Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 luglio 2017

Immigrazione di Rimpiazzo - il corrotto traditore euroimbecille Pd sarà schiantato. Noi Italiani osserviamo, valutiamo, giudichiamo

Vi spiego come e perché Macron lavora contro l’Italia. Parla il prof. Sapelli
Manola Piras 


Dal caso Fincantieri alla Libia, passando per la questione migranti e non solo. Tutti i dossier in cui il presidente francese ostacola l'Italia secondo lo storico ed economista Giulio Sapelli

Campione di nazionalismo e avversario dell’Italia. A un mese e mezzo dalla sua elezione, il presidente francese Emmanuel Macron, nuova icona europeista del centrosinistra, scopre le carte: lo ha fatto ai primi di giugno, chiedendo di rivedere l’accordo che consente a Fincantieri di salire nel capitale di Stx; lo ha fatto al recente vertice di Berlino, che si è chiuso con un nulla di fatto in tema di aiuti all’Italia nella gestione dei migranti. Nessuno stupore per Giulio Sapelli, storico ed economista, profondo conoscitore della Francia. “Macron si sta comportando com’era prevedibile che facesse – dice a Formiche.net -. Lui è un abile automa”. E i centristi italiani super europeisti che lo elogiano? “Semplice: non sanno di cosa parlano. Io mi sono abbonato alla sua newsletter e ho capito che Macron non è un uomo di centrodestra ma di destra, della destra gollista. Ecco perché va d’accordo con Donald Trump. I centristi italiani devono leggere di più”.

IL RAPPORTO FRANCIA-GERMANIA

Secondo Sapelli il nuovo inquilino dell’Eliseo “è stato designato dallo Stato francese per riaprire la lotta con la Germaniaper la supremazia, com’è nella loro storia: sono destinati a unirsi per poi combattersi sempre. Si mettono d’accordo su come governare l’Europa per poi lottare in modo da avere maggiori poteri nell’Ue”.

COSA SUCCEDE FRA MACRON E TRUMP

L’altro obiettivo che Macron persegue è quello di “rinsaldare i legami con gli Stati Uniti, non a caso Trump andrà alla Bastiglia il 14 luglio (‘per riaffermare la forte amicizia’ fra i due Paesi ha sottolineato la Casa Bianca in una nota, ndr). Un’altra strada per indebolire la Germania e assurgere a campione europeo”. E che l’asse con Washington si stia rinsaldando lo dimostra l’ultima “ondata di migranti dietro cui ci sono Francia e Stati Uniti: come si spiegano 40 mila-50 mila persone che arrivano in tre giorni? Già Barack Obama del resto lo aveva lasciato presagire”.

I DANNI PER L’ITALIA

Sbarchi che non fanno che aggravare la situazione dell’accoglienza nel nostro Paese, già al limite tanto che il ministro dell’Interno, Marco Minniti ha minacciato di chiudere i porti alle Ong straniere. “Il governo italiano in questa partita geo-strategica non si sta comportando male. Il punto è che Paolo Gentiloni è isolato e l’economia non lo supporta: il nostro Paese è in scacco. Certo, la Francia muove all’attacco dell’Italia e il ritorno in pista di Romano Prodi ne è una conferma. Nel frattempo – prosegue Sapelli – Enrico Letta è Oltralpe, dove si sta preparando per tornare a governare l’Italia. Non mi stupisco: Prodi è il missus dominicus a Roma per conto della Francia e della Cina, Jacques Attali (che si vanta di aver scoperto Macron, ndr) è rappresentante dell’asse franco-cinese”.

LE MOSSE DI MERKEL

Intanto Angela Merkel tenta di reagire al binomio Macron-Trump. “Ieri al Bundestag la cancelliera tedesca ha fatto un bel discorso in cui ha attaccato frontalmente gli Stati Uniti sul clima ma soprattutto sul commercio”. Per il futuro, afferma il professore della Statale di Milano, “prevedo un conflitto sempre più forte a livello diplomatico che si sposterà in Africa dove la presenza francese è forte e dove si può ancora fare la guerra, come accaduto in Medio Oriente”. Per quanto riguarda un’altra terra martoriata dai conflitti e in cui l’Eliseo ha avuto un forte ascendente, la Siria, Sapelli non rinuncia alla sua schiettezza: “Non appena si metteranno d’accordo sulle quote di ricostruzione, la guerra finirà”.

Immigrazione di Rimpiazzo - è un dato che siamo divenuti una colonia francese grazie ai corrotti, traditori, euroimbecilli del Pd

CAOS MIGRANTI/ La paura della Germania e l'occasione per l'Italia

Ieri, in vista del G-20, a Berlino si è tenuto un incontro tra i leader europei del consesso internazionale. Si è parlato molto di immigrazione. Il commento di GIULIO SAPELLI

30 GIUGNO 2017 GIULIO SAPELLI

Caos migranti (LaPresse)

L'Europa non finisce mai di stupire in merito ai suoi assetti di potere oligarchico-tecnocratici. La spinta degli stati storici nazionali si dispiega sotto il velo della sottrazione della nazione alla procedura del principio di maggioranza e altera di volta in volta la cuspide delle relazioni di potenza. La Germania detiene il segreto della sua forza velato grazie all'eliminazione nel governo dell'Europa delle procedure democratiche e dal ricorso alla guerra che appare sino a oggi impensabile sul Vecchio continente ma che non si esclude più altrove. 

Il timore di ritornare all'uso della forza è del resto profondissimo nelle elite democratiche tedesche e fa sì che esse si siano sinora sottratte da quell'uso anche fuori dall'Europa giungendo sino a rifiutare l'ingaggio con l'equilibrio di potenza reso manifesto dagli Usa. Alla Nato si può aderire, ma al bombardamento dell'Iraq nel 2003 no. Potrebbero risvegliarsi incubi che hanno già distrutto una volta le classi politiche democratiche tedesche: i fantasmi che si evocano sono terribili. 

Ciò che paralizza nella paura lo spirito tedesco non è solo l'inflazione che si cura con l'ordoliberalismus a tutti imposto con conseguenze devastanti in Europa, ma altresì il nazionalismo aggressivo e distruttore di una nazione accerchiata da terre emerse che si vorrebbero sempre valicare per lo spazio vitale che la potenza economica ricerca per stabilizzare le esportazioni e normalizzare i furori militaristici nazionalistici di una destra mai interamente distrutta. Ma la volontà di potenza sempre riemerge. E riemergerà vieppiù ora che la Francia che non vota, ma il cui Stato funziona governato da un orologio sottratto alla luce, la Francia che governa oggi in forme interamente nuove, si è stancata di perdere potenza nei confronti della Germania. 

Nel pre-G20, ossia nell'incontro che si è svolto ieri a Berlino, la Germania ha riunito attorno a sé gli stati con cui ritiene si debba ricostruire un'Europa che non può più esimersi dall'intervenire nell'universo mondo a cominciare dall'Africa: Italia e Francia. La causa scatenante è quella di un'immigrazione inarrestabile che trova certamente un sollecitatore occulto, ma non troppo, sol che si studi l'Africa dal di dentro e non attraverso le agenzie di stampa. L'Italia di questo gruppo ristretto è stata chiamata dalla scaltrezza democratica tedesca a far parte.

E come si sarebbe potuto far diversamente? La Francia aveva già detto chiaramente per bocca dell'automa Macron che all'Italia occorreva guardare. Essa è già del resto quasi un protettorato francese. Con consoli fedeli e attivissimi sempre. 

Sappia il governo, qualsiasi governo di qualsivoglia parte partitica, trasformare un posizionamento geopolitico in un'azione geostrategica. Ne va del futuro stesso dell'Italia, ovvero di ciò che di essa rimane.

Cairo non si può permettere Paragone troppo libero ed indipendente non va in astinenza se non ci sono maradone

L'ULTIMO MARXIANO 30 giugno 2017

Chiusa La Gabbia di Paragone su La7: libertà e coraggio si pagano

Indipendenza, coraggio, autonomia, voce critica e dissenso costano cari nel tempo della falsità universale. Speriamo di aver aperto crepe nel muro del pensiero unico. Mai il mondo potrà cambiare i veri ribelli.

DIEGO FUSARO

È ufficiale. La notizia è giunta, un giorno prima dell'ultima puntata. Come nella miglior tradizione padronale, che fa recapitare le lettere di licenziamento sotto Natale. Hanno deciso dall'alto di chiudere La Gabbia, il programma in onda su La7. La libertà non può essere accettata nel tempo della falsità universale. Indipendenza, coraggio, autonomia, voce critica e dissenso costano cari.

QUATTRO ANNI DI LOTTE IDEOLOGICHE. Il potere vede e non perdona. Da Socrate a Cristo, da Giordano Bruno a Gramsci. La storia è anche storia di dissensi e di repressione dei medesimi. Ho avuto la fortuna e l'onore di collaborare con La Gabbia per tutti e quattro gli anni della sua avventura (2013-2017). Abbiamo condiviso battaglie culturali e lotte ideologiche. È stato bello. È, per esempio, grazie a quel programma che la critica della "gabbia" dell'Unione europea è divenuto tema diffuso e condiviso nell'immaginario pubblico degli italiani. E questo resta agli atti.

Un saluto accorato al conduttore Gianluigi Paragone, ad Alessandro Montanari e a tutti gli altri amici con cui abbiamo condiviso questi quattro anni di battaglie. A tutti i ragazzi che con impegno e dedizione hanno dedicato tempo, energie e passione alla trasmissione, animati dalla volontà di far sapere ciò che l'interesse dominante voleva non si sapesse. Al di là di ogni retorica, La Gabbia è stata un'oasi: un'oasi di giornalismo libero, se è vero, come è vero, che giornalismo è rendere pubblico ciò che il potere vorrebbe rimanesse celato. Credo che nessuno possa negare che La Gabbia sia stato soprattutto questo.

I CANI DA GUARDIA STAVANO ABBAIANDO. Prima o poi - tutti lo sapevamo - sarebbe accaduto. I cani da guardia abbaiavano da tempo. Libertà e coraggio - lo ripeto - si pagano cari. Sempre. È una delle lezioni della storia. La battaglia è persa, ma la guerra continua. Potranno vincerci, ma mai comprarci. Non sempre i ribelli riescono a cambiare il mondo, ma mai il mondo potrà cambiare i veri ribelli. E speriamo, in questi quattro anni, di aver gettato il seme, di avere aperto crepe nel muro del pensiero unico, di aver posto le basi per una possibile tendenza condivisa al pensare altrimenti.

GIORNALISMO CHE NON PIACE AI PADRONI. Lasciatemi, infine, dedicare a ognuno dei giornalisti e di coloro che hanno lavorato alla trasmissione le parole di una lettera di Gramsci dal carcere: «Io non sono mai stato un giornalista che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella sua qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie convinzioni per fare piacere a dei padroni».


Enrico Mentana Mercoledì

La7 è come una strada di artigiani, in cui ognuno ha la sua bottega, coi suoi talenti e i suoi difetti: insomma con le sane differenze che rendono varia un'offerta. Capita che arrivi qualcuno da fuori ad aprire il suo spazio, ed è sempre ben accetto. Capita che qualcuno scelga di andare altrove, ed è il mercato. Ma dalla strada delle botteghe della 7 non si sfratta nessuno, né lo si lascia nella bottega chiusa. Magari si cambia un'insegna, si mette in mostra un lavoro nuovo, ma niente epurazioni. Paragone chiaro?


'ndrangheta - rendere difficile delinquere

Torino, duro colpo alla 'Ndrangheta: 11 arresti, sequestrato il "tesoro della malavita"

PROSPERO RIGALI
GIUGNO 29, 2017

All'operazione dei carabinieri di Chivasso e Settimo hanno partecipato i reparti competenti per territorio di Vercelli, Varese, Reggio Calabria e Cosenza: nel corso del blitz sono stati sequestrati beni immobili, società e attività commerciali, polizze vita, conti correnti, auto di grossa cilindrata e altri beni di lusso. Undici persone sono finite in manette, nella giornata di ieri, nell'ambito della lotta alla criminalità organizzata (in questo caso, 'ndrangheta) che continua a interessare anche le regioni del Nord. Gli arrestati sono Domenico e Francesco Gioffrè, Antonio Guerra, Domenico, Francesco e Luciano Ilacqua, Giovanni Mirai, Francesco Grosso, Salvatore Calò, Carmine Volpe e Valentino Amantea.

Le accuse contestate sono di associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, usura, estorsione, rapina, danneggiamento, incendio, detenzione illegale di armi e munizioni.

Mentre è agli arresti domiciliari per le sue condizioni di salute, Valentino Amantea. Valentino Amantea è stato infatti costretto, a seguito dell'azione delittuosa, a vivere su una sedia a rotelle.

Le attività investigative, condotte, con il concorso del Servizio Centrale Operativo, dalla Squadra Mobile di Catanzaro e dal Commissariato di Lamezia Terme, coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, nelle persone del Procuratore Aggiunto Giovanni Bombardieri e del pm Elio Romano, con la supervisione del Procuratore Capo Nicola Gratteri, hanno permesso di accertare che alcune persone, già colpiti da provvedimenti giudiziari che ne acclaravano la riferibilità alla cosca Giampà, tornati in libertà dopo l'espiazione delle condanne riportate a seguito delle operazioni di polizia "Medusa" e "Perseo" o all'atto dell'ammissione a misure cautelari alternative alla detenzione, si riattivavano con il fine di reimporre la loro influenza criminale nelle zone storicamente controllate dalla cosca di riferimento. In particolare, Guerra, i Gioffrè e Ilacqua, oltre ad aver preso parte agli agguati, sarebbero colpevoli di estorsione nei confronti di alcuni commercianti del territorio, titolari di concessionarie e autolavaggi.

Nel corso delle indagini, infine, sono inoltre emersi gravi indizi a carico di Francesco Grosso, Salvatore Calo' e Francesco Ilacqua in relazione all'esecuzione a Torino di rapine ai danni di spacciatori.

Rothschild - non smettono di tessere le ragnatele per accrescere potere e soldi

30/06/2017
Edmond de Rothschild si rafforza in Sud America

di Massimo Morici

Siglata in Cile una partnership strategica con Banchile Administradora General de Fondos

LA NEWS


Edmond de Rothschild si rafforza in Sud America dove ha siglato una partnership strategica con Banchile Administradora General de Fondos (Banchile AGF), società attiva nell’asset management in Cile. Attraverso l’accordo, si legge in una nota, l’ampio ventaglio di soluzioni d’investimento di Edmond de Rothschild sarà disponibile anche sul mercato cileno. Edmond de Rothschild Asset Management è lieta di poter presentare la sua offerta di prodotti e servizi di asset management a tutti i clienti di Banchile. 

Attraverso la partnership, prosegue la nota, "Edmond de Rothschild si impegna a lavorare insieme a Banchile AGF per offrire le migliori competenze su azionario europeo e statunitense, debito corporate e asset allocation, grazie al modello multispecialistico sviluppato nel corso degli anni attraverso analisi e innovazione". All’asset management e al private banking, il gruppo Edmond de Rothschild affianca le attività di corporate finance, private equity e amministrazione di fondi

Felici che Renzi perdura nel suo atteggiamento, porterà nel burrone tutto il corrotto traditore Pd


IL RETROSCENA

Renzi, gelo con Franceschini
e per le candidature dem
pensa al «modello Berruto»

All’assemblea dei circoli pd a Milano il segretario mette a punto il rilancio: «Non voglio fare trattative né caminetti. Adesso devo riorganizzare il pd, farne un partito nuovo»


Il segretario del Pd Matteo Renzi a Milano (LaPresse)

«Ecco, dobbiamo candidare gente così, non i soliti...». Lorenzo Guerini e Matteo Orfini commentano tra di loro l’intervento dell’ex ct della nazionale di pallavolo italiana Mauro Berruto. Hanno capito con quale spirito Matteo Renzi intende intraprendere la strada che lo separa dalle elezioni: addio «giochi di palazzo, respiriamo aria nuova». Lui, il segretario, è tranchant. Gli chiedono di vedere Dario Franceschini in via riservata per arrivare a un accomodamento, ma Renzi ormai è su un’altra lunghezza d’onda: «Non faccio trattative, caminetti, non ripeto formule del passato per parlare di alleanze che non interessano nessuno, tanto meno gli italiani». È questo che ha fatto scattare l’allarme tra i suoi alleati, è questo che ha spinto il ministro dei Beni culturali ad andare all’attacco. Renzi si occuperà del partito. Lo dice lui stesso: «Visto che mancano mesi alle elezioni bisognerà riorganizzare il Pd, voglio farne un partito nuovo». Parole, queste, che mettono in allarme i capicorrente: Renzi non userà il bilancino nelle liste elettorali ma procederà seguendo altri criteri. Criteri, appunto, che potrebbero premiare una personalità come Berruto e penalizzare i fedelissimi dei maggiorenti del partito.

Il clima, al teatro Ciak di Milano non è quello delle solite riunioni di partito. Tant’é vero che anche il solitamente compassato Giuseppe Sala in quel consesso parla fuori dai denti: «Abbiamo lasciato i nostri soli nei territori, ci vuole più cattiveria da parte del Pd e meno litigi». Anche la regia della kermesse si fa prendere la mano. Sul palco Berruto parla di «sabotatori», riferendosi a quanti nel partito lavorano contro Matteo Renzi, e sul mega-schermo appare la faccia di Franceschini, tra i brusii. «Si pentiranno di avermi cacciato da Palazzo Chigi — celia Renzi con i collaboratori — perché ora mi occuperò del partito e non lo farò secondo i vecchi schemi». Il che significa che il segretario del Pd intende parlare «solo di cose concrete», come lo erano, sottolinea durante un breve colloquio con i suoi, la riforma di Equitalia e la quattordicesima ai pensionati, «conquiste del nostro governo». Degli altri temi all’ordine del giorno il leader del Pd preferisce non parlare: «Certo non mi porteranno di nuovo a una trattativa sulla riforma della legge elettorale, vedremo a settembre quello che succederà, ma io non voglio perdere il mio tempo in mediazioni estenuanti e senza costrutto», spiega ai suoi.

Renzi chiede a se stesso e agli altri «una moratoria sulle polemiche». Il che non vuol dire che il segretario intenda fare passi indietro rispetto alla sua linea, ma semplicemente che intende «giocare su un altro campo». Nella sala del Ciak l’età media non è quella di sempre. Ci sono molti giovani. E nessuno sembra interessato ai travagli interni del centrosinistra. Lì dentro sono tutti convinti che Romano Prodi punti a tornare a Palazzo Chigi e che per questo motivo ultimamente sia così attivo. Ma soltanto Sala pronuncia il suo nome, quando dice: «Tra lui e Renzi va trovata una mediazione». Il resto della platea non sembra interessato a quelli che il segretario del Pd definisce i «giochi e giochetti e i tatticismi della politica».

30 giugno 2017 (modifica il 1 luglio 2017 | 16:34)

Immigrazione di Rimpiazzo - la chiusura dei porti continua ...

Nave militare svedese traghetta 650 migranti nel porto di Catania

CRONACA sabato, 1, luglio, 2017

E’ giunta nel porto di Catania la nave militare svedese ‘Bkv 002’ con a bordo 650 migranti, recuperati in diverse operazioni nel mare della Libia. A bordo anche i cadaveri di 9 persone: sette donne e due uomini deceduti durante la traversata.

Nella banchina del porto etneo sono già scattati i protocolli per l’accoglienza, coordinati dalla prefettura, e sono state avviate le prime indagini da parte della squadra mobile della Questura per identificare eventuali scafisti. ansa

1 luglio 2017 - L'ultima frontiera dell'attacco all'informazione libera: la tempesta per...

Marcello Foa - Dire tante cose vere e infilarci una menzogna, ormai abbiamo tecniche raffinatissime

L’onestà, per un giornalista, di ammettere i propri errori – 

di Marcello Foa
29 giugno 2017 

Dal blog “Il Cuore del Mondo” di Marcello Foa

* * *I

Pontiggia e Foa chiudono con riflessioni ragionevoli e oneste, non senza rammarico, il “casus belli” che ha infiammato il web. Ci domandiamo (senza avere gli elementi per rispondere) se il Corriere non sia caduto vittima di un’abile provocazione. I giornali e i giornalisti, si sa, non hanno soltanto amici!

* * *


Questa mattina (ieri, ndR) il Corriere del Ticino pubblica in prima pagina un articolo in cui il direttore Fabio Pontiggia si scusa con i lettori per lo scoop pubblicato la settimana scorsa sul dossier della Polizia criminale tedesca, che conteneva le linee guide sull’informazione in caso di attentati; scoop che ho segnalato anche su questo blog. Quel dossier, che il Corriere del Ticino aveva ricevuto da fonti ritenute sicure, è risultato in seguito artefatto, un misto di notizie vere e false, e dunque complessivamente non veritiero.


Due pagine del documento della BKA risultato artefatto

Io non posso che elogiare la scelta della direzione del giornale del gruppo di cui sono Amministratore delegato. Da sempre sostengo che uno dei principali problemi della stampa, nonché causa della progressiva caduta della sua credibilità, risiede nella tendenza, piuttosto diffusa, a non ammettere i propri errori quando si ha evidenza di averli commessi. Se si sbaglia si tende a nascondere. La grande notizia si spara in prima pagina, la rettifica si relega in poche righe a pagina 32 o non si pubblica affatto.

Io sono convinto che i giornalisti debbano essere intellettualmente onesti: capita, per quanti controlli si possano fare, di scivolare, tanto più in un’epoca come questa, dove le insidie per la buona informazione sono decisamente moltiplicate tra tecniche spin sempre più sofisticate, diffamatori professionali, dossieraggi.

Mi sarebbe piaciuto che dopo la scoperta di uno dei più grandi falsi storici, le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, in nome del quale è stata lanciata una guerra e i cui effetti destabilizzanti sono drammaticamente evidenti oggi in tutto il Medio Oriente, i giornalisti che diffusero quelle notizie, usando sovente toni da crociata e intimidendo chi osava obiettare, si fossero scusati. E invece hanno fatto finta di nulla e molti di loro ricoprono ancora oggi posizioni importanti.

Gli esempi recenti non mancano: la notizia dei forni crematori di Assad, che qualche settimana fa ha conquistato le prime pagine delle testate di mezzo mondo, è stata smentita dal Dipartimento di Stato statunitense, ma i lettori non sono stati avvertiti con la stessa enfasi. E’ passata via, come una breve, come al solito.

Il Corriere del Ticino non è ovviamente contento di aver sbagliato – e non lo sono neanch’io per aver rilanciato quel documento sul blog – ma ha optato coraggiosamente per la trasparenza. E in prima pagina. Meglio la dignità delle scuse in buona fede, a cui ovviamente mi associo, che confidare in un comodo ma menzognero oblio mediatico.

Mauro Bottarelli - La religione tutta, anche quella cattolica sono uno dei freni potenti al conformismo, appiattimento, omologazione che il Globalismo Finanziario persegue con tenacia

SPY FINANZA/ Usa, Siria e l'attacco sospetto al Vaticano

Negli ultimi giorni non sono mancati attacchi al Vaticano e ai suoi vertici, fino alle accuse e George Pell. Per MAURO BOTTARELLI qualcuno vuole screditare la Santa Sede

30 GIUGNO 2017 MAURO BOTTARELLI


Lapresse

Chi ha paura del Vaticano? E perché proprio ora? Viene da chiederselo, perché appare davvero difficile ascrivere unicamente alla categoria della coincidenza la messe di accuse, più o meno dirette, mosse verso la Santa Sede negli ultimi giorni, tutte su temi molto seri e tutte con addentellati che vanno a toccare nervi scoperti e interessi profondi. Ieri è stato il giorno della grande accusa, del colpo al cuore: il cardinale australiano, George Pell, già arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney e ora prefetto degli Affari economici della Santa Sede, è stato incriminato per presunti reati di abusi sessuali su minori, quando era sacerdote a Ballarat (1976-1980) e, poi, arcivescovo a Melbourne (1996-2001). Si tratta del più alto esponente ecclesiastico mai finito sotto accusa per abusi sessuali: come ho già detto, un colpo al cuore. 

Lungi da me voler entrare nel merito, ci penseranno i giudici australiani e la coscienza del cardinale a trarre conclusioni e giudizi, ma lasciate che un paio di cose mi lascino perplesso. Primo, la simbologia che vede la notizia piombare sul Vaticano in una data solenne, quella della festività dei Santi Pietro e Paolo. Ieri era infatti il giorno in cui il Papa consegnava agli arcivescovi metropoliti appena nominati il pallio, simbolo del giogo pastorale da prendersi sulle spalle. Un'accusa come quella lanciata contro Pell è un marchio d'infamia su un rito sacro e tremendamente carico di simbologia. Secondo, le accuse si riferiscono a trent'anni fa, eppure la notizia viene trattata in maniera totalmente univoca dalla stampa: sicuramente Pell è colpevole. Terzo, Pell non è un cardinale qualsiasi, è di fatto il numero 3, ma, soprattutto, il prefetto per gli Affari economici del Vaticano. Si è voluto colpire qualcuno vicino alle finanze della Santa Sede, nodo da sempre sensibile ma diventato addirittura rovente con la decisione di riformare lo IOR, la banca della Santa Sede. Congetture? Sicuramente, ma sembrano davvero i punti della Settimana enigmistica, quelli che una volta uniti lasciano intravedere le forme reali di ciò che era celato. 

Pell non era presente alla cerimonia, il Papa ha disposto infatti che il cardinale sia posto in congedo da tutti i suoi incarichi vaticani per l'intera durata del processo. Ed è stato lo stesso presule australiano a rivelarlo davanti ai giornalisti, in una conferenza stampa durata appena dieci minuti e convocata di prima mattina, mentre a pochi metri, il coro stava provando i canti per la funzione solenne. Altra vaga simbologia. «Respingo le accuse contro di me, la sola ipotesi di abusi sessuali mi ripugna: ho informato il Papa e tornerò in Australia perché sono ansioso di presentarmi davanti ai giudici per difendermi strenuamente», ha detto Pell. Rientrerà a Roma, ha aggiunto, «solo quando tutto sarà finalmente chiarito» e ha lamentato un «accanimento senza tregua» dai parte dei media per le indiscrezioni trapelate. Al fianco del porporato è apparso solo il direttore della Sala Stampa vaticana, che ha ribadito la «collaborazione fornita dal cardinale durante le indagini e il suo impegno nella lotta alla pedofilia», anche durante il suo mandato episcopale in Australia. Il 18 luglio, Pell dovrà presentarsi davanti al tribunale di Melbourne: vedremo, allora, quanto sarà l'interesse della stampa. 

Ma, come vi dicevo, è un attacco concentrico quello in atto contro la Santa Sede. Come definire, infatti, lo strano timing con cui è esploso un altro caso, questa volta direttamente dalle colonne del Corriere della Sera, le quali hanno ospitato la lettera della madre di Emanuela Orlandi, Maria Pezzano, relativamente al presunto "documento segreto" sul rapimento della giovane romana, avvenuto 34 anni fa e custodito proprio in Vaticano. «Non c'è alcun dossier su Emanuela Orlandi custodito in Vaticano», ha risposto monsignor Angelo Becciu, segretario di Stato vaticano, ma l'eco mediatica ha beneficato del contesto in cui sarebbe emersa la scoperto del documento, ovvero nel corso del processo VatiLeaks, di fatto la manna per molti che puntano a rapida carriera e solide vendite di libri o presunti tali. Se poi a questo uniamo le dichiarazioni di padre Gabriele Amorth, uno dei più noti preti esorcisti del mondo, il quale, in una intervista rilasciata a La Stampa nel 2012, ipotizzava che la ragazzina fosse finita in un'orgia di pedofili in Vaticano, capite da soli che gli adoratori di Dan Brown stanno vivendo il loro momento d'oro. 

Strano poi anche il timing della pubblicazione di un cable dell'ambasciata Usa in Vaticano reso noto sempre da La Stampa pochi giorni fa, nel quale sono contenuti riferimenti al Vaticano molto politici. «Nonostante la disparità delle dimensioni, le forme di governo, e le storie, noi siamo entrambe potenze globali, con interessi e influenza mondiale. Sotto molti punti di vista, la Santa Sede è unica al mondo nella sua capacità di perseguire la propria agenda. Ha relazioni diplomatiche con 180 paesi, seconda solo agli Usa», si legge nella nota. Anzi, nel vero e proprio rapporto che il 14 marzo del 2013 l'ambasciata americana in Vaticano inviava al vice presidente Joe Biden, in vista della sua partecipazione all' insediamento di Papa Francesco, nel quale si presentava il più piccolo Stato e la più antica democrazia del mondo come potenze paritarie. Sommato ai documenti scritti un anno dopo in occasione della visita del presidente Obama, descrive con franchezza i punti di contatto e le divergenze, dalla strategia per la Siria ai sospetti sui finanziamenti americani per gli evangelici. I cables spediti subito dopo l'elezione, scrive La Stampa, avevano citato «funzionari della Curia molto sorpresi e nervosi» per la scelta di Bergoglio. L'amministrazione Obama aveva avuto problemi con Benedetto, soprattutto sui temi della vita e sperava ora in una nuova relazione: «Oltre ad essere a cavallo tra il Nuovo e il Vecchio mondo, il Papa potrebbe anche fare da ponte tra l'ala conservatrice e quella moderata della Chiesa. Sulle questioni sociali è un conservatore true-blue, determinato oppositore di aborto, matrimoni gay, contraccezione». 

Io non ci credo che sia un caso, troppa pressione di alto livello sul Vaticano per essere una coincidenza. E ho anche una mia idea del perché, semplicemente perché non sono un vaticanista, ma qualcuno che si occupa di geo-politica e geo-finanza: sta per partire l'attacco Usa in Siria, ormai è questione di settimane. E occorre silenziare l'unica voce che gli Usa ritengono di pari importanza alla loro. Casualmente, poi, questo ultimo scandalo che costringerà la Chiesa a un atteggiamento di enorme attenzione e prudenza nelle proprie comunicazioni verso l'esterno arriva durante la crisi dei migranti, di cui la Santa Sede è stata finora paladina dei diritti. Non entro nel merito, tantomeno nel mio pensiero al riguardo, ma occorre leggere bene tra le righe gli accadimento, al netto - e lo ripeto, sottolineandolo in rosso - del fatto che nel caso del cardinale Pell sarà la magistratura australiana ad appurare la verità. Sulla lotta alla pedofilia, sia Benedetto XVI che Papa Francesco sono stati chiari e netti: forse, qualcuno vuole minare quell'impegno alla base. Oppure, minarlo agli occhi dell'opinione pubblica, cosa ben più importante per chi sta operando su un'agenda di interessi enormi: economici, geopolitici e geostrategici, in vista del grande reset globale che ci attende. 

Qui non si tratta di complotti, si tratta di dare un senso a un fuoco di fila cominciato con l'articolo su La Stampa il 26 giugno e terminato ieri in Vaticano, con un'accusa infamante a fare da colonna sonora alle solenni celebrazioni di Pietro e Paolo. Pensateci, magari sono soltanto coincidenze. Ma io non ci credo, soprattutto quando ci sono in ballo interessi di questo livello. Quando Papa Francesco, a ogni fine Messa della domenica, ammonisce i fedeli in Piazza San Pietro di «non dimenticare di pregare per me», forse manda un messaggio chiaro. Un messaggio di consapevolezza, perché gli stessi che massacrano prima del giudizio la Chiesa, perché definita poco incline al cambiamento e alla trasparenza, sono i primi a non volerli cambiamento e trasparenza. Perché, come dai covi dell'Isis a Raqqa e Mosul, potrebbero uscire segreti inconfessabili dei tempi che furono. 

1 luglio 2017 - Claudio Borghi: "La gestione dei migranti è stata criminale"

1 luglio 2017 - LIVE: ‘Tories out’ demonstration hit the streets of London

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Uno di questi posti che non esistono

Pubblicato 30 giugno 2017 - 20.36 - Da Claudio Messora


Una settimana fa ho reso noti i termini di un nuovo tipo di attacco all’informazione libera e indipendente. E poiché in questo Paese, di realtà che si possono fregiare di questo nome e di questo aggettivo (con un minimo di efficacia) ce ne sono molto poche, da dove volevate che cominciassero? Da byoblu.com, chiaramente. Non bastavano le denunce, le querele, le minacce di querela, i fondi per la pubblicità tagliati di dieci volte, la macchina del fango dei cosiddetti antibufalari cicap-chic che diffamano me, gli ospiti del blog e tutti voi… non bastavano le leggi liberticide, la Boldrini, l’Unione Europea, gli algoritmi imperscrutabili dei social network che decidono come e quando farvi avere le notifiche dei nuovi post (per sapere come aggirare il problema, clicca qui)… E non bastavano le migliaia di attacchi hacker che nel tempo hanno sempre tentato di oscurare il blog. No che non bastava, perché niente di tutto questo mi ha mai fermato. Serviva un altro modo per mettere in ginocchio definitivamente chi vuole fare informazione come gli pare a lui, senza padroni, lontano dai riflettori televisivi ma a stretto contatto con i suoi lettori, libero di fare centro e libero di sbagliare.

Così, in meno di quattro mesi, hanno bersagliato il sistema di donazioni con oltre quattromila transazioni fraudolente automatizzate (l’elenco l’ho reso disponibile qui). In massima parte bloccate dai sistemi di sicurezza antifrode di Stripe, ma ognuna di esse portatrice di una potenziale denuncia (il mio nome e il mio numero di telefono appaiono nell’estratto conto di chi – in un ristorante, al bar, oppure su un sito porno – si è fatto clonare la carta), e ognuna di esse foriera di una potenziale disputa. Le denunce ti costringono a collaborare con decine di procure della Repubblica sparse per l’Italia, attività nobile ma che inevitabilmente sottrae tempo all’informazione, mentre le dispute rappresentano un vero e proprio furto, perché secondo i regolamenti ogni contestazione comporta un bilancio negativo insindacabile di 15 euro. Moltiplicate per tutte le transazioni sfuggite ai controlli, perché impossibili da verificare, e vedrete prosciugarsi il vostro conto in banca.

Una tecnica sofisticata, probabilmente inedita per dimensioni e potenza di fuoco, messa in atto da chi ha mezzi, risorse e conoscenze che vanno ben oltre i limiti della legalità. Peccato che anche questo, come tutte le altre volte in cui hanno tentato di affondare il blog, sia stato vano. Da una parte abbiamo messo in piedi una serie di verifiche e di regole che minimizzano l’impatto di queste transazioni fraudolente. Dall’altro, a tamponare la perdita ci avete pensato voi.



Io ho sempre amato pensarvi come i miei editori. L’editore è colui che, con il suo apporto finanziario e con il suo supporto anche legale, protegge il lavoro dei giornalisti e, in cambio, determina in vari gradi e misure la linea editoriale. Se non prendi i soldi da nessuno se non dai tuoi lettori, allora “i tuoi editori” sono loro. Venerdì scorso ho lanciato una campagna di raccolta fondi per tamponare le perdite dovute a questo attacco finanziario. E, come spesso è accaduto in questi dieci anni, i miei editori (voi) hanno risposto all’appello. Il dettaglio delle donazioni, che attualmente è arrivato all’87% del totale immaginato per mettere in sicurezza il blog, è pubblicato in fondo a questo post e chiunque può cercare il suo nome, oppure scaldarsi un po’ il cuore leggendo le centinaia di messaggi che avete scritto.

Sono convinto che raggiungeremo senza problemi il 100%. E sapete perché? Perché non c’è niente che vi costringa a farlo. Non avrete in cambio un cappellino, un biglietto omaggio, un dvd, non parteciperete all’estrazione di ricchi premi e cotillon. In effetti, potreste tranquillamente fregarvene e sedervi su quel divano a guardare tutte le incredibili e inaccettabili balle che la televisione vi propina 24 ore su 24. Si vive bene, in fondo, sapete? Non devi pensare a niente: ti dicono tutto loro. Ti dicono cosa è bene e cosa è male. Ti dicono cosa devi fare e cosa no. Quando devi avere paura e quando devi sentirti al sicuro. Ti spiegano quando stai vivendo al di sopra delle tue possibilità, e ti danno perfino qualche piccola gratificazione: mille euro se fai un bebé, 80 € in busta paga a fine mese, un film gratis ogni tanto… E poi ti dicono a chi devi credere ciecamente e chi invece è solo un venditore di bugie carico di odio. Tu devi preoccuparti solo di lasciare la televisione accesa, anche quando dormi. Così ti alzi e sei felice, perché sei “normale”. Sei come tutti gli altri. Non devi sentirti strano, non devi discutere con tutti. Non devi provare quel sottile disagio che ti fa sentire quasi sempre fuori luogo. Al lavoro commenti Bruno Vespa, bevi il tuo caffè, ti siedi alla tua scrivania, fai due battute con i colleghi e poi tiri la carretta fino a quando non è il momento di tornare a casa. E la ruota continua a girare. Tutte quelle cose, insomma… la moneta, lo spread, le bombe, i vaccini, le Ong con i migranti, i trattati internazionali… non sono un problema tuo: sono cose più grandi di te. In fondo è bello che ci sia qualcuno che le capisce e che ti sollevi da ogni fatica.

Sì, potreste vivere così e sareste sereni. E allora chi ve lo fa fare di venire qui a rompervi le balle con tutte queste cose? Perché non guardate la partita con una birra in mano, a parlare di donne con gli amici? Chiedetevelo di nuovo. Ditelo ad alta voce: “perché io non sto guardando la partita con tutti gli altri? Perché non mi ammazzo sul joypad con l’ultimo videogame sparatutto?“.

Pensateci quanto volete, ma la risposta non la sapete neppure voi. L’unica cosa certa è che prima, quando eravate “normali”, non eravate per niente felici. Vi mancava qualcosa. Magari fin da ragazzi. O magari è cominciato una sera. Lentamente avete iniziato a provare una sensazione strana. Avete guardato la tv e avete visto solo chiazze di colore in movimento. In compagnia ridevate, ma era un sorriso teso, appena abbozzato, che spariva subito dopo essere comparso. La gente vi chiedeva “cos’hai“? E voi “Niente. Tutto bene…“. Poi avete iniziato a guardarli, ad ascoltarli tutti e a non capire di cosa stessero parlando. Avete sentito un vuoto dentro che a mano a mano si allargava. E d’improvviso tutto quello che era stato importante, non lo era più. Il Suv metallizzato con i cerchi in lega, il bel contratto, la tredicesima, l’ultimo modello di smartphone, le “fighe di legno“, la settimana bianca, la borsetta firmata, la posizione sociale, il plasma 90 pollici. E vi siete sentiti soli. Fino a quando…

Fino a quando non siete venuti qui, o in un altro di questi posti che non esistono, e avete visto e letto gente che parlava delle stesse cose che sentivate dentro, e alle quali magari non sapevate ancora dare forma. Magari non l’avete capito subito, magari avete commentato “sono d’accordo in parte“, e avete infilato una serie sterminata di “ma“. Però siete tornati, perché chi vive per anni in una caverna e gli dicono che fuori non c’è niente, quando poi esce alla luce del sole, e questo niente gli acceca gli occhi, poi anche se torna dentro non sarà mai più la stessa persona.

Ecco perché sono convinto che raggiungeremo senza problemi quel 100%. E anche più, così potremo acquistare un po’ di attrezzatura buona. Perché né io né voi abbiamo più voglia di tornare dentro. E se ci torniamo, è solo per prendere le nostre cose.

27 giugno 2017 - [RT Speciale] Guadagno e dipendenza. Il business afgano della droga aume...

venerdì 30 giugno 2017

Siria - Gli Stati Uniti hanno smarrito la via e non sanno dove devono andare e questo è un grosso guaio per l'umanità

IRAN: “GLI USA IN SIRIA SCHERZANO COL FUOCO. ALTRI ATTACCHI POTREBBERO AVERE CONSEGUENZE INCALCOLABILI”


(di Giampiero Venturi)
29/06/17 

Il Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniana, ammiraglio Shamkhani, mette in guardia gli Stati Uniti da eventuali ulteriori azioni militari in Siria dirette contro le forze di Damasco.

La dichiarazione, riportata dall’agenzia di stampa Mehr (connessa al Teheran Times) segue quella americana secondo cui Washington sarebbe pronta a colpire pesantemente Assad, nel caso di “un ulteriore uso di armi chimiche”, ritenuto imminente dal Pentagono.

La CNN riporta in queste ore che le unità della US Navy che incrociano al largo della Siria, sono pronte e aspettano solo l’ordine dalla Casa Bianca per colpire qualunque obiettivo nel Paese arabo.

La posizione USA è stata considerata estremamente pericolosa anche dal Cremlino (dichiarazione del Ministro degli Esteri Lavrov e del suo vice Gatilov) soprattutto in considerazione del fatto che gruppi ribelli in possesso di armi non convenzionali, potrebbero essere spinti a farne uso per sollecitare l’intervento americano contro i siriani.

Shamkhani ha invitato il governo di Washington a coinvolgere l’OPAC (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, con sede a L’Aia, attualmente diretta dal turco Üzümcü) per condurre le necessarie ispezioni nei siti di stoccaggio ritenuti sospetti.


Con riferimento all’attacco americano contro la base aerea siriana di Sharyat del 7 aprile scorso, l’alto ufficiale iraniano ricorda che fu proprio Washington ad opporsi alla richiesta di un’investigazione internazionale sull’uso delle armi chimiche a Khan Shaykhun (pretesto dell’attacco) perpetrata da Iran e Russia.

L’ammiraglio esprime preoccupazione per l’unilateralità delle mosse USA in Siria, che rischiano di incidere notevolmente sugli equilibri senza un adeguato calcolo delle conseguenze.

Shakhmani, ex capo della Marina dei Pasdaran, ex capo della Marina iraniana e soprattutto Ministro della Difesa per otto anni, è un personaggio di spicco nel panorama politico-militare di Teheran. Come Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (formato da 13 figure di primo piano), ha grande incidenza sull’impostazione strategica della difesa nazionale, ma anche su tematiche sociali e politiche ad essa correlate. Ha ufficialmente il ruolo di negoziatore per tutti gli affari riguardanti la politica nucleare iraniana. Gode tra l’altro della stima del Presidente Rouhani e della Guida Suprema Khamenei, risultando attualmente fra i leader iraniani più influenti. Le sue dichiarazioni sono sempre considerate un buon rilevatore delle priorità e delle urgenze avvertite a Teheran.

La sensibile crescita geopolitica dell'Iran in Medio Oriente, trova nella crisi siriana la sua concretizzazione più evidente. Sponsor dell'asse sciita che dal Libano arriva al Golfo Persico attraverso l'Iraq, Teheran gode anche del riposizionamento di molti soggetti e del cambio di equilibri degli ultimi anni nella regione. A questo proposito basti pensare al presidente maronita libanese Aoun, leader di un cartello storicamente antisiriano, ma riavvicinatosi alla Siria (quindi ad Hezbollah e all'Iran), anche in seguito alla crescita sunnita e alla sua propaggine jihadista. O allo stesso ruolo di Baghdad, per anni obiettivo delle invettive e dei sogni espansionistici di Teheran, oggi tra le sue possibili maggiori alleate.

Sembrano molto lontani gli anni dell'ostracismo contro l'oscurantismo della prima Repubblica Islamica. Dalle cosiddette primavere arabe in poi, il Vicino Oriente ha perso i suoi assetti ed è in affanno nel tentativo di ritrovarli. Il tassello Siria ne è la probailmente la sintesi perfetta.

Nella fase finale della guerra siriana, cresce il numero delle grandi potenze coinvolte (compresi gli USA, da tempo ormai direttamente impegnati sul terreno) e soprattutto il loro peso relativo nella crisi. Ogni mossa non ponderata, proprio come suggerito da Ali Shakhmani, potrebbe indurre conseguenze non calcolabili.

Immigrazione di Rimpiazzo - un'accoglienza che non ha niente di umanitario. La rotta libica è un'autostrada del crimine di cui le Ong sono parte integrante

Non bastano le parole, serve la fermezza

30 giugno 2017 


da Il Mattino del 29 giugno

Inutile nascondercelo: nella crisi legata all’immigrazione illegale gli ultimi governi italiani hanno mostrato la loro inadeguatezza. Lo confermano anche le reazioni che hanno fatto seguito allo sbarco di oltre 12mila immigrati illegali negli ultimi giorni. Il ministro degli Interni, Marco Minniti, che pure aveva assunto l’incarico parlando di respingimenti ed espulsioni senza dare seguito concreto alle sue parole, ha sospeso gli impegni all’estero ed è rientrato in Italia per far fronte all’emergenza.

Fa però sorridere osservare che in Italia si parli ancora dei flussi migratori come di una emergenza, termine non idoneo a definire un trend in atto dal 2013 che l’Italia ha consentito che si ingigantisse con «operazioni umanitarie», che hanno di fatto incoraggiato i flussi illegali, arricchito i trafficanti e le lobby del soccorso e dell’accoglienza.

Da Mare Nostrum, varata nell’ottobre 2013, l’Italia non ha fatto nulla per difendere i propri confini da flussi talmente ben organizzati da avere raggiunto le dimensioni di un’industria che, secondo Europol, frutta tra i 4 e i 6 miliardi di euro all’anno. Più o meno quanto spenderemo quest’anno per un’accoglienza che ha poco di umanitario, poiché accogliamo chi paga criminali e perché tra coloro che sbarcano non ci sono solo poveri o persone in fuga da guerre.


Il Paese subisce un esodo organizzato al punto che oggi tra le nazionalità degli sbarcati emergono, dietro ai nigeriani, i cittadini del Bangladesh che raggiungono in aereo Tripoli (al costo di 1.100/1300 euro a biglietto) per poi venire portati ai punti di imbarco gestiti dai trafficanti.

Un «servizio charter» sempre più diffuso utilizzato anche dai racket malavitosi africani sempre più radicati in Italia grazie ai flussi migratori incontrollati. Ormai la rotta libica è un’autostrada del crimine che non ha nulla a che fare con le norme previste dal diritto internazionale per l’accoglienza dei rifugiati. E stupisce che a Roma solo oggi si valutino le esatte dimensioni del problema, forse anche sull’onda della crescente ostilità degli italiani nei confronti di flussi migratori percepiti da tutti ormai come un sopruso in un Paese che secondo l’Istat ha 7,2 milioni di poveri.

Come ha ricordato Enrico Verga su Il Sole 24 Ore, secondo il Fondo Monetario Internazionale i costi per l’asilo dei migranti hanno avuto nel 2016 un impatto negativo dello 0,24% sul nostro PIL che potrebbe superare lo 0,40% quest’anno, in un Paese che fatica a crescere di un punto percentuale all’anno. L’ultima Legge di Stabilità ha stanziato per quest’anno 4,2 miliardi (ma non basteranno) per accogliere migranti illegali e un miliardo all’anno per far fronte al dissesto idrogeologico che dovrebbe costituire una priorità se a Roma si guardasse per davvero agli interessi nazionali. La percezione diffusa che l’Italia abbia rinunciato a tutelare l’interesse della Nazione rischia di minare la residua fiducia nelle istituzioni alimentando rabbia e risentimento.

La stessa ipotesi fatta balenare ieri che Roma possa vietare l’attracco alle navi straniere di Ong e marine militari europee che da anni soccorrono migranti illegali per sbarcarli in Italia conferma il livello di confusione che regna nel governo. Meglio togliersi l’illusione che altri Paesi accolgano i migranti illegali a cui solo l’Italia consente di superare i confini nazionali. Se negassimo loro l’approdo le navi delle Ong cesserebbero le attività e i partner europei ritirerebbero le loro navi dalle flotte Ue delle operazioni Sofia e Triton lasciando alle sole navi militari italiane l’onere del soccorso.

All’ultimo vertice europeo Paolo Gentiloni ha espresso soddisfazione per le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron («non abbiamo ascoltato l’Italia sull’immigrazione») ma si tratta di una frase gratuita e priva di conseguenze. Macron non ha certo ordinato alle navi francesi nel Mediterraneo di sbarcare a Nizza i migranti illegali raccolti in mare e la polizia francese continua a rimandarci i clandestini che superano illegalmente il confine di Ventimiglia, come fanno anche svizzeri e austriaci. Ieri la nave spagnola Victoria ha sbarcato oltre 900 clandestini a Cagliari, non nella vicina Ibiza.


L’alibi del mancato supporto europeo, da anni alimentato da Roma, ora non regge più sia perché l’immigrazione è ancora competenza dei singoli Stati e l’Italia avrebbe quindi piena libertà di rifiutare l’accoglienza come fanno del resto Tunisia, Malta e gli altri Stati europei.

O come fanno, in un contesto diverso, i sauditi che stanno espellendo 400 mila immigrati illegali etiopici. Inoltre l’Europa accetta di suddividere in quote tra i partner (che peraltro nessuno sembra rispettare) solo migranti che potrebbero aver diritto all’asilo, cioè siriani e in alcuni casi iracheni ed eritrei. Nazionalità che in Italia sono presenti in numeri irrisori rispetto alla gran massa di africani e bengalesi privi di ogni diritto ad asilo e accoglienza.

Come abbiamo più volte sottolineato su queste pagine solo i respingimenti assistiti possono bloccare i flussi migratori. Occorre superare l’ambiguità che vede il governo italiano addestrare la Guardia costiera libica fornendo motovedette perché riportino in Libia i migranti illegali mentre le nostre navi militari li sbarcano in Italia.


Se impiegassimo la flotta per soccorrere barconi e gommoni in acque libiche, appena salpati, non ci sarebbero più morti in mare e potremmo aiutare la Guardia costiera libica a riportare indietro in sicurezza tutti gli immigrati illegali.

Le nostre navi militari possono esprimere un deterrente sufficiente a scoraggiare qualunque iniziativa aggressiva da parte di trafficanti e miliziani. L’Onu, che ha già campi istituiti in Libia e Tunisia, potrebbe crearne altri e occuparsi del rimpatrio dei migranti i cui flussi cesserebbero rapidamente dal momento che nessuno rischierebbe la vita né spenderebbe migliaia di euro (un capitale in Africa) sapendo che non potrebbe raggiungere l’Europa. Il tempo delle chiacchiere, specie quelle “politicamente corrette” che coprono ipocritamente affari e illegalità, è scaduto da un pezzo. Il governo Gentiloni è chiamato a dimostrare di volere tutelare gli interessi nazionali colpendo il business di lobby già abbondantemente foraggiate in questi anni.

Foto: CNN, Frontex e Marina Militare

Il fantoccio Macron deve dimostrare ai suoi padroni di meritare la fiducia che gli hanno accordato, primo atto politico eliminare le 35 ore, precarizzare il lavoro, svuotare lentamente la sanità pubblica la

PRIMO TEST POLITICO E SOCIALE
Riforma del lavoro in Francia: Macron all’attacco delle 35 ore

29 giugno 2017

Al via la stagione delle proteste: sindacati in manifestazione contro il precariato a Parigi

PARIGI - Il primo cantiere aperto da Emmanuel Macron – subito dopo quello relativo alla moralizzazione della politica, con una proposta di legge già varata dal Consiglio dei ministri – riguarda il diritto del lavoro. Si tratta anche del primo vero test politico e sociale del nuovo inquilino dell’Eliseo. 

Il presidente intende riprendere in particolare due punti che erano presenti nella prima versione della cosiddetta “legge El Khomri” (dal nome del ministro del Lavoro del Governo Valls) e che in realtà era stata largamente ispirata dall’allora ministro dell’Economia, poi escluso dall’operazione in parte perché l’ex premier aveva voluto limitarne la visibilità e in parte perché si riteneva che Macron suscitasse un’eccessiva ostilità dalle organizzazioni sindacali. 


16 aprile 2017

I due aspetti – stralciati nella versione finale del provvedimento – riguardano d’un lato la fissazione di tetti alle indennità di licenziamento, il cui ammontare è oggi lasciato alla discrezionalità dei giudici del lavoro (con quel che ne consegue in termini di incertezza per le imprese, poco propense quindi a stipulare contratti a tempo indeterminato), e dall’altro la questione degli accordi aziendali in tema di organizzazione e orario di lavoro. Attualmente – come appunto previsto dalla “legge El Khomri” – questi accordi devono ottenere il via libera della maggioranza delle sigle sindacali. In caso contrario, queste ultime hanno la possibilità di porre un veto. Com’è successo per esempio nel caso della Smart di Hambach, dove la direzione aziendale – al termine di un lungo e complesso iter – è riuscita a concretizzare un’intesa sulla salvaguardia del sito produttivo (che prevede sostanzialmente un aumento dell’orario settimanale senza un pari aumento delle retribuzioni) soltanto grazie all’escamotage di una variante ai contratti dei singoli dipendenti (soluzione peraltro approvata per referendum dal 96% degli addetti).

La legge alla quale pensa Macron – sulla quale è in corso il confronto con le parti sociali e che sarà oggetto di una serie di decreti a settembre, come previsto dalla legge autorizzativa varata due giorni fa dal Governo – dovrebbe prevedere la possibilità, anche per il datore di lavoro, di sottoporre a un referendum dall’esito vincolante un accordo che ha ottenuto almeno il 30% dei consensi da parte delle organizzazioni sindacali aziendali. Scomparirebbe insomma l’obbligo dell'accordo “maggioritario”. E anche se non venisse modificata la durata legale dell’orario di lavoro, si tratterebbe di un nuovo colpo, l’ennesimo, alla legge sulle 35 ore. La cui definitiva entrata in vigore (2002) ha appena compiuto 15 anni e che continua a rappresentare una sorta di tabù, di inviolabile mito della sinistra che neppure la destra ha mai osato abbattere. 

Per varie ragioni. Perché le 35 ore – con il loro corollario di ulteriori giorni di “vacanza” – sono ormai saldamente radicate nelle abitudini, anche familiari, dei francesi. Perché, quindi, la loro scomparsa avrebbe un impatto economico non irrilevante sull’industria del turismo. Perché nel settore privato l’orario effettivo di lavoro è rimasto sostanzialmente inalterato e quindi consente a gran parte dei dipendenti di incassare le maggiorazioni previste dagli straordinari (che scattano ovviamente dalla 36ma ora). Perché le imprese, soprattutto le grandi, si sono da tempo organizzate sulla base dell’orario ridotto e cambiare nuovamente questa organizzazione comporterebbe costi e complessità che preferiscono non affrontare. Perché, infine, le aziende ricevono dallo Stato circa 12 miliardi all’anno (in media, dal 2002 a oggi) sotto forma di alleggerimenti contributivi, decisi a suo tempo per attenuare l’impatto delle 35 ore sul costo del lavoro. E a quei 12 miliardi non vogliono rinunciare.

Se insomma sono in molti – a parole – a criticare le 35 ore, nei fatti la loro cancellazione raccoglierebbe ben pochi consensi. La destra, ma anche la sinistra e ora il “nuovo centro” di Macron preferiscono quindi aggirare l’ostacolo con misure che consentano maggiore flessibilità reale per le imprese, senza toccare il tabù. Così è d’altronde sempre andata in questi 15 anni. Come emerge da questa, seppure sommaria, ricostruzione.

I 20 anni che hanno cambiato la vita dei francesi 

1997 – Il presidente Jacques Chirac scioglie a sorpresa il Parlamento e chiama i francesi al voto. Il partito socialista, preso alla sprovvista, mette a punto precipitosamente un programma in cui inserisce la riduzione dell’orario di lavoro da 39 a 35 ore a retribuzione invariata. Riprendendo peraltro una delle “110 proposte” del progetto del 1981 di Mitterrand, che si era però fermato a 39 ore (da 40). I socialisti vincono e in ottobre inizia il confronto con le parti sociali. Al Cnpf (il nome di allora della Confindustria francese, poi cambiato in Medef), il Governo guidato da Lionel Jospin – che affida la gestione del dossier al ministro del Lavoro Martine Aubry, la quale inizialmente non era proprio convinta – fa capire che la questione sarà in qualche modo lasciata alla negoziazione tra organizzazioni imprenditoriali e sindacali, preferibilmente a livello aziendale (o di categoria). In realtà il Governo pensa a una legge. E legge sarà, con conseguenti dimissioni del presidente del Cnpf, Jean Gandois, che si sente preso in giro.

Il provvedimento – votato dal Parlamento a larga maggioranza il 13 giugno del 1998 – prevede il passaggio a 35 ore dal 1° gennaio 2000. E due anni più tardi per le imprese con meno di 20 dipendenti. Lasciando comunque del tempo alle aziende per stipulare eventuali accordi. In questo caso, le imprese avranno diritto a un alleggerimento degli oneri contributivi sulle ore di straordinario, per le quali viene fissato un tetto annuo pari a 130. In alternativa alla maggiorazione salariale delle ore di straordinario, le aziende possono optare – previo accordo sindacale maggioritario – per un aumento dei giorni di riposo. Nasce la sigla Rtt, che identifica appunto i giorni di “vacanza” aggiuntivi.

Poiché le intese aziendali stentano a decollare, un anno e mezzo più tardi il Governo vara una seconda legge che impone a tutte le imprese il passaggio alle 35 ore a partire dal gennaio 2002. Il provvedimento prevede la generalizzazione delle agevolazioni contributive e crea il cosiddetto “forfait giornaliero”. Riservato ai quadri, consente all'impresa di calcolare l'orario per giornata di lavoro e non per ore settimanali, consentendo una certa flessibilità (comunque nel tetto massimo di 218 giorni lavorati all'anno). La maggiorazione per le ore di straordinario viene fissata al 25% per le prime otto (dopo la 35ma) e al 50% per le successive. Le imprese con meno di 20 addetti possono pagare le ore di straordinario con una maggiorazione del 10% (deroga che sarà sempre prorogata ed è tutt’ora in vigore).

Eliseo, 22 giugno: il governo apre la discussione sulla riforma del lavoro

2002 – Dopo la vittoria di Chirac alle presidenziali, la destra torna a guidare il Paese. Non modifica la durata legale ma già il 15 ottobre prevede con decreto l’aumento a 180 del tetto annuo delle ore di straordinario. E la cosiddetta “legge Fillon” – gennaio 2003, dal nome dell’allora ministro degli Affari sociali – consente accordi aziendali che riducano al 10% la maggiorazione delle prime quattro ore di straordinario. 

2005 – Nuovo ritocco. La legge “Novelli” consente di estendere la flessibilità dei “forfait giornalieri” anche ad alcuni dipendenti non quadri e la possibilità di stipulare accordi aziendali che consentano di avere delle settimane lavorative fino a 48 ore. Purché ovviamente la media annua finale rispetti il vincolo delle 35 ore più le 180 di straordinario.

2007 –Nicolas Sarkozy incentra la propria campagna presidenziale sullo slogan “lavorare di più per guadagnare di più”. È lo spirito della cosiddetta “legge Tepa”. Neppure lui, nonostante le dichiarazioni fracassanti, abbatte il tabù. Ma defiscalizza da subito le ore di straordinario. Per il dipendente che le fa (quasi tutti, nel privato, perché nel pubblico le amministrazioni sono di fatto obbligate a “pagare” in Rtt, per evitare un aumento dei costi) le maggiorazioni sono esentasse. Nell’agosto 2008 il Governo guidato da Fillon vara poi una legge in base alla quale il volume delle ore di straordinario non è più deciso a livello di categoria ma di singola impresa (sempre con accordi maggioritari). Il tetto viene portato a 220 ore annue e non è più soggetto a previa autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. I giorni di Rtt non sono più automatici ma concordati. E soprattutto viene stabilita la possibilità di una flessibilità annuale per tutti i dipendenti, cioè di un calcolo delle ore di lavoro su base annuale.

2012 – All’Eliseo tornano i socialisti, con François Hollande. Viene immediatamente abolita la defiscalizzazione delle ore di straordinario (il cui costo, sottoforma di mancate entrate, è di circa 4,5 miliardi all'anno). Ma è evidente che con il perdurare della crisi le imprese, come i dipendenti, hanno bisogno di flessibilità. Nel 2013 il Governo vara una legge che prevede la possibilità di “accordi difensivi” a livello aziendale in caso di “gravi difficoltà congiunturali”. Le imprese possono cioè stipulare degli accordi (sempre maggioritari) che in cambio dell’impegno a garantire l’occupazione per la durata di validità delle intese, consentono di modificare orari e organizzazione del lavoro. Anche con interventi peggiorativi rispetto a quanto previsto dalle norme nazionali e dai contratti di categoria. In concreto, si possono firmare intese che consentano una maggiore flessibilità, anche pluriennale, nella gestione degli orari. E la possibilità, sia pure per un periodo di tempo limitato, di chiedere ai dipendenti di lavorare di più guadagnando di meno. È sempre necessario un accordo maggioritario. Ma se c’è, i singoli dipendenti sono costretti a rispettarlo. In caso contrario possono essere licenziati per giusta causa.

2016 – È l’anno della battaglia sulla legge El Khomri. Con mesi di manifestazioni e guerriglia urbana. Alla fine – pur con la rinuncia ad alcuni aspetti caratterizzanti che ne hanno parzialmente svuotato la forza e dopo il ricorso a tre voti di fiducia – il provvedimento viene approvato ed entra in vigore ad agosto. Lo stesso mese in cui Macron si dimette da ministro dell’Economia per lanciarsi nella corsa all’Eliseo. Sono due i punti di maggior rilevanza della legge. Il primo prevede la possibilità per tutte le imprese di pagare tutte le ore di straordinario con una maggiorazione del 10 per cento. Il secondo, più importante, estende le flessibilità già possibili con accordi “difensivi” a intese “offensive”. Per negoziare trattamenti contrattuali peggiorativi sull’organizzazione dell’orario e sulla retribuzione (il caso Smart, per capirci) non è più indispensabile che l’impresa debba affrontare “gravi difficoltà congiunturali”. Lo può fare anche per cogliere opportunità di sviluppo e di crescita, conquistare nuove commesse e nuovi mercati. Anche se non ci sono ricadute occupazionali. Resta però il vincolo dell'accordo maggioritario (cioè approvato da almeno il 50,1% delle sigle sindacali), altrimenti una delle organizzazioni sindacali può porre il veto. Ed è questo il nuovo ostacolo che Macron vuol far cadere. 

Al più presto. Perché lo scontro sulla legge El Khomri ha dimostrato come simili misure possano essere prese solo all'inizio del mandato, quando si può contare sullo “stato di grazia” dell’elezione, e non alla fine, magari quando si è largamente impopolari. Com’è accaduto con Hollande. Il quale non aveva neppure inserito questa riforma nel programma sul quale era stato eletto. Cosa che Macron ha avuto l’accortezza di fare. 

Quanto, per concludere, all’impatto che le 35 ore hanno avuto sull’economia francese, ci sono evidentemente diverse scuole di pensiero. Ma il giudizio non può che essere pesantemente negativo. Persino sul fronte dell’occupazione, la motivazione “forte” dei socialisti nel 1998. L’obiettivo era creare almeno 700mila posti di lavoro, mentre quelli più o meno direttamente imputabili alla riduzione dell'orario sarebbero 350mila, meno della metà. Nel frattempo lo Stato ha sborsato – meglio, non ha incassato – circa 180 miliardi in agevolazioni fiscali e contributive.

A causa di un maggior costo del lavoro (solo parzialmente compensato dalle agevolazioni) la Francia ha perso competitività – come dimostrano tutti i dati, a partire da quello sulle quote di export francese nell’Eurozona e tra i Paesi della zona euro verso l’estero – proprio quando la Germania stava riorganizzando la propria. Le conseguenze sono state devastanti in alcuni comparti dell'amministrazione pubblica, in particolare la sanità. La spesa in personale degli enti locali, che hanno assunto alla grande, è esplosa. I margini delle imprese si sono ridotti (e stanno risalendo solo ora grazie ai 40 miliardi di “sostegno” pubblico). E poi ci sono i danni immateriali e non misurabili: il fatto che nella testa della gente (in un Paese dove a 30 anni già si inizia a vedere la pensione come una liberazione) si sia installata l’idea che lavorare meno è bello; il clima di sfiducia, di sospetto, di diffidenza, infine, che contraddistingue da allora i rapporti tra imprese e Stato.