Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 luglio 2017

Francia - il fantoccio Macron non ha digerito la schiena dritta del generale Pierre de Villiers

Francia: veleni dimissioni capo esercito

Portavoce governo, Villiers è stato sleale

© ANSA/AP

Redazione ANSAPARIGI
21 luglio 201718:12NEWS

(ANSA) - PARIGI, 21 LUG - Ancora veleni in Francia dopo le dimissioni del capo di Stato maggiore dell'esercito, Pierre de Villiers, in aperta polemica con il presidente Emmanuel Macron per i tagli al bilancio della Difesa. In un'intervista pubblicata oggi sul quotidiano Le Figaro, il portavoce del governo, Christophe Castaner - uno dei fedelissimi dell'attuale presidente - ha accusato De Villiers di essere stato "sleale dal punto vista della comunicazione" e di aver "messo in scena le sue dimissioni". Davanti alla commissione Difesa dell'Assemblea Nazionale, il generale aveva tuonato la settimana scorsa contro il taglio di 850 milioni di euro ai militari voluto da Macron per il 2017. De Villiers "si è comportato da poeta rabbioso - rincara Castaner - Avremmo preferito sentire la sua visione strategica (...) piuttosto che i suoi commenti sul bilancio".

Telecom un'azienda strategica che deve essere italiana, il governo Gentiloni nasconde la testa tra la sabbia

Telecom Italia: indiscrezioni su uscita Cattaneo prima del cda

FINANCIAL TREND ANALYSIS, PUBBLICATO: 21 LUGLIO 16:44

Telecom Italia (-1%) in flessione ma senza eccessi dopo le indiscrezioni di Reuters.


Telecom Italia (-1%) in flessione ma senza eccessi dopo le indiscrezioni di Reuters. Secondo alcune fonti sentite dall'agenzia, l'a.d. Flavio Cattaneo è molto vicino a un accordo con la compagnia telefonica per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro: il manager riceverebbe uno "special award", una sorta di buonuscita, di importo inferiore ai 40 milioni di euro previsto dal contratto. L'operazione potrebbe essere conclusa in tempi rapidi e permettere la separazione tra Cattaneo e Telecom prima del cda del 27 luglio chiamato ad approvare i conti del secondo trimestre. Cattaneo era entrato in contrasto con l'azionista di riferimento, Vivendi (-1,5% a Parigi), a causa delle tensioni con il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda sui bandi Infratel. Probabile ora l'arrivo in Telecom di Amos Genish (Chief Convergence Officer di Vivendi) come direttore generale.

Gli ebrei gente maledetta


L'ambasciata di Palestina: a Gerusalemme c'è lo stato d'assedio

Le autorità palestinesi condannano la stretta autoritaria delle autorità di Tel Aviv


L'ambasciata di Palestina a Roma ha dichiarato che Gerusalemme è sotto stato d'assedio
globalist21 luglio 2017

L'ambasciata di Palestina a Roma in riferimento allea seguito delle nuove tensioni e violenze che stanno attraversando la città culla dei tre grandi monoteismi ha dichiarato in una nota che a Gerusalemme vige "uno stato d'assedio". Secondo l'ambasciata, "oggi Israele ha moltiplicato la sua presenza militare nella Città vecchia, aggiungendo 5 nuovi battaglioni. E' uno stato d'assedio: nessun palestinese al di sotto dei cinquant'anni può entrare o uscire e l'accesso è impedito anche a chi normalmente vi arriva dai territori israeliani del 1948. La situazione è molto tesa e pericolosa, gli scontri sono in corso, particolarmente nei pressi del checkpoint Qalandiya, e le forze di occupazione hanno comunicato alla Croce Rossa Internazionale che non faranno passare i soccorsi". Tali "tremende tensioni intorno alla Moschea di Al-Aqsa" per la sede diplomatica sono una questione "strettamente collegata" a quella del rapido aumento degli "insediamenti illegali israeliani in questa parte della Palestina Occupata". Un legame di causa-effetto che, si denuncia, "non risulta in alcun modo dai media". Eppure, si ricorda nella nota, "l'11 luglio, la Farnesina ha espresso preoccupazione per la recente approvazione da parte delle autorità israeliane di piani per la costruzione di 944 unita' abitative a Gerusalemme Est", una decisione che, come ha detto il ministro Angelino Alfano, "va nella direzione opposta alla prospettiva dei due Stati e compromette un futuro di pace e sicurezza alle Parti". Anche secondo il ministro degli Esteri palestinese, si legge nel comunicato, "Tel Aviv vuole far esplodere la situazione per ostacolare i tentativi Usa di riavviare il dialogo tra le parti per raggiungere la soluzione dei due Stati".
L'ambasciata ha denunciato inoltre che, oltre "alle abituali incursioni dei coloni scortati dall'esercito israeliano nella Spianata delle moschee, agli scavi archeologici intrapresi lì da Israele ma condannati dall'Unesco, al furto di antiche pietre smascherato dal Comitato palestinese a difesa di Gerusalemme Occupata, è seguita, venerdì 14 luglio, la temporanea chiusura ai fedeli musulmani della Spianata e, infine, l'installazione da parte delle forze di occupazione di metal detector posti agli ingressi principali di questo luogo sacro". In sostegno dei palestinesi si è mobilitata quindi "l'istituzione islamica del Waqf, che detiene la custodia dei luoghi sacri", la quale "ha chiesto ai fedeli di pregare fuori dalla Spianata, boicottando in questo modo i metal detector; i Capi delle Chiese Cristiane poi- ha proseguito la nota- si sono detti molto preoccupati da questo tentativo di alterare lo status di Gerusalemme, confermando la vicinanza e la solidarieta' tra le due religioni, entrambe maltrattate da Israele". Infine anche "i partiti palestinesi si sono mobilitati, mentre il parlamento palestinese, insieme a quello di Kuwait e Giordania, ha chiesto la convocazione d'urgenza dell'Unione dei Parlamenti Arabi". Quindi la conclusione: "Il tentativo di Israele di trasformare il conflitto politico, causato dall'occupazione della nostra terra, in conflitto religioso, oltre a rappresentare un insulto per la secolare storia di convivenza pacifica tra le nostre religioni, costituisce un grande rischio per la stabilita' dell'intera regione".

Bombe nucleari B61-12 - Il governo Gentiloni dica chiaramente agli Stati Uniti che non possiamo ne vogliamo avere bombe atomiche sul suolo italiano. Questo è salvaguardare gli Interessi Nazionali

Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

21.07.2017 - Angelo Baracca

(Foto di US Army)

Una notizia diffusa della giornalista Stefania Maurizi, sempre informata e rigorosa, su Repubblica online di ieri[1], sul segreto imposta dalla US Air Force e dal Joint Chiefs of Staff è indubbiamente degna di nota ed inquietante, ma il risalto che ha avuto su certi organi di stampa[2] appare a mio parere un po’ strumentale. Soprattutto a fronte del risalto enormemente minore che è stato dato – con ritardo e accompagnato da riserve – dello storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpan) stabilito il 7 luglio scorso a conclusione dei negoziati all’Onu, approvato da 122 Stati, quasi 2/3 terzi degli Stati membri dell’Onu.

Intanto, di che cosa si tratta? È (o dovrebbe essere) a tutti noto che gli Usa schierano in Italia (e in altri paesi europei, ma in numero minore) bombe termonucleari B-61 a gravità, che addirittura stanno ammodernando con lo sviluppo della testata B-61-12 con un programma del costo di $ 10 miliardi. Questo schieramento viene “giustificato” in base al nuclear-sharing (condivisione nucleare) della Nato, con l’affermazione, sia pure pretestuosa, che esso sia autorizzato dal Trattato di Non Proliferazione (Tnp) del 1970.

Il discorso è lungo e complesso. Una prima domanda sorge spontanea: la formulazione del nuovo Tpan, ed anche il lungo negoziato che l’ha prodotto, sono stati scandalosamente ignorati dai media nostrani (solo Avvenire ne ha dato tempestiva notizia, con grande risalto). Le scarse osservazioni che sono state fatte tendono a depotenziarne la portata, continuando invece ad insistere sul vecchio Tnp (tipici a questo proposito il ritardo nel dare la notizia e le riserve espresse dal Manifesto, che ora da un risalto sproporzionato alla presente notizia). È il caso di ricordare che la negoziazione del nuovo Tpan è stata indotta da una forte mobilitazione della società civile internazionale e voluta da una forte maggioranza dei paesi non nucleari all’Onu, i quali erano ormai sfiduciati da decenni di insistenza per il rispetto del Tnp, che dal 1970 prevedeva con l’Art. VI “trattative in buona fede per arrivare al disarmo nucleare, e generale, totali”: negoziati mai avviati! Non solo, ma sotto il regime del Tnp la consistenza degli arsenali nucleari proliferò da 30.000 al numero demenziale di 70.000 nel 1985, e gli stati nucleari proliferarono da 6 a 10! Insomma, nella realtà un trattato di proliferazione ad uso e consumo degli Usa!

Dopo questi sintetici richiami, che ci sembrano doverosi, vediamo che cosa realmente è avvenuto sotto il regime 37-ennale del Tnp: perché se può sembrare giusto chiedere il rispetto del Tnp, ci sembra non solo inutile, ma decisamente fuorviante, intestardirsi a chiedere da un trattato quello che evidentemente non da, mettendo invece in secondo piano la novità storica del nuovo Tpan.

Intanto riporto (con il suo consenso) un’annotazione che ricevo dall’Avv. Claudio Giangiacomo della Ialana-Italia: “all’epoca del Tnp gli Usa non comunicarono l’esistenza degli accordi sul nuclear sharing che pare sia stato comunicato solo per via riservata all’Urss (che ovviamente lo sapeva già ma aveva interessi analoghi per i paesi del patto di Varsavia)”. Ma c’è di più. La presenza delle testate nucleari sul territorio italiano rimanda necessariamente alla presenza e all’assetto giuridico delle basi militari statunitensi e Nato. Ebbene, riporto dei brani di un articolo dell’Avv. Giangiacomo apparso nel Dossier di Mosaico di Pace sul numero di Aprile scorso[3]:

“la costruzione e gestione delle basi militari è regolata da convenzioni bi- o multilaterali tra i paesi della Nato. [I quali] sarebbero dovuti essere stati assunti nelle forme previste dagli artt. 72 ed 80 della Costituzione italiana (procedimenti abbreviati solo in casi d’urgenza, e ratifica da parte delle Camere di trattati internazionali che importino variazioni del territorio od oneri alle finanze): invece è stata utilizzata la cosiddetta procedura semplificata, non prevista dalla Costituzione ma disciplinata dalla legge 11.12.1984 n. 839, senza però, come prescritto, procedere alla loro pubblicazione, sottraendoli così sia al controllo delle Camere che del Presidente della Repubblica. Solo nel 1995 venne firmato lo “shell agreement” (“accordo conchiglia”), l’accordo quadro fra Italia e Usa sulle basi in Italia, che venne poi pubblicato nel 1998 a seguito della gravissima strage del Cermis (quando un aereo militare americano volando a bassa quota troncò il cavo della funivia, causando 20 vittime). Rimane invece totalmente segreto il Bilateral Infrastrutture Agreement del 20.10.1954 che regola le condizioni dell’utilizzo delle basi americane in Italia, anch’esso approvato con la procedura semplificata. Pur limitandoci a quanto oggi noto, si può sicuramente affermare che le basi non possono in alcun modo ritenersi ‘extra territoriali’.”

Inoltre, saltando altre osservazioni importanti, Giangiacomo afferma che “sia le istallazioni che le medesime operazioni ed attività delle forze ospitate [nelle basi militari Usa], anche per la parte posta sotto il Comando Usa, debbano rispettare le leggi vigenti in Italia, tanto che al Comandante italiano è rimesso il controllo del loro rispetto”.

Da queste osservazioni, risulta evidente la responsabilità diretta del governo italiana per le attività svolte nelle basi militari: tanto più, ci sembra, per l’autorizzazione di ordigni terribili come le testate termonucleari.

Dal nostro punto di vista, si conferma insomma come il Tnp funga nella sostanza come una cortina dietro la quale viene surrettiziamente “legittimata” la presenza delle armi nucleari sul nostro territorio. Giangiacomo rileva ancora come

“indipendentemente dalla violazione del Tnp, la permanenza in Italia di ordigni nucleari sia effettuata in palese violazione della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che espressamente prevede all’art. 1 comma 7: ‘Sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia‘.

Sebbene al successivo comma 9 lett. c) del medesimo articolo si preveda una inapplicabilità della norma in relazione ai materiali di armamento e di equipaggiamento delle forze dei paesi alleati, questa deroga è limitata al transito e non alla permanenza stabile nel territorio italiano.”

In sostanza il governo italiano, anche nella discussione di mozioni al Senato sul nuovo Trattato, seguita a trincerarsi dietro il Tnp e rifiuta di aderire al nuovo Tnap, ignorando bellamente, in primo luogo, gli obblighi che derivano dalle sue proprie leggi.

Questa lunga premessa è per me propedeutica per capire che cosa comporti ora la secretazione dei report sulla sicurezza delle atomiche schierate in Italia (non sulla “dislocazione” come titola Il Manifesto). Osserva ancora Giangiacomo: “Paradossalmente la dichiarazione del segreto apposto dal Pentagono è una ammissione della loro presenza”.

Infatti, il maggiore esperto, Hans Kristensen della Fas, precisa nell’intervista effettuata da Vignarca sul Manifestodi oggi: i report “ci confermano se una certa base abbia o meno missione nucleare. La US Air Force pubblicava tradizionalmente tali informazioni per le installazioni europee ma nel corso del tempo le ha ridotte, per rendere più difficile ad opinione pubblica (e potenziali avversari) capire quali unità fossero o meno nucleari. … Diverso quando un’intera unità fallisce un’ispezione: l’impressione di incompetenza che ne deriva è palese. Come nell’incidente del 2007 alla base di Minot, in cui sei missili nucleari da crociera vennero imbarcati per errore su un bombardiere e portati in giro per gli Stati uniti. A mio parere la decisione di secretare i risultati delle ispezioni cerca di evitare qualsiasi tipo di imbarazzo alle Forze Armate per questo tipo di errori”.

Ma di nuovo, il governo italiano è disposto o no a pretendere dagli Usa la permanenza stabile nel territorio italiano di armi nucleari, vietata dalla legge n. 185 del 9 luglio 1990? I pacifisti vogliono decidersi a pretendere dal nostro governo tale rispetto, invece di trincerarsi sul rispetto del Tnp, che finisce per fare il gioco del governo? E di schierasi compatti, invece, sull’adesione al Tpan, che dichiara l’assoluta illegalità delle armi nucleari, e impone agli Stati che intendano aderirvi di dichiarare “se ci sono armi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo che siano possedute o controllate da un altro Stato” (Art. 2 comma c[4]), ed ovviamente a pretenderne e garantirne la rimozione per aderire al Tnap. Ed è proprio questo che il governo non vuole, in ossequio ai voleri di Usa e Nato!

Last but not least, mi sia consentito di dire che l’eccessiva drammatizzazione della notizia in questione fa da pendant alla disinformazione sui principali rischi incombenti delle armi nucleari, il loro ammodernamento che è ben più massiccio e grave di quello delle B-61-12 (mille miliardi di $ a fronte di 10 miliardi!), nonché le migliaia di missili nucleari transcontinentali mantenuto in stato di allerta pronti al lancio immediato (launch on warning) con il rischio concretissimo di una guerra per errore: abbiamo già rischiato per lo meno una ventina di volte questo olocausto nucleare: sotto il regime vigente del Tnp!



[3] “Apocalisse nucleare?”, Mosaico di Pace, aprile2017, http://www.mosaicodipace.it/mosaico/i/3765.html

[4] Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, http://undocs.org/A/CONF.229/2017/8

Mauro Bottarelli - Il dollaro debole rende gli euroimbecilli impotenti

Il mondo si sta restringendo improvvisamente.

L'implosione dell'euro e dei suoi cultori gli euroimbecilli di tutte le razze, sta avvenendo in maniera insospettabile. Le forze della Globalizzazione Finanziaria che hanno nel partito democratico statunitense il loro punto di forza, cercano di estromettere un Presidente, Trump, legittimamente eletto. Questa azione, durevole nel tempo, sta producendo effetti deleteri da questa parte dell'Atlante sull'Euro e sulla Nazione che ci si è arricchita e ci ha fondato il suo potere, la Germania, i cui margini di profitti dati dalle esportazioni si riducono sensibilmente. Le contromosse creano fibrillazione, la Turchia non è un semplice paese Nato ma è la patria di 5 milioni di turchi residenti nelle terre tedesche, hanno il comando della Fratellanza Musulmana che ha una fitta rete in tutta l’Europa di moschee ed associazioni culturali, religiose ed economiche di non poco peso. Si è creato una faglia che potrebbe slittare inesorabilmente verso il precipizio. Buona fortuna a tutti.
martelun

SPY FINANZA/ Germania vs. Turchia, la strategia di Berlino contro l'euro forte

L'instabilità degli Usa sta aiutando la salita dell'euro sul dollaro. Per questo dice MAURO BOTTARELLI, forse la Germania ha già in mente una contromossa

22 LUGLIO 2017 MAURO BOTTARELLI

Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel (Lapresse)

La notte seguita alla conferenza stampa di Mario Draghi non ha portato consiglio. Anzi. Di buon mattino, nel suo punto economico, l'agenzia Bloomberg non aveva dubbi: «Il rally dell'euro potrebbe essere solo cominciato». La divisa europea alle 10 di ieri mattina scambiava a quota 1,1642 sul dollaro, dopo aver toccato quota 1,1677, ai massimi da due anni. Come ci mostra il grafico, l'euro è la moneta che si è apprezzata di più contro il biglietto verde in un paniere di 10 valute, salendo dell'11% quest'anno e si sta avvicinando anche ai massimi da otto mesi sulla sterlina, scambiando a 89,59 pence. Per Peter Kinsella, senior strategist alla sede londinese della Commonwealth Bank of Australia, «quello dell'euro è un rally corazzato e non si fermerà. Tutto parla a favore di un suo apprezzamento, incremento negli inflows di portafoglio, cambi della politica monetaria e aumento dei rischi politici». In effetti, il trend c'è tutto. E, paradossalmente, in un momento completamente errato: con la vittoria di Emmanuel Macron a placare i timori per i populismi e la Bce in attività espansiva, perché l'euro dovrebbe apprezzarsi su un dollaro che vede la propria Banca centrale di riferimento impegnata invece in una politica di normalizzazione monetaria e di aumento dei tassi? 


Per il motivo che ha citato Kinsella e che vi ho spiegato l'altro giorno: l'aumento del rischio politico. Negli Usa, però. E, attenzione, perché il modo con cui Draghi giovedì ha liquidato l'argomento, ci fa capire che a Francoforte i timori cominciano a crescere: «Il recente re-pricing della moneta unica ha ottenuto una qualche attenzione», ha detto il capo dell'Eurotower, senza ovviamente specificare quanto sia realmente preoccupato per questo rafforzamento, a fronte di previsioni inflazionistiche in calo per l'eurozona che dovrebbero essere driver per una svalutazione. Per Jordan Rochester, strategist dei cambi a Nomura International, «la Fed si sta muovendo in maniera più aggressiva in termini di politica monetaria, mentre le altre Banche centrali stanno ancora operando in maniera espansiva. Bene, ora potrebbe andare tutto in reverse». 

Qual è il nodo della questione? C'è sufficiente consenso tra gli analisti che l'unico modo per bloccare un prolungato apprezzamento dell'euro sia una serie di eventi che emergano dall'altra parte dell'Atlantico: una qualche forma di progresso nel dialogo sulla riforma fiscale, ad esempio. Ancora Rochester: «Uno dei fattori chiave per bloccare la corsa della moneta unica è un re-pricing delle aspettative legate alle Fed, visto che c'è così poco di prezzato da lasciare spazio a un qualsiasi tipo di sorpresa al rialzo nei dati, tale che possa operare questo reverse». Insomma, peggio di come siamo messi, c'è poco. Abbiamo una Banca centrale con uno stato patrimoniale pari al Pil del Giappone che sta operando acquisti da 60 miliardi al mese, debito corporate compreso, la quale non solo vede le aspettative inflazionistiche in continuo calo nonostante gli acquisti, ma, ora, si trova a dover affrontare un inatteso e brusco apprezzamento della moneta unica con le mani legate. 

Lo stop all'euro può darlo solo l'America, la quale non essendo pazza e volendo sfruttare l'export finché possibile, farà invece di tutto per far proseguire la traiettoria svalutativa del dollaro, non fornendo alcun alibi alla Bce. Ecco spiegato l'atteggiamento da ultra-colomba tenuto giovedì da Draghi, il quale ha detto chiaro e tondo che degli scenari di tapering non si è nemmeno parlato durante il board: il tutto, mentre il consensus degli economisti vede l'annuncio della tempistica proprio del tapering in arrivo tra settembre e ottobre. Ve lo dicevo che, prima o poi, la situazione sarebbe andata fuori controllo: ci siamo in pieno. E cosa significherebbe un euro strutturalmente forte sui mercati per le aziende europee, soprattutto le nostre Pmi, in un momento come questo, potete capirlo tranquillamente da soli. 

Speranze a breve? Nessuna. Anzi, il dubbio che in America sia in atto una strategia auto-destabilizzante per aumentare la percezione di rischio politico sui mercati, sta tramutandosi in certezza. A confermarlo, notizie delle ultime ore. Alcuni degli avvocati che assistono il presidente Donald Trump, infatti, starebbero esplorando modi per limitare o minare l'inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sul cosiddetto Russiagate, nel tentativo di montare il caso su quanto presumono costituisca conflitto di interesse. Lo scrive il Washington Post citando fonti informate, a detta delle quali inoltre i legali di Trump stanno esaminando i termini della facoltà del presidente di concedere amnistia. Sarebbe stato proprio Donald Trump a chiedere espressamente se ci fosse l'opportunità di applicare l'amnistia agli assistenti, ai membri della sua famiglia e persino a se stesso. Ma non basta, un'altra notizia sembrerebbe anticipare l'arrivo a breve del tornado: uno degli avvocati, Mark Kasowitz e il suo portavoce, Mark Corallo, si sono dimessi dal team legale. Non sono noti i motivi dell'abbandono, ma i media americani ipotizzano sia dovuto a un disaccordo di Kasowitz proprio riguardo la decisione di Trump di screditare il team dei procuratori. Ma non basta. Per la prossima settimana (il 24 e 26 luglio), sono infatti attese le audizioni presso la Commissione intelligence del Senato di Jared Kushner, genero di Trump, del figlio Donald Jr. e dell'ex capo dello staff elettorale, Paul Manafort, in relazione al famoso incontro avvenuto nel giugno dello scorso anno alla Trump Tower con la misteriosa avvocatessa russa che avrebbe promesso notizie imbarazzanti riguardo Hillary Clinton, proprio mentre il New York Times spara la notizia che lo stesso Manafort avrebbe avuto debiti per 17 milioni di dollari con un oligarca russo. 

Vero? Falso? Non importa la verità, importa l'effetto che fa: paradossalmente, più sul dollaro che sulla tenuta politica della Casa Bianca. Infine, il procuratore speciale che indaga sul Russiagate, Robert Mueller, avrebbe puntato i fari sulle transazioni finanziarie del presidente Donald Trump. Lo rivelano i media Usa, proprio all'indomani dell'avvertimento del presidente a Mueller, affinché «non superi la linea rossa», passando al setaccio i suoi affari. Stando a quanto sostiene Bloomberg, Mueller starebbe indagando, in particolare, su acquisti in proprietà di Trump da parte di russi, sul concorso di Miss Universo a Mosca nel 2013, su uno sviluppo immobiliare a Soho con partner di Mosca e sulla vendita, nel 2008, di una villa del miliardario in Florida a oligarchi russi. «Queste transazioni a mio avviso vanno oltre il mandato dello speciale procuratore», ha ammonito l'avvocato di Trump, John Dowd, in una nota inviata a Bloomberg. 

Nel mirino di Mueller, stando al New York Times, vi sono anche i legami tra Trump e la Deutsche Bank, la quale gli avrebbe prestato milioni di dollari, a fronte di scarsissime garanzie. Tra i misteri che circondano le sue finanze, oltre a potenziali conflitti d'interesse che potrebbero emergere dalla dichiarazione dei redditi, c'é proprio la questione dei debiti. Ciò che interessa a Mueller non è tanto l'ammontare, quanto piuttosto con chi sia indebitato. Anche le Commissioni congressuali che indagano sul Russiagate hanno chiesto informazioni alla banca tedesca che, fino a questo momento, si è rifiutata di fornirle. Per il Guardian, Mueller avrebbe già avviato contatti informali con Deutsche Bank e potrebbe a breve emettere un mandato per obbligarla a fornire documenti e informazioni. 

Insomma, se è l'instabilità politica Usa il driver al rialzo dell'euro, c'è poco da stare allegri nel breve. E, per quanto il traguardo sia ancora lontano, se verrà rotta la soglia psicologica di 1,20 durante l'estate, il discorso di Mario Draghi a Jackson Hole diventerà fondamentale non tanto per capire quale sarà il destino del Qe, ma dell'intera tenuta dell'eurozona, a fronte di tensioni finanziarie, politiche e geopolitiche esterne sempre più forti. Sarà per questo che la Germania, patria di 5 milioni di turchi, da due giorni ha dato vita a una guerra diplomatica senza quartiere contro Ankara? Ad auto-destabilizzazione si risponde con la stessa moneta? Se così fosse, vorrebbe dire che in Germania sono letteralmente terrorizzati per l'euro forte, visto che a fine settembre ci sono le elezioni politiche. 

«La Turchia fa arresti arbitrari e non rispetta gli standard minimi consolari. Questo mi ricorda quello che accadeva prima nella Ddr», ha affermato ieri, intervistato dalla Bild, nientemeno che il plenipotenziario della Merkel, Wolfgang Schaeuble. Il tutto, dopo che il giorno precedente, il ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, aveva annunciato una svolta nelle politica su Ankara, con il rafforzamento degli avvisi per chi viaggia nel Paese, una revisione degli accordi commerciali e persino una discussione con i partner europei sui fondi promessi dall'Unione europea nell'attuale fase di pre-adesione della Turchia: si tratta di quasi 4,5 miliardi che Ankara dovrebbe ricevere entro il 2020. Parlando con la stampa, Gabriel ha detto che la Germania «si aspetta un ripristino dei valori europei in Turchia». O, forse, soltanto un calo dell'euro. Altrimenti, addio export.

la Fratellanza Musulmana, emanazione della Turchia di Erdogan ha una rete di moschee e associazioni nel centro dell'Europa

Alberto Negri - Il problema del Medio Oriente non è Assad ma Erdogan


.... Ma Eurosam (italo-francese) firma accordi militari con la Turchia

di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore 

Neppure i missili Eurosam basteranno a risolvere il nodo della Turchia. Il problema del Medio Oriente non è più Assad, forse in prospettiva neppure l’Isis, ma Erdogan che sostiene i Fratelli Musulmani, nutre ancora ambizioni neo-ottomane ed è in rotta di collisione, oltre che con l’Europa, anche con gli Stati Uniti per il sostegno americano ai curdi siriani protagonisti dell’assedio di Raqqa. 

Ecco perché è interessante la notizia che il consorzio italo-francese Eurosam e le industrie turche della difesa Roketsan e Aselsan hanno firmato un accordo per lo sviluppo di un sistema di difesa anti-missilistica. Erano almeno due anni che si era entrati nella fase finale della trattativa ma la Turchia, in attrito con Usa e Nato, aveva persino minacciato di rivolgersi ai cinesi: sarebbe stato uno schiaffo sonoro per l’Alleanza Atlantica, di cui la Turchia è stata per oltre 50 anni un bastione sul fianco sud. 

Ma da tempo, come sappiamo, non è più così. Per salvare la faccia e i confini, Ankara ha dovuto mettersi d’accordo con la Russia di Putin e con l’Iran sciita degli ayatollah. I turchi, dopo avere fallito il rovesciamento di Assad, manovrando anche i jihadisti in alleanza con i sauditi e monarchie del Golfo, sono entrati in crisi. Non solo gli americani appoggiano i curdi siriani, che si stanno scavando una zona autonoma ai confini con la Turchia, un altro tassello del temuto irredentismo curdo. Ma gli Stati Uniti, nonostante le smentite del Cremlino, hanno deciso di fermare l’aiuto militare ai ribelli siriani. Questo significa che Assad può restare in sella e consolidare il regime. 

Una sconfitta su tutta la linea per la Turchia (e degli ebrei) che aspirava, con la disgregazione della Siria e anche dell’Iraq, di estendere la sua influenza sull’area siriana di Aleppo e quella irachena di Mosul, due gioielli della corona ottomana cui aveva dovuto rinunciare con gli accordi successivi alla prima guerra mondiale e la fine dell’impero della Sublime Porta.

Dietro a una notizia a volte c’'è assai di più di quanto i protagonisti non vogliano dire. «L’accordo risponde all’esigenza di rafforzare la cooperazione per garantire la sicurezza dello spazio aereo della Turchia e il fianco Sud della Nato», ha commentato l’ambasciatore italiano Luigi Mattiolo. Ma è proprio questo il nodo della questione. L’intesa con Eurosam appare come una sorta di puntello a un’Alleanza da queste parti sempre più fragile: Germania e Turchia sono in rotta e minacciano ritorsioni reciproche, Ankara aveva persino impedito la visita dei parlamentari tedeschi ai militari di stanza in Turchia, ribadendo il suo veto alla partnership dell’Austria nella Nato. Dal fallito golpe del 15 luglio 2016, Turchia e Stati Uniti sono ai ferri corti, prima con l’amministrazione Obama ma ora anche con Donald Trump che nell’incontro con Erdogan a Washington aveva confermato il sostegno militare americano ai curdi siriani. 

Senza contare che per due anni la Turchia ha negato la base di Incirlik per i raid contro l’Isis e l’ha concessa solo dopo avere equiparato nella lista nera dei terroristi i jihadisti del Califfato alla guerriglia curda del Pkk e dei curdi siriani dell’Ypg. Tanto per avere le idee chiare Erdogan aveva minacciato di togliere la commessa a Eurosam se l’Italia non avesse congelato la concessione della cittadinanza onoraria da parte di alcune municipalità locali ad Abdullah Ocalan.

I turchi, per vendicarsi della Nato e soprattutto degli Usa, in queste ore hanno diffuso attraverso l’agenzia Anadolu le coordinate delle postazioni militari e delle basi aeree americane e francesi in Siria. Erdogan per ottenere soddisfazione in Siria e in Iraq sta usando la lama del coltello, come gli uomini di rispetto facevano un tempo nel suo quartiere istanbuliota di Kasimpasha. Ma questo non è un duello, è una guerra persa e lui è diventato il nuovo problema del Medio Oriente

Bombe nucleari B61-12 - Euroimbecilli italiani al servizio permanente degli Stati Uniti

Manlio Dinucci - Nucleare e indipendenza: il segreto di Stato in Italia lo impongono gli Stati Uniti!


di Manlio Dinucci* - Il Manifesto

La Bomba segretata: top secret la dislocazione delle atomiche in Italia. I risultati delle periodiche ispezioni per controllare come le armi nucleari statunitensi vengono gestite, mantenute e sorvegliate sono, da ora in poi, top secret: lo ha deciso il Pentagono, dichiarando che in tal modo «si impedisce agli avversari di conoscere troppo riguardo alla vulnerabilità delle armi nucleari Usa». In realtà, commentano gli esperti della Federazione degli scienziati americani (Fas), i rapporti sulle ispezioni finora diffusi non contenevano dati classificati. Erano però emersi problemi relativi alla sicurezza delle armi nucleari e al comportamento del personale addetto alla loro gestione. Quindi da ora in poi nessuno, al di fuori di una ristretta cerchia nel Pentagono, potrà avere notizie sul grado di sicurezza dei siti, come Aviano e Ghedi Torre, in cui sono stoccate armi nucleari statunitensi. Lo scopo fondamentale della decisione del Pentagono è però un altro: non facendo più sapere dove vengono effettuate ispezioni, esso non rivela più, neppure indirettamente, dove sono installate le armi nucleari. Ciò riguarda non solo le installazioni sul territorio statunitense ma, soprattutto, quelle in altri paesi.

Non a caso la segretazione dei risultati delle ispezioni è stata decisa proprio mentre la B61-12, la nuova bomba nucleare Usa destinata a sostituire la B-61 schierata in Italia e altri paesi europei, è entrata nella fase di ingegnerizzazione che prepara la produzione in serie. Non si sa quante B61-12 siano destinate all’Italia – scrivevamo sul manifesto il 18 aprile – ma non è escluso, data la crescente tensione con la Russia, che il loro numero sia maggiore di quello delle attuali B61 (stimato in 70).

Non è neppure escluso che, oltre che ad Aviano e Ghedi, esse vengano dislocate in altre basi, tipo quella di Camp Darby dove sono stoccate le bombe della U.S. Air Force. Il fatto che, all’esercitazione Nato di guerra nucleare svoltasi a Ghedi nel 2014, abbiano preso parte per la prima volta anche piloti polacchi con cacciabombardieri F-16C/D, indica che con tutta probabilità le B61-12 saranno schierate anche in Polonia e in altri paesi dell’Est. La B61-12 non è una semplice versione ammodernata della precedente, ma una nuova arma: ha una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire; un sistema di guida che permette di sganciarla non in verticale, ma a distanza dall’obiettivo; la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike nucleare.
La nuova bomba nucleare può essere sganciata dai caccia F-16 (modello C/D) della 31st Fighter Wing, la squadriglia di cacciabombardieri Usa dislocata ad Aviano (Pordenone), pronta all’attacco attualmente con 50 bombe B61 (numero stimato dalla Fas). La B61-12 può essere sganciata anche da cacciabombardieri Tornado PA-200, tipo quelli del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana schierati a Ghedi (Brescia), pronti all’attacco nucleare attualmente con 20 bombe B61. In attesa che arrivino anche all’aeronautica italiana i caccia F-35 nei quali, annuncia la U.S. Air Force, «sarà integrata la B61-12».

Le mozioni parlamentari in cui si chiede al governo italiano di non permettere che le B61-12 siano installate sugli F-35 servono a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’argomento; non hanno però alcuna possibilità di riuscita poiché la decisione non è nelle mani del governo italiano ma del comando Usa/Nato, e le stesse bombe possono essere istallate su altri aerei. La questione di fondo è un’altra. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, definita dal Pentagono «elemento fondamentale della triade nucleare Usa» (terrestre, navale e aerea), l’Italia, ufficialmente paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia. Nonostante che l’Italia abbia ratificato il Trattato di non-proliferazione (Tnp), che la impegna a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente».

La battaglia politica da condurre nel paese e in parlamento deve quindi mirare alla eliminazione delle armi nucleari installate in Italia, ossia alla completa denuclearizzazione del nostro territorio nazionale, sia perché ciò è prescritto dal Tnp, sia perché costituisce la condizione indispensabile per l’adesione italiana al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, votato a grande maggioranza alle Nazioni Unite ma ignorato dall’Italia. (il manifesto, 21 luglio 2017)