Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 giugno 2017

Ius soli - rendere la cittadinanza sempre più priva di valore, perdita d'identità, annullamento delle tradizioni e della cultura di un popolo

Ius soli, Fusaro lancia l'allarme: “Così perderà la cittadinanza chi ce l'ha”

16 giugno 2017 ore 16:00, intelligo

Lo ius soli è un pericoloso “grimaldello” per annientare il concetto di cittadinanza: non avremo più cittadini, ne avremo in realtà di meno, anzi non ne avremo più nessuno, visto che saremo tutti trasformati in consumatori-apolidi e sradicati, che hanno tanti diritti quanti possono comprarne. È l’allarme che il filosofo Diego Fusaro lancia in un’intervista concessa a IntelligoNews.


Pensa che l’introduzione dello ius soli nel nostro ordinamento sia un fattore positivo di modernizzazione per l’Italia?

Il problema in questione - per ragionare non in astratto ma sul piano della concretezza storica, con Hegel e non con Kant – è che con lo ius soli non estenderanno la cittadinanza ma la negheranno a chi ce l’ha. Questa tendenza in atto mi porta a essere critico sullo ius soli. Siamo di fronte a una situazione analoga a quella creatasi sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: si fa passare per privilegio un diritto, poi si nega il privilegio, quindi il diritto, rendendo tutti ugualmente irrilevanti. Il capitale non vuole integrare i migranti e gli stranieri, vuole disintegrare i non ancora migranti e i non ancora stranieri. È in atto la distruzione del concetto di cittadinanza.

Il fatto che il Parlamento stia seguendo la strada del cosiddetto ius soli temperato, con limiti e condizioni, può limitare i rischi?

Forse il fatto che lo ius soli sia temperato limita in parte il problema da me evidenziato ma la tendenza generale resta l’annientamento del concetto di cittadinanza per sostituirlo con quello di consumatore apolide-sradicato, che ha tanti diritti quanti ne può comprare con il denaro. Lo ius soli è un grimaldello fondamentale perché ciò avvenga.

Oltre che sul piano dell’idea di cittadinanza, lo ius soli crea a suo giudizio problemi anche in termini di sicurezza e contrasto al terrorismo?

Non ho elementi per dire se sia o non sia o non problema in termini di sicurezza e prevenzione del terrorismo. Il vero problema resta per me quello della cittadinanza più che quello della sicurezza. Il vecchio modello del cittadino nello Stato sovrano nazionale, con diritti che gli competono in quanto cittadino nazionale, si sta disgregando. Sta subentrando quello del consumatore-apolide migrante e sradicato. Non ci sono più diritti del cittadino ma merci del consumatore, che può comprarne se ne ha la facoltà economica. Il consumatore è egli stesso una merce, come si dice in ossequio al dogma della libera circolazione delle merci e delle persone. Appunto: prima le merci e poi le persone.

Nicola Gratteri - “Se io fossi legislatore andrei all’origine, al motivo per cui i fascicoli stanno dieci anni chiusi in procura e su quali sono i rimedi e perche’ cio’ non avvenga”

Riforma codice penale, Gratteri: “In Italia conviene ancora delinquere”



“Le modifiche normative che riguardano l’ordinamento – ha detto il procuratore di Catanzaro – devono puntare a far funzionare i tribunali e le procure”

“In Parlamento non ci sono maggioranze forti per fare delle modifiche forti. Una volta superato il problema etico e morale, in Italia e’ ancora conveniente delinquere. Fino a quando non ci sara’ questa volonta’ non saranno fatte rivoluzioni copernicane”: è l’opinione del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, a proposito della riforma del processo penale.

“Le modifiche normative che riguardano l’ordinamento devono puntare a far funzionare i tribunali e le procure”, continua il magistrato simbolo della lotta alla ‘Ndrangheta ospite a Passignano sul Trasimeno (Perugia) della manifestazione culturale ‘L’isola del libro’. “Se io fossi legislatore andrei all’origine, al motivo per cui i fascicoli stanno dieci anni chiusi in procura e su quali sono i rimedi e perche’ cio’ non avvenga”, ha spiegato, “tutti i problemi vanno visti sempre a monte, mai a valle. Altrimenti e’ sempre un rattoppare, un rincorrere qualcosa”.

Affermazioni che hanno suscitato la reazione del sottosegretario all’Interno Gianpiero Bocci, anche lui ospite dell’evento, che ha difeso l’operato del governo. “Tutto cio’ che questo parlamento poteva fare lo ha fatto – ha detto – credo che si faccia un passo avanti. Per la prima volta la riforma tocca un tema delicato come le intercettazioni, dove affronta la necessita’ di non indebolire l’attivita’ investigativa e rinunciare al diritto di cronaca”. Gratteri, che ha aperto la manifestazione dedicata alla lettura che avra’ luogo sul lago Trasimeno per tutta l’estate, ha toccato molti temi legati al sistema della giustizia in Italia, compreso quello delle carceri. “In Italia sono soltanto contenitori – ha affermato – dai quali si esce facilmente e che servono poco. Se il detenuto passa ore davanti al televisore l’obiettivo della rieducazione si allontana”.

L’idea, allora, e’ quella di “introdurre il lavoro obbligatorio per i detenuti come terapia necessaria alla sua rieducazione”. Altro tema affronto e’ stato quello della pervasivita’ della mafie, in particolare della ‘Ndrangheta, nelle attivita’ economiche, non solo al sud Italia. “Nessun territorio e’ piu’ immune – ha detto Gratteri – la ‘Ndrangheta e’ presente in tutta Italia, in cinque continenti, laddove c’e’ denaro e potere. E’ interessata anche a latifondi e terreni, che servono per giustificare i soldi che arrivano a fiumi dai traffici illeciti, principalmente quelli di cocaina”. L’attenzione, secondo Bocci, parlamentare umbro, non deve essere abbassata in nessuna regione: “Con il terremoto sono arrivati molti soldi. Non dimentichiamo l’esempio dell’Emilia Romagna, dove le infiltrazioni mafiose si sono intensificate proprio negli anni del sisma”.

Nicola Gratteri - le sue competenze sono delle chiavi importanti


Venerdì, 16 Giugno 2017 17:04


Catanzaro - Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha scelto il procuratore Nicola Gratteri per rappresentare l’Italia all’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Un prestigioso incarico per il procuratore capo di Catanzaro che ha accettato ma avrebbe messo come veto quello di non ricevere il gettone di presenza.

L’Osce, nata negli anni ’70 come Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa principalmente per dialogo tra Est e Ovest, oggi con i 57 Stati partecipanti del Nord America, dell’Europa e dell’Asia, è la più grande organizzazione regionale per la sicurezza al mondo impegnata a garantire la pace, la democrazia e la stabilità a oltre un miliardo di persone.

"Sono un consulente gratuito e non voglio essere condizionato" ha affermato il Procuratore che ha poi aggiunto: "Metto le mie conoscenze a disposizione dello Stato dopo che per 30 anni ho fatto un certo tipo di lavoro. La prossima riunione sarà a Vienna il mese prossimo e poi ad ottobre ci sarà una due giorni a Palermo con 54 Paesi e sette Stati del nord Africa. Tra l'altro in quel semestre l'Osce sarà a conduzione italiana".

"In questi organismi - ha detto Gratteri - ci vuole molta pazienza per rapportarsi a sistemi giudiziari diversi dal nostro. La difficoltà è fare capire come si esplicano i comportamenti mafiosi in quegli Stati. Molti pensano alla mafia violenta, che spara e incendia le auto, ma la mafia non è più questo. Soprattutto nel nord e centro Europa la mafia vende cocaina e compra di tutto. E' importante quindi fare capire anche alle forze dell'ordine quali sono i pericoli, rapportandosi a Paesi che neanche hanno una legislazione contro la criminalità organizzata".

REAZIONI

Magorno (Pd) si complimenta con procuratore Gratteri per nuovo incarico

“L'indicazione da parte del Governo del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri quale rappresentante dell'Italia nell'Osce ci riempie di soddisfazione. Esiste, infatti, una Calabria operosa e di grande qualita' capace di assumere su di se' la rappresentanza dell'intera Nazione, figure di pregio e spessore chiamate a occuparsi di settori cruciali e di estrema delicatezza nelle istituzioni internazionali. Ci congratuliamo con il procuratore Gratteri e gli auguriamo buon lavoro nel suo nuovo e prestigioso incarico". Lo afferma in una nota Ernesto Magorno, segretario regionale del Pd Calabria.

Rosanna Scopelliti: "Bene Alfano su nomina Gratteri"

"La Calabria ha tanti uomini e donne capaci di diventare simboli di vera e propria 'eccellenza nel mondo'. Uno di questi è Nicola Gratteri, magistrato tutto d'un pezzo e dalla schiena dritta, che da anni è in prima fila nella sua battaglia per la legalità e la giustizia". Lo afferma, in una dichiarazione, la deputata di Alternativa Popolare, Rosanna Scopelliti. "Per questo il ministro Alfano - prosegue Scopelliti - ha scelto lui per il delicatissimo compito di rappresentare l'Italia nell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Come è facile intuire non si tratta di una nomina politica, ma di una scelta chiara e forte, quella di mettere al servizio dell'Europa uno degli uomini migliori che l'Italia ha a disposizione. Da vero uomo di Stato, Gratteri ha accettato l'incarico e ha scelto di non ricevere alcun compenso, chiedendo e ottenendo la massima garanzia di autonomia. Un'autonomia che il ministro Alfano e il governo sono ben lieti di assicurargli. Gli faccio i migliori auguri per questa nuova sfida al servizio del Paese e sono sicura che ancora una volta ci renderà tutti orgogliosi di lui". 

Alfano: preziose competenza e professionalità Gratteri

"Abbiamo chiesto al Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri di dare una mano di aiuto al Governo e allo Stato italiano nel sostegno di importanti lavori che saremo chiamati a fare presiedendo l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa il prossimo anno". Lo ha detto Angelino Alfano a Catanzaro per partecipare ad un convegno su diritti e tolleranza sulla . "Intanto già quest'anno - ha aggiunto Alfano - cominciamo con il gruppo di contatto che vede coinvolti i Paesi del Mediterraneo e credo che la competenza nel contrasto al narcotraffico e quella a complesse organizzazioni criminali, tipica della professionalità del dottore Gratteri, potrà giovare al nostro Paese sia in termini sostanziali che di prestigio nel contesto internazionale. L'autonomia chiaramente è compresa in ogni azione che un magistrato svolge, attività che in questo caso, peraltro, avviene a costo zero per lo Stato anche in ragione di una esplicita richiesta del dottore Gratteri di non avere compensi".

Iran-Cina sempre più vicini. Il messaggio è chiaro e forte

Speciale difesa: Iran e Cina danno il via ad esercitazioni navali congiunte nello stretto di Hormuz e nel Mare dell’Oman

Teheran, 16 giu 16:00 - (Agenzia Nova) - 



Le Marine militari di Iran e Cina daranno il via ad una serie di esercitazioni nello stretto di Hormuz e nel Mare dell’Oman a partire dal prossimo 18 giugno. L’annuncio è stato dato ieri sera dell’ammiraglio Hossein Azad, comandante della Prima base militare iraniana, in una conferenza stampa congiunta con il comandante della 150ma flottiglia della Marina cinese, l’ammiraglio Shen Hao, organizzata nel porto di Bandar Abbas. Secondo quanto riferito dall’alto ufficiale della Marina militare iraniana, le esercitazioni comprenderanno la parte orientale dello Stretto di Hormuz e l’area settentrionale dell’Oceano indiano. L’ammiraglio ha precisato che le manovre sono nate con l’obiettivo di unire l’esperienza delle due Marine nel campo della lotta contro la pirateria, la difesa delle flotte commerciali, operazioni di salvataggio in mare e lo scambio di informazioni.

Da parte sua l’ammiraglio Shen Hao ha sottolineato che le esercitazioni fanno parte di un programma già avviato di cooperazione tra le due Marine militari e rafforzano “l’amicizia e la fiducia” tra Iran e Cina in campo navale. Per l’ammiraglio cinese, Iran e Cina condividono antiche tradizioni e hanno una lunga storia di amicizia e queste esercitazioni dimostrano che la cooperazione a livello di Marine militari è entrata in una nuova fase. La flottiglia cinese è giunta ieri nel porto di Bandar Abbas e comprende il cacciatorpediniere lanciamissili Chang Chun (DDG-150), la fregata lanciamissili Jin Zhou (FFG-532) e la nave da rifornimento Chao Hu. Prima della tappa in Iran la flottiglia ha fatto scalo a Karachi in Pakistan per un programma di formazione degli equipaggi.

Iran e Cina hanno intensificato la cooperazione navale in questi ultimi anni. Nel settembre 2014, una flottiglia di navi da guerra cinese ha fatto tappa a Bandar Abbas e ha tenuto un'esercitazione navale congiunta con navi della Marina militare iraniana. Nel mese di ottobre dello stesso anno il comandante della Marina militare iraniana, l’ammiraglio Habibollah Sayyari ha visitato il grande porto cinese di Qingdao, sulla costa orientale del paese asiatico, alla guida di una delegazione di alto livello. Nel dicembre 2015, i membri di una delegazione navale di alto rango proveniente dalla Cina hanno visitato l’Iran per colloqui con le autorità militari di Teheran.

decisamente il mondo sul piano inclinato del Multipolarismo

Iran e Afghanistan: matrimonio imminente?

Teheran e Kabul sembrano nelle ultime ore andare incontro ad un netto avvicinamento. Ne abbiamo parlato con Elisa Giunchi, docente di storia dei Paesi musulmani

di ANGELO BERCHICCI 16 giugno 2017 16:30


Incontratisi lo scorso 9 giugno ad Astana, in Kazakistan, in occasione dell’inaugurazione dell’Expo, il Ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif, e il Presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, hanno sottolineato la loro intenzione di espandere la reciproca cooperazione in svariati campi, a partire ovviamente dalla lotta al terrorismo islamico. Nel corso del meeting Ghani ha sottolineato anche l’interesse dell’Afghanistan ad aumentare i legami commerciali con l’Iran, paventando l’ipotesi di una ferrovia che colleghi Teheran con la Cina attraverso il territorio afghano. Da parte sua Zarif ha auspicato una rapida organizzazione dei colloqui di Kabul, programmati già da alcuni mesi, in cui dovrebbe essere discusso il testo di uno storico accordo-quadro tra i due paesi, che farebbe raggiungere ai rapporti bilaterali un livello senza precedenti.



Quella a cui Zarif si riferisce è l’intesa orale raggiunta a maggio tra il Ministro degli Esteri iraniano e il suo omologo afghano, in base alla quale i due interlocutori hanno deciso di indire un ulteriore incontro, in una data da stabilirsi, al fine di mettere a punto la bozza di un accordo comprendente cinque punti fondamentali. Il primo di essi è la cooperazione dal punto di vista della sicurezza, sotto la quale vengono fatte rientrare la lotta al terrorismo islamico, al traffico di droga, alla proliferazione dei corpi paramilitari e alla militarizzazione delle frontiere.

Il secondo punto dell’accordo ipotizzato riguarderebbe un rafforzamento dei legami commerciali tra i due paesi. Si tratta di un’eventualità di cui beneficerebbe in particolare l’Iran, che potrebbe fornire all’Afghanistan le competenze e il personale specializzato necessario per il processo di ricostruzione del Paese, e al tempo stesso aprire i propri porti alle merci indiane dirette verso l’Afghanistan, che attualmente devono transitare dalla lunga e costosa via terrestre attraverso il Pakistan.

Il terzo aspetto riguarderebbe la cooperazione sul piano ambientale. Da anni ormai Teheran deve affrontare il prosciugamento degli Hamun, zone paludose che si estendono lungo l’Altopiano iranico, al confine tra l’Iran e l’Afghanistan. In passato l’area ospitava il terzo lago più grande dell’Iran ma al giorno d’oggi, a causa del surriscaldamento globale e di prolungati periodi di siccità, essa è quasi del tutto prosciugata. Ciò sta causando carestie, migrazioni di massa e un elevato livello di disoccupazione nella regione, problemi che affliggono tanto il versante iraniano quanto quello afghano.

Un altro oggetto dell’intesa sarebbe la collaborazione sul piano culturale ed educativo, un campo particolarmente rilevante dal momento che al giorno d’oggi sono oltre 400.000 i giovani afghani che studiano nelle università e nelle scuole iraniane. Infine, l’ultimo argomento su cui i due governi sarebbero in procinto di accordarsi è la gestione dei flussi migratori: secondo le stime dell’UNHCR in Iran vive circa un milione e mezzo di rifugiati provenienti dall’Afghanistan. Come sottolineato da Zarif durante l’incontro con Ghani, per ognuna di queste macro-aree sono state individuate dei comitati di esperti che sono pronti a mettersi al lavoro con i colleghi afghani per elaborare un testo comune.

Quello del 9 giugno è stato solo l’ultimo di numerosi incontri tra rappresentanti di Teheran e di Kabul che si sono susseguiti in maniera ravvicinata negli ultimi giorni: lo scorso 7 giugno Ebrahim Rahimpour, il Vice Ministro degli Esteri iraniano, ha incontrato Ghani nel corso di nuova seduta del Processo di Pace di Kabul, che coinvolge i rappresentanti di 25 nazioni, oltre che di UE, ONU e NATO. In questa occasione Larjani ha ribadito la propria solidarietà per il sanguinoso attentato del 31 maggio a Kabul, che ha provocato oltre cento vittime, e ha indirizzato un messaggio di cordoglio ai presidenti delle due camere del parlamento afghano. «L’Iran continuerà a supportare la popolazione e il governo afghano nella battaglia contro il terrorismo, al fine di stabilire una cornice di sicurezza e di pace nel Paese» ha affermato Larjani, che ha aggiunto: «il terrorismo e l’estremismo costituiscono grandi minacce alla pace e alla stabilità mondiale». Il giorno successivo, dopo gli attacchi che hanno colpito la capitale iraniana, Salahuddin Rabbani, Ministro degli Esteri afghano, ha convocato presso il suo ufficio Mohammad Reza Bahrami, l’Ambasciatore iraniano in Afghanistan, e ha espresso la vicinanza del suo Paese all’Iran, ricambiando in maniera altrettanto calorosa la solidarietà ricevuta da Teheran il giorno precedente.

Due Paesi uniti dal lutto quindi. Tuttavia, la grande dinamicità ultimamente dimostrata dai rapporti tra Teheran e Kabul fa pensare a qualcosa di più profondo rispetto alla semplice solidarietà tra Paesi colpiti dalla ferocia del terrorismo. L’impressione è che sia in atto un vero e proprio processo di avvicinamento tra Iran e Afghanistan, dettato anche dalle rispettive considerazioni strategiche nei confronti della politica statunitense. Abbiamo chiesto un parere a riguardo a Elisa Giunchi, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici presso l’Università degli Studi di Milano.

Professoressa, storicamente l’Afghanistan è sempre stato il terreno su cui si è sviluppata la competizione tra i principali attori regionali dell’area, in particolare tra Pakistan e Iran. In che modo Teheran ha cercato di espandere la propria influenza nel Paese durante il governo dei talebani?

Bisogna tener conto che le tensioni tra l’Afghanistan e l’Iran hanno una storia molto lunga, che parte dal XVI secolo; un contrasto che si basa soprattutto sul tentativo di controllare le aree occidentali dell’Afghanistan e le acque del fiume Helmand, che sono essenziali per l’agricoltura e per l’industria di ben tre Paesi: Pakistan, Iran e Afghanistan. Per quanto riguarda gli anni ’90, in questo periodo l’Iran mette in atto nei confronti dell’Afghanistan una politica molto pragmatica. Si decide di sostenere tutta l’opposizione anti-talebana e non solo i gruppi sciiti filo-khomeinisti, come era stato fatto invece durante l’invasione sovietica. In particolare Teheran si rivolge a quel raggruppamento di forze mujaheddin note come l’Alleanza del Nord, a guida tagika, ma di cui fanno parte anche formazioni uzbeke e hazara, l’etnia sciita dell’Afghanistan. Questa strategia avrà abbastanza successo perché l’Iran, assieme all’India e alle Repubbliche Centro-Asiatiche sarà tra i principali sostenitori di tale raggruppamento di forze, che riuscirà a resistere all’avanzata talebana in alcune aree a nord-est del Paese.

Dopo il 2001 i gruppi anti-talebani sostenuti dall’Iran, composti da hazara, tagiki e uzbeki, si sono schierati a favore del nuovo governo filo-americano. La stessa Alleanza del Nord è stata un alleato fondamentale degli USA durante la campagna militare per sconfiggere i talebani. Com’è cambiata la politica di Teheran verso l’Afghanistan a seguito dell’intervento americano?

Dopo il 2001 vi è la ritirata strategica dei talebani e la scomparsa del loro Emirato. Tuttavia dal punto di vista di Teheran la situazione si complica, perché non solo dal 2002 riemergono gli uomini del Mullah Omar, anche se essi mettono in sordina per il momento le loro vecchie sordine anti-sciite, ma al tempo stesso gli Stati Uniti acquisiscono un’influenza crescente sul Paese. Nel corso degli ultimi dieci anni è stata più volte mossa all’Iran l’accusa di sostenere in maniera diretta o indiretta i talebani o altre fazioni anti-governative. In realtà non è stato mai dimostrato un coinvolgimento di Teheran in tal senso. Non vi sono prove del fatto che le armi di provenienza iraniana fossero arrivate ai talebani per volontà del governo iraniano, piuttosto che grazie all’opera di trafficanti. Può darsi che ci sia una contraddizione interna alle istituzioni iraniane, nel senso che le Guardie Rivoluzionarie potrebbero seguire una politica diversa da quella della Guida Suprema o del Presidente, al punto tale che uno non sappia cosa fa l’altro. D’altronde non sarebbe la prima volta, tuttavia al momento non abbiamo abbastanza prove per dire qualcosa di certo. Insomma, Teheran è stata accusata di fare il doppio gioco ma non si capisce esattamente quale sia il suo coinvolgimento con i talebani o con gli altri gruppi anti-governativi. In realtà molti esperti hanno sottolineato che non è esattamente nell’interesse iraniano avere ai suoi confini uno Stato che torna sotto il controllo dei talebani, vicini ad un nemico storico dell’Iran come l’Arabia Saudita, e neppure avere un Paese con un elevato tasso di destabilizzazione, che metterebbe a rischio gli investimenti compiuti dall’Iran negli ultimi dieci anni in Afghanistan. Alcuni pensano che potrebbero essere delle accuse strumentali, mosse a Teheran dalle lobby anti-iraniane per giustificare un approccio duro nei suoi confronti. Ovviamente dopo il 2001 l’Iran ha guardato con sospetto all’uso delle basi militari afghane da parte degli Stati Uniti; tuttavia si è preoccupato in maniera relativa di ciò, perché i rapporti tra il primo Presidente del nuovo Afghanistan, Hamid Karzai, e gli Stati Uniti, sono andati deteriorandosi con il tempo. Oggi l’Afghanistan si profila come un Paese che ha bisogno del sostegno economico e militare statunitense, ma non è totalmente dipendente da Washington. Inoltre si è ridotto il numero delle truppe americane nel Paese, quindi Teheran può tirare un sospiro di sollievo. Comunque sia, temo che l’Afghanistan rimarrà, purtroppo per gli afghani, un terreno di scontro tra gli attori regionali, come l’Iran, il Pakistan, l’India e l’Arabia Saudita, nei decenni a venire.

Il Presidente Ghani appartiene all’etnia pashtun, che è tendenzialmente vicina alle posizioni del Pakistan, almeno più di quanto non lo siano i tagiki del primo ministro Abdallah. Tuttavia, dopo l’attentato del 31 maggio, il presidente afghano ha ripetutamente incolpato i servizi di Islamabad di aver architettato l’attacco utilizzando la rete di Haqqani, una fazione autonoma del movimento talebano. I rapporti tra l’ala pashtun del gabinetto e il Pakistan si stanno incrinando?

Non è detto che un uomo politico di etnia pashtun sia filo-pakistano. Per esempio Hamid Karzai, che è pashtun, in realtà non aveva ottimi rapporti con il Pakistan; anzi, aveva un’esperienza di formazione in India ed era tendenzialmente filo-indiano. E’ difficile avere informazioni precise su quello che sta accadendo oggi all’interno del Paese. Sicuramente anche tra i pashtun c’è molta insofferenza nei confronti dei ripetuti tentativi di Islamabad di interferire in Afghanistan, al fine di dare vita a quella che il Pakistan chiama la ‘profondità strategica’. Oggi sono numerosi i pashtun che vedono Islamabad come un nemico, rispetto invece ad altri Paesi, come l’India – rivale storico di islamabad -, che ha un soft power notevole in Afghanistan. Nuova Delhi è uno dei principali donor internazionali di Kabul, ad esempio ha finanziato il progetto per la ricostruzione del Parlamento afghano, che genera un ritorno di immagine notevole perché abbiamo la maggiore democrazia del mondo che finanzia l’introduzione della democrazia in Afghanistan. Insomma, in vasta parte della società afghana vi è un’immagine dell’India che tende ad essere migliore rispetto a quella del Pakistan. Tra l’altro, si tratta di un paradosso; l’India infatti non è un Paese a maggioranza musulmana, mentre il Pakistan non solo è a stragrande maggioranza sunnita, ma è anche culturalmente affine a Kabul, in quanto vi è una forte componente pashtun, che è l’etnia dominante in Afghanistan.

Secondo lei lo spostamento del fulcro della politica afghana da Islamabad a Teheran potrebbe essere una strategia di Ghani per spingere Trump ad intraprendere un approccio di maggiore attenzione verso la situazione in Afghanistan e ad approvare al più presto l’invio di ulteriori truppe nel Paese?

E’ plausibile. Da parte afghana si teme che gli Stati Uniti si dimentichino ancora una volta del Paese e lo lascino scivolare nuovamente nell’anarchia, come è successo dopo il ritiro dei sovietici nell’89. Potrebbe effettivamente essere un modo per riottenere l’attenzione degli Stati Uniti, e per sollecitare un maggiore coinvolgimento militare, che è essenziale perché il governo in carica rimanga al potere. Ovviamente potrebbe essere anche un modo per spronare Washington ad un maggiore coinvolgimento nel Paese dal punto di vista economico, perché oggi l’Afghanistan non è ancora in grado di sostenere con le proprie finanze l’apparato statale né di mantenere autonomamente l’ordine e la sicurezza, neppure nelle aree che controlla direttamente. Aggiungo che potrebbe essere anche un modo per far pressione su Stati Uniti e comunità internazionale affinché tengano in considerazione gli interessi di Kabul rispetto alle questioni irrisolte con i propri vicini, ad esempio per quanto riguarda il contenzioso confinario con il Pakistan.

Secondo lei un ulteriore invio di truppe americane in Afghanistan, come quello di cui si sta discutendo negli ultimi mesi, quindi nell’ordine delle 5.000 unità, potrebbe essere davvero utile per la soluzione della crisi? Quale sarebbe la ratio di un simile provvedimento?

Dipende da dove e come queste truppe verrebbero utilizzate. A me sembra che al momento sia essenziale in realtà continuare a rafforzare le forze di sicurezza afghane. Bisognerebbe aiutare il governo afghano a trovare le risorse necessarie per poter autonomamente mantenere e addestrare le proprie forze di sicurezza, e ovviamente dotarle di strumenti più efficaci di anti-guerriglia. A mio avviso la presenza di truppe straniere in quei numeri non sarebbe assolutamente determinante. Mi sembrerebbe molto più saggio continuare a puntare sulla riqualificazione di Esercito e Polizia afghane, sul maggiore equilibrio etnico al loro interno e sulla lotta alla corruzione, da cui dipende anche il fiorire del narcotraffico nel Paese.

Un altro attore di primo piano nell’area Centro-Asiatica è da sempre la Russia. In passato l’Afghanistan è stato anche lo scacchiere del Grande Gioco tra Impero Zarista e Gran Bretagna, durante gli anni ’80 il Paese è stato occupato dalle truppe sovietiche; qual è oggi il ruolo di Mosca negli assetti di potere della regione?

Certamente anche la Russia sta portando avanti una politica abbastanza lungimirante in Afghanistan. Cerca di non essere eccessivamente visibile – perché non può esserlo, alla luce di quello che è accaduto durante gli anni ’80 – però ha sostenuto vari settori dell’economia afghana e vari aspetti della ricostruzione del Paese, al punto che ormai i sentimenti anti-russi si stanno affievolendo.

Per quanto riguarda l’Iran, oltre ad essere facilitato dal comune nemico dello Stato Islamico e da interessi commerciali convergenti, l’avvicinamento con l’Afghanistan non potrebbe essere visto anche come un modo per rispondere alla nuova politica di Donald Trump, volta ad isolare Teheran?

Sicuramente. L’Iran ha sempre cercato di ovviare al suo isolamento stringendo rapporti con vari Paesi. Con l’Afghanistan sarebbe anche naturale farlo perché è nell’interesse di entrambi. L’Iran ha contribuito molto alla ricostruzione dell’Afghanistan, anche con progetti importanti legati alle infrastrutture, al sistema viario e alla struttura sanitaria. L’Iran e l’Afghanistan hanno tantissimi interessi in comune, dalla collaborazione sulle risorse idriche, alla lotta al terrorismo e al narcotraffico, dalla cooperazione nella gestione dei flussi migratori allo sfruttamento delle risorse energetiche centro-asiatiche. Direi che dal punto di vista di Teheran si tratterebbe di una politica assolutamente sensata per uscire dallo status di pària internazionale.

http://www.lindro.it/iran-afghanistan-matrimonio-imminente/


Reticoli in cielo e sempre le medesime strisce bianche

AEREI GEOMETRICI?
























Non risultavano, questa mattina, alle ore 11 circa, nel cielo romano di Via baccina, aerei di linea. Tanto meno così meravigliosamente perpendicolari gli uni agli altri. Quelle che ho visto (e che qui vi propongo) cosa sono? Se qualcuno mi dà una risposta sensata gli sarò grato. Escludiamo le scie di condensa, mi pare evidente. E non sono interessato alle circa 7000 teorie che corrono per spiegarne gli scopi. Ne conosco già almeno cinque o sei, oltre a quella cui sono faticosamente arrivato per conto mio. Mi interessa sapere se qualcuno pensa che ci siano piloti privati che giocano in cielo incrociandosi ad angolo retto. Così, in allegria, tanto per passare il tempo.  Giulietto Chiesa

Pandora TV

Siria - cosa ci stanno a fare le armi statunitensi in Siria

TRUMP SCHIERA (CONTRO CHI?) L’ARTIGLIERIA PESANTE IN SIRIA


(di Tiziano Ciocchetti)
16/06/17 

In questi giorni il Pentagono ha dato ordine di riposizionare le batterie di missili balistici tattici M142 HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System), dalla Giordania alla base in Siria di Al-Tanf (leggi articolo).

Lo sviluppo di questo sistema d’arma parte dal lanciarazzi campale multiplo MLRS (Multiple Launcher Rocket System), costruito dalla Lockheed Martin nel 1975. Questo nuovo lanciarazzi – armato con razzi di calibro 227 mm - doveva costituire uno degli strumenti principali, nelle mani della NATO, in grado di colpire gli eserciti del Patto di Varsavia in profondità, in particolare le masse di mezzi corazzati e gli schieramenti di artiglieria.

Inizialmente si era pensato esclusivamente al concetto di saturazione d’area (sia pure caratterizzata da una elevata precisione), successivamente sarebbero dovute essere introdotte nuove munizioni intelligenti anticarro.

Il suo primo ruolo operativo si verifica nel corso della Seconda Guerra del Golfo nel 1991, quando il suo impiego risultò talmente devastante per le forze irachene (spesso utilizzato nel ruolo di controbatteria), che gli venne attribuito il soprannome di "pioggia di fuoco".

Con l’entrata in vigore delle convenzioni per la messa al bando del munizionamento cluster, i vecchi razzi a bombetta M26, nonché quelli più recenti M26A1 e A2 con gittata incrementata e maggiore precisione, che costituivano l’armamento dell’MLRS, divennero illegali.


Tuttavia la salvezza per l’MLRS si ebbe con l’adozione di un nuovo munizionamento caratterizzato dall’adozione di un sistema di guida basato su una unità inerziale accoppiata con un ricevitore GPS, nonché dallo sviluppo di una nuova testata con carica unitaria. Tutto ciò porta alla realizzazione, nel 2003, della versione M-31 GMLRS.

Le esigenze operative dell’Esercito statunitense portano ad una accelerazione dei tempi di consegna, infatti nel 2005 vengono consegnati i primi razzi con la denominazione definitiva UGM-31E1.

Nello stesso anno avviene il debutto operativo in Iraq. In tale teatro, l’M-31 diviene molto popolare tra le truppe della coalizione in quanto garantisce capacità di intervento estremamente rapido, in condizioni atmosferiche difficili, con una elevatissima precisione (dati ufficiali parlano di un CEP di soli 2 metri).

L’M-31 ha una gittata teorica minima di 15 km e una massima di 70 km, tuttavia una serie di modifiche al sistema di guida ha consentito di migliorarne le prestazioni. Infatti nel corso di una esercitazione nel New Mexico, il razzo M-31 ha coperto una distanza di 92 km, mantenendo le condizioni standard (300 kg di peso, lunghezza pari a 3,9 metri per un diametro di 227 mm; la testata bellica ha un peso di 89 kg ed è pre-incisa per controllarne la frammentazione ed è caricata con 22,7 kg di esplosivo insensibile).


Contemporaneamente viene introdotto un nuovo chassis più leggero (10900 kg) rispetto al precedente, in grado di essere trasportato dagli C130J Super Hercules, che prende il nome di M142 HIMARS.

Gli interventi degli M-31 sono maggiormente richiesti dagli operatori delle forze speciali, i cui elementi adibiti all’osservazione avanzata del teatro operativo utilizzano un particolare software, designato PSS-SOF (Precision Strike Suite – SOF), in grado di pianificare una missione.

Un largo impiego dell’M-31 è anche frutto della particolare efficacia della spoletta trivalente di cui è dotato, la quale può comandare l’attivazione della testata ad impatto diretto ad una quota prestabilita da bersaglio, oppure ritardarne la deflagrazione. Grazie a quest’ultima modalità è possibile attaccare obiettivi leggermente protetti oppure edifici, con il risultato di radere al suolo palazzi senza che quelli vicini siano investiti dall’esplosione.

Quindi il sistema HIMARS, nello scenario siriano, potrebbe essere impiegato per operazioni di supporto di fuoco ravvicinato o per la neutralizzazione di bersagli altamente paganti, preferendolo all’impiego del supporto aereo in funzione CAS (Close Air Support), nonché all’utilizzo dell’altra arma impiegabile dall’HIMARS ovvero il missile tattico ATACMS, il quale ha una gittata superiore ma anche una testata bellica più potente (con costi decisamente superiori), quindi va utilizzato con estrema attenzione.

A questo punto resta da chiedersi come mai il Pentagono decida di schierare un simile sistema d’artiglieria campale, nello scenario operativo siriano attuale, che vede le forze dello Stato Islamico ormai allo sbando e frammentate in piccoli nuclei, quindi non certo quel tipo di bersagli per cui i sistemi d’arma dell’HIMARS sono stati progettati ed utilizzati in passato.

(foto: U.S. Army / U.S. Army National Guard / U.S. Marine Corps)

1 - Il popolo italiano ama i vigili del fuoco

VIGILI DEL FUOCO, UNA STORIA ANTICA

(di Lia Pasqualina Stani)
15/06/17 
“…Fiero sia come cittadino che come ministro dell’Interno di un Corpo che è la spina dorsale del Sistema di Protezione Civile Nazionale, punto di eccellenza nel nostro Paese e nel Mondo”. Lo scorso dicembre, durante la cerimonia per i festeggiamenti di Santa Barbara, patrona dei Vigili del Fuoco, il ministro Angelino Alfano ha dato voce al sentimento di fiducia che tutti gli italiani da Nord a Sud, quotidianamente esprimono nei confronti degli uomini e delle donne del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Durante le attività di emergenza e soccorso, effettuate spesso in condizioni critiche, i Vigili del Fuoco testimoniano il loro concreto patrimonio di competenze: professionisti specializzati supportati da idonee risorse strumentali. L’immediatezza è requisito necessario in tutti i tipi di intervento. Con dedizione e responsabilità sono al servizio del nostro Paese. Il senso del dovere e lo spirito di sacrificio contraddistinguono i vigili del fuoco che lavorano “col cuore”, sempre al fianco di chi ha bisogno d’aiuto, donano speranza e operano per garantire il ritorno alla normalità soprattutto in condizioni estreme. Nella clessidra del vigile del fuoco ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte durante un intervento.
Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco è un punto di riferimento concreto ed insostituibile nel sistema della sicurezza del nostro Paese e per tutti i cittadini. Dal 2012, fa parte del Servizio Nazionale di Protezione Civile. Gerarchicamente dipende dal Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile del Ministero dell’Interno. È un corpo ad ordinamento civile con funzioni di polizia, sia amministrativa e giudiziaria. Le competenze, le funzioni e i compiti del Corpo sono stabilite dal decreto legislativo 8 marzo 2006 n.139.
Il soccorso pubblico e la difesa civile prevedono la salvaguardia di persone, animali, beni e il soccorso tecnico urgente. Garantisce la sicurezza dello Stato in caso di emergenza (frane, alluvioni, eventi sismici, etc.) e da aggressioni esterne. L’attività di contrasto e prevenzione incendi viene svolta in relazione al tipo di attività, alle costruzioni, agli impianti e le apparecchiature sia civili che industriali. Fondamentale è l’attività del Nucleo Investigativo Antincendi per individuarne le cause e stabilire se si tratti di eventi dolosi.
Nei secoli scorsi Cesare Ottaviano Augusto con due riforme, una del 26 e l’altra del 6 a.C, organizzò un Corpo di difesa contro il fuoco, la Militia Vigilum Regime. Un Corpo speciale di guardie notturne sotto il comando di un Prefectus Vigilum.
A Roma gli incendi ed i crolli erano frequenti, la maggior parte delle abitazioni nella città, erano costruite in legno. Le strade erano illuminate da torce: la contemporanea presenza di fuoco e combustibile provocava incendi quasi ogni giorno. Bastava una banale distrazione per provocare una tragedia e spegnerli poteva diventare un’impresa disperata. L’esigenza di creare un “corpo antincendio” ad attività investigativa risultò necessaria anche in quel contesto storico. Il compito principale per volere di Augusto era quello di ricercare la causa degli incendi e di individuare e fermare gli autori. La Militia Vigilum aveva anche lo scopo di prevenire, reprimere gli incendi e riferire al Prefectus Vigilum per “punire” chiunque per incuria o negligenza rendesse possibili incendi. Per affrontare tale incombenze i Vigilum erano opportunamente equipaggiati ed organizzati logisticamente. Il Corpo era costituito da 7000 uomini suddivisi in 7 corti e 49 centurie. Ogni corte garantiva il servizio nel territorio di due regioni: la Statio (Caserma) era collocata in una regione e l’excubitorium (distaccamento) nell’altra regione, distribuiti prevalentemente presso la cinta muraria dell’Urbe.
Con il declino dell’impero la Militia Vigilum si dissolse. Nel corso dei secoli la popolazione della Penisola, aggregata in Signorie, Repubbliche, Principati e Regni, fu colpita da calamità naturali ed incendi sempre più frequenti e rovinosi.
Nel 1699 l’industriale francese Dumourrier-Duperrier costituì un servizio antincendio valendosi dei suoi operai. Nel 1811 nacque il Corpo dei Sapeurs-Pompiers a cui tutti i Paesi civili, Italia compresa, si ispirarono per la nascita dei vari Corpi Antincendi. In ogni capitale dei vari Stati si procedette a destinare unità dell’esercito all’espletamento del Servizio Antincendio. Molti comuni si dotarono di Corpi di Civici: i Corpi Pompieri di Torino, Roma e Napoli raggiunsero un alto grado di efficienza e professionalità.
Nel 1928 fu promulgata una legge che obbligava tutti i comuni con più di 40.000 mila abitanti a fornirsi di un Corpo di Pompieri. Questi Corpi dimostrarono i loro “limiti” quando chiamati ad operare per gravi calamità fuori dalla loro giurisdizione, la non uniformità dei raccordi delle tubazioni degli idranti cittadini, rendeva inutilizzabili le pompe antincendio. Con il Regio Decreto del 1935 fu istituito alle strette dipendenze del Ministero dell’Interno il Corpo Nazionale Pompieri. Tale organizzazione prevedeva la formazione di Corpi Provinciali aventi delle sedi nei capoluoghi di provincia e dipendente dall’ente Provincia dai quali erano amministrati.
Durante il ventennio fascista chiamato dal Ministero dell’Interno, il Prefetto Alberto Giombini, fu l’artefice dell’unificazione dei vari corpi provinciali. Coadiuvato dai comandanti dei vari Corpi e da ferventi ingegneri, creò ed organizzò il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Con un decreto legge del 1938 sostituì il termine “pompiere” di origine francese con “Vigile del Fuoco”, locuzione in uso soprattutto nella città di Roma (chiaro riferimento ai Vigiles del periodo di Augusto). Le organizzazioni provinciali furono abolite con un decreto legge del 1939.
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco fu subito messo a dura prova. Anche durante la seconda guerra mondiale, in seguito ai bombardamenti i Vigili del fuoco parteciparono attivamente alla difesa del territorio e al soccorso delle persone, pagando un tributo molto alto in termini di vite umane.
Il processo di unificazione dei corpi provinciali che operavano in forma autonoma, si concluse nel 1941: è l’anno in cui per uniformare i criteri addestrativi sorgono a Roma le Scuole Centrali Antincendio. Nei decenni successivi fino ai giorni nostri i Vigili del Fuoco si sono distinti per l’opera di soccorso prestata quotidianamente ed in occasione di calamità naturali che hanno travagliato il nostro Paese.
La prima campagna di solidarietà del dopoguerra dove i vigili del fuoco si sono impegnati attivamente, riguarda lo straripamento del Po, il 14 novembre 1951 (foto). 8 miliardi di metri cubi di acqua invadono le campagne. 107 mila ettari di terreno su 150 mila ettari coltivabili sono allagati. I raccolti distrutti.
Nel 1963 nei pressi di Roma nasce la struttura della Colonna Mobile Centrale denominata Centro Polifunzionale di Montelibretti, che ha sempre svolto e svolge attività di formazione, ricerca e soccorso. Il complesso ha visto un crescente rinnovamento fino al 2002, quando è stata decretata la nascita della Scuola di Formazione Operativa: al suo interno sono presenti 16 punti di addestramento di cui 8 con impianto di simulazione reale.
L’attività di soccorso dei vigili del fuoco continua il 9 ottobre 1963 con la frana del monte Toc nelle acque della diga del Vajont. Un’ondata alta 200 metri travolge completamente i paesi vicini che sono ridotti a cumuli di macerie e fango. Muoiono 2500 persone e migliaia sono gli sfollati. I vigili del fuoco lavorarono ininterrottamente pe 72 giorni e le persone salvate furono 70.
Il 7 maggio 1976 la terra trema in Friuli al Nord di Udine: intervengono migliaia di Vigili del Fuoco con oltre 600 mezzi.
Nel 1980 si verificano due drammatici eventi. Alle 10.25 del 2 agosto, una bomba posta nella sala della stazione centrale di Bologna provoca una devastante esplosione causando la morte di 85 perone e il ferimento di altre 200. Ai vigili del fuoco il compito di portare i primi soccorsi.
Il 23 novembre in Irpinia (foto), un forte terremoto investe un’aria di 17 mila km quadrati. Le cifre della tragedia sono pesantissime e i vigili del fuoco intervengono sul territorio con 4000 unità ed oltre 1000 mezzi. Ancora una volta, con tempestività i vigili del fuoco provenienti da ogni regione di Italia, si adoperano per salvare i sopravvissuti al disastro e fronteggiare l’emergenza.
Ogni anno durante il periodo estivo il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco è duramente impegnato per combattere la piaga degli incendi boschivi che interessa zone abitate e località turistiche di tutta Italia.
Il 28 agosto 1989 il Nord Sardegna è flagellato da un vasto incendio di macchia mediterranea, alimentato da un forte vento di maestrale. 18 i morti provocati dalla furia del fuoco.
A bordo della petroliera AVEN, nel 1991, scoppia un incendio che causa un disastro ecologico: nelle operazioni di soccorso viene impegnata un importante componente navale ed aerea del Corpo Nazionale proveniente da tutto il Paese.
L’intervento dei vigili del fuoco sarà decisivo, anche, durante il rogo del Teatro La Fenice di Venezia e del Duomo di Torino. Il pronto intervento delle squadre operative ha reso possibile il salvataggio della Sacra Sindone. La difesa dell’immenso patrimonio artistico e culturale del Paese è un altro importante compito affidato ai vigili del fuoco.
Le attività di emergenza e soccorso continuano nel 1997, quando la terra trema tra l’Umbria e le Marche. Ad Assisi il crollo della volta della Basilica di San Francesco provoca 4 morti. I vigili del fuoco saranno impegnati per la messa in sicurezza dei Paesi limitrofi colpiti dal Sisma.
La forza distruttrice dell’acqua nel 2000, in seguito a violenti nubifragi, con l’ingrossamento di alcuni torrenti inonda e distrugge alcuni paesi del Sud Itala, tra cui Soverato in Calabria. Anche il Piemonte è tra le regioni più colpite a causa dell’esondazione di alcuni fiumi che isolano molti centri abitati.
La mattina del 9 settembre 2001, la squadra A64 in via Ventotene a Roma, cerca di intercettare una fuga di gas da un condotto di una palazzina. Durante le operazioni di soccorso un’improvvisa e violenta esplosione coinvolge 6 vigili. 4 dei quali moriranno. Le attestazioni di cordoglio, stima, gratitudine e di ammirazione nei confronti del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco giungono numerose da tutta Italia, per dimostrare quanto il Paese è legato ai “propri” Vigili del Fuoco.
Il crollo della scuola di San Giuliano, in seguito al terremoto che ha devastato alcuni comuni tra Puglia e Molise, viene ricordato da molti vigili del fuoco come uno degli eventi più tristi nella storia del Paese.
Il 25 giugno 2006 il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco riporta il DC-9 Itavia caduto su Ustica, a Bologna, da dove era partito la sera di 27 anni fa. L’aereo è esploso misteriosamente in volo per causa incerta. È stato collocato all’interno del Museo della Memoria.
Anche il 2009 è un anno denso di lavoro per gli uomini e le donne del Corpo Nazionale. Il 6 aprile alle 3.32 la terra trema in Abruzzo con una scossa di magnitudo 5.8 della scala Richter. Il terremoto devasta la città dell’Aquila e la sua provincia provocando oltre 300 morti. Il lavoro incessante dei Vigili del Fuoco accorsi da tutta la Penisola ha salvato molte vite umane. Nei giorni successivi all’evento, si sono occupati dell’assistenza alla popolazione e al recupero dei beni dalle case inagibili oltre che dei beni storico-culturali. Il lavoro silenzioso dei vigili del fuoco continua anche oggi, quando circa un anno fa, il 24 agosto scorso un violento sisma ha colpito molte zone del Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche.
Nel mese di giugno del 2009 alle ore 23.48 un intero quartiere di Viareggio è distrutto da un’esplosione generata dall’innesco di una nube di GPL fuoriuscita dai carri cisterna di un convoglio ferroviario.
Una cronistoria che dal dopoguerra al terremoto dell’Aquila, all’incidente ferroviario nelle campagne tra Corato ed Andria, l’alluvione di Messina, il recente sisma nell’Italia Centrale, le missioni internazionali di Haiti e del Cile e i numerosi interventi quotidiani al servizio dei cittadini, confermano i Vigili del Fuoco come modello di Riferimento per la Sicurezza per tutto il Paese.
Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha vinto il prestigioso premio Conrad Dietrich Magirus Award: ogni anno assegna il titolo di migliore “Squadra Internazionale dei Vigili del Fuoco”. E in questo caso, l’Italia lo ha vinto per gli interventi di soccorso durante gli eventi sismici che hanno colpito il Centro Italia dal 24 agosto scorso. Magirus è il marchio globale che produce i mezzi antincendio in dotazione ai vigili del fuoco, ed il premio vuole ricordare l’impegno del fondatore dell’azienda che oltre ad essere un industriale era un pompiere. Per questo ha saputo rinnovare le strumentazioni e migliorare la tecnologia al servizio dei vigili de fuoco. La Magirus con questo premio ha sottolineato l’impegno e la responsabilità, oltre che la vicinanza agli uomini e alle donne chiamate ad affrontare le emergenze della collettività.
E scorrendo la lista delle medaglie d’oro al valor civile è bello immaginare che ognuna di quella medaglie avrebbero voluta appuntarla – come disse il presidente Napolitano – alla Bandiera d’Istituto del Corpo Nazionale, tutti gli italiani che hanno visto all’opera i nostri Vigili del Fuoco.
Salvare vite umane dovrebbe avere la stessa importanza in tutto il mondo”: poche parole concrete che l’istruttore nazionale del Nucleo Cinofili dei Vigili del Fuoco di Lecce, Oronzo Passabì ha pronunciato sul palco durante la cerimonia di premiazione del Magirus Award.
Inizia il viaggio di Difesa Online nel cuore dell’emergenza: vivremo una giornata da vigile del fuoco. Saliremo a bordo di uno degli elicotteri dei Vigli del Fuoco durante un’attività addestrativa congiunta, tra il Nucleo Elicotteristi dei vigili del fuoco di Bari e il Nucleo Cinofili dei Vigili del Fuoco di Lecce.
(continua)

Siria - gli Stati Uniti la finiscono di invadere le terre del popolo siriano se ne ritornino in America

SCONTRI TRA ESERCITO SIRIANO E SDF. LA CORSA ALLA VITTORIA SULL’ISIS OBBLIGA GLI USA AD UNA SCELTA


(di Giampiero Venturi)
15/06/17 

Ad Al Zakf, circa 60 km di deserto a est di Al Tanf, la guarnigione congiunta fra Free Syrian Army e truppe USA è stata rinforzata nelle ultime 48 ore con l’arrivo dei sistemi missilistici HIMARS. L’approvvigionamento delle forze americane passa per la Giordania, unico sbocco rimasto ai reparti presenti nel sud della Siria.

Alcune precisazioni.

Il Free Syrian Army è un cartello di fazioni spesso in contrasto fra loro, ma unite dalla comune lotta al governo di Assad. Nel sud della Siria la branca più importante è il Maghawir al Thawra (Guardie Rivoluzionarie), formate ed equipaggiate dagli Stati Uniti per creare una zona cuscinetto a sud della Siria, fuori dal controllo di Damasco. Il gruppo ha due caratteristiche: non ha mai sparato un colpo contro l’ISIS; molti suoi militanti hanno avuto connessioni con Al Qaeda.

Secondo quanto riferito da fonti militari, la giustificazione per l’arrivo dei rinforzi USA è la previsione di rafforzamento dello Stato Islamico nell’area.

Il dubbio sorge alla luce del fatto che le forze americane e l’FSA presenti intorno ad Al Tanf non confinano con l’ISIS, ma con l’esercito siriano che ha raggiunto la frontiera e si è unito ai paramilitari iracheni che operano oltre confine (leggi articolo).

Mentre scriviamo, rinforzi all’esercito di Damasco arrivano dai paramilitari sciiti iracheni di Harakat Al Nujaba, in previsione della prossima offensiva su Abu Kamal, città di confine siriana posta sull’Eufrate e controllata dall’ISIS.

I siriani e i loro alleati hanno raggiunto l’obiettivo di impedire l’allargamento della zona d’influenza ai ribelli filoccidentali (cosa simile era successa a est di Aleppo, quando i siriani avevano tagliato la strada ai turchi verso Raqqa). Ora la palla sta agli USA. Se i siriani procederanno nel recupero della frontiera sud, eliminando le sacche dello Stato Islamico, le scelte saranno due: stare a guardare; entrare in contatto con le forze fedeli ad Assad.

La situazione resta tesa, perché man mano che lo Stato Islamico sparisce dalle mappe, diventa sempre più importante capire chi riprenderà il controllo dei territori abbandonati.

Il caso concreto viene dalla periferia ovest di Raqqa. Le Syrian Democratic Forces appoggiate dagli USA sono già entrate nell’area urbana dell’autoproclamata capitale del Califfato. Allo stesso tempo però, l’avanzata fulminea dell’esercito siriano sulla sponda ovest del Lago Assad lungo la piana di Maskanah, ha messo a contatto i due fronti impegnati contro l’ISIS.

Sulla strada nazionale 4, a ridosso di Tabqa, il 13 giugno si sono verificati pesanti scontri tra regolari di Damasco e SDF, con perdite su entrambi i lati.

Anche qui è bene fare un chiarimento.

Le SDF vengono dipinte dai media come un’armata curda appoggiata dagli USA. Soprattutto su fronte di Raqqa, la componente delle YPG curde è minoritaria rispetto a quella araba. La causa curda con la liberazione di Raqqa (città araba), ha poco a che fare.

La vera partita quindi, tornerà a giocarsi presto tra Forze Armate siriane (e loro alleati) da una parte e ribelli ad Assad dall’altra. Quando scomparirà l’ISIS, finora giustificazione per la presenza della Coalizione anti-ISIS in Siria, bisognerà fare una scelta: l’esercito siriano avrà il diritto di riprendere il controllo del territorio nazionale?

Se l’Occidente non riconoscerà questo principio, ogni scenario è aperto. Anche uno scontro diretto su vasta scala fra miliziani filo USA (sia SDF che FSA a sud) e regolari siriani appoggiati dagli sciiti.

In sostanza, una volta liquidato l’ISIS, si tornerebbe alla situazione precedente al 2014, con la grande differenza che nel frattempo Assad ha riconquistato le parti essenziali del Paese e ha dalla sua le forze russe dislocate sul terreno.

In tutto questo va considerato quanto accennato in testa. Il Free Syrian Army è una sigla dietro cui si è mescolato di tutto. Nel nord, per tutta l’Operazione Scudo dell’Eufrate, l’FSA è stato la stampella dell’esercito turco. In queste ore sono in corso combattimenti fra curdi delle YPG (parte delle SDF) e miliziani filoturchi, parte dell’FSA. Entrambi sono appoggiati dagli USA.

Mentre scriviamo le operazioni sul terreno continuano su tutti i fronti. 

(foto: US Army - SAA)

Il genio italico si sposa con la metodologia tedesca

NUOVO MOTORE GENERAL ELECTRIC AVIATION ATP: RIVOLUZIONE IN ARRIVO PER AEROMOBILI CIVILI, MILITARI E DRONI

(di Andrea Troncone)
15/06/17 
Il mercato dei motori turboelica per aeromobili sta per beneficiare di un "nuovo arrivo" che per contenuti, serietà dell'azienda costruttrice e perfetta corrispondenza ai più moderni requisiti di progetto metterà a dura prova il mantenimento del possesso del mercato da parte di chi per oltre 50 anni se lo è spartito.
Ad onor del vero, un tentativo di inserimento di un prodotto con contenuti interessanti, in questo mercato, fu già fatto dalla Alfa Romeo Avio con la turbina AR318, e la sua mancata realizzazione rappresentò un'importante occasione sprecata per l'industria italiana.
Ai tempi di quel progetto l'Alfa Romeo Avio era ancora una società abbastanza autonoma e certamente piccola, completamente indipendente dalla AR Auto e partecipata principalmente da IRI e Alitalia (quindi dallo Stato e con proiezione di mercato più nazionale che globale). La presenza di Fiat AVIO e General Electric era troppo piccola per poter riuscire con la propria esperienza e credibilità a far trovare la meritata collocazione di questo interessante prodotto nazionale che si proponeva come concorrente di colossi quali Pratt & Whitney Canada e Allison. Questi, con le loro rispettive turbine PT6 e Model 250 erano (e sono) padroni indiscussi di un certo mercato: quello dell’aviazione generale e dell'aviazione commerciale "leggera” e militare, fatto di decine di migliaia di velivoli.
È passato mezzo secolo dal progetto di quei motori, e la tecnologia ha fatto passi da gigante, offrendo nuovi strumenti di progettazione ed industrializzazione, così General Electric e AVIO (ex FIAT avio) possono ora riscattare al meglio quella buona occasione andata sprecata.
Se da un lato indiscutibilmente dispiace che accanto (anzi, sopra!) a questi nomi non ci si sia più quello storico e glorioso di Alfa Romeo, il chiamarsi General Electric o AVIO è sinonimo di grande possibilità di successo. Basta dire che sono nomi almeno di pari livello rispetto agli altri due protagonisti americani già citati, per capire che non ci saranno problemi di credibilità e solidità aziendale, presenza e partnership da dovere risolvere per conquistare clienti importanti.
Per non parlare del vantaggio dall'aver maturato nel frattempo un'enorme esperienza con altri motori a turbina (di altrettanto successo commerciale), dai quali poter condividere elementi-chiave di progetto e particolari costruttivi, in regime di progettazione modulare/sinergica.
Infatti, i nuovi motori GE Aviation ATP ereditano dal GE T700/CT7 (100 milioni di ore di volo di cui più di 5 in ambienti caldi /estremi) l'architettura generale e la configurazione del compressore, mentrenlo studio avanzato in materia di aerodinamica è derivato dalle versioni più moderne dai motori CF6 (best-seller nell'aviazione commerciale) ed in fine la tecnologia del raffreddamento delle turbine deriva dall'esperienza dei motori GE Passport.
Al momento c'è già anche un importante cliente di lancio: la Textron, che per il suo nuovo velivolo Cessna "Denali" ha scelto proprio questo tipo di motore turboelica.
Questa primo utilizzatore si presenta come agguerrito "competitor" del Socata TMB 700 e del Pilatus PC-12, velivoli molto diffusi nell' "aviazione generale" specialmente in aerea extraeuropea, dove non sussiste la limitazione a non poter svolgere attività commerciali di trasporto pubblico secondo le regole del volo strumentale.
Questo può sembrare già anche un primo limite, ma nella realtà dei fatti non lo è. Al di fuori dell'Europa, dove ci sono grandi spazi da coprire e dove c'è una diffusione e una cultura del mezzo aereo diversa, queste macchine si vendono benissimo e sono molto diffuse.
Ma venendo ad analizzare cose di nostro interesse, va fatto notare che esiste anche un altro tipo di mercato molto più vicino a casa nostra: il bacino militare, che nella classe di potenza di 850-1600 sHP, dove i motori GE Aviation ATP potrebbero farsi apprezzare in modo consistente, è costituito principalmente da velivoli da addestramento e APR (Aeromobili a Pilotaggio Remoto, più comunemente chiamati "droni").
Il mercato quindi c'è, ed è nazionalisticamente bello sapere che c'è una partnership fra General Electric e la torinese AVIO AERO che vedrà in quest'ultima il punto di riferimento della produzione di questi motori destinati al mercato militare. In un certo senso è come se si riscattasse la citata opportunità persa del passato.
In termini di opportunità per l'Italia, è quindi facile immaginare a cosa può portare un adeguato posizionamento nel mercato militare di questi nuovi motori.
Non è dato sapere se alla AVIO AERO di Torino ci sarà anche vera propria produzione in serie oltre alla squadra responsabile dello sviluppo delle varianti destinate al mercato militare, ma certamente l'essere investita di questa responsabilità per un mercato così particolare ed esigente come quello militare, comporterà un coinvolgimento tale da essere considerabile come una importante opportunità. Indipendentemente dal coinvolgimento di AVIO nelle attività al servizio delle forze aeree, la Genera Electric in Italia ha altre strutture coinvolte nella produzione di componenti con tecnologia "additive manufacturing"(Firenze, Cameri, Talamona e ancora a Torino) che è il punto di forza della realizzazione di questi motori.
Ma c'è anche un altro tipo di mercato molto più vicino a casa nostra: il bacino militare, che nella classe di potenza di 850-1600 sHP, dove andranno a posizionarsi i motori GE Aviation ATP, è costituito principalmente da velivoli da addestramento e APR (Aeromobili a Pilotaggio Remoto, più comunemente chiamati "droni"). Tutto questo vuol dire che al successo commerciale di questi motori sono legate opportunità di lavoro altamente qualificato da non lasciarsi scappare, collaborazioni con università e, in buona sostanza, un'importante spinta di progresso tecnologico industriale del nostro Paese.
Infatti, se da un lato la progettazione CAD (computer aided design), insieme alla progettazione modulare/sinergica sono metodi progettuali maturi e diffusi già da qualche decennio, la costruzione con il metodo "additive manufacturing" rappresenta lo "stato dell'arte" della produzione CAM (Computer Aided Manufacturing), ma è appannaggio di pochi colossi industriali ad altissimo livello di tecnologia.
Il mercato quindi c'è, ed è estremamente incoraggiante (soprattutto pensando alla citata opportunità persa nel passato) sapere che c'è in essere una partnership fra General Electric e AVIO AERO che vedrà in quest'ultima nella sua sede di Torino il quartier generale della produzione GE Aviation ATP destinata al mercato militare. Abbiamo usato il termine anglosassone ("additive manufacturing") non usando quello italiano di" stampa in 3D" per non correre il rischio di banalizzare un processo di produzione destinato a diventare una vera e propria rivoluzione industriale che in un futuro molto prossimo tutti noi vedremo (c'è già un costruttore di automobili che condivide -oltre all'elica che ha nello stemma- questa metodologia produttiva).
Questo processo "permette di passare dal progetto CAD (realizzato nella sua forma più efficiente indipendentemente dalla complessità che ne può derivare) direttamente al pezzo MONOLITICO finito, producendo particolari altrimenti irrealizzabili con le più avanzate tecniche di lavorazione meccanica tradizionale. Un metodo che permette di non giungere a compromessi fra esigenze di progetto e sua realizzazione fisica. Si eliminano saldature, assemblaggi e relativi costi e tempi di lavorazione, si riducono scarti di produzione, tempi e scorte di approvvigionamento, pur realizzando particolari estremamente complessi per la massima efficienza di funzionamento. E si riducono anche i tempi di certificazione, che in campo aeronautico sono sempre alquanto lunghi.
Per dare dei dati tangibili, nei motori GE Aviation ATP si passa da 855 particolari realizzati con lavorazioni meccaniche convenzionali a 12 componenti realizzati con metodo "additive manufacturing"
Tradotto nella pratica, questo ha permesso di realizzare, nei motori di cui stiamo parlando, palette della turbina di alta pressione con struttura monolitica e raffreddate dall'interno mediante un flusso di aria fredda che "trasuda" all'esterno rimanendo aderente alle palette. È tecnologia già in uso da almeno 40 anni sui motori a reazione, è vero, ma è la prima volta che la si realizza su un turboelica. Questa soluzione, insieme all'aerodinamica delle palette delle turbine medesime e dei compressori ad esse collegati, ha permesso di spingersi in piena sicurezza fino la rapporto di compressione totale di 16:1.
I vantaggi che ne derivano sono:
  • riduzione del peso complessivo del 5%
  • riduzione del consumo specifico1 dell'1% (che non è poco quando si parla di consumi aeronautici) nel segmento di potenza fra gli 850 e i 1600 sHP
  • incremento del 10% di potenza in quota
  • 20% in meno di consumo di carburante per volo
  • incremento del 33% del TBO2, che sale a 4000 h
Elementi costruttivi di questi nuovi motori sono:
  • turbina a doppio stadio di alta pressione
  • turbina a 4 stadi di bassa pressione (3 a flusso assiale ed 1 a flusso centrifugo). Tutti in titanio e con doppio stadio di palette statoriche variabili)
  • camere di combustione a flusso invertito e iniettori ottimizzati per la riduzione delle emissioni inquinanti
  • doppia ridondanza degli impianti critici danno il miglior beneficio per la sicurezza nel pilotaggio remoto dei APR
Altri dettagli (innovativi perchè in asse con l'albero motore) permettono una considerevole riduzione degli ingombri frontali del motore, ancora una volta a beneficio delle possibili applicazioni militari e nei velivoli a pilotaggio remoto:
  • riduttore di giri dell'elica (specifico per il livello di potenza del singolo motore)
  • la disposizione della "scatola accessori", poteriore e sempre in asse con l'albero motore
  • sistema di gestione integrato di motore ed elica che permette al pilota di utilizzare un'unica leva leva di comando
Delle due principali categorie di aeromobili militari che potrebbero avvantaggiarsi di questi nuovi motori, i mezzi a pilotaggio remoto potranno infatti trarre vantaggi in misura maggiore. Sopratutto perchè impiegati in scenari operativi, dove le migliori prestazioni fanno la differenza e per i quali è in corso un notevole processo di sviluppo di questi mezzi, argomento spesso "sorvolato" per esigenze di non voler suscitare l'attenzione di un certo giornalismo "di cassetta" è in corso di sviluppo, magari nemmeno troppo lontano da Torino.
Sappiamo bene dell'alto livello di efficacia dimostrata dai 'Predator' e dal suo successore 'Reaper'3, così come il fatto che si possono costruire velivoli che uniscono il vantaggio delle caratteristiche turboelica (spazi di decollo e atterraggio e ripidità delle rispettive traiettorie, minore tracciatura infrarossa), oltre a consumi molto più favorevoli del jet a bassa quota. E sappiamo anche che si possono costruire velivoli turboelica veloci in quota, come ha dimostrato la Piaggio con il P 180 (ed il velivolo a pilotaggio remoto P.1HH da questo derivato.
Sappiamo anche che la storia dell'addestramento militare ha già insegnato una volta che la filosofia "jet ab initio" può portare a pericolose lacune addestrative.
Quindi se anche la nostra Aeronautica Militare decidesse poi davvero di far produrre l'M-344, ci sarebbero altrove molti altri possibili clienti fra gli operatori di aeroplani da addestramento basico, turboelica, quali:
  • Pilatus (PC7, PC9, PC21),
  • Beechcraft T-6 "Texan II"
  • Embraer (EMB 312 "Tucano" e 314 "Super Tucano"),
  • KAI KT-1 "Ungbi"
e loro successori.
Un eventuale installazione su un nostro SF-260TP o una sua possibile trasformazione da SF260 avrebbe bisogno di una versione depotenziata
Torino fu culla della storia industriale, aerospaziale e militare d'Italia: la scelta da parte di General Electric di un partner come AVIO AERO per un'impresa così importante sembra esser nata sotto una buona stella anche dal punto di vista storico.
  
1 CONSUMO SPECIFICO: quantità di combustibile utilizzato per ogni kilowatt (o cavallo) di potenza erogato nell'unita' di tempo g/CV /h
2 (Time Between Overhaul, ossia tempo. fra una revisone e un'altra)
3 conosciuto anche come Predator B

E' nella logica delle cose - «le urne non bastano a contenere i nostri sogni»

Chiusa l’era delle guerriglie?

16 GIUGNO 2017 DI SILVANO MALINI 
FONTE: CITTÀ NUOVA

Dopo l'addio alle armi delle Farc, a cui forse seguirà quello delle altre guerriglie colombiane, anche gli zapatisti messicani hanno definitivamente spostato la lotta sul terreno politico


Sendero luminoso, sandinisti, montoneros, tupamaros, zapatisti, Fmln, Farc, Eln, Mir… Sotto queste e altre insegne uomini donne e bambini hanno abbracciato un fucile per decenni in nome della libertà e per la difesa di contadini, indigeni e operai. Le forze armate dei loro Paesi, coadiuvati da altri gruppi paramilitari civili, hanno combattuto i gruppi guerriglieri rurali o urbani (spesso con l’aiuto di governi stranieri, come del resto anche i loro avversari), fino ad annichilarli o a giungere ad armistizi ed accordi che hanno spostato il conflitto sul terreno della politica. Sono state guerre “civico-militari” sanguinosissime, che hanno rafforzato anziché debilitare le dittature militari, tra inenarrabili aberrazioni, umiliazioni e abusi.

Con il disarmo delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, al quale si sta per aggiungere la seconda guerriglia colombiana (l’Eln), e il recente cambio strategico del messicano Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) sta consumando l’atteso addio alle armi delle milizie rurali e urbane sudamericane.

Il processo di trasformazione dell’Ezln è degno di attenzione. Il mondo lo conobbe con la dichiarazione di guerra all’esercito messicano e l’epica occupazione di sette municipi dello Stato del Chiapas, all’inizio del 1994. Fu celebre soprattutto per la marcia pacifica “del colore della terra” su Città del Messico, condotta dal carismatico subcomandante Marcos e alla quale aderirono più di un milione di persone e personalità come Danielle Miterrand, José Saramago e Alain Touraine.

L’Ezln attaccò il 1° gennaio 1994, giorno dell’entrava in vigore del Trattato di Libero commercio tra Canada, Stati Uniti e Messico (Nafta). I combattimenti causarono oltre 100 morti nello Stato meridionale a maggioranza indigena dove i tre quarti della popolazione viveva nella povertà. Il Chiapas: il più povero, più indigeno e più analfabeta del Paese. La ribellione fu sconfitta, ma l’Ezln mantenne la lotta col governo per oltre un decennio. Esigeva la fine della discriminazione verso gli indigeni, i cui diritti collettivi e individuali erano stati storicamente negati. L’obiettivo era ed è una democrazia basata sulla libertà e sul socialismo autogestito, altermondista e universale.

Nel 1996 si aprì una speranza con la firma degli Accordi di San Andrés, che prevedevano il riconoscimento dei diritti indigeni nella Costituzione e l’elevazione delle comunità a soggetto di diritto pubblico abilitato a ricevere fondi statali ed amministrarli localmente. Sarebbe stato un enorme passo in avanti. “Sarebbe stato”, perchè rimase lettera morta. In questo quadro fu convocata nel 2011 la citata “Marcia del colore della terra”, che fece uscire il dramma indigeno dall’invisibilità, anche grazie al carisma del subcomandante Marcos. Scrisse in una lettera nel 2003: «La nostra lotta ha un codice di onore, ereditato dai nostri antenati guerrieri, che include, tra l’altro: il rispetto alla vita dei civili (anche di quelli che svolgono incarichi nei governi che ci opprimono); non ricorrere al crimine per ottenere risorse (non rubiamo neppure nel negozietto del paese) e non rispondere col fuoco alle parole». Nel 2005, avvenne il primo grande cambio di rotta, con la denominata “Altra campagna”, quella cioè non militare ma pacifica, anche se alquanto bellicosa con le armi della parola.

Tre anni fa, Marcos lasciò il posto al Subcomandante Moisés. Rimane presente, ma in secondo piano. Già all’inizio del movimento armato, ebbe a dichiarare: «Non siamo entrati in guerra per uccidere né per farci ammazzare, ma per farci ascoltare». Su questa linea è avvenuto il cambio strategico del Congresso nazionale indigeno (Cni) di fine maggio. 3 mila rappresentanti di 58 popoli indigeni di tutto il Messico – 10 milioni di persone, ovvero oltre l’8 % della popolazione – hanno scelto una rappresentante per il recentemente istituito Consiglio indigeno di governo, con l’obiettivo di presentare la sua candidatura per le presidenziali dell’anno prossimo. È María de Jesús Patricio Martínez, di 57 anni, conosciuta come “Marichuy”, dedita alla medicina tradizionale. La sua prima meta sarà raccogliere circa un milione di firme, necessarie per l’inscrizione come candidata indipendente. Per Marichuy, ciò che importa è «scuotere l’intero sistema politico». La campagna elettorale servirà a promuovere la vita e «la ricostituzione dei popoli, contro la corruzione, la repressione, il disprezzo e lo sfruttamento».

È questo il cambio più profondo nell’Ezln: alleandosi con il Cni, punta alla forza della “geografia indigena” sull’intero territorio nazionale e sul consenso, rinunciando ad assolutizzare l’esperienza locale dei governi municipali autonomi zapatisti e delle loro giunte di buon governo. Non è poca cosa, in effetti, per un gruppo che ha sempre rifiutato i processi elettorali e i partiti politici. E che sa che, tuttavia − come recita una sua celebre frase −, «le urne non bastano a contenere i nostri sogni».