Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 luglio 2017

Roma - moneta complementare in arrivo, ne vedremo delle belle, gli euroimbecilli schiatteranno di rabbia


L’INTERVISTA 

Galloni: «Uno strumento utile per superare i ritardi della burocrazia» 

Secondo l’economista il Comune avrà una maggiore fluidità e, in attesa di ricevere i fondi pubblici stanziati ma non erogati, potrà pagare le ditte concessionarie degli appalti che aderiscono al circuito attraverso la moneta complementare 

15 luglio 2017 | 07:30

L’economista Nino Galloni

Rientra nella logica dei circuiti di credito commerciale che, da Sardex a Tibex, favoriscono lo scambio di beni e servizi all’interno della stessa piattaforma, fino a coinvolgere anche gli enti locali. Che si chiami sesterzio, in ossequio agli antichi romani, o B2B (business to business) la nuova moneta complementare che i Cinque stelle vogliono introdurre nella Capitale si inserisce in un progetto più ampio, «Fabbrica Roma», di stimolo alla ripresa. Nino Galloni, l’economista che fa da riferimento per il gruppo di lavoro romano, è convinto che possa portare numerosi vantaggi.

Quali?

«Tutti i partecipanti possono portare in compensazione i propri crediti».

Ci può fare un esempio?

«Mettiamo che un’insegnante di francese disoccupata offra lezioni private sulla piattaforma: in cambio della sua tariffa oraria può acquistare il corrispettivo, che so, da un giardiniere per farsi sistemare il terrazzo».

Il giardiniere che ci guadagna?

«Magari la figlia ha un debito in francese e le servono ripetizioni».

Detta così, la moneta complementare ricorda un po’ la banca del tempo...

«Quello è un aspetto, sì, ma vogliamo estenderla alla pubblica amministrazione».

In che modo?

«Può funzionare soprattutto per sopperire alla mancanza di liquidità».

Ovvero?

«L’esempio classico è quello del Comune che ha ottenuto un finanziamento, concluso la gara d’appalto, aggiudicato i lavori, ma le risorse tardano ad arrivare. Risultato: tutto fermo».

Come si può rimediare ai ritardi della burocrazia?

«In attesa dei fondi, per evitare il blocco dei lavori l’impresa che ha vinto la gara può essere pagata con la moneta complementare, purché faccia parte del circuito».

Quando potrà riscuotere la cifra in euro?

«Una volta che l’amministrazione avrà i soldi in cassa: a quel punto, il credito potrà essere convertito in euro».

A che tipo di moneta state pensando? 

«In ballo ci sono diverse opzioni: cartacea, metallica, elettronica, ma non è stata ancora presa una decisione. Ne stiamo discutendo».

Quali saranno i benefici per i cittadini?

«Uno è il potenziamento del baratto amministrativo, che esiste già in molti comuni».

Come funziona?

«I cittadini virtuosi che fanno la raccolta differenziata, ad esempio, ottengono uno sconto sulla Tari, ma si possono immaginare soluzioni analoghe per la cura del verde o la riparazione delle buche stradali».

Qual è la principale differenza rispetto alla moneta corrente? 

«La chiusura su quelli che aderiscono alla piattaforma, la cosiddetta blockchain. È una delle condizioni fissate dalla Banca d’Italia, che non è contraria alla moneta complementare, purché rispetti alcuni paletti».

Roma - moneta complementare, se Roma parte, facciamo bingo. Ricordiamo agli euroimbecilli che le cambiali erano moneta complementare

LA NOVITA’

Sesterzio, a Montesacro e San Giovanni in autunno: valore 1 euro

L’esperimento potrebbe partire già in autunno dai Municipi più popolosi come Monte Sacro e l’Appio-Tuscolano. E a fare da apripista saranno i mercati rionali. La forma di mercato parallelo pensata per rivitalizzare il tessuto economico

Piazza Sempione nel quartiere Montesacro (LaPresse)

È uno dei pilastri di «Fabbrica Roma», il progetto lanciato a giugno da Virginia Raggi per rivitalizzare il tessuto economico, tra la crisi che continua a mordere la piccola e media impresa e la perdita di posti di lavoro. La sindaca aveva accennato all’idea di introdurre la moneta complementare già in campagna elettorale: dopo un anno alla guida di Palazzo Senatorio, quello che poteva sembrare solo uno spot fantasioso (assieme a funivia e pannolini lavabili) sta per concretizzarsi. Nell’incontro che si svolgerà entro la fine di luglio, prima della pausa estiva, il tavolo di lavoro sul sesterzio (uno dei nomi papabili, gli altri sono buono acquisto comunale e B2B) tirerà le fila delle riflessioni condivise con l’economista Nino Galloni, tra i massimi esperti in materia.

Dopo mesi di confronto, la scelta si è ristretta a due-tre opzioni. La più semplice, già testata in altre città italiane, è il baratto amministrativo. Tradotto: il cittadino si fa carico di alcuni oneri che spetterebbero al Comune (dalla raccolta differenziata al recupero dei rifiuti, fino alla manutenzione del verde pubblico) in cambio di sconti su tariffe e tributi. Un incentivo alla partecipazione e ai comportamenti virtuosi, basato su un meccanismo premiale che riflette la filosofia grillina dell’uno vale uno. Un’altra ipotesi è che la moneta complementare favorisca lo scambio di beni e servizi tra imprese aderenti a una piattaforma comune. Si può prendere ad esempio il ristoratore che vende un certo numero di coperti e con l’equivalente acquista quello che gli serve, dalle materie prime alla biancheria, nell’ambito dello stesso circuito. Il passaggio successivo potrebbe essere la sperimentazione su base territoriale: il «mercato parallelo» immaginato dall’assessore al Bilancio Andrea Mazzillo. Come primo banco di prova si sta pensando ai mercati rionali. E a fungere da cavie saranno i Municipi più densamente popolati come il III (Montesacro con oltre 200 mila abitanti) e i VII (Appio-Tuscolano, sopra i 300 mila).

Già, ma come funzionerà? Mettiamo il caso che si voglia acquistare un chilo di mele dal fruttivendolo sotto casa. «Basterà che le bancarelle accettino di far parte del circuito — spiega Galloni — in cambio di vantaggi per i prodotti biologici e a chilometro zero». E mentre si ragiona sulla forma (cartacea, metallica o elettronica) quel che è certo è che il valore della moneta alternativa sarà alla pari con l’euro, di uno a uno. La differenza principale è che il sesterzio, o comunque si chiamerà, non dà interessi, non si accumula ed è spendibile entro un certo margine di tempo. Tra gli aspetti ancora in via di definizione, la convertibilità: «Su questo punto la discussione è aperta — rivela Galloni — . Chi vuole uscire e recuperare il proprio credito in euro potrà farlo se è previsto dalla piattaforma». Tra una limatura e l’altra, ma il lavoro ormai è in fase avanzata, già a settembre si potrebbe arrivare a formulare una proposta strutturata da sottoporre ai romani con la convocazione di un consiglio comunale straordinario o in un incontro con la stampa. La moneta complementare, sulla falsariga di Sardex (il circuito di credito commerciale sardo nato nel 2010) e Tibex (la piattaforma attiva a Roma e nel Lazio che a febbraio ha registrato 4 milioni di crediti transati) si inserisce in un piano più ampio per il rilancio dell’economia locale. Al netto dell’euroscetticismo grillino, della sharing economy e della politica in chiave social, l’operazione cerca di ridare ossigeno ai settori che, negli ultimi anni, hanno sofferto di più: tra gli altri le piccole imprese artigiane.

Motivo per cui il sesterzio è solo uno dei tasselli di «Fabbrica Roma». Nel frattempo, l’amministrazione capitolina punta ad attrarre capitali per sostenere nuove startup. E mentre i grandi gruppi (Sky, Mediaset, Esso) lasciano Roma per Milano, i Cinque stelle stanno valutando di mettere a disposizione immobili comunali che fungano da incubatori d’impresa. Per rendere il progetto sostenibile, è scattata la caccia ai finanziamenti anche tramite la partecipazione a bandi europei. L’obiettivo è fermare la diaspora delle realtà produttive e arginare la crisi occupazionale. Da qui, la firma del protocollo con i sindacati confederali e l’appello a «lavorare insieme gomito a gomito» rivolto dalla sindaca a tutte le istituzioni. E chissà che la moneta alternativa, che per funzionare non può prescindere dalla fidelizzazione, non faccia da apripista.

Vaccinazioni - obbligatorietà è il segno della malafede e far fare soldi alle multinazionali del farmaco


Vaccini: la protesta contro il decreto Lorenzin non si ferma

14.07.2017 - Redazione Italia 



Genitori e cittadini “freevax” si danno appuntamento nuovamente davanti al Senato per difendere la libertà di scelta vaccinale e per chiedere ancora una volta alla politica di ascoltare le motivazioni e le fondate preoccupazioni dei cittadini verso l’imposizione di 10-12 vaccini, un carico vaccinale che si configura come una vera e propria sperimentazione di massa sulla pelle dei bambini.

L’imposizione dell’obbligo, per di più ricorrendo alla decretazione d’urgenza, non appare motivata da alcuna emergenza e ha suscitato la reazione anche di medici, scienziati e giuristi che ne sottolineano la scarsa fondatezza scientifica e la dubbia costituzionalità.

Chiediamo a tutti i cittadini che hanno a cuore il rispetto dei diritti e della democrazia di riunirsi in piazza per una battaglia di CIVILTÀ che riguarda tutti noi!

Il presidio davanti al Senato si terrà Martedì 18 luglio dalle ore 15 alle 20 in Piazza delle 5 Lune a Roma

Per maggiori informazioni si prega di contattare i seguenti indirizzi mail

laziodirittodiscelta@gmail.com

libera.scelta.toscana@gmail.com

noobbligolaziocoordinamento@gmail.com

Link facebook dell’evento: https://www.facebook.com/events/1344890425624564/?ti=cl

https://www.pressenza.com/it/2017/07/vaccini-la-protesta-decreto-lorenzin-non-si-ferma/

Siria - il cinismo degli Stati Uniti arriva da lontano, il punto più alto Hiroshima e Nagasaki due città piene di donne uomini e bambini

USA: CON LA SCUSA DI BATTERE L’IS, HA FATTO UN GENOCIDIO

Maurizio Blondet 14 luglio 2017 

“Liberazione di Mossul: un’altra Falluja”, denuncia Global Research.

“La ‘liberazione’ di Mossul: un nuovo crimine di guerra di Washington in Medio Oriente”, scrive Bill Van Auken, direttore dello storico sito World Socialist Website.


“L’America continua ipocriti crimini di guerra in Siria, Irak e altrove”, scrive Afra’a Dagher, analista siriana di Lattakia. “Gli Stati Uniti hanno commesso crimini contro l’umanità in Siria, Irak e oltre. Le prove che abbiano fatto qualcosa per combattere il terrorismo sono scarse e ridicole”.


Persino Amnesty International, in un rapporto dal titolo: “Ad ogni costo – la catastrofe civile a Mossul Ovest”,


ha denunciato la misura criminosa dei bombardamenti americani su Mossul, con la scusa di “liberare” la città dallo Stato Islamico: i civili sono stati assoggettati “a un diluvio terrificante di armamenti che non dovrebbero mai essere usati in zone fittamente popolate di civili” […] “le forze della coalizione diretta dagli Stati Uniti sembrano aver commesso violazioni ripetute del diritto internazionale, di cui alcune possono configurare crimini di guerra”, e invoca “inchieste indipendenti e trasparenti laddove esistono informazioni credibili secondo cui violazioni hanno avuto luogo”.


Hanno bombardato l’università di Mossul.

Su Mossul, seconda città irachena, che aveva due milioni di abitanti, le devastazioni portate dalle bombe Usa sono senza confronto persino rispetto a quelle dello stesso Stato Islamico. “La città vecchia di Mossul ovest, il cuore di questa città antica, è stata letteralmente schiacciata da missili, bombe aeree e obici americani, sì che quasi nessun immobile residenziale è rimasto in piedi..


“Circa un milione di persone sono state espulse dalle loro abitazioni. Quelle rimaste intrappolate nella città sono state assoggettate ad un bombardamento continuo dagli aerei da guerra americani, elicotteri d’assalto ed artiglieria pesante”. Mossul è stata sottoposta ad un assedio di nove mesi, per “liberarla”. Come preliminare a tale liberazione, gli americani “all’inizio dell’assedio” hanno “distrutto le infrastrutture di base, tagliato tutte le strade di approvvigionamento”, privando così “centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini di elettricità, acqua potabile, accesso ad alimentazione e cure mediche. Le scene di distruzione di Mossul non sono paragonabili che alla devastazione inflitta alle città europee durante la seconda guerra mondiale”.

Il numero dei morti non sarà mai conosciuto. Gli iracheni che hanno liberato Mossul hanno danzato su macerie da cui usciva il fetore di cadaveri in decomposizione. La cifra di 5805 morti civili documentata dal sito Airwars, a causa dei bombardamenti lanciati dalla coalizione. Un rapporto ONU ha ventilato la cifra di oltre 17 mila sotto le maceria. Civili. Morti.

Stessa situazione a Raqqa in Siria dove, da nessuno invitata, la US Air Force e le truppe speciali USA hanno partecipato alal “liberazione” della città dall’IS. “in realtà centinaia di civili sono stati vittime di qualcosa che solo può essere chiamata genocidio”, scrive la siriana Afra’a Dagher. “Zone come Al-Manora, Al-Jomalieh e altre nelle campagne di governatorato di Raqqa sono piene di corpi di assassinati, comprese intere famiglie”.

Anche a Raqqa, con la scusa di contrastare l’IS occupante, “gli Usa hanno tagliato le condotte d’acqua che rifornivano la città, senza alcuna cura per l’umanità, la salute e l’igiene della gente. Raqqa ha cominciato per questo a vedere casi di colera.

“La coalizione Usa continua a bombardare Raqqa anche adesso: ma contro chi? Come mai il cosiddetto IS non soffre mai altrettanto sotto i bombardamenti aerei della coalizione USA. Sappiamo che la coalizione Usa ha usato fosforo bianco contro la gente a Raqqa e a Mossul”. A Raqqa, perché “gli Usa hanno il malvagio progetto di pulirla etnicamente da siriani per darla, con la provincia, allo YPG, i combattenti curdi (anti Assad) come premio per aver combattuto al fianco degli Usa”
Mattis: “Annichilimento in Siria e Irak”

“Gli Usa adottano l’IS come giustificazione per impiantare basi aeree sui confini dell’Irak e in territorio siriano. L’esistenza dell’IS è diventata un utile strumento per l’America onde arrivare allo scopo finale, occupare e dividere la Siria. Essi sono costantemente aiutati dalle illegali incursioni aeree dell’aviazione israeliana sulla Siria”.

Bill Van Auken ricorda che lo Stato Islamico era stato ben armato, finanziato e formato per essere utilizzato come forza delle guerre per procura per i cambi di regime orchestrati da Cia e i suoi alleati regionali”, in Irak, Siria e Libia. Ricorda che il generale Mad Dog Mattis, assegnato a Trump come capo del Pentagono, s’è fatto la sua fama in Irak. Ha apertamente proclamato “una politica di annichilazione in Irak e Siria”. Altri generali e capi della Cia “hanno attuato questa politica di massacro su grande scala”.

Annichilazione. Dissanguamento dei popoli, della loro forza demografica, usura e attrizione.. Ecco lo scopo dei 20 anni di guerra cominciati l’11 Settembre 2001 con la scusa di combattere “il terrorismo islamico”.


Butaina Sciabaan, consigliera politica di Assad, ha posto – anzitutto agli arabi belligeranti – questa domanda, “l’enormità delle distruzioni commesse da Daesh e dagli aerei americani”:

“Qual è questa forza invisibile che cerca la visibile e metodica distruzione dei monumenti storici arabi, delle fabbriche, dei musei, delle università, delle biblioteche, delle scuole, dei centri di ricerca, delle scuole, dei ponti, dei luoghi di culto, delle infrastrutture di stato – di tutto ciò che potrebbe testimoniare ancora di una civiltà autentica in Libia, Yemen, Siria e Irak?

Quali sono le forze che cercano di annientare le vestigia della regina Zenobia, il palazzo di Harun el Rashid e il Palazzo della Fanciulle di Raqqa che è probabilmente il primo ospedale per donne della storia? Il minareto di Al-Hadba a Mossul, le vestoigia di Babilonia, Nimrud e Ninive, la più antica sinagoga del mondo a Jobar, i vecchi meravigliosi suk di Aleppo, di Mossul e dello Yemen, il minareto della moschea degli Ommyadi ad Aleppo?”

La signora Sciaaban non ha dubbi nell’unire “le oscure forze terroriste delle Daesh, le forze aeree americane e i traditori wahabiti” nonché “l’entità sionista” in questo stesso progetto deliberato di devastazione di ogni infrastruttura, fisica e culturale, “dalle centrali elettriche ai monumenti storici all’assassinio di scienziati e specialisti” allo scopo di “rimandare indietro di secoli i paesi arabi che resistono”

Non c’è “il minimo dubbio che l’obbiettivo dell’Occidente guidato da Stati Uniti e Israele, con strumenti come Daesh, Al Nusra, Fratelli Musulmani …. è assolutamente lo stesso in Irak, in Siria, in Yemen, in Libia come in Egitto, in Tunisia, in Libano e in Bahrein: far sì che gli arabi si mutino in una popolaglia incapace di edificare delle vere entità politiche e di occupare una dignitosa posizione internazionale”.

“Ma la resistenza eroica dei siriani imbevuta del sangue di centinaia di migliaia di martiri, e il sostegno dei loro alleati, ha cambiato l’equazione. Oggi, benché piangiamo con lacrime di sangue su tutto quel che è stato demolito e distrutto, celebriamo il fatto che il “Fronte del Rifiuto”, dalla Russia all’Iran, dall’Irak alla Siria e al Libano con Hezbollah, sono divenuti più forti e coscienti delle dimensioni di quest’aggressione devastatrice, e che la Federazione di Russia, che ha usato otto volte il suo diritto di veto per scongiurare l’incubo colonialista che minacciava la Siria, sia divenuta il motore essenziale della politica internazionale relativa alla Siria e al Medio Oriente”.

Una accusa chiarissima sullo scopo sterminatore, di genocidio fisico e spirituale, di interi popoli, unito ad un discorso di vittoria, con lacrime di sangue.

Anche il generale Kasem Soleimani, il comandante iraniano delle operazioni della Guardie della Rivoluzione in Siria, ha tenuto un grave discorso di vittoria. Vittoria di lacrime e sangue. “Sia in Siria che in Irak”, ha detto, “Hezbollah ha svolto un ruolo fondamentale. Io davvero bacio la mano di quest’uomo grande e saggio, discendente del Profeta, Hasan Nasrallah. Ha inviato dei martiri eminenti in Irak, in modo anonimo, a fianco dell’esercito iracheno e delle forze popolari , ed hanno compiuto enormi sacrifici e successi. Il popolo iracheno deve conoscere il loro valore”.


Generale Qasem Soleimani.

Parole alte e nobili. Omaggio ad un eroismo che la storia occidentale non registrerà, e che ha avuto il suo alto prezzo di sangue.

Ma altre orecchie ascoltano con altri sentimenti. Israele tiene golosamente il conto dei morti in battaglia di Hezbollah, per quanto può, cercando avidamente di capire di quanto le forze che tanto teme, siano state diminuite, dissanguate. Spulciando sulle notizie di funerali e altre fonti, Sion ha identificato dal febbraio 2012 all’aprile 2017, 1048 combattenti Hezbollah caduti, di cui 60 ufficiali comandanti. “Una ipotesi minima”, dicono le fonti ebraiche. Ma – si rallegrano – “è stato l’alto tasso di morti degli Hezbollah nella guerra prolungata ad obbligare l’Iran a dispiegare in Siria il suo corpo di Guardie della Rivoluzione e le milizie sciite alleate.


Al dissanguamento ha contribuito specificamente Israele,: infinite volte i media hanno segnalato che “la Israeli Air Force ha colpito dal cielo convogli di trasporti d’armi dal Libano alla Siria”: con perfetta sistematicità sono gli Hezbollah che ha colpito ed ucciso. Perché “un indebolimento delle forze Hezbollah può tentare altre milizie libanesi a sfidare la superiorità degli sciiti in Libano”, e “il comando Hezbollah non può sottovalutar il rischio che la Israeli Defense Force approfitti del fatto che la milizia sciita è impegnata in Siria per attaccare le posizioni Hezbollah in Libano”. Insomma “Hezbollah deve bilanciare tra lo spiegamento delle forze in Siria e la necessità di mantenere la sua presenza in patria”, in Libano.

Sono citazioni da testi di centrali neocon americo-israeliane:



Le citiamo appunto perché rivelano l’intento di sterminio, la logica genocida di cui i bombardamenti americani sui civili sono un aspetto deliberato: ne muoiano il più possibile, tanto di guadagnato (perché tanto, quella gente è per Assad, specie dopo aver provato Daesh). L’importante è svenare, dissanguare, impoverire demograficamente, usurare vite, indebolire i resistenti della loro migliore gioventù che non ha risparmiato il suo sangue, come ha riconosciuto il generale . La guerra di logoramento continua; sconfitto Daesh in Siria e Irak, il suo spettro agisce con attentati-strage, laddove (guarda caso) gli americani hanno impiantato le loro basi illegali.


Israele tiene il conto dei corpi dei combattenti in Siria. I “libanesi” sono gli Hezbollah.

A 72 ore dalla liberazione di Mossul, un attentato suicida ha colpito in pieno un campo delle forze di Mobilitazione Popolare (sciite) Hashd al-Shaabi, a Al Anbar, la provincie dove si è insediato il grosso del contingente americano in Irak. Tre morti e sei feriti – “è la vendetta americana per Mossul”, non dubita Pars Today.

Quel che conta: ammazzarne uno di più, il più a lungo possibile.

15 luglio 2017 - Vladimir Putin: "Seduti sulle nostre teste a masticare chewing-gum"

Immigrazione di Rimpiazzo - solo il Pd poteva permettere questa distruzione sistematica dell'identità italiana

Maschi, giovani, ignoranti e pazzi: il rapporto che azzera le balle sugli immigrati

Maurizio Blondet 14 luglio 2017 

27 giugno 2017

Roma, 27 giu – Sono maschi, sono giovani, non hanno istruzione ma, in compenso, hanno un sacco di problemi mentali. L’identikit degli immigrati ospitati a spese dello Stato italiano è impietoso, ma non arriva da qualche sito populista, bensì dal nuovo “Atlante Sprar 2016”. Tale sigla, come noto, sta per “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati”. Una rete che nel 2003 contava su 1.365 posti dislocati sul territorio nazionale, mentre lo scorso anno ha accolto 34.039 persone. Nel 2016, infatti, solo il 9,6% di loro ha ottenuto lo status di rifugiato. Per il resto, il 47,3% degli accolti è richiedente protezione internazionale, il 28,3% è invece titolare di protezione umanitaria, il 14,8% di protezione sussidiaria. Tutte formule che implicano situazioni di rischio molto più vaghe rispetto a quella del rifugiato che “scappa dalla guerra”.

Vediamo poi la mitologia delle “donne e bambini” da soccorrere: ebbene, l’86,6% degli accolti è di genere maschile. Spicca, per presenze femminili, il solo gruppo nigeriano, anche se il rapporto si guarda bene dal dire che si tratta di schiave destinate al mondo della prostituzione, soggiogate da una vera e propria mafia che fa uso anche di riti vudù per abbrutire le sue vittime. Per quanto riguarda l’età degli stranieri accolti, la componente maggiormente rappresentata è quella della fascia d’età che va dai 18 ai 25 anni (46,5%); diminuisce quella immediatamente successiva, che comprende le persone fra i 26 e i 30 anni che si attesta al 22,1%. E i “minori non accompagnati”? Il 47% di loro, al momento della rilevazione, era già neo maggiorenne. Il 44,6% dei minori è invece compreso nella fascia d’età tra i 16 e i 17 anni, il 7,3% tra i 14 e i 15 anni mentre i più piccoli, tra 0 e 13 anni, sono poco più dell’1%. Eccoli, quindi, i “bambini” da salvare.

Va sottolineato anche che l’84,4% degli ospiti è stato accolto singolarmente, solo il 15,6% fa parte di un nucleo familiare. Circa il livello di istruzione delle “risorse”, il 62% degli immigrati degli Sprar ha un titolo di studio corrispondente alla scuola primaria (elementari e medie), il 19% è in possesso di diploma di scuola secondaria, solo il 7% di titolo di studio universitario, mentre il 12% non ha proprio alcuna istruzione. Quanto ai Paesi di provenienza, al primo posto ritroviamo la Nigeria con il 16,4%, al secondo posto il Gambia (con il 12,9%). Al terzo posto troviamo il Pakistan con l’11,7%, mentre il Mali mantiene la quarta posizione con il 9,3%; a queste nazionalità seguono l’Afghanistan con l’8,7% e il Senegal con il 6,3%. Seguono poi, tutte al di sotto del 4%, Somalia, Costa d’Avorio, Ghana e Bangladesh. Nel 2016, tra le prime 10 nazionalità presenti, figura la Costa d’Avorio (con il 3,4%). Aumenta anche la quota di coloro che hanno “caratteristiche di vulnerabilità”, dato al quanto bizzarro per una categoria che viene continuamente presentata sotto l’aspetto della “risorsa”: si tratta addirittura del 22%. L’8,3% comprende persone disabili, con disagio mentale o con necessità di assistenza domiciliare, sanitaria specialistica e prolungata. Le segnalazioni di casi di vulnerabilità psichica per l’anno 2016 sono aumentate del 33% rispetto al 2015. Sono questi quelli che dovrebbero “pagarci le pensioni”?


Giampiero Venturi - chi possiede l'Africa potrebbe dominare il mondo, il prossimo scontro tra Cina e Francia.

L’AFRICA CON GLI OCCHI A MANDORLA. LA PRESENZA MILITARE CINESE CAMBIA GLI EQUILIBRI GEOPOLITICI GLOBALI


(di Giampiero Venturi)
14/07/17 

Il continente nero si fa sempre più giallo. Se prima la penetrazione del gigante asiatico in Africa si limitava all’aspetto economico (e conseguentemente politico), ora le regole del gioco cambiano: Pechino muove i soldati e si appresta a ufficializzare il suo nuovo ruolo di potenza globale.

Lo spunto per l’importante appunto geopolitico lo offre Gibuti, piccolo Stato del Corno d’Africa, dove la Cina ha iniziato a costruire una base militare permanente.

Gibuti è uno staterello grande come l’Emilia Romagna, con meno di 900.000 abitanti. La posizione strategica sul Corno d’Africa all’imbocco del Mar Rosso ne fa però un Paese chiave dal punto di logistico sia per il controllo dei traffici marittimi tra Asia ed Europa, sia con riguardo alle capacità di proiezione verso l’Oceano Indiano e la Penisola Arabica.

La corsa ad occupare un posto al sole nel Paese è iniziata con l’indipendenza del 1977. All’eredità coloniale dei francesi, presenti oggi con 2000 uomini di Legione Straniera e forze speciali, si sono aggiunti nel 2001 gli americani, che nell’ex struttura legionaria di Camp Lemonniermantengono una forza di 4000 unità. Oggi Gibuti è l’unica base USA permanente nel continente, sede tra l’altro del Combined Joint Task Force - Horn Africa che sovrintende ad operazioni in tutta l’Africa.

La crescente minaccia jihadista ha ulteriormente incrementato nel tempo l’interesse per Gibuti: nel 2011 sono arrivati i militari giapponesi, per la prima volta in una base fissa lontana da casa dal 1945; nel 2013 arriviamo anche noi, col tricolore che torna in Africa Orientale su una struttura creata appositamente per 300 militari.

Così come altri Paesi (Germania e Spagna sono presenti ma non in pianta stabile) quasi tutte le guarnigioni militari straniere a Gibuti hanno però l’unico obiettivo di supporto alle operazioni di contrasto della pirateria lungo le cose del Corno d’Africa. Gli unici Paesi che nel Paese africano mantengono un interesse strategico indipendente dalla minaccia terroristica, erano infatti fino a ieri solo la Francia e gli USA. L’arrivo dei cinesi cambia le carte in tavola.


Se i simboli hanno un senso, basta fare un esempio per capire il corso dei tempi. Il 27 giugno scorso, Gibuti ha festeggiato il 40° anniversario dell’indipendenza dalla Francia (foto). Alla consueta parata militare (in cui sfila molto materiale militare italiano radiato, dato in contropartita per l’affitto della nostra base militare, nda), quest’anno oltre al contingente americano e alla Legione Straniera francese ha partecipato anche un reparto della Marina cinese, che ha marciato col suo passo perfetto calibrato a 70 cm e la bandiera rossa in testa. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Diciamo solo che le infrastrutture militari cinesi sono nei pressi di Obock, un porto a più di 200 km dalla capitale di Gibuti. Sull’entità di uomini e mezzo impiegati vige il più stretto riserbo.

Il dado è ormai tratto. La Cina, finora considerata un virus economico e finanziario in espansione globale, ora mostra anche i muscoli senza timidezza. Per il 2017 Pechino spenderà quasi 150 miliardi di dollari per la difesa (dati SIPRI), con un incremento del 7% rispetto all’anno prima (dove si registrava un identico trend di crescita). L’evoluzione dello strumento militare cinese è ormai conclamata.

A partire dalle riforme di Deng Xiaoping, la trasformazione delle forze armate da guardiano dell’ideologia a strumento geopolitico è stata progressiva. Parallelamente ad un costante ammodernamento degli assetti con l’obiettivo di migliorare capacità e competitività operativa, le autorità di Pechino non hanno mai perso il traguardo finale: promuovere la Cina a potenza globale.


Le dichiarazioni ufficiali ovviamente vanno in direzione opposta, cercando di disinnescare un fenomeno che è ormai noto a tutti. La Cina sostiene che i suoi soldati in Africa abbiano solo il compito di difendere le infrastrutture collegate ad aziende e a personale cinese impegnato sul campo. In realtà in tutto il continente si ha la sensazione che la presenza cinese sia qualcosa di più di una semplice autodifesa e vada di pari passo con le nuove scelte strategiche del governo di Pechino.

Nel 2015 è arrivato in Sud Sudan il primo battaglione di fanteria cinese mai dislocato all’estero per una missione ONU. Circa 1000 soldati hanno lasciato intendere, dietro l’orpello del contributo alle Nazioni Unite, gli enormi interessi economici che Pechino ha nel giovane e martoriato Paese africano.

Se questa è la strada, c’è da aspettarsi altri passi in progressione geometrica. I numeri sulla penetrazione economica del resto fanno paura. La Cina già monopolizza l’estrazione di petrolio in Sudan, Sud Sudan, Angola, Guinea Equatoriale e investe cifre (60 miliardi di dollari stanziati nel 2015) per le infrastrutture, che prevedono la creazione di porti in Tanzania e di intere aeree abitative in Sudafrica, prossima filiale finanziaria e logistica cinese nel continente.

Cosa aspettarsi? In sintesi il salto di qualità della presenza cinese in Africa va considerato su due livelli:
come possibile anello dello scontro globale Cina-Stati Uniti integrabile al crescente attrito nel Mar Cinese Meridionale;
come tappa di una maturazione geopolitica lontana da teatri attigui ai propri confini e indipendente da logiche di scontro diretto e di autodifesa. In questo secondo caso, la convergenza verso uno scontro politico globale con gli USA, già largamente prevista dagli analisti per il XXI° secolo, sarebbe comunque solo questione di tempo.

Molte risposte arriveranno dal battesimo di fuoco del nuovo potere militare cinese. Per capire se il drago è fatto di carta o di acciaio, Pechino avrà bisogno di tanta esperienza sul campo. Parallelamente alla maturazione politica, presto dovrà pagare un prezzo umano e politico.

La crescita esponenziale cinese degli ultimi 25 anni è stata finora alimentata senza i limiti del politically correct e della democrazia. Diventare potenza globale, molto presto imporrà costi nuovi.

(foto: U.S. Air National Guard)

Autovelox - è un sentir comune che servono a tosare gli automobilisti per fare cassa - i limiti di velocità sono irreali








l’autovelox a San Fermo

Venerdì 14 luglio 2017

Abbattuto dai vandali
La parte superiore è stata staccata e buttata nei rovi. Aveva iniziato a dare multe

Vandalizzato e gettato a bordo strada, il velobox di via Ravona per la terza volta viene preso di mira nella speranza che non funzioni più.

L’apparecchio che registra le velocità, e che da qualche settimana può anche fare le multe se presidiato dagli agenti della Polizia locale, è stato nuovamente preso di mira da qualche incivile nella notte di ieri. Alla mattina presto, passando da via Ravona lo si trovava mozzo, la parte superiore è stata tolta e buttata nei rovi a bordo strada.

Questo è il terzo danneggiamento da quanto è stata installata l’apparecchiatura.

Mare Nostrum, non con questa classe politica, corrotta, traditrice ed euroimbecille


Mauro Bottarelli - e il terrorismo di Stato in Israele è il preannuncio del prossimo presente che si scatenerà in Siria. L'Italia si muove sulla distrazione di massa di Chioggia

SPY FINANZA/ Usa-Russia, le mosse pronte ad accendere i mercati

Secondo MAURO BOTTARELLI è bene tenere d'occhio l'asse Usa-Francia: potrebbero infatti arrivare mosse in grado di avvicinare l'uso del bazooka della liquidità totale

14 LUGLIO 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Dio benedica la Francia! Questa, almeno, pare la lettura che i principali quotidiani danno della visita ufficiale di Donald Trump a Parigi per la ricorrenza della presa della Bastiglia che oggi lo vedrà sfilare sugli Champs Elysées insieme al presidente, Emmanuel Macron. La ragione è semplice: un evento internazionale surclassa sempre, per impatto mediatico, la politica interna e questa missione cade a fagiolo per gettare un po' di cortina fumogena attorno all'ultimo scandalo legato al Russiagate. Di più, oltre alla relazione pericolosa tra il figlio Donald Jr. e la misteriosa avvocatessa del Cremlino, ora c'è anche l'avvio della procedura di impeachment da parte dei Democratici per intralcio alla giustizia. Balle. Enormi, sesquipedali balle

Quello dei Democratici è infatti un primo atto formale che non conta assolutamente nulla, sta all'impeachment come una richiesta di documenti a una sentenza all'ergastolo. Il Russiagate, poi, temo andrà in cantina per qualche giorno, pena diventare non solo un vantaggio per il dollaro debole, come vi spiegavo ieri, ma anche per lo stesso Trump, visto che nel silenzio dei nostri media, è emerso qualcosa di poco gradevole in casa Democratica. Sapete infatti chi fu a garantire un visto d'ingresso speciale per Natalia Veselnitskaya, l'avvocato che avrebbe promesso prove compromettenti contro la Clinton al figlio di Trump? L'Attorney General dell'epoca in persona, Loretta Lynch, in una procedura legata a "circostanze straordinarie", dopo che in un primo momento il documento di ingresso negli Usa le era stato negato. Insomma, fu il Department of Justice di Barack Obama in persona a spalancare le porte degli Stati Uniti alla spia del Cremlino. Già così, abbastanza imbarazzante. Ma c'è di peggio. Qual era, infatti, la circostanza straordinaria? La Veselnitskaya doveva rappresentare un'azienda di proprietà dell'imprenditore russo, Denis Katsyv, in una causa intentata di fronte alla Corte di New York City per frode fiscale. Direi un qualcosa di decisamente procedurale, più che straordinario, anche perché - al netto del miglior funzionamento della giustizia Usa rispetto alla nostra - dubito che un'udienza venga stabilita da un giorno con l'altro, senza un minimo di preavviso. 

Era il giugno 2016 e proprio in occasione di quel soggiorno in Usa l'avvocato avrebbe incontrato Donald Trump Jr., suo cognato e marito di Ivanka, Jared Kushner e il capo della campagna elettorale repubblicana, Paul Manafort, alla Trump Tower, per l'accusa al fine di parlare dei documenti contro la Clinton. E qui casca l'asino: non solo Trump Jr. ha definito quanto presentato dalla Natalia Veselnitskaya un "non-sense", ma ci sono le prove che, proprio a causa dell'assurdità dell'incontro, Jared Kushner abbia lasciato la stanza dopo appena 5 minuti. Ma cosa aveva portato di così strano la bella spia che veniva dal freddo ai vertici più vicini a Trump? La vera ragione del suo viaggio in America, ovvero presenziare a un'audizione sulla Russia che si teneva al Foreign Affairs Committee della Camera dei Rappresentanti e aiutare alcuni attivisti filo-russi nell'allestimento di un evento al Newseum di Washington DC, durante il quale sarebbe stato proiettato un film dedicato al cosiddetto Magniysky Act, una legge relativa ai diritti umani, avversata da Vladimir Putin. Insomma, Natalia Veselnitskaya era in realtà negli Usa grazie a un visto speciale garantito dal ministero della Giustizia e per fare lobbying contro Putin! Tanto che, quando ha presentato il materiale nell'incontro alla Trump Tower, ha fatto alzare Kushner dopo 5 minuti e fatto dire a Trump che si trattava di "non-sense", visto che Hillary Clinton non era nemmeno nominata. 

E sarebbe da queste accuse da barzelletta che Trump avrebbe deciso di fuggire, raggiungendo Macron a Parigi per una visita fissata da settimane? Balle, ve l'ho detto. Ma non commettete l'errore di sottovalutare la visita in Francia del presidente Usa. Per due motivi principali. Ieri Emmanuel Macron ha lungamente parlato con Angela Merkel in un vertice bilaterale informale, annunciato senza troppo garbo in conferenza stampa mercoledì a Trieste, dopo il meeting con la stessa Merkel e Paolo Gentiloni sul tema migranti, a latere di un convegno sui Balcani. Pensate che abbiano parlato di come rimodulare Triton e aiutare l'Italia? No, Macron ha tentato di riportare la Merkel su più miti consigli, dopo il tentativo di isolare Trump al G20 di Amburgo, addirittura flirtando con Vladimir Putin sul tema dei cambiamenti climatici. Ci sarà riuscito? Le prossime mosse di Frau Angela ce lo diranno. 

Secondo, Trump viene in Europa a trovare la sua quinta colonna, l'uomo predestinato a diventare il pontiere fra le due sponde dell'Atlantico e a muovere le pedine europee. Non è un caso che, quando Trump era atterrato da poco a Parigi, l'edizione on-line del Wall Street Journal sparasse la notizia che alla conferenza della Fed di Jackson Hole a fine agosto, Mario Draghi non solo terrà un discorso celebrativo della rinnovata ripresa europea e dell'ormai terminata necessità di politiche di stimolo, ma, di fatto, anticiperà la mossa del board della Bce di due settimane dopo: l'annuncio del tapering del Qe. Accidenti, un bell'uno due, dopo che mercoledì Janet Yellen aveva non solo confermato il programma di rialzo dei tassi da parte della Fed, ma anche messo in ulteriore discussione la politica economica di Trump, tracciando un solco molto netto tra la Banca centrale e la Casa Bianca. 

Reazione dei mercati? Placida. Ma come, non si crolla per la fine del mondo dei tassi a zero e del denaro a pioggia? No, perché propedeutica a una nuova stagione ancora più munifica, perché nel suo report di mercoledì - stranamente - Deutsche Bank sentiva il bisogno di confermare la sua previsione: quando la realtà verrà a bussare alla porta, scatterà l'helicopter money, il bazooka totale della liquidità. Qualcuno ha bisogno di accelerare il processo e ho la netta sensazione che, durante o subito dopo la visita di Trump a Macron, succederà qualcosa di molto serio in Siria, talmente serio da far reclamare reazioni straordinarie. D'altronde, alla faccia dei sorrisi di Amburgo, negli ultimi due giorni fra Washington e Mosca sono volate coltellate. Il Cremlino ha annunciato l'espulsione di 30 funzionari Usa come ritorsione verso la caccia alle streghe contro il personale russo in America, mentre Trump non solo ha messo al bando la russa Kaspersky, produttrice di antivirus, dagli appalti per le agenzie federali, ma, soprattutto, ha autorizzato la vendita di sistemi missilistici Patriot alla Romania per 3,9 miliardi di dollari, atto che ha portato Vladimir Putin a dichiarare che «stiamo ripetendo come un mantra che atti simili ci costringeranno a reagire, ma nessuno vuole ascoltarci». Alla faccia del disgelo di Amburgo. 

Ricordate, poi, come proprio Putin fu il primo grande leader ad andare in visita dal neo-eletto Macron, il quale durante la conferenza stampa a Versailles, ci tenne a mostrare subito i muscoli, dichiarando che se in Siria si fossero ancora superate le linee rosse relative all'uso d'armi chimiche, la Francia avrebbe reagito. Caso strano, martedì nel corso di una cena organizzata dalla Intelligence National Security Alliance, il capo della Cia, Mike Pompeo, ha dichiarato che «l'Intelligence americana ha prove certe che l'attacco chimico del 4 aprile scorso a Khan Sheioun, sia stato lanciato dal regime di Assad». Infine, ieri il guru degli investitori, Dennis Gartman, ha chiuso tutte le sue posizioni ribassiste sul petrolio, ponendosi «ai margini del mercato, in attesa». Di cosa? Potremmo scoprirlo già nel corso di questo fine settimana. Certamente, in questo lasso di tempo si creeranno le condizioni per un evento catalizzatore. 

Altro che Russiagate e disgelo, attenti a cosa potrebbe regalarci il nuovo asse Usa-Francia. Ma tanto noi siamo tranquilli, hanno indagato il titolare della "spiaggia fascista" di Chioggia. Il Paese ora è salvo e sicuro.

Giulio Sapelli - nel gioco geopolitico di Francia, Gran Bretagna e Germania l'Italia può inserirsi nel Mare Nostrum ma non con questa classe politica

SCENARIO/ Sapelli: così Macron usa Trump per sfidare la Merkel

Donald Trump incontra a Parigi Emmanuel Macron. Secondo GIULIO SAPELLI il Presidente francese prova a giocare una partita importante per contrastare la Germania

14 LUGLIO 2017 GIULIO SAPELLI


Emmanuel Macron e Donald Trump (Lapresse)

I rapporti tra Usa e Francia non sono mai stati facili. La Rivoluzione francese segnò un solco. I rivoluzionari anti-inglesi, infatti, trovarono nei francesi un alleato fedele e che segnò la storia del pensiero mondiale con la triade formata da Edmund Burke, i padri fondatori in tutte le loro differenze e le scelte europee tra confederalisti e federalisti. Ma il rapporto tra i due paesi non è stato facile.

Se negli anni Venti e Trenta del Novecento Usa e Francia furono i costruttori di una pan-Europa fortemente ancorata alla forza militare Usa e alla grande finanza nordamericana, come ? mostrano i casi di Aristide Briand e Jean Monnet, dopo la Seconda guerra mondale De Gaulle cambiò non solo la Francia, ma tutti i rapporti internazionali con l’indebolimento della Nato e la nascita, anche nella sinistra riformista francese, di uno spirito di revanche autonomista e di concorrenza economica insieme, come il capolavoro di Jean-Jacques Servan-Schreiber ben dimostrò sin dal suo titolo: “La sfida americana”.

Anche in quel contesto il problema era quello tedesco. L’Eliseo e la grande industria francese, anche ininterrottamente dopo De Gaulle, interpretavano il confronto con gli Usa da nazione egemone dell’Europa che s’integrava sotto l’egemonia franco-britannica. Francia e Usa si guardavano come superpotenze con grandi differenze di volume e di influenza naturalmente, ma il fatto era che quel confronto assicurava alla Francia l’egemonia in Europa grazie ai buon rapporti con la Russia.

Il crollo dell’Urss e la conseguente unificazione tedesca furono una tragedia per i francesi: persero l’egemonia europea e le buone relazioni con la Russia - umiliata scelleratamente dagli Usa - non bastavano. Ora il neogollista Macron, nato dallo stesso grembo che generò i Jean Monnet? e gli Aristide Briand, tenta le sue carte neonazionaliste intensificando le relazioni con gli Usa per aumentare il suo potere di negoziazione e di potenza con una Germania sempre più anti-Usa in economia.

Una sorta di ironia della storia: tocca ora alla Germania il carico di reggere l’equilibrio di potenza europeo e di ampliarlo sino a un’Africa che è sbagliato guardare solo con la prospettiva delle migrazioni. L’Africa sarà nel lunghissimo periodo ciò che nel breve, brevissimo periodo sarà la ricostruzione della Libia e della Mesopotamia. La Germania e la Francia si posizionano in Siria e nel Maghreb misurandosi con Trump, e naturalmente i francesi partono rispetto agli europei storicamente avvantaggiati.

Trump gioca un ruolo di cui forse non è consapevole, ma che è essenziale. Sia Macron che la Merkel l’hanno affermato: non si può far a meno degli Usa per non far cadere nell’anarchia le relazioni internazionali mondiali. Un ruolo da cui gli Usa non possono sottrarsi volenti o nolenti. È la storia Donald! Ricordalo oggi 14 luglio, quando le truppe Usa sfilano in testa nelle celebrazioni di un evento storico da cui anche gli Usa nacquero.

L'agricoltura è la terza gamba di ogni stato, le altre sono manifattura ed energia pulita, e da questa costola può nascere il risorgimento per l'umanità


Claudia Fanti | 14 luglio 2017 |

Non smettono di lottare per la terra, non smettono di difendere l’autonomia del movimento, non smettono di ascoltare. Una brigata del Movimento sem terra è in Italia per conoscere alcune realtà sociali (tra cui, Mondeggi Bene Comune, Associazione Rurale Italiana, Ri-Maflow, Sos-Rosarno…). Sono stati in tanti a rispondere all’appello, organizzando l’ospitalità dei senza terra e costruendo intorno a questa svariate iniziative sul territorio per ragionare di agroecologia, multinazionali, semi, rivoluzione. A proposito della situazione politica in Brasile, Mauricio Boni, del Mst, dice: “Un governo non potrà mai realizzare quella profonda trasformazione sociale che è al centro della nostra lotta, perché questa potrà venire solo dalla base, dal popolo brasiliano. Non è un capo del governo che farà la rivoluzione: questa avverrà solo nel lungo periodo e come frutto di molte lotte…”


di Claudia Fanti

È davvero con grande interesse che la realtà contadina italiana guarda al Movimento dei Senza Terra, il più rappresentativo, autorevole e prestigioso movimento popolare del Brasile (se non dell’intera America Latina). E non poteva essere altrimenti, essendo la fama di cui gode il MST edificata sulla base di una lotta indomita e ininterrotta, fatta di epiche occupazioni di terra e di marce interminabili, di un’ostinata resistenza a persecuzioni, massacri e campagne di discredito, come pure alle durissime condizioni di vita negli accampamenti, dove si è costretti anche per diversi anni a sopportare sole, vento, pioggia, fame, intimidazioni sotto i teloni di plastica neri che ancora oggi costituiscono il noto paesaggio degli accampamenti del MST.

Non stupisce allora che, in occasione dell’arrivo in Italia di una brigata di nove militanti del Movimento dei Senza Terra, interessati a conoscere la realtà agricola, sociale e culturale del nostro Paese, siano stati in tanti – tra piccole aziende, famiglie contadine, comuni e consorzi, dal Trentino alla Sicilia – a rispondere all’appello, organizzando l’ospitalità dei senza terra e costruendo intorno a questa svariate iniziative sul territorio. Ed ecco allora che i nove militanti del MST provenienti da diversi Stati brasiliani, dal Ceará al Rio Grande do Sul, ciascuno con la sua storia e la sua formazione, ma tutti accomunati dall’impegno a favore della produzione agroecologica, hanno potuto realizzare, sotto il coordinamento dell’Associazione Amig@s Mst-Italia (l’associazione che sostiene il movimento da vent’anni; www.comitatomst.it), uno scambio fecondo con alcune delle più interessanti esperienze dell’agricoltura contadina italiana: ARI, l’Associazione Rurale Italiana che fa parte del Coordinamento Europeo della Via Campesina; la Campagna per l’agricoltura contadina, promossa da un’ampia rete di associazioni impegnate per il riconoscimento dell’agricoltura di piccola scala, a zero impatto ambientale, basata sul lavoro contadino e sull’economia familiare e orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta (affinché siano rimossi quegli impedimenti burocratici e quei pesi fiscali che ostacolano e minacciano l’esistenza stessa di tale agricoltura); la Rete Nazionale Fuori Mercato, interessata a uno sviluppo «progettato dal basso in base ai bisogni reali di comunità solidali e coese, nel rispetto della terra, degli esseri umani e dei viventi» (ne fanno parte, tra gli altri, la RiMaflow, fabbrica di Trezzano sul Naviglio recuperata e autogestita; Mondeggi Bene Comune–La Fattoria senza padroni; Sos Rosarno, un’associazione che riunisce piccoli contadini, pastori e produttori agrocaseari, braccianti migranti, disoccupati e attivisti, oltre che piccoli artigiani e operatori di turismo responsabile, per dare vita a un’economia locale solidale integrata nel segno della decrescita); Genuino Clandestino, un insieme di reti territoriali di contadini, artigiani, studenti, lavoratori delle comunità rurali e delle città, persone e famiglie in lotta per l’audeterminazione e la sovranità alimentare, contro quell’insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha di fatto resi fuorilegge; WWOOF (World-Wide Opportunities on Organic Farms), movimento nato nel Regno Unito negli anni ’ 70 per mettere in contatto le fattorie biologiche con chi voglia, viaggiando, offrire il proprio aiuto in cambio di vitto e alloggio, allo scopo di sostenere, divulgare e condividere la quotidianità in campagna secondo i principi dell’agricoltura biologica.

Realtà, tutte queste, che, attraverso la “Brigata Antonio Candido”, hanno avuto modo di conoscere da vicino il MST, con la sua metodologia di lotta, la sua apertura ad alleanze sempre più ampie (con movimenti contadini nazionali e internazionali, con movimenti urbani, con i movimenti sociali del mondo intero) nel rifiuto di ogni forma di autoreferenzialità; la sua insistenza su una formazione politica permanente; il suo originale mix di chiarezza ideologica, rigore analitico e cura della dimensione simbolica; il suo rifiuto del leaderismo a favore di un processo decisionale realmente democratico; la sua difesa della propria autonomia senza però mai rinunciare al dialogo con le istituzioni.

Ed è approfittando di questa presenza che abbiamo voluto conversare con un rappresentante della brigata, Mauricio Boni, trent’anni, agronomo del Rio Grande del Sud, di origine italiana, il quale, dopo la laurea ottenuta nel 2010 in agronomia, ha deciso di entrare nel MST, partecipando per due anni a una brigata di solidarietà in Venezuela, ed è attualmente impegnato nell’assistenza tecnica agli insediamenti del movimento e all’interno della Bionatur (organizzazione del MST che si occupa della produzione di semi). Di seguito l’intervista.

Con quali obiettivi è nata la Brigata Antonio Candido?

La brigata è nata dalla relazione che il Movimento dei Senza Terra ha stretto con i suoi amici in Italia. Il suo obiettivo è quello di portare nel vostro Paese la nostra esperienza organizzativa, la nostra metodologia, la nostra lotta – offrendo anche un quadro della realtà agraria brasiliana, del contesto in cui sta operando attualmente il MST – e di cercare di capire come la nostra più che trentennale esperienza possa risultare utile ai movimenti e alle organizzazioni contadine presenti in Italia, nel nome di quell’internazionalismo che rappresenta un principio fondamentale del MST fin dalla sua nascita. Si tratta di un elemento importante della nostra metodologia: diffondere in altri luoghi la lotta per la terra e lo stile di vita contadino e operare uno scambio reale, dando e ricevendo conoscenze, tanto dal punto di vista organizzativo quanto da quello più tecnico (rispetto, per esempio, a metodi e pratiche dell’agricoltura biologica), raccontando cosa avviene in Brasile e riportando in Brasile il modo di operare dei contadini italiani.

Come è stato scelto il nome della brigata?

Antonio Candido è stato uno dei principali intellettuali del Brasile, scomparso il 12 maggio scorso: poeta, saggista e critico letterario, sociologo e militante, sostenitore del Movimento dei Senza Terra. Fedeli alla consuetudine del MST di dare alle brigate internazionaliste e ai gruppi di studenti delle nostre scuole nomi di compagni che ci hanno lasciato, per rendere loro omaggio, abbiamo deciso di intitolare a lui la nostra brigata, volendo in questo modo ricordare il suo impegno, a partire dall’ambito accademico, in difesa dei movimenti sociali e del popolo brasiliano.

In base a quali criteri è stato formato il gruppo?

Il primo criterio è stato quello della scelta di militanti impegnati in qualche modo nel settore dell’agroecologia. Il secondo è stato quello della rappresentanza geografica, per fare in modo che partecipassero persone di Stati diversi del Paese. La nostra brigata è costituita da nove militanti di otto diversi Stati del Brasile, tutti dirigenti del MST all’interno dei singoli Stati o tecnici che lavorano con i contadini nell’agricoltura biologica.

In quali altri Paesi del mondo sono presenti brigate del Movimento?

In questo momento sono attive le brigate in Venezuela, a Cuba, in America Centrale, con sede in Guatemala, in Paraguay, in Cina, in Sudafrica, in Palestina. In Europa, solo la nostra qui in Italia. Perché qui possiamo contare su un comitato che ha venti anni di vita, dunque su una lunga e consolidata relazione. Inoltre, poiché qui ha già operato una brigata nel 2014/15 (la Brigata Egidio Brunetto/Antonio Gramsci, formata da nove militanti del MST, in Italia dal 30 ottobre 2014 al 27 settembre 2015), con buoni risultati, il MST ha ritenuto giusto inviarne una seconda. E questa seconda può preparare la strada per una brigata futura.

La vostra presenza ha attivato molte energie sul territorio, da nord a sud del Paese. Come ti è apparsa la realtà dei movimenti italiani?

In tutte le attività che stiamo portando avanti – incontri, conferenze, seminari – la risposta dei presenti è stata sempre molto positiva. Si sono mostrati tutti molto interessati a conoscere il MST e tutti hanno apprezzato la nostra metodologia. Lo scambio di conoscenze che si è registrato in queste attività è stato ottimo. Quello che noi vogliamo far passare come messaggio principale delle nostre attività è l’importanza dell’unione tra le diverse associazioni e organizzazioni contadine dell’Italia, perché la realtà che ci troviamo di fronte è quella di un gran numero di organizzazioni che tuttavia non riescono a unire le proprie forze per perseguire insieme obiettivi più grandi. Perché le organizzazioni tendono a dare più importanza a ciò che le separa che a ciò che le unisce, a quegli obiettivi comuni che potrebbero portarle a confluire in un movimento più ampio in grado di rivendicare con maggiore efficacia i diritti dei contadini e delle contadine. Il nostro invito è dunque quello a mettere un po’ da parte le differenze politiche e ideologiche per ottenere maggiori conquiste per tutto il movimento contadino.

L’intera storia del movimento è indubbiamente una grande fonte di ispirazione per i movimenti italiani. Ma c’è qualcosa della nostra realtà che ritieni possa tornare utile alla vostra lotta?

Vi sono due aspetti che mi sembrano importanti. Il primo è dato dall’ottimo rapporto che le organizzazioni contadine riescono a stabilire con i cittadini consumatori, dalle varie forme di acquisto solidale alla creazione di mercati in cui si pratica la vendita diretta. Anche in Brasile, negli ultimi anni, abbiamo lavorato in questa direzione, quella cioè di un consolidamento del rapporto con i consumatori, ma è ancora un processo in corso, un processo che intendiamo sviluppare. L’altro aspetto è quello legato all’esperienza, che per esempio ho visto realizzata a Capodarco, dell’agricoltura sociale. È un concetto che esiste anche in Brasile ma che qui è molto più presente. Si tratta di portare l’agroecologia in altri spazi, in spazi dove si promuove l’inclusione sociale attraverso la pratica dell’agricoltura e la convivenza nei campi. È una proposta molto buona, grazie a cui possiamo ampliare la nostra lotta coinvolgendo nuovi settori della società.


Quali sono invece i limiti più gravi che hai colto nella realtà dei movimenti italiani?

Il primo limite è quello della frammentazione esistente nel movimento contadino. Chi, per esempio, esprime un’ideologia tendenzialmente anarchica non accetta di convivere con gruppi di altre tendenze, chi ha seguito la strada della certificazione biologica non ha nulla a che vedere con chi, come Genuino Clandestino, porta avanti metodi di autocertificazione alternativi a quella ufficiale, basati sulla partecipazione attiva dei consumatori, considerati come co-produttori. E così via… Un altro limite riguarda la legislazione italiana, che nega all’agricoltura contadina diritti che sono invece garantiti in Brasile, conquiste che facilitano l’esistenza della piccola agricoltura biologica. Pensiamo alla certificazione partecipativa (realizzata dagli stessi contadini e distinta da quella gestita da terzi), che in Brasile è riconosciuta dalla legge, o alla possibilità, ottenuta in seguito a molte rivendicazioni e a molte lotte, di produrre e commercializzare semi locali. Abbiamo conosciuto un agricoltore in Veneto che produce semi tipici della regione, ma che può utilizzarli solo per uso personale, perché è vietato commercializzarli. Tutti gli anni riceve visite di controllo: se gli ispettori trovano una quantità di semi maggiore a quella prevista per l’uso personale, gli vengono sequestrati perché illegali. Un altro diritto garantito in Brasile e non qui in Italia ai piccoli agricoltori è quello all’assistenza tecnica, senza la quale è difficile avanzare su alcuni versanti, tanto più che la figura del tecnico serve anche come elemento di collegamento tra gli agricoltori. L’assenza di questi diritti limita notevolmente le possibilità della piccola agricoltura contadina, non solo biologica.

Quanto spazio occupa l’agricoltura biologica nella pratica del Movimento dei Senza Terra?

È un processo in corso: l’agricoltura biologica non è ancora maggioritaria all’interno del movimento, ma le cooperative del MST che producono biologico sono quelle più sviluppate. La maggior parte dei nostri contadini non usa veleni agricoli, ma non tutti sono completamente “biologici” secondo quanto prescrive la legge. Il settore agroecologico del MST è, tuttavia, molto forte in ogni Stato: esiste un dibattito all’interno di ogni insediamento e l’obiettivo della direzione nazionale è quello di ottenere un’adesione generalizzata al modello dell’agroecologia. Non a caso le cooperative del MST che riportano i maggiori successi sono quelle che producono biologico: riescono a vendere tutto quello che producono. In questa fase, poi, stiamo promuovendo lo sviluppo di mercati municipali di prodotti biologici, per mostrare alla società e anche alle nostre basi quanto il biologico rappresenti una strada praticabile. Purtroppo, soprattutto nel sud del Brasile, esiste una pressione molto forte del settore transgenico in aree di riforma agraria, al fine di indurre i nostri agricoltori a dedicarsi, per esempio, alla produzione di soia transgenica. Vi sono agricoltori che vivono condizioni molto difficili perché, circondati da aziende che coltivano ogm e fanno ricorso a un uso massiccio di veleni, anche irrorati da elicotteri, si trovano di fatto nell’impossibilità di praticare l’agricoltura biologica. Sono in trappola e non esistono leggi che li tutelino.

In Italia si registra una sensibilità crescente rispetto alla necessità di un’alimentazione sana e libera da veleni. È lo stesso anche in Brasile?

Sì, anno dopo anno, la popolazione sta diventando sempre più cosciente dell’importanza degli alimenti biologici. Solo per fare un esempio, a Porto Alegre, qualche anno fa, esistevano appena sette/otto mercati di prodotti biologici: oggi, all’interno del Comune, i mercati e i punti vendita sono diventati cinquantasei. Grazie alle pressioni dei consumatori, in pochi anni la situazione è molto cambiata. Il Brasile è il maggiore consumatore mondiale di veleni agricoli e le conseguenze sono molto evidenti, a cominciare dal livello di contaminazione dell’acqua. Nei municipi che fanno ampio ricorso ai pesticidi, gli studi hanno mostrato tracce di veleni nel latte materno e queste ricerche sono note ai cittadini. L’Anvisa (Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria) cura tutti gli anni un rapporto sugli indici di contaminazione dei prodotti di base che si consumano nel Paese e il livello risulta molto alto. La coscienza della necessità del biologico è dunque in crescita e l’obiettivo del MST è quello di ottenere un prezzo accessibile per i prodotti biologici, i quali devono essere destinati a tutta la popolazione e non solo a chi si può permettere di acquistarli.

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Cosa significa per te passare questi mesi in Italia mentre il Brasile attraversa una delle peggiori crisi della sua storia?

È importante essere qui a parlare della situazione del Brasile perché molte delle informazioni che circolano in Europa non sono corrette. Abbiamo quindi la possibilità di far conoscere quello che sta vivendo realmente il popolo brasiliano. E quello che pensano i movimenti sociali di questa crisi e dei modi per uscirne. In Brasile si è consumato un colpo di Stato e, quindi, tutte le misure che sta adottando attualmente il governo sono illegittime. Questo governo non è stato eletto: si è insediato per decisione del Parlamento in seguito a un impeachmentsenza fondamento legale. E può contare appena sull’8 per cento di consenso da parte della popolazione. Per di più l’attuale presidente è stato ora formalmente accusato di corruzione da parte del Procuratore generale del Paese Rodrigo Janot. Viviamo una condizione di illegittimità e di corruzione dilagante, di attacchi frontali a tutti i diritti conquistati in anni di lotta per la democratizzazione del Brasile, dalla legislazione del lavoro a quella della previdenza, fino alla proposta, contro cui il MST si è sempre opposto, di assegnare titoli individuali di proprietà agli insediati, al posto della concessione d’uso attualmente in vigore, rendendo così possibile la commercializzazione di quelle terre. Quello che noi chiediamo è la rinuncia di Temer e il ricorso a elezioni dirette anticipate (rispetto alla data prevista del 2018), in maniera da restituire al popolo il diritto di scegliere da chi farsi governare.

La candidatura di Lula – su cui a sinistra si punta ancora, maggioritariamente, malgrado i limiti evidenziati dalla sua amministrazione – appare molto più incerta dopo la sua condanna in primo grado a nove anni e sei mesi (e all’interdizione dai pubblici uffici per diciannove anni) per corruzione in uno dei processi dell’inchiesta Lava Jato. Al di là dell’evidente accanimento del potere giudiziario nei suoi confronti (in molti parlano di un golpe della magistratura) e in attesa della sentenza d’appello, cos’è che può indurre i movimenti a pensare che un suo eventuale nuovo governo sarebbe maggiormente spostato a sinistra?

Il governo Lula aveva suscitato all’inizio grandi speranze nel nostro movimento. Con Lula sono stati realizzati molti passi avanti rispetto, per esempio, alle condizioni degli insediamenti, in direzione di un miglioramento della produzione, della commercializzazione, della cooperazione. Del resto, Lula ha combattuto con successo la fame in Brasile e questo è già un grandissimo risultato. Tuttavia, per essere eletto, Lula ha dovuto allearsi con diversi partiti e settori della società, compresi settori della destra e dell’agribusiness, i cui rappresentanti hanno trovato posto sia nei governi di Lula che in quelli di Dilma. È chiaro che, in questa situazione, la riforma agraria proposta dal MST non poteva essere realizzata. La nostra speranza è che, se Lula dovesse riconquistare il governo, tanto lui quanto il PT si ricordino bene di cosa ha voluto dire governare con la destra e delle conseguenze che ne sono derivate, a cominciare dal colpo di Stato. Basti pensare come il partito di Temer, il PMDB, sia stato il grande alleato del PT durante tutti i suoi governi. È per questo che noi speriamo che nasca un governo più a sinistra, più popolare. D’altro canto, noi, come militanti del MST (molti dei quali appoggiano Lula), abbiamo sempre mantenuto la nostra autonomia.

Un governo non potrà mai realizzare quella profonda trasformazione sociale che è al centro della nostra lotta, perché questa potrà venire solo dalla base, dal popolo brasiliano. Non è un capo del governo che farà la rivoluzione: questa avverrà solo nel lungo periodo e come frutto di molte lotte.

Consip - Vannoni indica Lotti la gola profonda sull'inchiesta dell'appalto miliardario truccato, poi ritratta e allora chi gli ha dato la notizia? peraltro vera in quanto anche anche i generali dell'arma, Tullio del Sette e Emanuele Saltalamacchia si sono fatti carico di informare il Marroni dell'inchiesta sull'appalto miliardario truccato

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L'inchiesta Consip, il ministro Luca Lotti ai pm: "Estraneo alla vicenda" 

Il titolare dello Sport ascoltato per un'ora 

Un confronto durato circa un'ora durante il quale il ministro dello Sport, Luca Lotti, ha ribadito la "sua estraneita'" alla vicenda Consip e alla fuga di notizie sull'indagine. In una saletta nella sede del Nucleo investigativo di via In Selci, Lotti, indagato per rivelazione del segreto d'ufficio, ha risposto alle domande del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, dell'aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi. "E' stato un sereno interrogatorio - commentano gli avvocati Franco Coppi e Ester Molinaro - il ministro ha risposto puntualmente a tutte le domande che gli sono state rivolte e ha ribadito con fermezza la sua estraneita' ai fatti contestati". 

Le accuse 

Il ministro è indagato per rivelazione insieme al comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette, al comandante della Legione Toscana Emanuele Saltalamacchia, e al presidente di Publiacqua Firenze Filippo Vannoni. Lotti fu iscritto a seguito delle audizioni come testimone svolte a Napoli di Luigi Marroni, all'epoca amministratore delegato di Consip e dello stesso Vannoni, quest'ultimo poi indagato dai pm romani. Il 20 dicembre Marroni aveva raccontato ai pm napoletani John Woodcock e Celeste Carrano di essere stato informato da Lotti dell'inchiesta su Consip oltre che dal generale Saltalamacchia, dall'ex presidente Consip Luigi Ferrara, e dallo stesso Vannoni che, dal canto suo, aveva confermato la versione di Marroni dicendo che il ministro gli aveva riferito di una indagine sull'imprenditore Alfredo Romeo.

La difesa di Lotti 

Una versione respinta da Lotti che nel corso delle dichiarazioni spontanee fece mettere a verbale che dell'inchiesta non aveva informato nessuno anche perché non ne era a conoscenza. Parlando davanti al pm Palazzi, il ministro ha affermato di conoscere Vannoni dal 2008 e di averlo incontrato casualmente il 21 dicembre scorso due volte: la prima alla stazione di Firenze e alcune ore dopo a Palazzo Chigi. "Stavo rientrando in ufficio - ha dichiarato Lotti il 27 dicembre - e ho trovato Vannoni, voleva parlarmi. Imbarazzato e con modi concitati, mi ha informato di essere stato sentito da Woodcock a Napoli e di avergli riferito di aver ricevuto da me informazioni riguardo l'esistenza di indagini su Consip; alle mie rimostranze circa la falsità di quanto affermato, lui ha ammesso di aver mentito e quando ho chiesto il perché si è scusato in modo imbarazzato, ottenendo una mia reazione stizzita. 

Due fascicoli aperti 

Sono due i fascicoli aperti dalla procura di Roma per la fuga di notizie sulla vicenda Consip: una è legata a informazioni giunte ai vertici Consip che erano a conoscenza di intercettazioni e pedinamenti in corso. L'altro fascicolo parte dagli atti istruttori coperti da segreto di cui sono venuti a conoscenza organi di stampa. Per questa vicenda il Noe venne sollevato dalle indagini che furono affidate al Nucleo investigativo di Roma, e nel fascicolo sono coinvolti il magistrato di Napoli Henry John Woodcock, e la conduttrice di 'Chi l'ha visto' Federica Sciarelli. Inoltre risponde di falso il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, che secondo gli inquirenti avrebbe alterato in più punti l'informativa sulla quale si basavano buona parte delle accuse a Tiziano Renzi, indagato per traffico di influenze; e il vice comandante del Nucleo operativo ecologico, Alessandro Sessa, è accusato di depistaggio per aver mentito nel corso di un'audizione testimoniale con i pm. 

venerdì 14 luglio 2017

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Sistema Bancario - regalare soldi a Banca Intesa, invece di nazionalizzare Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, è stato il furto più grande che la politica poteva fare agli italiani

Salvataggi bancari furti di massa

13.07.2017 - Francesco Gesualdi


Prima lasciano che le spolpino, poi, quando sono prossime alla bancarotta, le rimettono in piedi con i soldi di tutti. Dicono di farlo per l’interesse generale. In realtà lo fanno per arricchire pochi a danno di tutti. Un furto di massa perpetrato dai professionisti della politica a beneficio dei banditi dell’economia attraverso le banche.

Dopo anni di mala gestione, resa possibile da una deregolamentazione suicida, anche in Italia un numero crescente di banche ha chiesto aiuti di stato per non affondare. Siamo partiti nel 2009 con il Credito Valtellinese e il Banco Popolare e abbiamo proseguito con banche minori come Banca Etruria e Banca Marche, per arrivare al colosso Monte dei Paschi e recentemente alla Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ogni volta con forme di aiuto diverse a seconda di ciò che conviene alla banca da soccorrere e al modo migliore per aggirare le norme europee. Ora con prestiti trasformabili in azioni, ora con somme versate sotto forma di nuovo capitale sociale, ora dando soldi a una banca più grossa affinché assorba la banca in difficoltà e continui a farla funzionare ripulita dalle situazioni più critiche. Ed è proprio quest’ultima modalità che hanno deciso di adottare per Veneto Banca e Popolare di Vicenza, che saranno rilevate da Banca Intesa in cambio di un intervento statale che può arrivare fino a 17 miliardi di euro.

Che le due banche navigassero in cattive acque era noto da tempo, ma il problema è stato ufficializzato solo nel 2013. Ambedue del profondo Nordest erano gestite da due personaggi così uguali per storia e comportamenti che sembravano fatti con lo stampino. Entrambi saliti al comando a fine anni Novanta, entrambi usciti di scena nel 2015. Vincenzo Consoli dominus incontrastato di Veneto Banca per 18 anni, Giovanni Zonin re della Popolare di Vicenza per 19 anni. Quattro lustri in cui hanno spadroneggiato e usato i soldi dei risparmiatori per affari non sempre brillanti, ma di sicuro utili a rafforzare il loro potere. Il credito facile di Veneto Banca è andato a beneficio di nomi celebri come Alitalia, il gruppo Boscolo, l’Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone, la Lotto sport, nonostante avessero situazioni finanziarie traballanti. Tra i politici, hanno avuto fidi l’ex governatore del Veneto e ministro Giancarlo Galan e nel 2012 (ben 7,6 milioni di euro) Denis Verdini, coi quali l’allora deputato di Forza Italia aveva potuto coprire temporaneamente i debiti delle sue società editoriali e immobiliari. Qualche beneficio è poi ricaduto in famiglia: nel 2005 la moglie di Consoli ha acquistato una villa in Sardegna a Baia Chia da una società di Gino Zoccai, l’imprenditore orafo di Thiene, protagonista del crack della compagnia aerea Volare, che aveva avviato una iniziativa immobiliare, finita poi male, finanziata per 8,5 milioni proprio da Veneto Banca. Il velo sull’operato di Consoli lo alza Banca d’Italia, ma solo nel 2013, nonostante avesse eseguito numerose ispezioni già in precedenza. Alla fine viene a galla che l’ammontare di crediti che la banca rischia di non rivedere sono un miliardo in più di quelli dichiarati in bilancio. Per di più viene fuori che la banca aveva dato un sacco di prestiti a clienti fidati affinché li utilizzassero per comprare azioni della banca stessa in modo da farla apparire in salute. Consoli viene multato, ma non basta a disarcionarlo e da amministratore delegato diventa incredibilmente direttore generale. Poi nel gennaio 2015 arriva l’ispezione Consob e a febbraio la procura di Roma, che perquisisce la banca e pone fine all’era Consoli, arrestandolo nell’agosto 2016 per ostacolo alle autorità di vigilanza e aggiotaggio.

Zonin, invece, che non è nato a Matera come Consoli, ma è di Gambellara, in provincia di Vicenza, non è finito in carcere e non ha subito sequestri, nonostante sia accusato degli stessi reati. Un atto di citazione presentato al Tribunale il 6 aprile 2017 da parte della dirigenza della sua stessa banca documenta nero su bianco la mala gestione dell’era Zonin. Si comincia con soldi trasferiti in Lussemburgo, circa 350 milioni di euro, su fondi posseduti da clienti già pesantemente esposti con la banca e ad affidabilità zero come Alfio Marchini e le famiglie Fusillo e Degennaro. I fondi sono stati progressivamente svalutati con una perdita per la Popolare di Vicenza di 199 milioni. Un credito opaco all’estero associato a un credito allegro verso l’interno, spesso per avere come contropartita l’acquisto di azioni della banca stessa, secondo lo stesso giochetto attuato da Veneto Banca. Fin dal 2008 clienti storici come i fratelli Ravazzolo, Piergiorgio Cattelan, Ambrogio Dalla Rovere, Francesco Rigon ottenevano credito e remunerazioni garantite dalla Popolare di Vicenza in cambio di acquisti di azioni della banca. Una strategia che si espande anche fuori dal Veneto, quando Zonin apre una filiale in Piazza Venezia a Roma: i nuovi clienti sono il gruppo Degennaro, Bufacchi, Torzilli e il gruppo Marchini, riconducibile ad Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma, le cui società hanno ricevuto 130 milioni, di cui 75 iscritti come “incagli” e difficili da recuperare. Zonin non si risparmia nulla ed elargisce a piene mani a società riconducibili a lui o alla sua famiglia, che complessivamente ricevono tra il 2013 e il 2015 finanziamenti per 181,4 milioni. E ai consiglieri della Vicenza? A Nicola Tognana prestiti per 81,3 milioni, 45,8 a Giovanni Fantoni, 33,1 a Giuseppe Zigliotto, 30 a Giovanna Dossena e così via.

Ben presto si sparge la voce che il 40% dei prestiti concessi dalle due banche hanno alte probabilità di non rientrare e comincia un processo di allontanamento dei risparmiatori dalle due banche, che non fa altro che peggiorare la situazione. Nel tentativo di raddrizzare la barca il governo spinge affinché si crei un fondo privato disposto a iniettare capitali nelle due banche e nasce Atlante, un fondo a cui partecipa anche Cassa Depositi e Prestiti di proprietà del Ministero dell’Economia. Atlante mette nelle due banche tre miliardi e mezzo, che risultano totalmente insufficienti a coprire il buco che si è creato in virtù della diminuzione dei depositi e del mancato rientro di molti crediti. Ed è nel giugno 2017 che il governo decide di mettere le due banche in liquidazione coatta, cercando nel contempo una banca disposta a rilevare la parte sana dei due istituti. Si fa avanti Banca Intesa, che al prezzo simbolico di un euro si dichiara disponibile all’operazione, ma precisa di non volerci rimettere nemmeno un centesimo. Anzi da brava banca vuole guadagnarci. Analizzata la situazione giunge alla conclusione che le due banche vantano crediti affidabili per 37 miliardi e crediti quasi affidabili per altri 4. Sufficienti a coprire i depositi ed altre forme di prestito ricevuti dai risparmiatori, che ammontano a 37,5 miliardi. Ciò nonostante calcola uno scoperto di 3,5 miliardi di euro e chiede allo stato di coprirlo. Inoltre calcola un altro miliardo di spese che deve sostenere per chiudere 600 sportelli e disfarsi di 4.000 dipendenti. La conclusione è che il 25 giugno lo Stato vara un decreto in cui riconosce a Banca Intesa un contributo pari a 4,7 miliardi. Inoltre le assicura altre forme di garanzie su rischi ipotetici per 12,3 miliardi di euro. Così siamo a un impegno complessivo di 17 miliardi di euro, a cui va aggiunto un altro miliardo per spese di liquidazione da riconoscere al curatore fallimentare. In conclusione allo Stato è assicurato un nuovo debito immediato per 5 miliardi e mezzo di euro.

E i crediti ad alto rischio di non rientro, pari a 10 miliardi di euro, che fine fanno? Li prende in gestione SGA, acronimo di Società per la Gestione delle Attività, una società del Ministero dell’Economia che cercherà di recuperare il recuperabile in modo da restituire i soldi agli azionisti. Non dimentichiamo ad esempio l’esborso di Cassa Depositi e Prestiti, che partecipando ad Atlante ha perso mezzo miliardo di euro. Si poteva fare diversamente? L’alternativa era la nazionalizzazione: sarebbe costata meno e avremmo cominciato a camminare sulla buona strada. Quella che affida l’attività bancaria alla collettività dichiarando il credito un servizio di utilità sociale su cui non si può lucrare e tanto meno esporre i cittadini a rischio.

A quanti altri fallimenti bancari dovremo assistere prima di mettere definitivamente al bando il vizietto di privatizzare i profitti e socializzare le perdite?