenza formale. Dobbiamo superare quel pregiudizio che non tenendo conto della enorme gravità di certe condotte, ancora porta la previsione di pene molto più basse per il reato di voto in scambio politico elettorale mafioso (416 ter), rispetto all’ipotesi prevista dal 416 bis dell’appartenenza anche soltanto formale o residuale di un uomo d’onore all’organizzazione mafiosa. 
Dobbiamo capire bene come affrontare da un punto di vista legislativo la tematica del voto dello scambio politico elettorale mafioso ed evitare il ripetersi di certi errori, come un errore a mio parere si è rivelata l’approvazione della legge sul 416 ter in questa legislatura, che di fatto per come è stata concepita e scritta, ha segnato addirittura un passo indietro rispetto alla precedente, tanto che alcuni processi per 416 ter che si erano conclusi precedentemente con la condanna, a seguito della introduzione del nuovo testo, sono stati poi oggetto di riforma in Cassazione e di assoluzione definitiva dell’imputato.

Ma il vero salto di qualità non può prescindere dalla consapevolezza che mafia e corruzione sono ormai segmenti dello stesso sistema criminale. È intollerabile che si protragga allora la sostanziale impunità di cui vi parlavo per i reati dei colletti bianchi ovvero i reati dei pubblici ufficiali contro l’amministrazione. Io credo e spero che chi governerà il paese nei prossimi anni deve, con i fatti e non con la solo politica degli annunci come si è fatto fino ad oggi, cambiare strategia. Deve dare una svolta alla legislazione e alla politica criminale per contrastare la corruzione e tutti i delitti dei colletti bianchi, per evitare che la giustizia si trasformi definitivamente in una macchina capace soltanto di usare la forza contro gli ultimi, contro i diseredati, contro i disperati, contro coloro i quali spesso delinquono per necessità.

Ora toccherò alcune cose che sono state dette stamattina ed anche oggi pomeriggio. Ovviamente non possiamo in questa sede affrontare funditus ogni argomento ma mi permetterò di trattarne alcuni. In questo cambio di strategia alcune riforme potrebbero rivelarsi immediatamente efficaci, innanzitutto quella della prescrizione del reato. Non è ammissibile che la stragrande maggioranza dei procedimenti per corruzione o reati di quel tipo, si concluda, anche quando inquirenti riescono a dimostrare l’esistenza del reato e ad individuare i colpevoli, con la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione. Occorrerebbe quindi bloccare il decorso al momento dell’esercizio dell’azione penale o, in alternativa, fare iniziare il decorso del termine prescrittivo nel momento in cui il reato viene scoperto e non dal momento in cui il reato è stato commesso.

Poi, so di poter essere criticato e non condiviso in questa proposta, a mio parere per questo tipo di reati sarebbe necessario un innalzamento delle pene edittali. Non mi riferisco alle pene edittali massime, o comunque non soltanto e non tanto a quelle, ma soprattutto alle pene edittali minime, per evitare quello che ogni giorno si ripete ovvero che il condannato riesca ad evitare sistematicamente con il ricorso alle misure alternative anche un solo giorno di detenzione, anche in presenza di episodi gravissimi di corruzione o abuso di pubbliche funzioni.

Sono invece assolutamente favorevole invece all’introduzione e all’istituzionalizzazione della figura, non soltanto della gente sotto copertura, ma anche del cosiddetto agente provocatore come è già previsto in altri ordinamenti penalistici avanzati, come negli Stati Uniti, purché il tutto venga caratterizzato da un controllo fin dall’inizio dell’infiltrazione da parte dell’Autorità Giudiziaria.

Sarei favorevole alla previsione di benefici processuali ancora più importanti di quelli già comunque introdotti per chi collabora con la giustizia, sulla falsa riga di quelli previsti per i pentiti di mafia. In questo alveo si inserisce perfettamente, a mio avviso, la proposta di estendere ai più gravi casi di corruzione la normativa in materia di misure di prevenzioni patrimoniali prevista per gli indiziati di mafia, soprattutto perché in questo modo si vanificherebbe la speranza, per non dire la certezza, del corrotto di poter uscire da ogni indagine completamente indenne a causa della prescrizione che interviene nel processo penale. Si finirebbe per contribuire a spezzare il vincolo omertoso che lega corruttori e corrotti e i corrotti tra di loro nel perverso sistema che si perpetua oggi all’infinito.

Per il sistema della corruzione della gestione privatistica o lobbistica del potere esercitato, alimentato dalle tangenti, o dal peso delle proprie influenze, una legge di questo tipo, come quella che col disegno di legge che è stato presentato recentemente anche da Antonio Ingroia, costituirebbe quello che costituì per i mafiosi l’iniziativa di Pio La Torre: un terremoto capace finalmente di sconvolgere delicati equilibri fondati su una valutazione costi-benefici-rischi che ancora oggi fa pendere la bilancia a vantaggio della scelta corruttiva.

Io credo che anche sul terreno del sostegno politico a questo tipo di proposte si giochi l’ennesima occasione di riscatto di un ceto politico che ha bisogno di riacquistare, nell’interesse di tutti, credibilità ed autorevolezza iniziando dalla capacità e volontà di privilegiare il valore della onestà.

Ed ora qualche ulteriore spunto di riflessione sulla magistratura italiana. La magistratura italiana deve fare la sua parte fino all’ultimo, ma anche la politica deve fare la sua parte. Ciascuno di noi magistrati dovrà fare tutto quello che gli è possibile per preservare l’effettività dell’autonomia e di indipendenza del singolo magistrato, ma anche la politica deve fare questo. E anche la politica deve lottare per cambiare quegli odiosi sistemi di spartizione del potere e di regolamentazione dell’autogoverno della magistratura che abbiamo mutuato dalla peggiore politica. Ciascuno di noi magistrati dovrà resistere alla tentazione di assecondare le sempre più evidenti influenze esterne che tendono ad orientare l’attività giudiziaria anche in funzione di criteri di opportunità politica, di atti e provvedimenti.

Rispetto alla valutazione delle conseguenze degli atti, mi sono sentito personalmente dire da colleghi, da professori universitari, da avvocati, che nell’intera vicenda che ha riguardato le intercettazioni casuali ed indirette che hanno coinvolto l’allora Presidente della Repubblica, “Noi abbiamo agito correttamente”. Sapete quante volte mi sono sentito dire che noi abbiamo agito correttamente e doverosamente nel momento in cui abbiamo chiesto ed ottenuto dalla Corte d’Assise la citazione in aula del Presidente Napolitano? Ma sapete quante volte nelle stesse occasioni mi è stato detto “però non era opportuno”?

E allora il problema, che non riguarda soltanto questo caso ma riguarda tanti altri casi, (vi potrei citare tra gli altri quello che ho ascoltato a proposito dei giudizi sull’inchiesta sull’Ilva di Taranto e tante altre situazioni), è che noi dobbiamo lottare. Noi magistrati, noi cittadini e la politica dobbiamo lottare per avere una magistratura autonoma ed indipendente, che valuti esclusivamente la doverosità del proprio agire e mai l’opportunità politica.

Ciascuno di noi magistrati, e la politica, deve combattere la sempre più evidente normalizzazione e burocratizzazione della magistratura, che passa sempre più attraverso la gerarchizzazione delle Procure, attraverso la scelta dei capi degli uffici, attenti più a che fare giustizia a non destabilizzare gli assetti politici del momento. Dobbiamo combattere quella logica che si sta impadronendo purtroppo di una parte della magistratura che è la logica esclusiva dei numeri, delle statistiche. Quella logica che Giovanni Falcone chiamava delle carte apposto. Dobbiamo combattere la logica del contenimento dei costi dell’indagine e del processo a discapito della qualità, dell’approfondimento, della verità cercata con ostinazione, anche quando altri alzino il muro di gomma dei silenzi, dei depistaggi, dell’omertà istituzionale.

Un’ultima annotazione… In questi giorni di ricordo della Strage di Capaci abbiamo assistito, e credetemi soffro nell’affermare questo, al trionfo dell’ipocrisia, della sterile retorica, dei molti che fingono di commemorare i morti dopo averli mortificati da vivi. Abbiamo assistito a chi vuole riportare solo ad aspetti emozionali ed intimistici vicende che hanno avuto, e continuano ad avere, un’importanza ben più ampia nella storia del nostro paese. Mi sono volutamente astenuto dal partecipare al coro delle dichiarazioni, dei ricordi e delle passerelle televisive.

Oggi voglio semplicemente sottolineare un mio convincimento: dal 1992 ad oggi uno sforzo importante ed impegnativo di molti magistrati ed investigatori ha consentito di conseguire, con i processi che si sono celebrati sulle stragi del ’92 e ‘93, dei risultati importanti, non affatto scontati e che sarebbe profondamente ingiusto sottovalutare. Per esempio a proposito della Strage di Capaci abbiamo una sentenza definitiva di condanna per 37 esecutori e mandanti dell’eccidio. Si tratta di tutti uomini di Cosa Nostra.

È comunque un risultato importante nel paese delle stragi impunite. Ma chi veramente sa e conosce che cosa è emerso da quelle indagini e da quei processi oggi, a distanza di venticinque anni, non può mettere un bollo di verità esclusiva di purezza mafiosa su quella strage. Quelle sentenze non devono costituire un punto di arrivo finale nello sforzo della ricerca di verità ma un punto di partenza attraverso il quale rilanciare la ricerca di, a mio avviso, sempre più evidenti responsabilità di ambienti e uomini estranei a Cosa Nostra.

Sono veramente numerosi e concreti gli spunti, gli indizi e i fatti dai quali partire per la ricerca del completamento della verità perché una verità parziale è pur sempre una verità negata.

Oggi voglio accennarvi soltanto ad alcuni dei dubbi rimasti insoluti da questa stagione di inchieste e processi. Perché in questo Parlamento nel marzo del ’92 l’autorità massima di pubblica sicurezza, il Ministro degli Interni Scotti, parlò subito dopo l’omicidio Lima innanzi alla Commissione Antimafia e alla Commissione Affari Costituzionali, di un inizio di un piano di destabilizzazione da parte mafiosa, e non solo mafiosa, per sovvertire l’ordine democratico? E perché quell’allarme venne assolutamente sottovalutato perfino dopo che la strage di Capaci e la strage di Via D’Amelio ne confermarono l’attendibilità?

Perché addirittura quel Ministro degli Interni fu sostituito e non divenne Ministro nella nuova compagine governativa insediatasi il 28 giugno del ’92? Perché i mafiosi che avevano già progettato e pronto nei minimi particolari l’omicidio del Giudice Falcone a Roma, di ben facile esecuzione, vennero fermati e richiamati a Palermo da Salvatore Riina perché l’attentato doveva essere realizzato a Palermo con modalità clamorose, nonostante le difficoltà, facendo saltare un pezzo di autostrada?

Cosa intendeva dire Riina nel 2013 quando al suo compagno di socialità Lo Russo, raccontava di aver detto ai suoi sodali che se fosse circolata all’interno di Cosa Nostra la piena verità sulla strage sarebbe stata la fine dell’organizzazione mafiosa? Questo fu detto da Salvatore Riina…

Quali sono le persone portanti di cui ha parlato il pentito Cancemi che nel periodo delle stragi incontrava Riina? Perché qualcuno si è preoccupato di far sparire i file informatici di Giovanni Falcone? Perché Giovanni Falcone aveva portato con se a Roma alcuni atti relativi a Gladio, la stessa organizzazione della cui esistenza, prima che diventasse nota politicamente, gli aveva già parlato qualcuno a Palermo mettendo a verbale determinate conoscenze?

Perché il telecomando venne consegnato da Pietro Rampulla, esponente storico della destra estrema, a Giovanni Brusca che lo azionò come dice la sentenza? E perché Pietro Rampulla che doveva partecipare materialmente all’attentato quel 23 maggio, adducendo una scusa, rimase a casa sua?

Qual è la vera origine e il vero significato del foglietto repertato dalla scientifica sul cratere di Capaci poche ore dopo la strage, contenente annotazioni di numeri telefonici riconducibili al Sisde di Roma e al capocentro del Sisde di Palermo?

Cosa si nasconde dietro la morte di Gioè Antonino, uno degli autori della strage, che stava conducendo una trattativa parallela a quella più nota con lo Stato per il recupero di opere d’arte rubate da parte di Cosa Nostra in cambio della concessione di arresti domiciliari a uomini di spicco dell’organizzazione mafiosa? Perché questo soggetto si suicidò, ammesso che si sia suicidato?

In sostanza chi sono e che ruolo hanno avuto nelle stragi le menti raffinatissime già individuate da Falcone come i veri ispiratori ed autori dell’attentato subito nel giugno dell’89 all’Addaura?

Perché in tempi così stretti dopo Capaci venne preparato in fretta l’attentato di Via D’Amelio?

Le sentenze dicono che ci fu un’accelerazione. Perché ci fu un’accelerazione?

La sottrazione dell’agenda rossa è funzionale ad impedire che si potesse risalire al motivo di questa accelerazione e della fretta di uccidere Borsellino?

In presenza di questi e di tanti altri buchi da colmare, non ci possiamo accontentare dalla retorica. Non è accettabile quello che viviamo oggi ovvero che l’interesse all’approfondimento della verità su queste vicende sia rimasto ad appannaggio di pochissimi magistrati e di pochissimi investigatori sempre più isolati, senza risorse quando non ostacolati o derisi come appassionati di archeologia giudiziaria. Magistrati considerati come gli ultimi giapponesi che si ostinano a combattere una guerra ormai apparentemente finita da tempo.

Oggi per non tradire e calpestare la memoria di Giovanni Falcone abbiamo una sola strada, dura, tortuosa, che costerà lacrime e sangue a chi avrà il coraggio di tracciarla: dobbiamo pretendere tutti il massimo sforzo nella prosecuzione delle inchieste da parte delle autorità giudiziarie, da parte della Commissione Antimafia con i suoi compiti di coordinamento e di impulso e delle Direzioni Distrettuali competenti. Dobbiamo pretendere il massimo sforzo delle eccellenze delle forze di polizia come fu assicurato nell’immediatezza delle stragi per cercare di trovare gli esecutori materiali mafiosi.

Cittadini e parlamentari devono valutare seriamente l’opportunità, a mio avviso chiarissima, di un’approfondita inchiesta politica magari della Commissione Antimafia che accompagni e sostenga lo sforzo giudiziario.

Dobbiamo stimolare la massima attenzione dell’opinione pubblica. Noi cittadini dobbiamo pretendere verità e giustizia. Solo così penso che continuerà ad avere un senso la speranza che le idee, le passioni e il senso profondo di giustizia di Giovanni Falcone continui a vivere oggi ed in futuro. Grazie.

Il governo del corrotto Pd persegue con pervicacia volontà il lavoro precario pagato con i voucher che nascondono il lavoro nero attraverso il loro uso truffaldino

Il ritorno dei Voucher e del loro abuso

Il governo reintroduce i voucher ed il loro abuso a beneficio della medesima, vastissima, platea di committenti.

di Carmine Tomeo 03/06/2017 Editoriali

Credits: http://www.flcgil.it/~media/originale/34342766167530/lavoro-nero-2.jpg

Diciamo la verità: quando poche settimane fa il governo, con tratto di penna, aveva cancellato i voucher, quanti credevano davvero nella buona fede dell’esecutivo? Di certo non occorreva intrufolarsi segretamente nelle stanze di Palazzo Chigi per capire che l’intenzione di Gentiloni e Renzi non era fare un passo indietro rispetto alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, ma semmai di evitare il referendum promosso dalla Cgil, che avrebbe potuto segnare la seconda, pesante sconfitta del governo in una consultazione popolare, dopo quella dello scorso dicembre sulle modifiche costituzionali. Ed infatti, alla prima occasione utile, l’uscita da destra dai voucher è arrivata con un emendamento alla manovra economica correttiva che reintroduce i buoni lavoro sotto altro nome nel giorno in cui milioni di cittadini si sarebbero dovuti esprimere per la sua abrogazione. Un atteggiamento spregiudicato, che già il vice presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena ha definito anticostituzionale; mentre la Cgil ha biasimato il comportamento del governo ed ha già minacciato il ricorso alla Consulta ed una manifestazione indetta per il prossimo 17 giugno contro la reintroduzione truffaldina dei voucher. È qualcosa, ma non abbastanza. Questo governo ed i suoi predecessori hanno già dimostrato scarsa attenzione per le pronunce di altri poteri dello Stato. Ne sono una dimostrazione i raggiri rispetto alle decisioni sull’acqua pubblica o sulle trivellazioni petrolifere; ma la stessa discussione sulla legge elettorale denota quanto il governo ed un Parlamento di nominati considerino vincolanti le decisioni della Consulta.

Alla fine, quello che è stato prodotto sul lavoro accessorio è una pezza peggiore del buco da coprire e le anticipazioni che erano state fornite, viste alla luce di quanto partorito, sembra fossero servite solo da cuscinetto per le polemiche che inevitabilmente sarebbero venute fuori. Ad esempio, si parlava inizialmente che un limite per l’azienda utilizzatrice del lavoro occasionale fosse il numero di 5 dipendenti. L’emendamento alla manovra correttiva che ha reintrodotto i voucher, specifica, invece, che i 5 dipendenti devono essere assunti con contratti a tempo indeterminato. Così, se un’azienda, ad esempio di 50 lavoratori, avesse alle sue dipendenze solo 5 operai con con contratto a tempo indeterminato e tutti gli altri inquadrati con contratti interinali, a chiamata, a tempo determinato, non avrebbe alcun ostacolo ad inserire lavoratori da pagare con buoni lavoro. Oppure da pagare in nero.

Cosa si sono inventati nel PD e cosa hanno approvato insieme al partito di Renzi, Lega Nord e Forza Italia? L’emendamento che porta la firma di Titti Di Salvo (ex Cgil ed ex Sel, ora PD) prevede che le imprese non possano più acquistare i buoni lavoro dal tabaccaio (ma inizialmente questa possibilità non era prevista nemmeno per i precedenti voucher), ma attraverso una piattaforma dell’Inps alla quale l’impresa dovrà iscriversi ed aprire un conto con un tetto massimo di 5.000 euro annui. Inoltre, l’azienda dovrà dare, almeno un’ora prima, comunicazione all’Inps dei dettagli della prestazione che non potrà essere inferiore alle 4 ore. Meglio di prima, quindi? Neanche per sogno anche perché, come spesso si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli. E nel dettaglio della nuova regolamentazione del lavoro occasionale, si nasconde, appunto, la possibilità per le imprese di far lavorare a nero.

L’emendamento che reintroduce i voucher prevede la possibilità di revocare la dichiarazione trasmessa all’Inps per usufruire della prestazione occasionale entro i tre giorni successivi al giorno previsto per lo svolgimento dell’attività. Ecco, quindi, cosa può accadere: un’azienda trasmette all’Inps la comunicazione per il lavoro occasionale, ad esempio per 4 ore di lavoro. Non arriva nessun controllo per l’accertamento della regolarità della prestazione (ed è noto quale sia il rischio per un’impresa di subire un’ispezione) ed entro tre giorni l’azienda revoca la comunicazione, paga in nero il lavoratore e mantiene inalterato il conto di 5.000 euro annui che costituirebbe il tetto massimo per usufruire del lavoro occasionale. Ma perché essere maliziosi? Perché non avere fiducia nell’utilizzo corretto e regolare del lavoro accessorio così regolato? La risposta è nei numeri forniti da istituti ufficiali.

Le statistiche dell’Inps mostrano che da quando i voucher furono liberalizzati, l’utilizzo del lavoro accessorio è cresciuto notevolmente. Si è passati da 38,5 milioni di voucher venduti nel 2013 agli oltre 134 milioni nel 2016, utilizzati praticamente in ogni settore economico e produttivo; negli anni è cresciuto il numero dei lavoratori coinvolti, mentre è andata riducendosi la quota di prestatori pagati per la prima con voucher. Ciò significa che per moltissimi lavoratori essere pagati con buoni lavoro non è una esperienza estemporanea, ma semmai che si ripete. Una situazione che lascia intuire come per questi lavoratori la precarietà sia una condizione consolidata. Questa estensione del lavoro accessorio non inganni rispetto all’emersione del lavoro nero. Nel testo dell’Inps sul lavoro accessorio (WorkINPS Papers, settembre 2016), si legge infatti che “Quanto alle relazioni con il lavoro nero, non si sono prodotte evidenze statistiche significative in merito all’emersione, grazie ai voucher, di attività di lavoro sommerso mentre invece diverse situazioni (come nel caso di rapporti regolati con un solo o pochissimi voucher) non fugano di certo il sospetto che il voucher sia in realtà un segnale tipo iceberg di attività sommersa anche di dimensioni maggiori di quella emersa”. Tanto che, con buona pace del governo, di Renzi e dei suoi lacchè, l’Inps definisce “irrealistiche” le aspettative “che il voucher servisse per l’emersione dal nero”. Semmai, sostiene l’Istituto previdenziale, le evidenze fanno “pensare, più che a un’emersione, a una regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero”. A conferma di questa situazione, l’Inail aveva già mostrato preoccupazione per il significativo aumento delle denunce di infortunio, anche mortale che hanno riguardato i voucheristi, pervenute all’ente assicurativo lo stesso giorno del pagamento del primo voucher, facendo supporre che la regolarizzazione del lavoratore occasionale possa essere sovente avvenuta solo a seguito di infortunio.

Ora, si consideri questa situazione, che le nuove regole sul lavoro accessorio non fermano ma semmai possono incentivare, e la si metta in relazione con la media italiana degli addetti per azienda. In Italia, secondo elaborazioni Istat su dati Eurostat, le aziende occupano mediamente 4 lavoratori. Sono oltre 4 milioni le imprese fino 9 dipendenti, dove sono impiegati il 46% dei lavoratori del nostro Paese. Questa è, come minimo, l’area economica e produttiva dove anche i nuovi voucher possono trovare applicazione, dove cioè è facilissimo trovare imprese che impieghino al massimo 5 lavoratori con contratti a tempo indeterminato. E guarda caso, si legge nello studio Inps sul lavoro accessorio già citato, che il committente del lavoro accessorio è tipicamente un’impresa piccola, non una famiglia (come spesso hanno raccontato gli accaniti sostenitori dei voucher), determinandosi “una domanda molto frammentata, con protagoniste le aziende piccole, con o senza dipendenti”.

È evidente, quindi, l’operazione truffaldina e gattopardesca che è stata portata avanti sui voucher: prima sono stati aboliti per evitare il rischio di una nuova sconfitta referendaria, che sarebbe stata esiziale per le sorti del governo e per le mire di Renzi di un nuovo incarico a Palazzo Chigi; poi sono stati reintrodotti, con altro nome, qualche limitazione di facciata, rivolti alla stessa vastissima platea di committenti, che possono produrre gli stessi abusi di prima, lo stesso lavoro nero di prima e che servono a perseguire gli stessi obiettivi che avevano portato alla liberalizzazione dei voucher: aumentare il grado di precarietà nel mondo lavoro, indebolire ancora i lavoratori, far pagare la riduzione del costo del lavoro ai lavoratori già stremati da anni di crisi, stagnazione economica e misure di austerità.

Per resistere ed opporsi a queste misure non basterà un’ulteriore raccolta firme, né un appello al Capo dello Stato e nemmeno semplicemente un ricorso alla Consulta. Occorre, invece, ridare protagonismo ai lavoratori in lotta.

03/06/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte. 

Sindacati sempre più in crisi, rivolgersi alla magistratura poi ai giudici europei denota una estrema debolezza e incapacità

Contratto scuola, stipendi, pensioni e precarietà: ‘Non c’è dignità in questa Repubblica’ 

Scuola, ultime notizie sabato 3 giugno 2017: rinnovo contratto, aumento stipendi, pensioni e precarietà ma lo Stato festeggia la Repubblica. 

Nel giorno dei festeggiamenti dedicati al ricordo della nascita della Repubblica Italiana, dobbiamo ricordarci anche e soprattutto delle ingiustizie che sono costretti a subire i lavoratori della scuola. A sottolineare questo aspetto, il Presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, che punta il dito contro lo Stato italiano repubblicano, colpevole di aver approvato, contro il mondo della scuola, delle norme che violano almeno sette articoli della Costituzione e tre direttive europee. Queste le parole di Pacifico. Scuola, ultime notizie 3 giugno: Anief ‘Possiamo parlare di Repubblica moderna che tutela i propri cittadini?’ ‘Com’è possibile che gli stipendi di chi lavora nella scuola debbano essere bloccati da quasi 10 anni, senza nemmeno aver concesso loro il paracadute costituito dalla vacanza contrattuale? Perché un insegnante in pensione nella scuola deve percepire in media 1.300 euro al mese mentre la media dei dipendenti pubblici supera i 1.800 euro? – si chiede il segretario confederale Cisal. 

‘Una Repubblica moderna che tutela i propri cittadini – prosegue Pacifico – non dovrebbe permettere l’approvazione di norme, invece in vigore nella nostra Penisola, che violano almeno sette articoli della Costituzione italiana e tre direttive europee: sono infatti penalizzati per la mancata tutela del diritto all’avvicinamento alla famiglia, per un accesso ritardato ai pubblici uffici, per una retribuzione iniqua, per una ricostruzione di carriera incompleta e per una pensione e liquidazione ingiusta. Tutto ciò accade come se la Corte Costituzione, nell’estate del 2015, non avesse mai dichiarato illegittimo il blocco stipendiale che invece continua a essere in atto.’ Aumento stipendi e supplenze: ‘Come si può parlare di occupazione lavorativa dignitosa?’ “Ha fatto bene Papa Francesco a parlare, qualche giorno fa, di lavoro come figura antropologica, inteso come dono di sé, creatività, libertà e dignità. Ecco – sottolinea Pacifico – a queste condizioni, con l’inflazione che ha superato con 14 punti percentuali gli stipendi di chi lavora a scuola, con la precarietà perenne, come si può parlare di occupazione lavorativa dignitosa? Oggi chi vuole insegnare nella scuola è atteso ancora da un lunghissimo periodo di supplenze: ci sono decine di migliaia di docenti selezionati, formati, abilitati all’insegnamento che la Buona Scuola ha lasciato fuori delle assunzioni. A costo di lasciare vacanti tantissimi posti liberi, come poi è accaduto. Tanto è vero che a settembre avremo ancora quasi 100mila supplenze annuali, di cui oltre 80mila su posti vacanti ma furbescamente non ritenuti tali dall’amministrazione. Ora – ha concluso il presidente dell’Anief – poiché lo Stato italiano non intende sanare queste situazioni, il sindacato ha deciso di rivolgersi ai giudici super partes che operano in Europa”

Trump ufficializza quello che prima era nascosto - che l'unico terrorismo attualmente esistente: quello — wahhabita — che, oltre a rimanere in Siria e in Iraq sotto la protezione dell'Occidente, mette le bombe in Europa


Una inedita Crociata Araba sotto il comando di Israele

Com’è ormai evidente a tutti, la parabola di Trump, da Riyadh a Bruxelles a Sigonella, è stata un disastro politico-diplomatico. [Giulietto Chiesa]
covfefe

Redazione1 giugno 2017Megachip
di Giulietto Chiesa.

Com’è ormai evidente a tutti, la parabola di Trump, da Riyadh a Bruxelles a Sigonella, è stata un disastro politico-diplomatico. Viene ora da chiedersi se un giorno gli storici potranno fare un parallelo perfetto con la “fuga” del 1974 in Medio Oriente di Richard Nixon (quattro mesi dopo la quale lo attese un vergognoso Watergate).

Cioè quanto tempo gli e si concederanno gli avversari interni prima di metterlo sulla graticola dell'impeachment. Quello che è avvenuto negli ultimi giorni di Maggio ha infatti del paradossale. I rapporti inter-occidentali ne escono profondamente lesionati. Ma anche stranamente modificati. La furibonda Merkel parla ora di necessità dell'Europa di "fare da sé". Il bellicoso Macron, appena uscito dal guscio, si fa avanti come protagonista nel rilancio della guerra contro Bashar al Assad, cioè nella provocazione contro la Russia. Come saranno regolati i rapporti interni alla Nato non lo sa nessuno, ma tutti sanno che non potranno essere come prima. Vale per tutti, Turchia compresa.

Donald Trump, dal canto suo, senza consultare nessuno degli alleati, ha inaugurato una nuova fase della politica americana in Medio Oriente che fa perno sull'Arabia Saudita e che si propone di riunire, sotto la benedizione di Washington, tutti e venti i paesi arabo-sunniti, con l'aggiunta di un'altra ventina di paesi musulmani, in una Nuova Crociata sunnita contro l'Iran. Ma è stato lui a cucinare una tale insalata, condita con 100 miliardi di dollari — che diventeranno almeno 350 in pochi anni — per armare la crociata? 

Qualcuno ha parlato di una "Nato Araba", e ovviamente il nome non sarà questo. Ma il significato è proprio questo: una nuova alleanza contro quello che viene considerato (e qui si vede benissimo, in trasparenza, la mano di Tel Aviv) il nemico mortale, il diavolo sciita. L'operazione ha, figurativamente, le caratteristiche di un salto mortale doppio carpiato. Trump va a nominare, a capo di una coalizione "contro il terrorismo di Teheran", la testa del serpente che si chiama ISIS. Lo fa appena prima di avere invitato la Nato tutta intera a impegnarsi in un guerra contro il terrorismo, che viene indicato come nemico assoluto.

La Russia non viene qui nominata (ed è certamente un fatto significativo). Ma tra gli alleati Nato ce ne sono molti che ritengono piuttosto la Russia come il nemico assoluto. Certo più di Daesh. E poi chi bombarderanno, gli alleati della Nato? Macron, per esempio, riceve i "tagliagole moderati" della Siria e dichiara che il suo obiettivo è la testa di Bashar. Riassumendo (sempre che sia possibile): la "Nato araba" si prepara a colpire gli ahjatollah, con il plauso dell'America di Trump, mentre la Nato europea si prepara a colpire Bashar, senza il plauso di Trump?

Non esattamente. Stando ad ascoltare il generale Herbert MacMaster, il numero uno della Sicurezza Nazionale, la Crociata Araba dovrà colpire non solo Teheran ma anche Damasco. Il cielo del Medio Oriente rischia di diventare molto affollato. Troppo. Dunque occorrerà uno stato maggiore congiunto delle due coalizioni, quella vecchia e quella, nuova di zecca, inaugurata da Donald Trump e Riyadh. Quello che è del tutto evidente è che non ci sarà alcuna guerra (salvo quella di Mosca e Damasco) contro l'unico terrorismo attualmente esistente: quello — wahhabita — che, oltre a rimanere in Siria e in Iraq sotto la protezione dell'Occidente, mette le bombe in Europa. E il comando generale dell'Impero orienterà le due coalizioni contro la Russia e contro l'Iran.

Questo è quello che la squadra di Trump ha fino ad ora messo in piedi. Resta da vedere per quanto tempo questa squadra resterà al comando, essendo evidente che l'Europa che conta si è schierata contro di essa. Sarà utile tenere presente la possibilità che la "Crociata Araba", avendo acquisito una struttura permanente, essendosi dotata di un comando unificato, avendo le armi necessarie per diventare temibile (tutte cose nuove, che sono state decise a Riyadh), decida di procedere per la sua strada, seguendo le indicazioni di Tel Aviv, ormai divenuta Gerusalemme, e non quelle di Washington e di Bruxelles.